Benedetto XVI ci parlava anni orsono di una grande mistica del XIII secolo : Santa Matilda per mettere in evidenza che la preghiera e la contemplazione sono l’humus vitale della nostra esistenza

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 29 settembre 2010

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Matilde Hackeborn.JPG

 

Santa Matilde di Hackeborn

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei parlarvi di santa Matilde di Hackeborn, una della grandi figure del monastero di Helfta, vissuta nel XIII secolo. La sua consorella santa Gertrude la Grande, nel VI libro dell’opera Liber specialis gratiae (Il libro della grazia speciale), in cui vengono narrate le grazie speciali che Dio ha donato a santa Matilde, così afferma: “Ciò che abbiamo scritto è ben poco in confronto di quello che abbiamo omesso. Unicamente per gloria di Dio ed utilità del prossimo pubblichiamo queste cose, perché ci sembrerebbe ingiusto serbare il silenzio, sopra tante grazie che Matilde ricevette da Dio non tanto per lei medesima, a nostro avviso, ma per noi e per quelli che verranno dopo di noi” (Mechthild von Hackeborn, Liber specialis gratiae, VI, 1).

Quest’opera è stata redatta da santa Gertrude e da un’altra consorella di Helfta ed ha una storia singolare. Matilde, all’età di cinquant’anni, attraversava una grave crisi spirituale, unita a sofferenze fisiche. In questa condizione confidò a due consorelle amiche le grazie singolari con cui Dio l’aveva guidata fin dall’infanzia, ma non sapeva che esse annotavano tutto. Quando lo venne a conoscere, ne fu profondamente angosciata e turbata. Il Signore, però, la rassicurò, facendole comprendere che quanto veniva scritto era per la gloria di Dio e il vantaggio del prossimo (cfr ibid., II,25; V,20). Così, quest’opera è la fonte principale a cui attingere le informazioni sulla vita e spiritualità della nostra Santa.

Con Lei siamo introdotti nella famiglia del Barone di Hackeborn, una delle più nobili, ricche e potenti della Turingia, imparentata con l’imperatore Federico II, ed entriamo nel monastero di Helfta nel periodo più glorioso della sua storia. Il Barone aveva già dato al monastero una figlia, Gertrude di Hackeborn (1231/1232 – 1291/1292), dotata di una spiccata personalità, Badessa per quarant’anni, capace di dare un’impronta peculiare alla spiritualità del monastero, portandolo ad una fioritura straordinaria quale centro di mistica e di cultura, scuola di formazione scientifica e teologica. Gertrude offrì alle monache un’elevata istruzione intellettuale, che permetteva loro di coltivare una spiritualità fondata sulla Sacra Scrittura, sulla Liturgia, sulla tradizione Patristica, sulla Regola e spiritualità cistercense, con particolare predilezione per san Bernardo di Chiaravalle e Guglielmo di St-Thierry. Fu una vera maestra, esemplare in tutto, nella radicalità evangelica e nello zelo apostolico. Matilde, fin dalla fanciullezza, accolse e gustò il clima spirituale e culturale creato dalla sorella, offrendo poi la sua personale impronta.

Matilde nasce nel 1241 o 1242 nel castello di Helfta; è la terza figlia del Barone. A sette anni con la madre fa visita alla sorella Gertrude nel monastero di Rodersdorf. È così affascinata da quell’ambiente che desidera ardentemente farne parte. Vi entra come educanda e nel 1258 diventa monaca nel convento trasferitosi, nel frattempo, ad Helfta, nella tenuta degli Hackeborn. Si distingue per umiltà, fervore, amabilità, limpidezza e innocenza di vita, familiarità e intensità con cui vive il rapporto con Dio, la Vergine, i Santi. È dotata di elevate qualità naturali e spirituali, quali “la scienza, l’intelligenza, la conoscenza delle lettere umane, la voce di una meravigliosa soavità: tutto la rendeva adatta ad essere per il monastero un vero tesoro sotto ogni aspetto” (Ibid., Proemio). Così, “l’usignolo di Dio” – come viene chiamata – ancora molto giovane, diventa direttrice della scuola del monastero, direttrice del coro, maestra delle novizie, servizi che svolge con talento e infaticabile zelo, non solo a vantaggio delle monache, ma di chiunque desiderava attingere alla sua sapienza e bontà.

Illuminata dal dono divino della contemplazione mistica, Matilde compone numerose preghiere. È maestra di fedele dottrina e di grande umiltà, consigliera, consolatrice, guida nel discernimento: “Ella – si legge – distribuiva la dottrina con tanta abbondanza che non si è mai visto nel monastero, ed abbiamo, ahimé! gran timore, che non si vedrà mai più nulla di simile. Le suore si riunivano intorno a lei per sentire la parola di Dio, come presso un predicatore. Era il rifugio e la consolatrice di tutti, ed aveva, per dono singolare di Dio, la grazia di rivelare liberamente i segreti del cuore di ciascuno. Molte persone, non solo nel Monastero, ma anche estranei, religiosi e secolari, venuti da lontano, attestavano che questa santa vergine li aveva liberati dalle loro pene e che non avevano mai provato tanta consolazione come presso di lei. Compose inoltre ed insegnò tante orazioni che se venissero riunite, eccederebbero il volume di un salterio” (Ibid., VI,1).

Nel 1261 giunge al convento una bambina di cinque anni di nome Gertrude: è affidata alle cure di Matilde, appena ventenne, che la educa e la guida nella vita spirituale fino a farne non solo la discepola eccellente, ma la sua confidente. Nel 1271 o 1272 entra in monastero anche Matilde di Magdeburgo. Il luogo accoglie, così, quattro grandi donne – due Gertrude e due Matilde –, gloria del monachesimo germanico. Nella lunga vita trascorsa in monastero, Matilde è afflitta da continue e intense sofferenze a cui aggiunge le durissime penitenze scelte per la conversione dei peccatori. In questo modo partecipa alla passione del Signore fino alla fine della vita (cfr ibid., VI, 2). La preghiera e la contemplazione sono l’humus vitale della sua esistenza: le rivelazioni, i suoi insegnamenti, il suo servizio al prossimo, il suo cammino nella fede e nell’amore hanno qui la loro radice e il loro contesto. Nel primo libro dell’opera Liber specialis gratiae, le redattrici raccolgono le confidenze di Matilde scandite nelle feste del Signore, dei Santi e, in modo speciale, della Beata Vergine. E’ impressionante la capacità che questa Santa ha di vivere la Liturgia nelle sue varie componenti, anche quelle più semplici, portandola nella vita quotidiana monastica. Alcune immagini, espressioni, applicazioni talvolta sono lontane della nostra sensibilità, ma, se si considera la vita monastica e il suo compito di maestra e direttrice di coro, si coglie la sua singolare capacità di educatrice e formatrice, che aiuta le consorelle a vivere intensamente, partendo dalla Liturgia, ogni momento della vita monastica.

Nella preghiera liturgica Matilde dà particolare risalto alle ore canoniche, alla celebrazione della santa Messa, soprattutto alla santa Comunione. Qui è spesso rapita in estasi in una intimità profonda con il Signore nel suo ardentissimo e dolcissimo Cuore, in un dialogo stupendo, nel quale chiede lumi interiori, mentre intercede in modo speciale per la sua comunità e le sue consorelle. Al centro vi sono i misteri di Cristo verso i quali la Vergine Maria rimanda costantemente per camminare sulla via della santità: “Se tu desideri la vera santità, sta’ vicino al Figlio mio; Egli è la santità medesima che santifica ogni cosa” (Ibid., I,40). In questa sua intimità con Dio è presente il mondo intero, la Chiesa, i benefattori, i peccatori. Per lei Cielo e terra si uniscono.

Le sue visioni, i suoi insegnamenti, le vicende della sua esistenza sono descritti con espressioni che evocano il linguaggio liturgico e biblico. Si coglie così la sua profonda conoscenza della Sacra Scrittura, che era il suo pane quotidiano. Vi ricorre continuamente, sia valorizzando i testi biblici letti nella liturgia, sia attingendo simboli, termini, paesaggi, immagini, personaggi.  La sua predilezione è per il Vangelo: “Le parole del Vangelo erano per lei un alimento meraviglioso e suscitavano nel suo cuore sentimenti di tale dolcezza che sovente per l’entusiasmo non poteva terminarne la lettura … Il modo con cui leggeva quelle parole era così fervente che in tutti suscitava la devozione. Così pure, quando cantava in coro, era tutta assorta in Dio, trasportata da tale ardore che talvolta manifestava i suoi sentimenti con i gesti … Altre volte, come rapita in estasi, non sentiva quelli che la chiamavano o la muovevano ed a mala pena riprendeva il senso delle cose esteriori” (Ibid., VI, 1). In una delle visioni, è Gesù stesso a raccomandarle il Vangelo; aprendole la piaga del suo dolcissimo Cuore, le dice: “Considera quanto sia immenso il mio amore: se vorrai conoscerlo bene, in nessun luogo lo troverai espresso più chiaramente che nel Vangelo. Nessuno ha mai sentito esprimere sentimenti più forti e più teneri di questi: Come mi ha amato mio Padre, cosi io vi ho amati (Joan. XV, 9)”(Ibid., I,22).

Cari amici, la preghiera personale e liturgica, specialmente la Liturgia delle Ore e la Santa Messa sono alla radice dell’esperienza spirituale di santa Matilde di Hackeborn. Lasciandosi guidare dalla Sacra Scrittura e nutrire dal Pane eucaristico, Ella ha percorso un cammino di intima unione con il Signore, sempre nella piena fedeltà alla Chiesa. E’ questo anche per noi un forte invito ad intensificare la nostra amicizia con il Signore, soprattutto attraverso la preghiera quotidiana e la partecipazione attenta, fedele e attiva alla Santa Messa. La Liturgia è una grande scuola di spiritualità.

La discepola Gertrude descrive con espressioni intense gli ultimi momenti della vita di santa Matilde di Hackeborn, durissimi, ma illuminati dalla presenza della Beatissima Trinità, del Signore, della Vergine Maria, di tutti i Santi, anche della sorella di sangue Gertrude. Quando giunse l’ora in cui il Signore volle attirarla a Sé, ella Gli chiese di poter ancora vivere nella sofferenza per la salvezza delle anime e Gesù si compiacque di questo ulteriore segno di amore.

Matilde aveva 58 anni. Percorse l’ultimo tratto di strada caratterizzato da otto anni di gravi malattie. La sua opera e la sua fama di santità si diffusero ampiamente. Al compimento della sua ora, “il Dio di Maestà … unica soavità dell’anima che lo ama … le cantò: Venite vos, benedicti Patris meiVenite, o voi che siete i benedetti dal Padre mio, venite a ricevere il regno … e l’associò alla sua gloria” (Ibid., VI,8).

Santa Matilde di Hackeborn ci affida al Sacro Cuore di Gesù e alla Vergine Maria. Invita a rendere lode al Figlio con il Cuore della Madre e a rendere lode a Maria con il Cuore del Figlio: “Vi saluto, o Vergine veneratissima, in quella dolcissima rugiada, che dal Cuore della santissima Trinità si diffuse in voi; vi saluto nella gloria e nel gaudio con cui ora vi rallegrate in eterno, voi che di preferenza a tutte le creature della terra e del cielo, foste eletta prima ancora della creazione del mondo! Amen” (Ibid., I, 45).

pubblicazione a cura di carlo mafera

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“Last minute” al Teatro Sette

di Carlo Mafera

Il viaggio verso una meta è in fondo un viaggio alla ricerca di se stessi. Sei personaggi alla ricerca di ciò che manca alla loro vita. Tutti trovano “Last Minute” un biglietto per la Thailandia per cercare lì ciò che hanno già dentro sé. Ognuno di noi non fa che percorrere le strade del mondo guardandolo con gli stessi occhiali che ha indossato prima di partire. Certamente non può essere la località di destinazione che ci può magicamente trasformare, anzi lì si vedrà la realtà nello stesso identico modo con la quale la si osservava nel posto di partenza. Così “il palazzinaro” cercherà di fare affari anche in Thailandia, l’attivista di sinistra cercherà di portare i suoi ideali tra la gente del popolo asiatico tentando di risuscitare un orgoglio sopito da secoli di schiavitù, il macellaio cercherà di circuire ragazze ancora adolescenti portando con sé la sua rozzezza e il suo desiderio carnale mai sopito, forse alla base della separazione con la moglie, il sacerdote in crisi di coscienza e in conflitto con le autorità ecclesiastiche troverà forse le risposte alle sue domande esistenziali irrisolte. Soltanto il comandante dell’aereo e la sua hostess troveranno compiuto il loro desiderio di amore autentico mai appagato fino ad allora. Ma proprio quando questo viaggio aveva fatto nascere finalmente l’amore tra questi due sofferenti e delicati personaggi e gli spettatori si apprestavano a partecipare ad un finale a lieto fine, ecco il sopraggiungere dello Tsunami che distrugge questo sogno d’amore. Solo il comandante si salva e piange disperatamente la sua hostess con la quale aveva capito di voler vivere tutta la sua vita. Si intravede in questo finale, la parafrasi della condizione umana che ti porta ad essere spesso consapevole di non poter quasi mai realizzare ciò che veramente vuoi nel profondo di te stesso. Ho visto lo spettacolo due anni fa in compagnia e ora da solo, cosciente dell’impermanenza di tutte le cose che esistono al mondo memore della frase di don Primo Mazzolari che diceva “basta essere un uomo per essere un pover uomo” e memore della poesia di Quasimodo “Ognuno sta solo sulla faccia della terra….” La solitudine che sovrasta la condizione umana sembrava aleggiare sopra le teste dei sei personaggi in cerca di… pirandelliana memoria. Una solitudine che appena infranta si riprende il suo scettro sogghignando cinicamente dietro le quinte. Questa edizione l’ho trovata più introspettiva, con dinamiche interattive che andavano nel profondo, suscitando una riflessione esistenziale a volte amara, a volte serena ma anche qualche sorriso malinconico. Dalle note di regia estrapoliamo “



CARTELLONE, OGGI IN SCENA

22 – 24 settembre – SPETTACOLO FUORI ABBONAMENTO
LAST MINUTE
di Adriano Bennicelli
con: Ilario Crudetti, Ilaria Mariotti, Chiara Carcoletti, Emiliano Pandolfi, Salvatore Iermano, Alessandro Bevilacqua
regia: Francesca Milani

Si può partire per mille motivi: per fuggire da una realtà che non ci piace più, per perseguire un’ideologia, perché ci si fa carico di una missione, per un’impresa da realizzare… o più semplicemente perché partire è il proprio lavoro. Ma si arriva sempre dove si vuole? E dopo il viaggio si è gli stessi di prima? Sei persone, sei storie, un solo destino. Il viaggio della vita, anche se non sappiamo come, ci conduce sempre fino al suo ultimo minuto.

Al CCP si festeggia l’inizio delle attività culturali

foto di Centro di Cultura Popolare del Tufello.
SET30

Festa di inizio anno al CCP

Ecco la mia personale testimonianza, e cioè di una persona che frequenta il Centro per arricchirsi umanamente e culturalmente. Fare una crescita nell’ambito teatrale all’interno di una compagnia di amici meravigliosi e provare emozioni ascoltando ottima musica, è stato per me un’eccedenza che ha portato nella mia vita quel qualcosa in più di cui avevo bisogno. Ecco un mio estratto da una recensione di un evento musicale :

Ascoltare i Genesis è sempre una grande emozione. Significa fare un salto indietro di 45 anni per ricordare accordi sapientemente miscelati assieme a sonorità rock e classiche rese anche con armonie acustiche in un impasto sonoro che si snoda in lunghe e articolate suite classicheggianti con incursioni nel  pop rock, con assolo di chitarre e di batteria che avrebbero poi fatto parlare di art rock esecutivo formale grazie all’utilizzo talvolta massiccio di apparecchiature elettroniche per far provare all’ascoltatore brividi di gioia e un ebbrezza panica di dannunziana memoria. Soprattutto desidero soffermarmi sul brano The Cinema Show che chi scrive, ascoltò quindicenne centinaia di volte per sciogliersi in pianto estatico di felicità assoluto. Questa è una vera e propria suite per pianoforte con armonie disegnate nel virtuosismo degli arpeggi che si trasmettono dalle tastiere al pianoforte per realizzare questo capolavoro  romantico simile ad un preludio di Beethoven da consegnare, come quest’ultimo a tutte le generazioni perché gioiscano della meravigliosa musicalità per emozionare il genere umano che razzola tristemente per sentieri oscuri e materiali e che invece, ascoltandolo, si eleva verso le vette dell’empireo musicale e artistico. Il brano, certamente appartiene ad un momento storico particolarmente ispirato e felice dei Genesis che si districava rocambolescamente fra sogno e realtà. Sembra che ora si studi  a scuola e che giustamente ci abbiano scritto sopra relazioni teologiche e filosofiche. Forse, con questo brano si sia raggiunto l’apice del lirismo puro. In The Cinema Show – si respira il vertice dell’emozione. La stessa emozione che si respira in alta montagna o al mare, durante il tramonto. Attraverso le note di The Cinema Show  potrà il pubblico capire in musica le stesse emozioni dell’amore se per caso  gli ascoltatori abbiano mai vissuto i preludi dell’amore di coppia.  E così la  sera del 20 maggio 2017 i Gabriel Nights al Centro di Culturale del Tufello si è realizzato questo miracolo dell’estasi musicale.

Il CCP Tufello è uno scrigno dal quale escono sonorità, coreografie che suscitano stupore e meraviglia. Se all’uomo contemporaneo togli tutto questo, gli togli l’essenziale che non è solo il pane perché l’uomo non vive solo di esso come diceva Gesù Cristo. Dobbiamo assolutamente fare in modo che il CCP viva e sopravviva alla logica del cemento e alla società ad una dimensione che non respira più e non si ciba più di relazioni umane e preferisce accumulare materia e non invece librarsi nell’arte, nella danza e nella musica.

Il 30 settembre il CCP Tufello invita tutta la cittadinanza del terzo municipio a partecipare alla Festa di Inizio Anno. La Festa dove saranno mostrate tutte le attività del centro. Siete tutti invitati.

Carlo Mafera

 

Enzo Bianchi priore emerito della Comunità di Bose ci parla della Chiesa contemporanea

Enzo Bianchi: “Non riuscirei a credere in Dio, senza Cristo”

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Parla il priore di Bose, dopo aver lasciato la carica: “Ma rimarrò qui, mi dedicherò all’orto. E vorrei rifare un viaggio in Marocco coi Tuareg”

di Bruno Quaranta

E così Enzo Bianchi ha aggiornato la carta d’identità. Da priore a priore «emerito» di Bose, la comunità monastica che fondò sulla Serra d’Ivrea nel 1965. Quindi «ruminando», giorno dopo giorno, la Parola, al lume del Concilio, terminato lo stesso giorno in cui veniva posata la prima pietra della Fraternità.

Monferrino, di Castel Boglione, classe 1943, capace di essere libero fino alla solitudine, com’è di certa schiatta piemontese, Enzo Bianchi, avvicinandosi i 75 anni, cede il testimone a Luciano Manicardi, ma non abdica, ché ancora non è l’ora del «nunc dimittis servum tuum», disponendosi a reggere diversamente il vincastro.

Un ricordo dell’8 dicembre 1965?

«Arrivai a Bose con due ragazze e due ragazzi che in breve si eclissarono. Eppure non mi arresi. Mi scortavano una speranza e una follia radicali».

Quale lettura biblica meditò allora?

«Avevo una radiolina. Ascoltai il discorso di Paolo VI che suggellava il Vaticano II».

I suoi Papi. Pacelli?

«Dai fedeli venerato. Lo incontrai nel 1951, a otto anni. Avevo vinto, nella mia diocesi, il concorso “Veritas”. Una figura ieratica, mi folgorò».

Giovanni XXIII?

«Il Papa del cuore. Di una statura ecumenica straordinaria».

E Paolo VI?

«Esemplare la sua vocazione a dialogare con il mondo. L’Ecclesiam suam è un’enciclica miliare».

E Giovanni Paolo II?

«Un confessore della fede. Aveva combattuto il comunismo. Concepiva la Chiesa come una forza militante. Il suo maggiore pregio? La determinazione con cui favorì il dialogo interreligioso. Volle che facessi parte della delegazione incaricata di consegnare ad Alessio II, patriarca di Mosca, l’icona della Madonna di Kazan. Il suo maggiore limite? La chiusura nella Chiesa, impermeabile qual era alla libertà. Nella Chiesa, invece, la libertà deve essere una costante, in forma di confronto e financo di conflitto».

Ratzinger: quale orma lascia?

«L’intelligenza della fede e la passione per la liturgia come fede celebrata. Per questo ho voluto ringraziarlo anche nel recente incontro con lui. Non dimentico certo che mi ha nominato esperto per due Sinodi dei Vescovi: il primo sulla Parola di Dio e l’altro sulla Nuova evangelizzazione».

Infine, Francesco.

«Con lui la libertà si è riconciliata con la Chiesa. Non dimenticando, di Bergoglio, la sensibilità verso gli ultimi e la tensione ecumenica, artefice di gesti sino a ieri inconcepibili».

Non ha mai rischiato di deragliare la Comunità di Bose?

«No, non nascondo le ore difficili, però mai tragiche. Così come è, felicemente, un a sé rispetto al corso delle cose generale. Dal ’65 a oggi il monachesimo ha subito un calo del 52%. La cultura dominante va in una diversa direzione: è individualistica, la società liquida è la sua dimensione».

Cruciale per lei, padre Pellegrino. Si è avviata la procedura di beatificazione del successore, Ballestrero. E il cardinale dellaCamminare insieme?

«Non credo che la sua salita agli altari sia una questione essenziale, strutturata com’è oggi la fabbrica dei santi. Di certo Pellegrino meriterebbe la precedenza. Fu di una statura intellettuale assoluta, maestro di Patristica, invitato ovunque a insegnare, nonché difensore della libertà, religiosa e di ricerca».

Un ricordo di padre Pellegrino?

«Mi chiamava dottor Bianchi. “Dottor Bianchi, scenda giù…”, ossia: venga a Torino. Una volta con speciale urgenza. Ero entrato nel mirino del Sant’Uffizio per una conferenza a Padova. Volle la registrazione, si occupò personalmente di confutare le obiezioni romane».

Nello spazio di mezzo secolo è cambiata la sua idea di Dio?

«Sicuramente. Negli anni della mia formazione Dio risaltava come un giudice, severo. Un volto che via via mi apparirà perverso. Gesù Cristo è l’unica narrazione di Dio. Non riuscirei a credere in Dio, senza Cristo».

Nel suo rapporto con Dio c’è stato un momento drammatico?

«Correva il 1985, scontai una grave crisi spirituale. Una lunga traversata nel buio. Uscitone scrissi sul mio diario: “Canterò la tua misericordia anche stando all’inferno”».

Qual è la tentazione del monaco?

«Chi si avvicina a Dio è più tentato di altri, ha una conoscenza del Male che altri non hanno».

Si è soliti intendere Enzo Bianchi come un «progressista». C’è pure un Enzo Bianchi «conservatore»?

«Sì. Sono fedele, fedelissimo, alle virtù contadine. Il rispetto della parola data. La necessità della fatica e del lavoro. Sono moralmente granitico: in fatto di coerenza, di culto della legalità».

Lei è autore di numerosi libri. A quali è più legato?

«Pregare la parola, per cominciare. Lo scrissi a trent’anni. Tradotto in 35 lingue, ha – è un riconoscimento che mi onora – reintrodotto la lectio divina, la meditazione della Parola, nella Chiesa».

E poi?

«I l pane di ieri, un viaggio nelle mie radici, nella saggezza popolare, un comandamento in primis: “Fa’ il tuo dovere, crepa, ma va avanti”».

Quale la sua preghiera?

«La preghiera per eccellenza dei monaci sono i Salmi. Il mio Salmo è il 71: “Venuta la vecchiaia e i capelli bianchi, o Dio, non abbandonarmi…».

P ensa di trasferirsi a Gerusalemme, come Carlo Maria Martini?

«No, rimarrò a Bose. E di tanto in tanto farò visita alle altre nostre comunità, più piccole, dove meglio raccogliermi».

Avrà più tempo per i suoi hobby. Quale, in particolare?

«L’orto. Vicino al mio eremo vi è un fazzoletto di terra che coltivo personalmente. Pomodori, peperoni spagnoli, piccoli e non forti, insalata, cipolle: è deliziosa la soup à l’oignon…».

C’è un viaggio che vorrebbe fare?

«Che vorrei rifare. In Marocco. Ero giovane, vent’anni e dintorni. Vi trascorsi quaranta, indimenticabili giorni, con i Tuareg. Mi permisero di stare solo con me stesso. Nomade tra i nomadi».

Marco Gallo così scriveva : «Esclusa una falsa o distratta via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo» e poi «Il mio ideale è Cristo: la sua veridicità mi si continua a mostrare».

Marco Gallo: la storia di un giovane innamorato di Cristo

Immagine tratta dal libro “Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltellare” (Itaca)
Le parole scritte da Marco Gallo sulla parete della sua camera la sera prima di morire.
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Marco muore a 17 anni. La sera prima dell’incidente ha scritto sulla parete della sua camera: «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?».

Le parole scritte sul muro indicano a tutti, alla famiglia in primis, dove guardare e a Chi guardare.

«(…) è sempre difficile scrivere la prefazione di un libro, soprattutto di un libro che racchiude l’avventura di una vita: ogni vita, ogni persona ha qualcosa di unico e d’irripetibile, e dovremmo avvicinarci al mistero nascosto e presente nella storia di ogni uomo, con un senso di venerazione, a piedi scalzi, come Mosé davanti al roveto ardente, senza la pretesa di incasellare o di decifrare il cammino di una persona. Più che una prefazione, queste mie notazioni vogliono essere un invito alla lettura: perché vale la pena incontrare la vita di Marco».

Con queste parole il vescovo di Pavia mons. Corrado Sanguinetiapre la prefazione al libro “Marco Gallo. Anche i sassi si sarebbero messi a saltare” (Itaca edizioni) curato da Paola Cevasco e Antonio Gallo, genitori di Marco, e dalle sorelle Francesca e Veronica.

Il testo raccoglie le riflessioni e i pensieri di questo giovanediciassettenne morto a causa di un incidente stradale, ritrovati dalla famiglia nei diari, nei foglietti sparsi tra i libri di scuola, nei bigliettini accartocciati. Marco scrive sempre con passione e dappertutto. Da questi scritti emerge il suo grande desiderio di cogliere il senso della vita, di conoscere Cristo e amarlo. Sono meditazioni che pongono domande serie e radicali sul significato dell’esistenza e che si intrecciano ai suoi ricordi d’infanzia.

«FRA, IO SONO CAMBIATO, SONO DIVERSO, ORA POSSO VOLERTI BENE. TU SEI MIA SORELLA »

Pagine intense, commoventi, che scorro con il cuore pieno. È una gioia leggere di un ragazzo tanto giovane e già così vicino a Gesù, che guarda con gratitudine il film su San Francesco e invita tutta la famiglia a vederlo, soprattutto la sorella Francesca “con uno sguardo come se mi offrisse il mondo intero”.

“Entro in casa, poco prima di cena, e vedo Marco che guarda ancora san Francesco. «Eh no, ma non è possibile!», penso fra me. (…) Mi dice: «Fra, devi vederlo». Continuava a dire a tutti noi quattro: «Dovete vederlo!», con uno sguardo come se mi offrisse il mondo intero. Mi siedo e guardo con lui una scena del film, bellissima. La mamma ci chiama per la cena: (…) Marco spegne di botto (…) però rimane lì, sul divano. Con un gesto velocissimo, si raddrizza, si mette seduto bene dritto, molto vicino a me. Avverto con stranezza che mi si fosse seduto così vicino, tipo 10 cm. Diventa rosso, e capisco, ah come lo capisco, che mi doveva dire qualcosa. Inizia a parlare: «Ma Fra… stavo pensando… cioè…», così per un po’. (…) Io timida, non chiedo niente, gioco con il cellulare, ma rimango lì. Lui non demorde, si gira di scatto, mi guarda: «Fra, io sono cambiato, sono diverso, ora posso volerti bene. Tu sei mia sorella»”.

«PERCHÉ CERCATE TRA I MORTI COLUI CHE È VIVO?»

Marco l’ultima sera prima dell’incidente scrive sulla parete accanto al crocifisso della sua stanza: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?».

5 novembre 2011

La mamma racconta che alle 9 di mattina del 5 novembre del 2011 i carabinieri si recano da lei per comunicarle la morte di Marco, travolto da una macchina mentre andava a scuola in motorino.

Ecco le sue parole che narrano quei delicati, dolorosi (e profetici) momenti:

“La camera mortuaria si riempie di persone; poi tante altre anche a casa. Io non mi ero ancora avvicinata alla sua camera, perché, non so perché, era il luogo apice del dolore. Ma bisognava pur scegliere i vestiti per Marco, non volevo rinunciare a quell’ultima volta. (…)Scegliamo la sua maglietta di Stand by me, con la foto della chiamata di Matteo, e la scritta del primo discorso di papa Benedetto: «Egli dona tutto e non toglie niente». Mi siedo sul letto di Marco, c’è mia mamma, Alice si siede di fronte: «Ma cosa c’è scritto sul muro?». Ci accorgiamo della scritta. So per certo che venerdì mattina non c’era perché avevo fatto per bene le pulizie. «Chi l’ha scritta? Non mi arrabbio, ma ditemi se qualcuno qui in casa l’ha scritta!». Lo chiedo per poter procedere con razionalità, so benissimo che è la calligrafia di Marco”.

MARCO ERA PRONTO

La vita di Marco spezzata così presto ha invece trovatoparadossalmente compimento. Perché se lo scopo della vita è conoscere Cristo, come leggiamo dall’omelia di don Pino Privitera pronunciata il giorno del funerale di Marco, questo è avvenuto nella sua esistenza.

“Scopo della vita è conoscere Cristo. Per Marco si è compiuta. Subito non ci credevo, poi ho pensato: «Era pronto». Oggi c’è il vangelo delle vergini: la vita non è per la preparazione della morte, ma un invito alla vigilanza nella quale vivere tutto. Per la Chiesa la morte improvvisa non è considerata un bene, «Salvaci da morte improvvisa». La morte improvvisa è un pericolo, ma in alcuni casi, può essere un segno di predilezione: può essere assimilata al martirio. Ha compiuto il suo cammino. Pensavo cosa avrebbe potuto fare… Aveva un grande desiderio, una grande curiosità, cose grandi… e la mamma ha pensato le stesse cose. In un attimo ha realizzato tutto. Era pronto.”

“O CRISTO SI RIFIUTA O DIVENTA IL PUNTO FERMO”

Il 19 marzo del 2011 Marco aveva scritto: «Esclusa una falsa o distratta via di mezzo, o Cristo si rifiuta o diventa il punto fermo» e poi «Il mio ideale è Cristo: la sua veridicità mi si continua a mostrare».

Quanto sono preziose queste riflessioni per noi tutti! Abbiamo bisogno di riscoprire questa fede viva, totale!
La morte improvvisa di Marco, come scrive mons. Sanguineti nella prefazione, “appare essere non l’epilogo di una vita, ma il compimento di un cammino, davvero il dies natalis”.

Dalla sua morte ogni anno centinaia di giovani compiono unpellegrinaggio al santuario della Madonna sulla cima del Montallegro per pregare e ricordare Marco. Che grazia!

Il sacrificio di Rolando Rivi è servito per raggiungere la pacificazione nazionale nella verità e nella libertà

Rolando Rivi

Seminarista cattolico italiano
Beato Rolando Maria Rivi
Rolando Rivi.jpg
 dal sito Wikipedia – pubblicazione su spv a cura di carlo mafera – rimovibile
Seminarista e martire
Nascita 7 gennaio 1931 a San Valentino
Morte 13 aprile 1945 a Monchio
Venerato da Chiesa cattolica
Beatificazione 5 ottobre 2013
Ricorrenza 29 maggio

Rolando Maria Rivi (San Valentino, 7 gennaio1931Monchio, 13 aprile 1945) è stato un seminarista cattolico, una delle vittime dei partigiani comunisti nel cosiddetto Triangolo della morte durante la seconda guerra mondiale. È venerato come beato dalla Chiesa cattolica.

BiografiaModifica

Nato a San Valentino, frazione di Castellarano, secondo dei tre figli di Roberto Rivi e Albertina Canovi, entrò nel seminario di Marola nell’autunno del 1942 ma nel 1944, in seguito all’occupazione tedesca del paese, fu costretto a ritornare a casa. Non smise però di sentirsi seminarista né di indossare l’abito talare, nonostante il parere contrario dei genitori preoccupati per i gesti di odio antireligioso diffusi nella zona: gli atti di violenza e le uccisioni di sacerdoti diverranno infatti in quel periodo molto comuni.

Il 10 aprile 1945, durante le ultime fasi della guerra di liberazione, fu rapito da un gruppo di partigiani comunisti,[1][2] che costrinsero il ragazzo quattordicenne a seguirli nella boscaglia. Ai genitori fu lasciato un bigliettino con scritto “Non cercatelo. Viene un attimo con noi partigiani[1]. Accusandolo di fare la spia per i fascisti, dopo tre giorni di percosse, umiliazioni e sevizie, lo uccisero a colpi di pistola in un bosco di Piane di Monchio, frazione di Palagano[3].

Seguendo le indicazioni di alcuni partigiani, comprese quelle dello stesso assassino[4], la sera del 14 aprile Roberto Rivi e don Alberto Camellini, curato di San Valentino, ne ritrovarono la salma che presentava il volto coperto di lividi, il corpo martoriato e le due ferite mortali, una alla tempia sinistra e l’altra all’altezza del cuore. L’indomani lo trasportarono a Monchio, dove ebbe esequie e sepoltura cristiane[5].

Dopo la Liberazione, il 29 maggio 1945 la salma fu traslata e tumulata nel cimitero di San Valentino, con l’omaggio di tutti i parrocchiani. Essendo divenuta la sua tomba meta di pellegrinaggi, il 26 giugno 1997, con una solenne cerimonia, gli venne data nuova sepoltura all’interno della chiesa di San Valentino, nel sacrario dei parroci della pieve.

Nel 1951 la Corte di Assise di Lucca condannò i responsabili dell’uccisione, Giuseppe Corghi, che aveva sparato, e Delciso Rioli, comandante della 27ª Brigata Garibaldi “Dolo”, a 23 anni di reclusione. La condanna venne confermata nel 1952 dalla Corte di Assise di Appello di Firenze e diventò definitiva in Cassazione[6].

La beatificazioneModifica

Dopo una serie di guarigioni riconosciute come miracolose dalla Chiesa cattolica, in quanto ottenute con la sua intercessione[7], il 7 gennaio 2006 è stata aperta dall’arcidiocesi di Modena la sua causa di canonizzazione. Nel maggio 2012, la competente commissione vaticana dei teologi “censori” ha approvato la validità del suo martirio in odium fidei[8].

Il 28 marzo 2013 papa Francesco ha autorizzato la Congregazione per le cause dei santi a promulgare il decreto che ne riconosce il martirio[9].

Il 5 ottobre 2013 si è celebrata la cerimonia di beatificazione davanti a migliaia di persone riunite nel Palazzetto dello Sport di Modena[10][11].

Nell’autunno 2013 fu inoltre approntata una mostra itinerante intitolata “Io sono di Gesù” composta di venti pannelli[12]. In alcune realtà come a Rio Saliceto la mostra fu boicottata dai genitori della locale scuola “Anna Frank[12][13] che, con la motivazione che la mostra “infanga la memoria della Resistenza“, ottennero la sospensione delle visite didattiche[12][14]. Il vescovo della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca replicò allo stop alle visite:

« La beatificazione di Rolando Rivi è stata presentata dalla Chiesa diocesana come un grande momento di riconciliazione. Questo è il significato del riconoscimento che la Chiesa ha dato del martirio. La riconciliazione non può avvenire attraverso la negazione della verità storica. Nessuno deve avere paura della verità storica. Se c’è un male che è stato compiuto dobbiamo denunciarlo: dobbiamo perdonare coloro che l’hanno compiuto, ma non nascondere ciò che è accaduto. »
(Il vescovo della Diocesi di Reggio Emilia-Guastalla Massimo Camisasca in merito alle polemiche di Rio Saliceto[12])

La memoria liturgica del beato Rolando si celebra il 29 maggio, giorno della sua traslazione nel cimitero di San Valentino nel 1945.

Note

Bibliografia

Voci correlate

Collegamenti esterni

“Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita” è quanto diceva il Servo di Dio Carlo Acutis

Informatica ed Eucaristia. Carlo Acutis verso la beatificazione

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Era un ragazzo normale, la sua vita no. “Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”

“L’Eucaristia è la mia autostrada per il Cielo!” ama ripetere Carlo Acutis. Ha 15 anni quando una leucemia fulminante lo porta in Cielo (il 12 ottobre 2006) e dopo dieci anni la sua corsa non si ferma. La sua storia, da Milano dove viveva, è rimbalzata da una parte all’altra del mondo. Ora si chiude, dopo circa quattro anni, la fase diocesana del processo di beatificazione e ora il fascicolo passa a Roma. “È stato sempre misteriosamente attratto dal sacro, fin da piccolo” racconta la mamma Antonia. Lei e il marito Andrea sono cresciuti in una fede piuttosto formale, si sono poi allontanati dalla Chiesa, ma non ostacolano mai questo figlio un po’ speciale. Lo seguono, e per accompagnare lui si riavvicinano alla fede. Con lui visitano anche vari santuari: Lourdes, Fatima, ma soprattutto si recano spesso ad Assisi, dove Carlo si sente a casa e dove è sepolto, come desiderava. Ha una preferenza per San Francesco, la sua umiltà, il suo amore per l’Eucaristia e la passione di annunciare il Vangelo. È questo che caratterizza anche la vita di Carlo.“Il suo pensiero principale era fare amare Gesù. Il centro della sua vita era l’Eucaristia”.

La vita di Carlo è quella di un ragazzo di 10-15 anni. “Può insegnare a tanti giovani che una vita normale può diventare straordinaria se si mette Dio al centro e si cammina in sintonia con il progetto di Dio per noi. Carlo ha fatto questo” dice la mamma. Carlo è simpatico, è facile fare amicizia con lui. Non ostenta mai le sue capacità o le sue possibilità economiche. C’è sempre, per tutti: per i compiti, per una parola buona, per i compagni e per i poveri, per la famiglia e per chi incontra nelle sue attività di volontariato (dalla mensa dei poveri al catechismo dei bambini). Il suo fascino è contagioso, anche per i compagni che lo prendono in giro per le sue convinzioni profonde. A lui pongono domande e tanti riscoprono la bellezza di una vita vissuta nella fede. Carlo è innamorato dell’Eucaristia: “Essere sempre unito a Gesù, ecco il mio programma di vita”. A 7 anni fa la Prima Comunione, frequenta la Messa quotidiana (“Si va dritti in Paradiso, se ci si accosta tutti i giorni all’Eucaristia”) e si ferma sempre in adorazione davanti al tabernacolo. Si confessa spesso: “La confessione è come il fuoco che fa salire in cielo la mongolfiera”.

 

Carlo ama gli animali e la natura, ha una grande passione e una vera genialità per tutto ciò che è informatica e tecnologia, doti che mette al servizio degli altri, tanto che qualcuno lo vede già come patrono del web. È convinto che Internet sia un mezzo, e come tale da dominare, non da cui essere dominati. Per questo si impone anche una regola: non più di un’ora a settimana, per evitare di cadere nella Rete. Il suo computer è immacolato, come lo è lui. È un ragazzo molto bello e fa innamorare più di qualche amica; lui stesso non è insensibile al fascino femminile, ma senza malizia, perché “il corpo è tempio dello Spirito”. La cronologia del suo computer è piena di ricerche riguardanti i santi e i temi della fede, nessuna distrazione. Uno degli ultimi giorni, nel letto dell’ospedale diceva: “Muoio sereno perché ho vissuto la mia vita senza sciupare neanche un minuto di essa in cose che non piacciono a Dio”. Invita continuamente i suoi amici a non vivere in modo anonimo, a non omologarsi, ma a vivere secondo i doni che Dio ha fatto a ognuno: “Tutti nascono originali ma molti muoiono come fotocopie”.

Tra le sue iniziative c’è una mostra sui miracoli eucaristici (http://www.miracolieucaristici.org), a cui Carlo dedica molte energie. Il suo desiderio è che Gesù sia conosciuto e il suo cruccio è che tanta gente possa vivere senza minimamente interessarsi di questo:“Forse la gente non ha ancora capito seriamente. Gesù è presente a noi corporalmente come lo era durante la sua vita mortale in mezzo ai suoi amici. Se riflettessimo seriamente su questo fatto, non Lo lasceremmo così solo nei tabernacoli mentre Lui ci attende amorevolmente per aiutarci e sostenerci nel nostro cammino terreno”. Carlo rimane colpito dalla storia delle apparizioni di Fatima, e dai misteri rivelati ai tre pastorelli (“Se gli uomini sapessero che cos’è l’Eternità farebbero di tutto per cambiare vita”). Da qui il suo fervore nel pregare per le anime del purgatorio e nell’offrire piccoli sacrifici personali in riparazione dei peccati del mondo. Tutti i giorni recita il Rosario ed è molto devoto alla Madonna. Anche la sofferenza degli ultimi giorni di malattia viene vissuta in totale serenità e affidamento a Dio, e offerta per il Papa e la Chiesa.

Al suo funerale, i genitori scoprono la fitta rete di conoscenze di Carlo, quando vedono arrivare centinaia di persone, molte sconosciute, di tutte le estrazioni sociali e di religioni diverse. Un iceberg di cui loro avevano visto solo la punta e che ora si svela in tutta la sua grandezza. Tante testimonianze continuano ad arrivare da tutto il mondo. A Carlo sono intitolate scuole e oratori, ed è diventato un modello da proporre ai giovani in tante parrocchie e associazioni. Ancora la mamma: “Ci accorgevamo che era un ragazzo speciale, unico. Siamo sempre stati contenti per lui, abbiamo goduto dei suoi doni e della sua vicinanza e adesso che si è trasferito in Cielo… godiamo lo stesso. Come dice Giobbe: Il signore ha dato, il Signore ha tolto, sia benedetto il nome del Signore”. Oggi Carlo ha anche due fratellini sulla terra. Sono nati sei anni fa, la data del parto (poi anticipato) era il giorno della sua nascita al Cielo. Una grazia? Sicuramente un segno della tenerezza di Dio, e di Carlo.

pubblicazione consentita da aleteia  a cura di carlo mafera

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