La basilica di San Pietro e le sue curiosità

6 aspetti singolari sulla basilica di San Pietro

©Antoine MEKARY/ALETEIA
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Sei un appassionato di storia, un grande amante della Città Eterna o semplicemente ti interessa conoscere curiosità? E conosci tutti i segreti della Basilica di San Pietro? Perché, in caso, qui ti mostriamo sei aspetti singolare che potresti non conoscere.

1. C’è un solo quadro in tutta la basilica

Fin dalle sue origini, il Barocco si basa su tre pilastri fondamentali, presenti nella maggior parte delle basiliche romane: il colore, il movimento e l’illusione. Tuttavia, al visitatore probabilmente sfuggirà quest’ultimo elemento se non accompagnato da una guida durante i pellegrinaggi romani, in quanto è una caratteristica che inganna facilmente un occhio inesperto.

Non fermandosi davanti alle scene che decorano le pareti della basilica, per esempio, potrebbe essere facile immaginare che si tratti di dipinti, a causa dei dettagli delle rappresentazioni. Ma in realtà, la basilica ha solo un quadro. Tutto il resto è interamente decorato con mosaici estremamente raffinati e precisi.

2. La Basilica di San Pietro avrebbe dovuto avere un campanile

Per completare la costruzione della basilica, che durò più di un secolo, si susseguirono numerosi illustri architetti. Tra questi il Bernini, noto anche per le sue sculture, come nella Fontana dei Quattro Fiumi che possiamo ammirare in Piazza Navona, o nella tomba di Urbano VIII.

La basilica, che avrebbe dovuto avere due torri campanarie, cominciava a prendere forma. Ma, a causa di un errore di calcolo, la prima dovette essere demolita e fu necessario abbandonare il progetto originale, che è il motivo per cui oggi non vediamo alcun campanile.

3. Per la costruzione della prima basilica dovuto spostare le montagne … letteralmente!

La costruzione della attuale basilica di San Pietro è stata commissionata da Papa Giulio II (1503-1513), ma prima ve n’era un’altra, costruita da Costantino nel 319.

A quel tempo, l’imperatore appena convertito mise fine alla politica di persecuzione dei cristiani e fece costruire una basilica che avrebbe preso il nome del primo papa. Il grande circo di Nerone sarebbe potuto essere il luogo ideale per questa impresa, ma Costantino ordinò che la basilica venisse costruita dove era sepolto il corpo di San Pietro.

Per fare questo si dovette spostare non meno di un milione di metri cubi di terra per completare lo scavo necessario alla costruzione… e tutto ciò con i mezzi dell’epoca, ovviamente.


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4. La Basilica potrebbe facilmente contenere la Cattedrale di Notre Dame di Parigi

Avviso per i francesi che vedono nella famosa cattedrale di Notre Dame un capolavoro di architettura: in termini di dimensioni, è ben lontana dal gigantismo della Basilica di San Pietro, che è lunga 218 metri ed ha una superficie totale di 23mila metri quadrati.

Entrando dentro e guardando il pavimento della navata centrale, si nota una serie di stelle; ognuna di esse indica una chiesa che la basilica potrebbe contenere. La stella relativa a Notre Dame si trova a soli due terzi della basilica. Una sorpresa, che aiuta a comprendere bene la dimensione reale del tempio!

5. La cupola sarebbe dovuta essere parte della facciata

Se hai l’occasione di andare Roma e fare una passeggiata lungo i balconi di Villa Medici o visitare la chiesa di Trinità dei Monti, potrai godere di una vista spettacolare della cupola, che emerge nettamente dagli altri monumenti.

Tuttavia, prendendo la famosa Via della Conciliazione, che porta direttamente alla basilica, ti renderai conto che la cupola scompare progressivamente dietro la facciata. Infatti, secondo il progetto originario, la basilica doveva essere costruito con una pianta a croce greca; Carlo Maderno modificò però il progetto e optò per una croce latina. Ne conseguì una deformazione della prospettiva della cupola, che appare più piccola man mano che ci si avvicina ad essa.

6. Bernini ha lasciato il suo rosario in una delle colonne del baldacchino

Uno dei più impressionanti tesori della Basilica è senza dubbio il baldacchino realizzato dal Bernini. Situato sull’altare papale e la tomba di San Pietro, si compone di quattro colonne tortili che si ergono fino alla cupola e sorreggono il globo e la croce. Tuttavia, avvicinandosi alla colonna posteriore sinistra, è possibile distinguere il rosario del Bernini, appoggiato alla base. Un patrimonio a dir poco unico!

Conoscevi questi dettagli? Se desideri assicurartene personalmente, basta prendersi qualche giorno di vacanza in terra romana e vederli con i tuoi stessi occhi; sicuramente scoprirai inoltre altre curiosità durante il tuo viaggio!

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Valerio Evangelista]

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Perchè scegliere di consacrarsi al Signore sia per un uomo che per una donna, oggi. Ce lo spiegava San Giovanni Paolo II e ce lo dimostra una bella intervista a Suor Fulvia, monaca agostiniana del Monastero Santi Quattro Coronati a Roma …

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 29 settembre 1993

 

“Non vos me elegistis sed ego elegi vos”. Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi. Con queste parole vorrei incominciare la catechesi che si trova in un grande ciclo di catechesi sulla Chiesa. In questo grande ciclo si trova la catechesi sulla vocazione al sacerdozio. Le parole che Gesù ha detto agli apostoli sono emblematiche e si riferiscono non solamente ai Dodici, ma si riferiscono a tutte le generazioni delle persone che Gesù Cristo ha chiamato attraverso i secoli. Si riferiscono in senso personale ad alcuni: parliamo della vocazione sacerdotale, ma pensiamo, allo stesso tempo anche alle vocazioni alla vita consacrata, maschile e femminile. È un problema centrale per la Chiesa, per la fede, per il futuro della fede in questo mondo: le vocazioni. Le vocazioni, ogni vocazione è un dono di Dio secondo queste parole di Gesù. Io ho scelto voi. Allora è una scelta, una elezione di Gesù che tocca sempre la persona, ma questa persona vive in un certo contesto di famiglia, di società, di civiltà, di Chiesa. Allora, la vocazione è un dono, ma è anche la risposta a questo dono. Come ciascuno di noi come il chiamato, il prescelto, sappia rispondere a questa chiamata divina dipende da molte circostanze, dipende da una certa maturità interiore della persona, dipende da quella che è detta collaborazione con la Grazia di Dio.

Saper collaborare, saper ascoltare, saper seguire. Sappiamo bene, ci ricordiamo, che Gesù a quel giovane nel Vangelo ha detto: “Seguimi”. Saper seguire, e quando si segue allora la vocazione e matura, la vocazione si realizza, si attualizza. E questo è sempre per il bene della persona e della comunità.

La comunità, da parte sua, deve anche saper rispondere a queste vocazioni che nascono dentro i suoi ambiti. Nascono nella famiglia, e deve saper collaborare con la vocazione la famiglia. Nascono nella parrocchia, e deve saper collaborare con la vocazione la parrocchia. Sono gli ambienti della vita umana, dell’esistenza: ambienti esistenziali.

La vocazione, la risposta alla vocazione, dipende in altissimo grado dalla testimonianza di tutta la comunità, della famiglia, della parrocchia. Sono le persone che collaborano alla crescita delle vocazioni. Sono i sacerdoti che, con il loro esempio, attirano i giovani e facilitano la risposta a questa parola di Gesù: “Seguimi”. Coloro che hanno ricevuto la vocazione devono saper dare un esempio di come si segue.

Nella parrocchia oggi sempre più si vede che alla crescita delle vocazioni, all’opera vocazionale, contribuiscono specialmente i Movimenti e le Associazioni. Uno dei Movimenti, o piuttosto Associazioni, che è tipico della parrocchia, è quello dei chierichetti, dei ministranti.

Questo serve molto alle future vocazioni. Così era in passato. Molti sono diventati sacerdoti essendo prima chierichetti, ministranti. Anche oggi serve, ma si devono sperimentare le diverse strade, le diverse – possiamo dire – metodologie: come collaborare con la chiamata divina, con la scelta divina, come compiere, contribuire a compiere, queste parole di Gesù: la messe è grande, ma gli operai sono pochi. E questo è vero. È sempre grande la messe, sempre gli operai sono pochi, specialmente in alcuni paesi.

Ma dice Gesù: pregate per questo il Signore della messe. Allora, per tutti noi, senza eccezione, resta soprattutto il dovere della preghiera per le vocazioni. Se ci sentiamo coinvolti nell’opera redentrice di Cristo e della Chiesa, dobbiamo pregare per le vocazioni. La messe è grande.

Sia lodato Gesù Cristo!

Questo il testo del discorso preparato per l’Udienza generale che il Santo Padre ha rinunciato a leggere preferendo rivolgersi ai fedeli con espressioni improvvisate.

1. Quando si parla di sacerdozio, il linguaggio – ispirato alla Bibbia – esprime una concezione che non riguarda una professione o un mestiere paragonabile a quelli catalogati nel mondo delle cose “profane”. È quasi istintivo, nello stesso linguaggio e nel processo mentale che porta a usare quel termine, il riferimento al “sacro”: sia come missione e ufficio che si assume, sia come stato di vita che si abbraccia. È un legame semantico (si può dire), nel quale si riflette non solo la tradizione terminologica cristiana, ma anche l’istituzione del sacerdozio conferito da Gesù agli Apostoli e, per essi, ai loro successori, cooperatori e continuatori nei secoli.

Per essere ammessi in questo ambito del “sacro” derivante dal sacerdozio, occorre una vocazione, intesa non nel senso sociologico e psicologico di propensione, talento, attitudine, ecc., ma come chiamata, dono, opera di Dio. È un fatto di grazia, che appartiene al mistero delle libere e gratuite elargizioni di Dio agli uomini e dell’azione che Cristo-Capo svolge nella Chiesa, come suo Corpo in continuo sviluppo (cf. Col 2, 19; Ef 4, 11-12-15-16), per opera dello Spirito Santo (cf. Ef 2, 22; 1 Pt 2, 5). Secondo San Paolo, le varie vocazioni ecclesiali sono stabilite da Dio (cf. 1 Cor 12, 28) e sono doni di Cristo (cf. Ef 4, 7. 11). Specialmente la vocazione sacerdotale è da annoverarsi tra questi doni; tanto più che per i Presbiteri (e per i Vescovi) valgono quelle parole di Gesù agli Apostoli circa i tralci dell’“unica vite”: “Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi e vi ho costituiti perché andiate e portiate frutto…” (Gv15, 16; cf Gv 15, 1-2).

2. E tuttavia anche la vocazione, pur essendo una chiamata gratuita di Dio, esige la cooperazione umana, prima di tutto da parte del soggetto medesimo. Una volta accertati i segni della vocazione e accolto liberamente l’invito a seguire Cristo, convalidato dal Vescovo, egli deve corrispondere con la disponibilità, l’ubbidienza, la donazione di sé, la preparazione richiesta sia per l’acquisto delle virtù, sia per l’apprendimento e la formazione al ministero, sia per il necessario “curriculum” di studi e di esercitazioni pastorali. È una questione di responsabilità personale, nella quale ogni “chiamato” deve impegnarsi, con l’aiuto degli organi ecclesiali, da attrezzare e rendere sempre più adatti. Qui ci preme, però, parlare della cooperazione di tutta la comunità cristiana alla scoperta, al discernimento e alla promozione delle vocazioni sacerdotali. È un’opera comune, perché comune è l’interesse e il bene della Chiesa, e quindi il dovere di cooperare. Come dice il Concilio Vaticano II: “Il dovere di dare incremento alle vocazioni sacerdotali spetta a tutta la comunità cristiana” (Optatam totius, 2; Pastores dabo vobis, 34-41).

Il Concilio indica poi i compiti e i doveri che, nella comunità cristiana, spettano ad alcune istituzioni in particolare. Prima di tutto lefamiglie, “le quali, se animate da spirito di fede, di carità e di pietà, costituiscono come il primo seminario” (Optatam totius; 2). Nell’ambiente familiare sano e pio, ordinariamente, si è trovato in tutti i tempi il vivaio migliore delle vocazioni. Il coefficiente più valido e fecondo per il loro fiorire è stata la preghiera in famiglia. Dovremo sempre ricordare che molti risultati dell’azione ecclesiale e del ministero pastorale derivano da famiglie umili, ma di vita cristiana semplice e sincera.

Oltre alle famiglie, le parrocchie, “della cui vita fiorente entrano a far parte gli stessi adolescenti” (Ivi). Sono vivai più grandi, dove non solo viene integrata e completata l’educazione familiare, ma spesso si manifestano, si sviluppano, si alimentano le vocazioni, sia al sacerdozio sia alla vita religiosa. Certe parrocchie sono celebri per il numero e la qualità dei membri che hanno dato e in qualche misura ancora danno al clero diocesano ed agli istituti religiosi. All’origine di tutto, generalmente, c’è qualche santo prete, qualche religiosa, o altri educatori ed educatrici, che vivevano di fede e di amore alla Chiesa.

Il Concilio fa una esortazione agli educatori e ai dirigenti di associazioni giovanili, perché “cerchino di coltivare gli adolescenti loro affidati in maniera che essi siano in grado di scoprire la vocazione divina e di seguirla con generosità” (Optatam totius, 2). Anch’io vorrei attirare l’attenzione degli educatori cristiani sulle loro possibilità e responsabilità in questo campo. Ricordino che una vocazione può nascere e svilupparsi da una loro parola, da una loro testimonianza di vita e di preghiera.

3. Ma le sorti delle vocazioni, e quindi del clero e della Chiesa, sono soprattutto nelle mani degli stessi Presbiteri: “Tutti i Sacerdoti – raccomanda il Concilio – dimostrino il loro zelo apostolico massimamente nel favorire le vocazioni, e con la loro vita umile, operosa, vissuta con interiore gioia, come pure con l’esempio della loro scambievole carità sacerdotale e della loro fraterna collaborazione, attirino verso il sacerdozio l’animo degli adolescenti” (Optatam totius, 2). E un’esperienza universale, questa, nella Chiesa. Le vocazioni nascono dalle vocazioni: è come un patrimonio che viene trasmesso di generazione in generazione, o una bella catena nella quale molti anelli si intrecciano successivamente per derivazione di fede, di carità, di preghiera, di zelo, da prete a prete, soprattutto quando si vive e si testimonia la donazione totale di sé a Cristo. Dovrebbe essere santa ambizione di ogni Presbitero far germinare dal proprio sacerdozio almeno un altro anello della catena che deve prolungare nei secoli la sequela di Cristo e il servizio alle anime.

Il Concilio richiama infine la missione dei Vescovi, i quali, oltre a favorire in questo campo lo stretto collegamento di tutte le energie e di tutte le iniziative, dovranno comportarsi “come padri nell’aiutare senza risparmio di sacrifici coloro che giudicheranno chiamati da Dio” (Optatam totius, 2). Conosciamo la storia di tanti santi Vescovi ai quali è dovuto se molti giovani sono potuti arrivare al sacerdozio. Essi hanno agito validamente, quasi sempre in silenzio, per assicurare al popolo cristiano e alla Chiesa ottimi Presbiteri, molte volte addirittura dei santi.

Qui ricorderò che nel Direttorio sul ministero pastorale dei Vescovi “Ecclesiae Imago”, del 22 febbraio 1973, è detto che la cura delle vocazioni è loro “dovere primario” (Ench. Vat., IV, 2264-2265) e io stesso nella Pastores dabo vobis ho ribadito che spetta ai Vescovi, con l’aiuto dei Presbiteri e di tutta la comunità diocesana, promuovere e sostenere le vocazioni tra i fanciulli e tra i giovani, aiutandone lo sviluppo (nn. 63-64).

4. Utile, a tal fine, è anche il Seminario minore, istituito per offrire un ambiente adatto allo sviluppo della vocazione, che può manifestarsi molto presto, ma ha bisogno di condizioni particolarmente favorevoli per affermarsi e irrobustirsi nella coscienza e nella volontà giovanile.

Anche altre forme di accompagnamento vocazionale possono essere predisposte, come ad esempio i gruppi vocazionali per adolescenti e per giovani, gli incontri sistematici, i periodi di sperimentazione ecc.: in non pochi luoghi stanno dando ottimi risultati.

In ogni caso, la promozione delle vocazioni sacerdotali deve svolgersi nel rispetto della libertà personale di ciascuno, pur nell’impegno di sostenerla spiritualmente ed ecclesialmente. Il rispetto della libertà non deve perciò impedire di proporre nei dovuti modi – almeno a coloro che “possono capire” – l’ideale del sacerdozio e la dottrina evangelica della vocazione. Un’autentica pastorale vocazionale “non si stancherà mai di educare i ragazzi, gli adolescenti e i giovani al gusto dell’impegno, al senso del servizio gratuito, al valore del sacrificio, alla donazione incondizionata di sé” (Pastores dabo vobis, 40).

Anche sotto l’aspetto della formazione umana della personalità, è importante la formazione a questi princìpi e valori di vita. Oggi suscitano speranze le esperienze del volontariato, che possono servire anche a far maturare delle vocazioni, se sono evangelicamente vissute. E la via bella e fruttuosa di molti giovani.

5. Ma tutti, nella Chiesa, oggi più che mai, devono assumere la loro responsabilità in questo campo, con spirito di fede e di speranza, ricordando il dovere di preparare condizioni adatte alla vita spirituale anche per le generazioni future. In varie regioni si nota una “crisi” delle vocazioni, specialmente dove la mentalità secolaristica e la comodità della vita sembrano operare come una sorta di anestesia morale che toglie la capacità di reagire al materialismo edonistico e rende insensibili alle attrazioni dell’interiorità, della preghiera, del sacrificio di sé.

Ci sono tuttavia in molti luoghi dei segni di risveglio spirituale, specialmente in tanti giovani. Non ci sono condizioni socio-culturali difficili che possano impedire alla grazia dello Spirito Santo di penetrare nei cuori e di suscitare nella Chiesa nuove leve di operai della messe di Cristo. Certo, bisogna corrispondere all’azione della grazia, come individui e come comunità.

Gesù invitava i discepoli a “pregare il padrone della messe che mandi operai nella sua messe” . L’invito e l’esortazione sono anche per i suoi discepoli di oggi: i Vescovi, i Presbiteri, i Religiosi e le Religiose, i fedeli tutti, che il Concilio chiama ad occuparsi delle vocazioni e a pregare perché esse siano numerose, buone e perseveranti. In fondo, anche la risposta positiva alla vocazione è un dono di grazia da chiedere al Signore. “Tutto è grazia”: anche il meraviglioso sì con cui un giovane o un adulto, o persino un fanciullo aspirante al sacerdozio, esprime la sua risposta d’amore all’amore. “Tutto è grazia”: e in base a questa certezza, la Chiesa prega e opera per le vocazioni con cuore colmo di speranza.

pubblicazione da Vatican.va a SPV a cura di carlo mafera (ricordando il compianto amico Gianmalio Gianturco che l’ha conosciuta e le ha dedicato una poesia)

Il potere curativo del preziosissimo sangue di Gesù

Preghiera di Liberazione: Preziosissimo Sangue di Gesù

Dobbiamo essere custoditi sotto il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo

Dobbiamo essere custoditi sotto il Sangue di Nostro Signore Gesù Cristo. Per questo vi invito a recitare questa preghiera, che sarà sicuramente fonte di guarigione e liberazione.

Il sangue sulle vostre case sarà il segno che voi siete dentro: io vedrò il sangue e passerò oltre, non vi sarà per voi flagello di sterminio, quando io colpirò il paese d’Egitto (Esodo 12, 13)

E la Parola di Dio ci conferma:

Se il sangue dei capri e dei vitelli e la cenere di una giovenca, sparsi su quelli che sono contaminati, li santificano, purificandoli nella carne, quanto più il sangue di Cristo, che con uno Spirito eterno offrì se stesso senza macchia a Dio, purificherà la nostra coscienza dalla opere morte, per servire il Dio vivente? (Ebrei 9,13-14)

Signore Gesù Cristo, nel tuo nome e con il potere del tuo Preziosissimo Sangue, sigilliamo ogni persona, fatto o evento attraverso cui il nemico ci voglia pregiudicare.

Con il potere del Sangue di Gesù, sigilliamo ogni potenza distruttrice nell’aria, sulla terra, nell’acqua, nel fuoco, sotto terra, negli abissi dell’inferno e nel mondo in cui oggi ci muoveremo.

Con il potere del Sangue di Gesù spezziamo ogni interferenza e azione del Maligno. Ti chiediamo, Signore, di mandare nelle nostre case e nei nostri luoghi di lavoro la Santissima Vergine Maria, accompagnata da San Michele, San Gabriele, San Raffaele e tutta la loro corte di santi angeli.

Con il potere del Sangue di Gesù, sigilliamo la nostra casa, tutti coloro che la abitano (nominare ciascuno), le persone che il Signore invierà loro e tutti gli alimenti e i beni che ci concede generosamente per il nostro sostentamento.

Con il potere del Sangue di Gesù, sigilliamo terra, porte, finestre, oggetti, pareti e pavimenti, l’aria che respiriamo, e nella fede poniamo un cerchio del suo Sangue intorno a tutta la nostra famiglia.

Con il potere del Sangue di Gesù, sigilliamo i luoghi in cui ci recheremo in questa giornata e le persone, le imprese e le istituzioni con cui tratteremo.

Con il potere del Sangue di Gesù, sigilliamo il nostro lavoro materiale e spirituale, gli affari della nostra famiglia, i veicoli, le strade e qualsiasi mezzo di trasporto che dovremo utilizzare.

Con il tuo Preziosissimo Sangue, sigilliamo le azioni, le menti e i cuori della nostra Patria affinché possano regnarvi la tua pace e il tuo cuore.

Ti ringraziamo, Signore, per il tuo Preziosissimo Sangue, mediante il quale siamo stati salvati e preservati da ogni male. Amen.

[Traduzione dal portoghese a cura di Roberta Sciamplicotti]

La forza della Croazia sta nella fede in Dio del proprio allenatore

Dio, il rosario e Medjugorje: la forza dell’allenatore della Croazia è la fede

gualtiero boffi/Shutterstock – Creative Commons Attribution
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Zlatko Dalic ha portato i suoi ragazzi alla finale mondiale anche grazie a valori cattolici che molto spesso non esistono più nel calcio. Provate a leggere i suoi “consigli”

Zlatko Dalic è l’allenatore della Croazia, finalista ai mondiali. Prima di questa competizione non era molto conosciuto, sopratutto in Italia. Le luci della ribalta sono arrivate con le perfomance dei suoi giocatori, che sono molto legati e a lui e al suo modo di allenare. Perchè Dalic insegna loro non solo le tattiche calcistiche, ma tramanda valori che in uno sport come il calcio si stanno perdendo.

Dalic è cattolico praticante, fin da piccolo fu ministrante nella chiesa francescana vicino casa a Livno, in tempi, quelli del comunismo del dittatore Tito, nei quali mostrare pubblicamente la fede cattolica era spesso motivo di persecuzione, sia a scuola sia sul lavoro.

“E’ necessario credere”

«Ciascuno di noi – ha detto Dalic in un’intervista a Glas Koncila, settimanale ufficioso dell’Arcidiocesi di Zagabria – in un modo o nell’altro porta la sua croce».

Vengono momenti difficili, e l’uomo non deve arrendersi, lasciarsi affondare, cadere. Tuttavia, «solo con la fede l’uomo può tornare in modo più qualitativo sulla strada giusta. E’ necessario portare la croce nel modo più dignitoso possibile, portarla con fortezza e forza. Nelle situazioni che sembrano senza uscita, si trova una soluzione, tuttavia è necessario credere».

Il rosario in tasca

Dalic pensa che «Dio è presente quotidianamente nella mia famiglia e nella mia vita,… e per tutto ciò che ha fatto nella mia vita posso ringraziare la fede e il buon Dio».

Quando viene inquadrato dalle telecamere, svela La Nuova Bussola quotidiano, Dalic assume talvolta una posa un po’ strana, ha cioè la mano destra in tasca e con la mano sinistra dà indicazioni ai suoi giocatori. Lo stesso CT croato fornisce la spiegazione di questo fatto: «Il rosario è sempre con me, e quando mi sento un po’ agitato, metto la mano in tasca, stringo il rosario, e tutto diventa più semplice».

Devoto a Medjugorje

Il rosario, luogo dove si reca a pregare e dove è andato prima di partire per la Russia, non è una sorta di amuleto usato con superstizione ma il segno concreto con il quale il Commissario Tecnico della Croazia, per l’intercessione di Maria, si affida con fede al Signore in ogni momento della sua vita, anche professionale, per farsi guidare e trovare la pace interiore nei momenti di maggiore agitazione.

Affidarci a Dio nel bene o nel male, farsi guidare dall’amore di Dio Padre in ogni istante della propria vita. E’ questa la lezione che ci consegna questo uomo che domenica si giocherà la vittoria dei mondiali di calcio contro la Francia.

San Filippo Neri ha insegnato nel suo oratorio che la libertà è frutto di un cammino di liberazione, che la maturità nasce dalla crescente consapevolezza della responsabilità a cui l’uomo è chiamato, che l’umanità va presa decisamente sul serio in tutta la sua interezza, come fa Dio

Ancora sul nuovo film “Preferisco il Paradiso”: la realtà storica di San Filippo Neri ed il personaggio della fiction televisiva, di Edoardo Aldo Cerrato

– Scritto da Redazione de Gliscritti: 16 /09 /2010 – 13:28 pm | Permalink
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Riprendiamo dal sito ufficiale della Procura Generale della Confederazione dell’Oratorio di San Filippo Neri un articolo apparso il 15 settembre 2010. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line. Un precedente articolo di padre Cerrato, sullo stesso tema, apparso il 14 luglio 2010, è disponibile on-line su questo stesso sito al link Il nuovo film su San Filippo Neri, programmato da Raiuno. A proposito di “Preferisco il Paradiso”, di Edoardo Aldo Cerrato.

Il Centro culturale Gli scritti (15/9/2010)

pubblicazione su SPV da http://www.gliscritti.it – rimovibile

Chi vuol conoscere lo svolgimento storicamente documentato della vita di san Filippo Neri, non lo cerca, certo, in una fiction televisiva, che si esprime nel linguaggio del suo genere e risponde ad esigenze ben diverse da quelle della storiografia.

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Non lo cercherà, dunque, in Preferisco il Paradiso – realizzato dalla Lux Vide di Matilde e Luca Bernabei per Rai Fiction e diretto da Giacomo Campiotti e scritto da Giorgio Mariuzzo, Monica Zapelli e Mario Ruggeri – che pure ha colto (in profondità, direi; e di questo c’è molto da rallegrarsi) il nucleo essenziale del messaggio di padre Filippo, il senso della sua dedizione sacerdotale, l’amore per la preghiera (espressa con vere giaculatorie del santo, spesso da lui ripetute), la fede in Dio come fondamento dell’esistenza, il nucleo e il metodo della proposta di Filippo educatore: crescere ed aiutare a crescere in quella adesione al puro Vangelo che, nella vita di Filippo, si tradusse in semplicità, in fiducia nell’umano (sempre preso sul serio, mai censurato), nella fuga da ogni artificio e complicazione, nella costante ricerca ed accoglienza dell’essenziale; nella gioia che Filippo visse non con spensieratezza, ma con la letizia del cristiano a cui non sono estranei – come il film esprime molto bene, a differenza di una certa vulgata filippiana, non solo cinematografica – anche momenti di “tristezza”, quella che coglie l’uomo quando più profondamente percepisce la sua inadeguatezza e si accorge che tutto è troppo poco in relazione al desiderio di pienezza che zampilla nel cuore umano; quella che si risolverebbe in pura negatività se si cercasse di “bypassarla” artificiosamente, anziché cogliere la “provocazione” in essa contenuta, l’appello di Colui che sempre chiede all’uomo di andare oltre per scoprire l’«unum necessarium», l’unica cosa indispensabile di cui parla Cristo.

La fiction – è suo pregio evidente, insieme alla bravura di Gigi Proietti nell’interpretare il personaggio ed alla riuscita scenografia – presenta tutta questa ricchezza di contenuti. Ma la esprime, talora vi allude, attraverso episodi fantasiosi, inventati ad hoc (per esigenze che sfuggono a chi, come me, è inesperto in questo campo), mentre la storia reale di Filippo Neri possiede tutto quanto è necessario per rappresentare quegli stessi contenuti.

L’osservazione non sembri pretenziosa: ha lo scopo di prevenire l’obiezione che sicuramente verrà da chi ha letto anche solo una delle più semplici biografie del santo, senza neppure addentrarsi nelle non poche messe a disposizione anche da recenti pregevoli pubblicazioni. Lo spettatore che un poco conosca la vita di padre Filippo, immediatamente coglierà nella fiction molte incongruenze storiche: a partire dalla prima, l’arrivo a Roma di Filippo già prete, e di una certa età, con l’intenzione dichiarata di partire per le Indie con i missionari di padre Ignazio di Lojola, mentre Filippo giunse a Roma poco meno che ventenne, senza un preciso progetto, attirato unicamente dal bisogno di realizzare ciò che il primo biografo, Antonio Gallonio, espresse con la profondità di un sintetico «sequi Christum vocantem»: seguire Cristo che chiama; da quella – su cui tutto lo svolgimento della vicenda scenica è poi impostato – di Filippo che fonda l’Oratorio per dei ragazzini, mentre l’Oratorio nasce come strumento di formazione per giovani e adulti di tutti i ceti sociali, ed i ragazzi di cui padre Filippo marginalmente si occupava – accompagnandoli talora al Gianicolo per giocare con essi «facendosi fanciullo con i fanciulli sapientemente» – erano i figli di coloro che partecipavano agli incontri oratoriali; da quella di Filippo prete che incontra a Roma don Persiano Rosa già all’opera nella confraternita della Carità, quando invece l’incontro avvenne tra il Rosa, prete a san Girolamo, e il giovane Filippo ancora laico, nei lunghi anni da lui trascorsi tra gli studi, la intensa vita di preghiera, il servizio degli ammalati abbandonati nei vari ospedali… Si potrebbe continuare a lungo – e tutta la pellicola offre l’occasione per farlo – ma non è il caso: una fiction, come si è detto, non è un documentario storico e chi vuole conoscere la storia si affida ad altri strumenti.

Direi che Preferisco il Paradiso – titolo davvero apprezzabile, perché mette in chiaro, fin da subito, la vera prospettiva di Filippo e la sua fondamentale aspirazione – è una artistica sintesi della figura del santo: come quella prodotta da bravi pittori che, nel rappresentare il Neri sulla tela, non si affiggono a delinearne singoli dettagli, ma inventano una figura che esprima l’insieme: così, ad esempio, è accaduto quasi sempre quando Filippo è stato raffigurato anziano in abiti sacerdotali o in paramenti liturgici, per rappresentare gli effetti prodotti lungo tutto il corso della sua vita dalla “pentecoste di fuoco”, ricevuta in dono nelle catacombe quando egli era ancora laico e cercava la propria vocazione: solo all’età di trentasei anni, infatti, su istanza di Persiano Rosa, suo confessore, Filippo giunse a chiedere l’ordinazione sacerdotale.

Ho visto una sola volta la fiction, per gentile invito della Lux, prima che il 19 e 20 settembre sia messa in onda su Raiuno; la mia è perciò una prima impressione, ma sostanzialmente positiva: dentro ad una vicenda che per tanti aspetti storicamente non è sua, è Filippo che vive e testimonia ciò che i fatti storici della sua vita reale riportano.

Il Filippo della fiction è prete, e lo si vede chiaramente non solo dall’abito che porta: un prete consapevole del compito a lui affidato; credibile perché credente; scanzonato ma senza eccessi, dotato di un bel temperamento umano, ma plasmato dalla Grazia di Dio – un prete che si confessa, oltre che confessare! –; riformatore ma umilmente fedele alla Chiesa ed alla Autorità ecclesiastica anche quando è da essa sottoposto a prove decisamente severe; capace di annunciare la fede attraverso una catechesi molto semplice, ma che attinge al cuore del cristianesimo: Dio è Padre, noi siamo suoi figli; siamo fratelli tra noi e la carità è l’indispensabile realizzazione della fede vissuta; un prete generosamente dedito all’attività e, in uguale misura, alla contemplazione, senza nessun «insanabile dissidio – come disse Proietti in una recente intervista – tra l’assoluto desiderio di sprofondare nella meditazione e nella preghiera e il bisogno prepotente di dedicarsi agli umili, ai malati, a chi era rimasto senza amici e senza risorse»: conflitto che Filippo non conobbe, poiché il passaggio dalla “meditazione” alla “dedicazione” non comportò per lui il lasciar qualcosa per qualcos’altro, ma fu «lasciare Cristo per Cristo» come egli diceva, costante assertore, fin sul letto di morte, di una convinzione espressa dalle parole – che sarebbe stato gradito ascoltare nella fiction – «Chi vuol altro che non sia Cristo non sa quel che si voglia, chi fa e non per Cristo non sa quel che si faccia».

Questo messaggio di padre Filippo, che nello sceneggiato è chiaramente presente, continua ad essere proposto anche nella seconda parte della fiction, e qui con qualche fedeltà alla reale vicenda storica: l’apostolato nell’Oratorio costituito da adulti e non solo da ragazzini; la nascita della Congregazione attraverso la vocazione sacerdotale di giovani cresciuti nell’Oratorio e desiderosi di fare quel che Filippo faceva; la figura del Baronio, assai romanzata, ma con richiami evidenti ad alcuni aspetti della realtà storica

Risuona alcune volte, anche in Preferisco il Paradiso, l’espressione «State buoni, se potete» attinta dalla vulgata filippiana, senza che nessuna delle fonti la riporti, e divenuta quasi la sintesi della impostazione educativa di padre Filippo; nella fiction si comprende però che tale formulazione è l’indicazione di un metodo, non il contenuto di una pedagogia; e soprattutto si comprende che essa si riferisce non all’ambito del comportamento morale, ma a quello della esuberanza dei ragazzi, come sarebbe evidente se la frase fosse pronunciata in romanesco: “statte bbono” è un invito a star fermi, a stare calmi, e con l’aggiunta “… se potete” esprime il realistico buon senso di Filippo che non guarda mai all’uomo in astratto, ma si rapporta con l’uomo concreto, accolto ed amato – come fa Dio – nelle situazioni dell’esistenza. É dentro di esse, infatti, che può prendere avvio il cammino verso un “oltre”, verso il Paradiso che è, sì, del cielo, in pienezza e definitività, ma che incomincia quaggiù sulla terra, come il primo chiarore dell’alba, nella paziente trasformazione del cuore umano operata da Dio, e nell’attesa operosa che quel chiarore diventi il mare di luce del mezzogiorno.

«Preferisco il Paradiso», detto da padre Filippo, non è perciò l’atteggiamento di chi, inerte, guarda verso la meta ultraterrena: è un protendersi ad essa come risposta ad un invito profondamente corrispondente al cuore dell’uomo, come impegno concreto di un uomo disponibile a collaborare affrontando le difficoltà del viaggio: con i passi richiesti dal cammino, i gesti, il cuore, i sentimenti, l’intelligenza, la ragione, le decisioni e le scelte; con uno sguardo costantemente attento alla realtà; con una gratitudine commossa di fronte all’amore di Dio che abbraccia e coinvolge tutto l’umano; con una pacatezza ed un senso dell’ironia che consentono di non assolutizzare ciò che assoluto non è; con una serietà lieta – la «gioia pensosa» che Wolfgang Goethe attribuì a Filippo – nell’affrontare l’avventura della salvezza offerta da Dio.

Un augurio è che gli spettatori possano cogliere in questa fiction la testimonianza di un cristiano che, anziché disquisire sulla emergenza educativa o, peggio, limitarsi al lamento, ha impegnato se stesso a risolverla, e c’è riuscito non mediante elaborati progetti e gelide imposizioni di regole, ma mostrando con la propria vita affascinante che la libertà è frutto di un cammino di liberazione, che la maturità nasce dalla crescente consapevolezza della responsabilità a cui l’uomo è chiamato, che l’umanità va presa decisamente sul serio in tutta la sua interezza, come fa Dio.

Quasi 4 giovani diplomati e laureati di 15-34 anni su 10 svolgono un lavoro inadeguato rispetto al proprio titolo di studio

Giovani in trappola

Sono 1,5 milioni in Italia i diplomati e laureati sottoinquadrati. L’ipoteca sul futuro dei giovani comincia nella scuola, prosegue con il lavoro non qualificato e finisce con la mobilità sociale bloccata (solo il 10,6% dei genitori con la licenza media ha figli laureati). La ricerca di un impiego è ancora un fatto privato: solo il 4,7% dei laureati ha trovato lavoro grazie ai centri per l’impiego

Comunicato Stampa – Censis – Roma, 14 giugno 2018 – L’ipoteca sul futuro dei giovani inizia dal percorso scolastico. Il voto ottenuto all’esame di licenza media seleziona rigidamente il percorso scolastico successivo dei ragazzi. Nell’ultimo anno scolastico solo il 22% di chi ha preso 6 alla licenza media è andato al liceo, gli altri si sono iscritti agli istituti tecnici o professionali. La quota di ragazzi che scelgono il liceo aumenta al crescere del voto ottenuto all’esame di licenza media: il 40,4% di chi prende 7, il 62,9% di chi prende 8, l’81% di chi prende 9, il 90,9% di chi prende 10 e il 94,2% di chi prende 10 con lode. Considerati gli studenti che hanno conseguito la licenza media nell’anno scolastico 2010/2011, dopo 5 anni tra coloro che hanno preso 6 come voto all’esame finale il 69% non è ancora arrivato al diploma di maturità, come il 37,4% di chi ha preso 7, solo il 16,9% di chi ha preso 8, appena il 6,5% di chi ha preso 9 e il 2,8% di chi ha preso 10 o 10 con lode. È una selezione rigidissima, che nel percorso formativo successivo smista gli studenti in base al voto e che a cinque anni di distanza si limita quasi sempre a confermare le performance precedenti. In sintesi: se sei bravo alle scuole medie, sarai bravo alla maturità. Al contrario, se sei scarso alle medie, sarai scarso alla maturità, alla quale arriverai con ritardo o forse mai. Di fatto, il sistema scolastico non promuove il cambiamento: riflette e conferma le performance iniziali dei giovani. È per questo che possono rivelarsi molto utili servizi di orientamento in grado di informare i giovani per favorire le scelte migliori: una sfida inedita da includere nei servizi garantiti alle famiglie dei lavoratori dal welfare aziendale. È quanto emerge dal Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale.

La selezione sociale all’università. Nell’anno accademico 2016-2017 si è immatricolato all’università il 21,8% degli studenti diplomati che alla maturità hanno preso 60, il 33,4% di quelli che hanno ottenuto un voto finale compreso tra 61 e 70, il 47% di quelli che ne hanno conseguito uno tra 71 e 80, il 61,9% di quelli che hanno preso un voto tra 81 e 90, il 72,2% degli studenti che si sono diplomati con un voto tra 91 e 99, l’83,4% se hanno preso 100 e il 91,3% se si sono diplomati con 100 con lode. E alla maturità nei licei è solo il 7,3% degli studenti a prendere 100 e appena l’1,9% a prendere 100 con lode. Nell’ultimo anno accademico si è immatricolato all’università il 73,8% dei liceali diplomati, solo il 33,1% dei ragazzi che hanno terminato gli studi agli istituti tecnici e l’11,3% di chi ha frequentato gli istituti professionali. Anche in questo caso la scrematura è rigida, predeterminata in base al percorso di formazione iniziale. Emerge il ritratto di una scuola lontana dalla retorica che la dipinge come accogliente e buonista, «mammona». È invece fortemente ancorata alla valutazione quantitativa: il voto annuncia precocemente i successi o i fallimenti futuri dei giovani.

Risultati immagini per giovani disoccupati

Il sottoinquadramento nel lavoro come destino. Quasi 4 giovani diplomati e laureati di 15-34 anni su 10 svolgono un lavoro inadeguato rispetto al proprio titolo di studio: si tratta complessivamente di 1,5 milioni di giovani. Lo scorso anno i forzati del demansionamento sono stati il 41,2% dei diplomati e il 32,4% dei laureati. La metà (il 50,1%) dei 15-34enni occupati che si sono diplomati al liceo svolge un lavoro inadeguato rispetto al titolo di studio posseduto, così come il 37,3% dei diplomati presso gli istituti tecnici, il 40,8% per gli istituti professionali, il 41,3% dei giovani con qualifica professionale triennale. Al top del sottoinquadramento nel lavoro ci sono quindi i liceali diplomati che non sono andati all’università: uno su due fa un lavoro inadeguato rispetto al proprio percorso di studio.

I centri per l’impiego, fantasmi del mercato del lavoro. La trappola per i giovani scatta anche nella ricerca del lavoro, che è ancora un esercizio affidato prevalentemente alle relazioni personali e in cui contano poco le istituzioni, come i centri per l’impiego. Tra i laureati nel 2011 che hanno trovato lavoro, solo il 4,7% deve ringraziare un centro per l’impiego, mentre per il 32,8% hanno funzionato gli annunci e l’invio del curriculum, il 24,3% ha potuto contare su amici e conoscenti, per l’11% il merito va a stage e tirocini, per il 9,8% alle segnalazioni dell’università, il 9,9% ha scelto di avviare un’attività autonoma, il 7,6% ha vinto un concorso pubblico. Le azioni per trovare lavoro messe in campo nel 2017 dai 15-34enni sono state: per l’84,9% rivolgersi ad amici e conoscenti, per l’80,7% l’invio del cv e i colloqui, il 75,4% ha consultato offerte sui giornali o sul web, il 26,4% è entrato in contattato con un centro per l’impiego, il 16,5% si è rivolto a un’agenzia interinale, il 9% ha fatto domanda o ha partecipato a un concorso pubblico, l’1,7% ha avviato un’attività di lavoro autonomo.

Scuola bloccata in una società bloccata. Il 60,5% delle persone laureate con figli ha figli che si sono laureati. Tra i genitori diplomati la quota scende al 34,8% e crolla al 10,6% tra le persone che hanno conseguito solo la licenza media. Se difficilmente si risale da basse performance scolastiche, altrettanto difficilmente si sale nella scala sociale rispetto alla propria famiglia d’origine. Di fatto, la scuola conferma le disuguaglianze più che combatterle. E mentre la scuola non aiuta i giovani a salire, oggi le imprese li tengono imprigionati in basso con il lavoro scarsamente qualificato. Possono allora dare un contributo importante servizi di orientamento formativo che aiutino i giovani a scegliere i percorsi scolastici e lavorativi che ne valorizzino al meglio i talenti e le competenze fuori dai rigidi schemi prefissati.

«Da questa trappola per i giovani, come la chiama il Censis, bisogna uscire. Un ruolo importante possono giocarlo le imprese, mettendo a disposizione dei figli dei loro collaboratori strumenti e percorsi dedicati all’orientamento», ha detto Alberto Perfumo, Amministratore Delegato di Eudaimon. «Penso a soluzioni che stimolino il confronto, che rafforzino la consapevolezza delle potenzialità di ognuno e, in definitiva, aiutino a fare scelte informate. Soluzioni che le imprese più virtuose possono estendere al di fuori dei propri uffici e stabilimenti, e aprire ai ragazzi dei territori in cui opera l’impresa, collaborando a quella novità della scuola italiana chiamata alternanza scuola-lavoro», ha concluso Perfumo.

La Pigrizia è in buona sostanza: “I don’t care about God and about my brother”

Pigrizia: un peccato confessato raramente, ma molto dannoso

© Robcartorres/SHUTTERSTOCK

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pubblicazione su SPV da Aleteia a cura di carlo mafera

Non è quello che pensi…

Uno dei peccati cardinali più incompresi è la pigrizia, perché la maggior parte delle persone lo interpreta semplicemente come non aver voglia di lavorare. La pigrizia, però, è qualcosa di più. Prendiamoci un istante per considerare alcuni aspetti del peccato capitale che definiamo pigrizia.

La parola greca che traduciamo come pigrizia è accidia, ἀκηδία (a = assenza kedos = di attenzione), il che vuol dire indifferenza o negligenza. San Tommaso parla della pigrizia come della pena per il bene spirituale. Per questo, evitiamo il bene spirituale come qualcosa di troppo molesto (cfr. ST II-II 35,2).

Alcuni commentatori moderni parlano della pigrizia come della sensazione del “non mi importa”. Alcuni dicono anche che è una sorta di disamore nei confronti di Dio e delle cose di Dio (cfr. Ap 2: 4). A causa della pigrizia, l’idea di una vita buona e il dono di un’umanità trasformata non ispirano allegria, ma avversione o perfino disgusto, perché vengono visti come troppo pesanti o che esigono di mettere da parte i piaceri o i peccati di cui si gode attualmente. Per via della pigrizia, molti sperimentano tristezza anziché gioia o entusiasmo per il fatto di seguire Dio e ricevere una vita umana trasformata. Sono angosciati alla prospettiva di quello che potrebbe accadere se abbracciassero la fede in modo più profondo.

La pigrizia tende anche a dimenticare il potere della grazia, concentrandosi sul “problema” o sforzo che implica il fatto di essere cristiani anziché intenderlo come una grazia, un’opera di Dio.

Come ho detto in precedenza, oggi molte persone equiparano la pigrizia alla scarsa voglia di lavorare, ma non è solo questo; si intende piuttosto come la tristezza o l’indifferenza. Anche se a volte può avere a che fare con la noia o con la mancanza di voglia di raggiungere il bene spirituale, la pigrizia può anche manifestarsi in un “gettarsi a capofitto” nelle cose del mondo per evitare le domande spirituali o di vivere una vita riflessiva.

In poche parole, si può essere dipendenti dal lavoro ma peccare ugualmente di pigrizia.

Detto questo, la pigrizia in genere si manifesta come una sorta di letargo, una noia per la quale sembra di non poter provare alcun interesse, energia, gioia o entusiasmo per i doni spirituali. Le persone pigre possono essere entusiaste di molte cose, ma Dio e la fede non sono tra queste.

Nei tempi moderni la noia sembra essere aumentata, e questo alimenta la pigrizia. Oggi, in effetti, siamo iperstimolati.

Il ritmo frenetico, le interruzioni interminabili, l’abbondanza di intrattenimento, i film a ritmo rapido e i videogiochi ci sovrastimolano. Dal momento in cui ci svegliamo a quello in cui ci buttiamo nel letto alla fine della giornata, non c’è quasi mai un momento di silenzio o in cui non veniamo bombardati da immagini, spesso vacillanti e mutevoli.

Questa iperstimolazione fa sì che quando ci troviamo di fronte a cose come la preghiera silenziosa o ci viene chiesto di ascoltare per un periodo prolungato o quando l’immagine non sta cambiando in modo sufficientemente rapido ci annoiamo facilmente.

Peter Kreeft dice che “la pigrizia è un peccato freddo, non caldo, ma questo lo rende ancora più letale. Quando ci si ribella a Dio, si è più vicini a Lui di quando ci è indifferente… Dio può raffreddare più facilmente la nostra ira che accendere la nostra freddezza, pur potendo fare entrambe le cose. La pigrizia è un peccato di omissione, non di commissione. Questo fa sì che sia più letale. Per commettere il male, bisogna stare almeno dentro il gioco… La pigrizia porta semplicemente a non voler giocare, né con Dio né contro Dio… Ci si siede annoiati… È meglio essere freddi o caldi che tiepidi” [Back to Virtue, pag. 154].

La pigrizia dà luogo a molti peccati: non preghiamo, non andiamo a Messa, non ci confessiamo né leggiamo le Scritture. Non cresciamo nella nostra vita spirituale e quindi non siamo capaci di diventare l’uomo o la donna per cui Dio ci ha creati. In un certo senso, ogni peccato contiene un elemento di pigrizia, perché quando pecchiamo mostriamo una sorta di avversione alla grazia che ci offre Dio. Anziché vedere la legge morale di Dio come una grande chiamata alla libertà, rifiutiamo quella chiamata come “una molestia”.

Anche a livello sociale ci sono molte manifestazioni di pigrizia. Le due più comuni nel mondo moderno sono il secolarismo e il relativismo.

1. Il secolarismo: Per secolarismo intendo la preoccupazione per le cose del mondo (più che il significato più attuale di ostilità nei confronti della fede religiosa). È incredibile come ci appassioniamo alle cose del mondo. Può trattarsi del calcio, della politica o del dispositivo elettronico più recente. Forse è la nostra carriera, o il mercato azionario o le notizie. Sì, siamo gente appassionata, e anche il più riservato ha forti interessi che occupano la sua mente.

E tuttavia molti di coloro che tifano una squadra di basket o si dedicano con passione alla politica o ancora si entusiasmano per il programma televisivo preferito sono gli stessi che non mostrano alcun interesse per la preghiera, la Messa o lo studio della Bibbia. E se vanno a Messa, sembra che stiano in agonia finché non termina.

Il secolarismo è questo, ed è una forma di pigrizia. Abbiamo tempo e passione per tutto ciò che non è Dio. Siamo affascinati da molte cose del mondo, ma annoiati e tristi (ovvero pigri) per le cose che riguardano la vita spirituale. Dov’è la gioia? Dov’è lo zelo? Dov’è la fame di Dio?

2. Il relativismo: Molti oggi sostengono l’idea che non esista la verità assoluta e immutabile alla quale siamo chiamati e alla quale dobbiamo conformarci. Questo è il relativismo. E molti di coloro che lo praticano davvero si rallegrano per la loro “tolleranza” e “apertura mentale”.

Pensano al proprio relativismo come a una virtù. Spesso, però, il relativismo è semplicemente pigrizia camuffata da tolleranza. Il fatto è che se esiste qualcosa di simile alla verità (ed è così), allora dovrei cercarlo con gioia e basare la mia vita su questo.

Molti preferiscono il relativismo perché è una via d’uscita facile. Se non esiste una verità, allora non sono obbligato a cercarla né a basare la mia vita su di essa. Francamente, molti sono riluttanti e la verità dà loro fastidio perché trovano le sue domande scomode. Questa è pigrizia. La loro tristezza si rivolge verso un dono spirituale divino molto prezioso: il dono della verità. Anziché cercare con gioia la verità, il relativista evita il dono, nascondendo la propria pigrizia dietro definizioni come “apertura mentale” e “tolleranza”.

La tolleranza è molto importante, ma la vera virtù della tolleranza in genere è male interpretata: la comprensione adeguata della tolleranza è “l’accettazione condizionata o la non interferenza con le convinzioni, azioni o pratiche che si sa sono negative ma vengono ritenute ‘tollerabili’, di modo che non si devono proibire o limitare irragionevolmente”. Il punto chiave che oggi spesso si perde di vista è che le convinzioni o pratiche tollerate vengono ritenute obiettabili, negative. Se questa componente non è presente, non stiamo parlando più di “tolleranza” (nei confronti del male), ma di indifferenza.

I relativisti che scartano l’ipotesi che la verità esista non possono quindi definire a ragione la propria posizione “tolleranza”. Di fatto, si tratta di indifferenza, ed è una forma di pigrizia.

Tutti i nostri proclami di essere tolleranti e dalla mente aperta spesso nascondono il fatto che siamo semplicemente vaghi e pigri al momento di cercare la verità. Noi (parlando collettivamente) non amiamo la verità, ma la rifuggiamo perché ci richiede troppo per i nostri gusti. Gesù ha detto a ragione che questa è la condanna: che la luce è venuta nel mondo, ma gli uomini hanno amato più le tenebre della luce, perché le loro opere erano malvagie. Chiunque fa il male, non ama la luce e non viene alla luce, perché le sue azioni non vengano rimproverate, ma chi pratica la verità viene alla luce, di modo che si veda chiaramente che ciò che ha fatto è fatto secondo Dio (Gv 3, 19-21).

[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]