Nella Giornata della memoria il SPV mette in evidenza: Prove di sterminio – Una mostra avvenuta alla Camera dei deputati nel luglio del 2009 che ha ricordato l’abisso del male

La possibilità che l’uomo possa commettere atti di inaudita nefandezza nei confronti di altri essere umani, colpevoli solo di non essere “sani” si ripresenta ancora ai nostri giorni. Non bisogna abbassare la guardia di fronte al misteriun iniquitatis
“Nell’estate del 2004 abbiamo letto alcuni articoli su un pediatra olandese che pratica l’eutanasia su piccoli pazienti con diversi malattie o handicap per liberarli dal destino di una vita impossibile e tale da non valere la pena di essere vissuta.”

Noi ci siamo sentiti dei sopravvissuti . Non dovremmo esserci. E’ nata così da un gruppo di persone disabili l’idea della mostra “prove di sterminio : l’eliminazione dei disabili nella Germania nazista” ospitata dalla Camera dei deputati dall’8 al 17 luglio nel complesso di vicolo Valdina. Una mostra, con il relativo catalogo, che secondo i suoi realizzatori, vuole essere anche una testimonianza, proprio perché , dicono , ideata e curata da persone disabili che durante il nazismo sarebbero state considerate non degne di vivere. Questo gruppo di disabili hanno preparato una trentina di pannelli scarni ma terribilmente efficaci che ripercorrono le tappe del progetto nazista T4 partito inizialmente per la sterilizzazione e l’internamento dei portatori di handicap e arrivato ben presto a programmarne l’eliminazione fisica. Le vittime furono almeno 100mila adulti malati di mente e 5mila bambini prelevati dagli ospedali.
Cifre bugiarde perché nella realtà sarebbero state almeno il doppio in Germania ma anche nei paesi occupati, Italia compresa. Una fuga di notizie provocò un’ondata di proteste nell’opinione pubblica e nelle chiese. Il piano fu temporaneamente bloccato ma la macchina di morte non si sarebbe fermata. Infatti gli esperimenti scientifici e tecnologici condotti sulla pelle dei disabili avevano aperto la strada a nuovi strumenti di annientamento di massa come le stesse famigerate camere a gas che vennero utilizzate per sterminare gli ebrei. La manifestazione, organizzata dall’Istituto per gli Affari Sociali alla presenza del suo presidente e delegato per l’handicap del Comune di Roma, Antonio Guidi, di Michael Ascoli (in rappresentanza del rabbino capo della Comunità Ebraica di Roma, Riccardo Shmuel Di Segni) e del portavoce della Comunità di S. Egidio, Mario Marazziti, è stata inaugurata dal presidente della Camera, Gianfranco Fini che ha detto “Sbaglieremmo a pensare che il razzismo sia debellato, perché è un mostro che si presenta in forme diverse. Ricordare è doveroso per tenere alta la guardia. Le istituzioni devono adempiere ad un preciso dovere: ricordare e tramandare anche gli aspetti più orribili della storia”. La mostra è nata dalla volontà di rendere noto che le persone con disabilità furono le prime vittime del genocidio nazista: la maggioranza delle tecniche di sterminio, infatti, è stata testata su di loro e poi applicata nei campi di concentramento. L’ideologia che ha portato Hitler allo sterminio di milioni di individui con disabilità fisica e con patologie psichiatriche poggiava su motivazioni che apparivano ragionevoli, scientifiche, umane, economicamente vantaggiose e sulla convinzione che vi è un limite oltre il quale una vita non si può considerare degna di essere vissuta. “Unica nel suo genere – ha affermato Antonio Guidi – l’esposizione trae spunto da testimonianze fotografiche e contenuti inediti che sottolineano la costruzione di un’enorme macchina tecnica e culturale finalizzata alla distruzione psicologica e fisica di ogni diversità. Attraverso immagini che colpiscono per la loro atroce crudezza, essa porta un contributo culturale e umano alla conoscenza di una pagina poco nota della politica dello sterminio nazista, ancor più significativa perché proposta all’opinione pubblica da persone che durante il nazismo sarebbero state considerate ‘non degne di vita’ e che hanno dato forma e contenuto a questo prezioso spazio di dialogo e di riflessione”. “I racconti, i luoghi, i documenti e le cartelle cliniche visibili all’interno di questa rassegna sconvolgono l’anima – scrive Gianfranco Fini nella premessa al catalogo della mostra – Terribili appaiono le giustificazioni dei medici e del personale degli ospedali; turba il tradimento vergognoso da loro attuato della missione umanitaria che dovrebbe sempre guidare la scienza e la medicina. Anche la scienza e la medicina entrarono, al tempo del nazismo, nel meccanismo perverso del fanatismo ideologico che distrusse civiltà e umanità”. Sul fatto che conservare la memoria degli orrori della storia è un dovere imprescindibile, a maggior ragione quando essa riguarda efferati crimini rivolti contro l’umanità come quelli compiuti durante il nazismo, ha concordato Antonio Guidi, affermando che “L’olocausto, visto anche sul versante della disabilità, serve certo a ricordare, ma soprattutto a scoprire gli innumerevoli razzismi del quotidiano. Proprio per porre un argine al dilagare del razzismo, che rischia di diventare la vera pandemia del nostro secolo, vorrei dare un forte contributo alla creazione di un Osservatorio permanente sulle discriminazioni, che consenta di tenere alta la guardia affinché tutti gli individui possano godere sempre di quella cittadinanza onoraria che si chiama dignità”. Estrapolando dai documenti di “Educazione Scuola”, solo a titolo esemplificativo e per mettere in evidenza la barbarie nazista, credo sia significativo citare qualche passo sull’eutanasia dei bambini “Nel 1940 un altro reparto di eutanasia infantile fu istituito nello stato federale della Bavaria, nel grande istituto pubblico Eglfing-Haar, vicino Monaco. In questo complesso ospedaliero erano ricoverati sia adulti che bambini; il reparto di eutanasia infantile fu collocato lontano dai padiglioni in cui si trovavano i pazienti ordinari. Eglfing-Haar era diretto da Hermann Pfannmuller, uno dei primi artefici dell’eutanasia di bambini e adulti. Pfannmuller, che aveva ottenuto l’abilitazione all’esercizio della professione medica nel 1913 e il diploma di specializzazione in psichiatria ne11918, aveva lavorato in vari istituti statali (concentrandosi spesso sul trattamento degli alcolisti) prima di essere nominato direttore di Eglfing-Haar. Era un membro del partito nazista di vecchia data; si era iscritto nel 1922, ma poco dopo era stato costretto, in quanto pubblico funzionario, a lasciare il partito e non aveva potuto reiscriversi fino al maggio 1933. Contribuì all’attuazione delle leggi razziali ed eugenetiche, dirigendo nel 1935 l’ufficio per l’ereditarietà razziale di Augusta; fu anche uno dei primi sostenitori dell’eutanasia. A Eglfing-Haar egli introdusse rapidamente un sistema che sottoponeva i pazienti a un regime rigoroso; guidò anche delle visite all’istituto al fine di istruire il pubblico sui difetti biologici dei pazienti affidati alle sue cure. Possediamo una testimonianza insolitamente vivida delle visite guidate da Pfannmuller e del trattamento cui venivano sottoposti i pazienti di Eglfing-Haar addirittura prima che l’eutanasia avesse ufficialmente inizio, Ludwig Lehner, un insegnante bavarese, testimoniò nel 1946 a Londra, dove fu poi giudicato come POW tedesco, circa la propria esperienza in una di queste visite guidate da Pfannmuller. Lehner , un oppositore del regime nazista, fece questa visita nell’autunno del 1939, poco dopo la sua liberazione da Dachau. Sebbene fosse stato arruolato nel 1940 e avesse trascorso gli anni del conflitto come soldato tedesco, egli ricordava vividamente la sua visita all’Elglfing-Haar e descrisse i suoi ricordi agli inglesi che lo avevano fatto prigioniero: Durante la mia visita fui testimone oculare dei seguenti eventi: dopo aver visitato qualche reparto, il direttore che, se non ricordo male si chiamava Pfannmuller, ci condusse in un reparto infantile. Vi erano dalle 15 alle 25 culle con altrettanti bambini. Ricordo la franchezza e il cinismo del suo discorso:<<>>. Ho ancora chiaro di fronte a me lo spettacolo di questo uomo grasso che sorrideva compiaciuto, circondato da bambini che morivano di fame. L’assassino sottolineò inoltre che ai bambini non era stato tolto il cibo all’improvviso, ma erano state lentamente ridotte le razioni. Nel corso della sua deposizione di fronte al Tribunale militare statunitense, Pfanmuller respinse tale accusa:<<>>. In realtà Pfannmuller si riferì all’uccisione dei bambini a Eglfing-Haar con orgoglio, dichiarando di fronte ad una corte tedesca postbellica che <>”. Mi sembrava importante mettere in evidenza le parole di un uomo completamente pazzo e in balia del demonio perché compendiamo sempre più che dobbiamo sempre tenere alta la guardia, vigilare e ricordare certi avvenimenti. Solo così potremo fare in modo che non succedano mai più. È questo il compito della giornata della memoria (il 27 gennaio di ogni anno) istituita dalla Repubblica Italiana per mettere in atto il detto di Cicerone in “De Oratore,II” (Historia Magistra vitae).Infatti, in questo epiteto, il grande filosofo latino dà alla Storia il compito,con gli ammaestramenti del passato, di insegnare come regolarci per l’avvenire e impedire che si ripropongano gli stessi errori come è accaduto nel 2004 per mano del pediatra olandese. “Questo è l´unico posto al mondo in cui si possono «uccidere» i bambini malati per non farli soffrire più. Un posto di fresco e di vento tagliato da una luce bianca, tra casette da presepio, canali addormentati e prati verdissimi che non finiscono mai. Ma quella parola, uccidere, il Dottor Dolcemorte non la usa mai, perché «non è quella giusta» dice, e la sostituisce con «terminare». L´autorizzazione a praticare l´eutanasia sui bambini è stata accordata dalla magistratura locale per ora solo al reparto pediatrico della clinica universitaria di Groningen, attraverso la firma di un protocollo «molto severo» tra medici e giudici, che detta precise regole di comportamento. Dopo che il dottor Verhagen lo ha raccontato, lunedì scorso, a un programma della tivù olandese, sono scoppiate in tutto il mondo le polemiche e le dispute tra favorevoli e contrari.”. (dall’articolo di Roberto Bianchin su Repubblica del 02/09/2004). Questo, per dimostrare il parallelismo con il dottore nazista Hermann Pfannmuller e il più recente dottore olandese Verhagen.

 
Carlo Mafera

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