Don Diana il prete che non si arrese alla Camorra

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 pubblicazione consentita dalla redazione di Aleteia  a cura di Carlo Mafera blogger del SPV
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Il 19 marzo 1994 fu ucciso don Giuseppe Diana per mano dei Casalesi. La figura di un martire dei nostri giorni

Il camorrista e’ come Giuda perché vende la vita per denaro.” Con queste parole il vescovo di Aversa, Angelo Spinillo, ha celebrato la messa che 20 anni fa, nella parrocchia di San Nicola di Bari a Casal di Principe, fu interrotta con quattro colpi di pistola che uccisero don Peppino Diana. Grande commozione, dopo l’omelia, quando ha preso la parola la sorella di don Peppino. “Nessuno si è dimenticato di te. La tua vita è stata troppo breve, i tuoi nipoti ti hanno potuto conoscere solo tramite noi. Ma nessuno si è dimenticato di te. Hai dato amore e poi la vita per il tuo popolo e ora il tuo popolo ti ricorda. Aiutaci e veglia su noi noi. Sei stato un grande e lo sarai per sempre. Ti vogliamo bene”.  (Il Mattino, 19 marzo)

Un grande slancio missionario
Don Peppino era un prete, attaccato alla sua terra e ai giovani che erano la sua passione. Convinto che dovevamo fare quello e basta, e lui lo faceva con tutta la passione di cui era capace. Ma a essere prete spesso ci si scontra con i camorristi». Don Armando Broccoletti ricorda così don Peppe. Entrambi erano parroci a Casal di Principe, lui dal 1977, don Diana dal 1989. Confratelli e amici. E proprio a don Armando toccò, invece, arrivare per primo di corsa nella parrocchia di San Nicola alla notizia dell’uccisione di don Peppino. «Lo guardai lì a terra e gli chiesi “perché a te?”».
E continua «Oggi penso sempre a lui quando esco per la Messa. Mi torna in mente quell’immagine, di lui ucciso mentre stava per celebrare. Ma mi dà anche una spinta, mi aiuta a capire lo spirito missionario, a non adagiarmi sul quotidiano, così come era lui. A noi sacerdoti la morte di don Peppino ha dato una spinta forte a continuare con maggiore impegno. E non solo a noi». (Avvenire, 17 marzo)

Un sacrificio che porta frutta
Migliaia di studenti da tutte le scuole della Campania hanno sfilato dallo svincolo di Casal di Principe della superstrada NolaVilla Literno fino al cimitero dove riposa don Diana. Il corteo si apriva con uno striscione con la scritta “Per amore del mio popolo”, che è il titolo della lettera che ha scritto don Giuseppe Diana. Nella prima fila anche i fratelli di don Peppe, Marisa e Emilio. “Il sacrificio di Peppe non è stato vano. La folla presente ne è la dimostrazione. Ha svegliato le coscienze. Questa terra sta cambiando”, dicono. (Si24.it, 19 marzo)

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Pablo e Pedro al Teatro degli Audaci fino al 3 dicembre

 

Un duo comico oramai affermato che si inserisce nella storia dei duo-comici italiani più famosi come Totò e Peppino o, come i più recenti Franco Franchi e Ciccio Ingrassia. Calcano la scena da quasi venticinque anni strappando sempre risate irrefrenabili. Interpretano la comicità romanesca in modo sublime, giocando sulla classica differenza di ruoli, attore e spalla, dove Pablo incarna il cosiddetto “burino” e Pedro “il gentlman”. Anche stasera un Pablo, improbabile gigolò cerca di sbarcare il lunario con avventure altrettanto improbabili mentre Pedro cerca di rimediare alla goffaggine dell’amico procurandogli, a sua insaputa, una cliente (Elisa Carucci). Una comicità straripante giocata tutta nei non-sense, nelle invenzioni e nelle improvvisazioni.

Nico Di Renzo e Fabrizio Nardi iniziano la loro carriera artistica nel 1994, formando il duo cabarettistico Pablo & Pedro. Il loro lavoro è basato sulla continua ricerca di una comicità originale e sempre innovativa, abbinata ad una buona dose di improvvisazione, come si diceva, che i due comici amano spesso utilizzare fino al parossismo negli spettacoli. Si può dire che il ritmo incalzante è la chiave vincente e i risultati si vedono. Pablo e Pedro sono ormai lanciati in maniera inarrestabile nel mondo della comicità italiana, tanto da balzare da una rete televisiva all’altra avendo, nel passato, partecipato alle prime tre edizioni di “COLORADO CAFE’ LIVE”, al “MAURIZIO COSTANZO SHOW”, a “BUONA DOMENICA”, a “DOMENICA IN”…!
Già nel lontano 2006  il duo è stato inserito nel cartellone del TEATRO OLIMPICO di Roma, con uno spettacolo scritto ed interpretato da loro dal titolo “MUCIO MACI MA MOLTO MICI”, con la regia di M. SCALETTA e la collaborazione di Enrico  Brigano.
Fino ad arrivare a tempi più recenti , dove Gino, Michele e Giancarlo Bozzo, ovvero gli autori di ZELIG, hanno dato la possibilità al duo comico di entrare a far parte del tempio della comicità ovvero “ZELIG OFF” prima, e “ZELIG” poi.

Uno spettacolo veramente godibile dove regna sovrana la spensieratezza. Tutto merito di questi due grandi amici … Pablo & Pedro che sanno usare sapientemente i tempi comici per lo spettatore incredulo e meravigliato di così tanta esilarante capacità di improvvisazione. Per questo il direttore artistico Flavio De Paola, scegliendoli e inserendoli nel cartellone del Teatro degli Audaci, ha riconosciuto in loro una bravura non comune.

Carlo Mafera

“N-Sfera” di Riccardo Ragozzini : i proventi saranno destinati all’ ospedale Bambin Gesù

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  Un libro per aiutare i piccoli degenti del Bambin Gesù
Spiazzante, originale, divertente: “N-sfera”, il libro del giornalista Riccardo Ragozzini, pubblicato dall’editore Croce (www.bookrepublic.it), oltre a catturarvi in uno sviluppo narrativo avvincente, popolato da personaggi bizzarri e stravaganti, ha come obiettivo quello di donare un sorriso ai bambini meno fortunati

di Carlo Mafera

Parte dei proventi ricavati dalla vendita del libro “N-Sfera” di Riccardo Ragozzini saranno destinati a “Casa Ronald” di Palidoro (Fiumicino), gestita dalla Fondazione per l’Infanzia Ronald McDonald Italia e concessa in uso all’Ospedale Pediatrico Bambin Gesù per accogliere gratuitamente i genitori e i familiari dei bambini ricoverati. “Siamo stati molto lieti di beneficiare dell’iniziativa di Riccardo Ragozzini. – spiega la responsabile Fund Raising, Katia Saro – Sono proprio le iniziative spontanee come queste che ci donano ancora più entusiasmo ed energia per portare avanti il nostro lavoro”.

La storia narrata è interamente ambientata in un’isola, una delle tante isole venutesi a creare a seguito dello scioglimento dei ghiacci causato dall’innalzamento delle temperature. Qui troviamo un Re, una Regina e degli n-sfera volanti. E poi un fiume sul cui letto riposano conchiglie che raccontano storie prodigiose, degli esploratori che vagano alla ricerca di lucrosi giacimenti di cioccolata, avventurieri che solcano instancabilmente i mari e bische clandestine popolate da curiosi personaggi. E ancora c’è la Banda dei Sette, ci sono i Cinghiali e c’è un gruppo di bambini pronti a tutto pur di inseguire il proprio sogno.

In quest’opera che ha tutte le caratteristiche di un romanzo allegorico uno dei temi portanti è quello del linguaggio. Anzi, più precisamente, quello della decadenza del linguaggio in mancanza d’amore. Senza più sogni, desideri e speranze, gli abitanti dell’isola piombano in un inesorabile stato di imbarbarimento. Iniziano ad alternare disturbi linguistici a bizzarri stati paranoici fino a trasformare qualsiasi relazione in caos e violenza… E questo è solo l’inizio.

Il libro vuole farci riflettere su questo fenomeno (l’impoverimento del linguaggio) e sulla possibilità di uscirne fuori. Oggi infatti non ci fermiamo più ad intavolare una buona conversazione. Non ci ricordiamo che è importante saper parlare e saper ascoltare e non ci dedichiamo più alla buona lettura di una volta, che rafforza l’uso della ragione e dell’immaginazione. Abbondano invece come non mai diverse forme di comunicazione sempre più sintetiche e abbreviate, come quelle aberranti degli sms; nella comunicazione verbale, le parole tendono a ridursi, facendo prevalere le meno eleganti; predomina la comunicazione audiovisiva, che rimpiazza la lettura; si utilizza una comunicazione veloce, più tecnica che letteraria. Spesso si notano simboli ed abbreviazioni incomprensibili e la moda fa girare parole, soprattutto fra i più giovani, il cui significato viene stabilito unicamente da coloro che le usano.

Siamo davanti alla rinascita della volgarità, delle cose effimere, perché la novità purtroppo surroga il desiderio di conoscenza. Le parole belle sono andate in soffitta, perché costituiscono il potere di chi sa pensare, parlare, scrivere ed esprimersi bene, e a qualcuno dà fastidio che ci sia chi sa adoperare il bel linguaggio. Si è perso del tutto il valore della parola, del saper parlare ed ascoltare, del silenzio sereno e riflessivo della lettura? Noi pensiamo di no. Questo libro rappresenta il desiderio di riappropriarsi della bellezza del linguaggio e dell’uso corretto delle buone e belle parole.

Il libro, corredato anche dalle illustrazioni visionarie dell’artista Benito Saluzzi, è in vendita a 1,99 euro ed è scaricabile all’indirizzo: http://www.bookrepublic.it/book/9788864022000-n-sfera/

 

28 anni fa veniva approvata la Convenzione Onu sui diritti dell’infanzia

La Convenzione sui diritti dell’infanzia

©UNICEF Timor Est/2009-0013/Maglipon

Riferimento costante dell’UNICEF per orientare la propria azione è laConvenzione ONU sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza(Convention on the Rigths of the Child), approvata dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 20 novembre 1989.

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Costruita armonizzando differenti esperienze culturali e giuridiche, la Convenzione enuncia per la prima volta, in forma coerente, i diritti fondamentali che devono essere riconosciuti e garantiti a tutti i bambini e a tutte le bambine del mondo.

 

Essa prevede anche un meccanismo di controllo sull’operato degli Stati, che devono presentare a un Comitato indipendente un rapporto periodicosull’attuazione dei diritti dei bambini sul proprio territorio.

 

La Convenzione è rapidamente divenuta il trattato in materia di diritti umani con il maggior numero di ratifiche da parte degli Stati. Ad oggi sono ben 196 gli Stati parti della Convenzione.

La Convenzione è composta da 54 articoli e da tre Protocolli opzionali (sui bambini in guerra, sullo sfruttamento sessuale, sulla procedura per i reclami).

 

Principi fondamentali dei diritti dell’infanzia

Sono quattro i principi fondamentali della Convenzione sui diritti dell’infanzia e dell’adolescenza:

  1. a) Non discriminazione (art. 2): i diritti sanciti dalla Convenzione devono essere garantiti a tutti i minori, senza distinzione di razza, sesso, lingua, religione, opinione del bambino/adolescente o dei genitori.
  2. b) Superiore interesse (art. 3): in ogni legge, provvedimento, iniziativa pubblica o privata e in ogni situazione problematica, l’interesse del bambino/adolescente deve avere la priorità.

 

  1. c) Diritto alla vita, alla sopravvivenza e allo sviluppo del bambino (art. 6): gli Stati decono impegnare il massimo delle risorse disponibili per tutelare la vita e il sano sviluppo dei bambini, anche tramite la cooperazione tra Stati.

 

  1. d) Ascolto delle opinioni del minore (art. 12): prevede il diritto dei bambini a essere ascoltati in tutti i processi decisionali che li riguardano, e il corrispondente dovere, per gli adulti, di tenerne in adeguata considerazione le opinioni.

 

L’Italia ha ratificato la Convenzione con Legge n. 176 del 27 maggio 1991 e ha fino ad oggi presentato al  Comitato sui Diritti dell’Infanzia quattro Rapporti.

 

pubblicazione su SPV a cura di carlo mafera

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La canzone d’autore al CCP Tufello con Massimiliano D’Ambrosio, Piero Brega e Edoardo De Angelis

 

Cosa dire dei cantautori ? Essi vedono e fanno vedere ciò che gli altri non vedono. Riportano alla luce aspetti della vita dimenticati e rimossi. Cantano di se stessi, di amori strani, di episodi di un’umanità minore che fotografano la verità della condizione umana per raggiungere il desiderio di infinito iscritto nel cuore dell’uomo.  Ecco cosa hanno cantato ieri 18 novembre i cantautori invitati al CCP Tufello.

Carlo Mafera

Premio Ratzinger – Benedetto XVI : i premiati hanno dedicato la loro vita all’altissima missione di servire la verità, alla diaconia della verità.

DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
ALLA FONDAZIONE VATICANA “JOSEPH RATZINGER – BENEDETTO XVI”
IN OCCASIONE DEL CONFERIMENTO DEL “PREMIO RATZINGER”

Sala Clementina
Sabato, 18 novembre 2017

[Multimedia]


 

Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di incontrarvi in questo appuntamento annuale per il conferimento dei Premi alle illustri personalità che mi sono state presentate dalla Fondazione Vaticana Joseph Ratzinger – Benedetto XVI e dal suo Comitato Scientifico. Saluto anzitutto i Premiati, i membri e gli amici della Fondazione, e ringrazio il Cardinale Kurt Koch e Padre Lombardi che ci hanno introdotti al significato di questo evento culminante fra le vostre attività, finalizzate alla promozione della ricerca teologica e dell’impegno culturale animato dalla fede e dallo slancio dell’anima verso Dio.

 

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Rivolgo insieme a voi un pensiero affettuoso e intenso al Papa emerito Benedetto. La sua preghiera e la sua presenza discreta e incoraggiante ci accompagnano nel cammino comune; la sua opera e il suo magistero continuano a essere un’eredità viva e preziosa per la Chiesa e per il nostro servizio. Proprio per questo invito la vostra Fondazione a proseguire nell’impegno, studiando e approfondendo questa eredità e nello stesso tempo guardando avanti, per valorizzarne la fecondità sia con l’esegesi degli scritti di Joseph Ratzinger, sia per continuare – secondo il suo spirito – lo studio e la ricerca teologica e culturale, anche entrando nei campi nuovi in cui la cultura odierna sollecita la fede al dialogo. Di questo dialogo lo spirito umano ha sempre bisogno urgente e vitale: ne ha bisogno la fede, che si astrae se non si incarna nel tempo; ne ha bisogno la ragione, che si disumanizza se non si eleva al Trascendente. Infatti «la fede e la ragione – affermava San Giovanni Paolo II – sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità» (Lett. enc. Fides et ratio, Proemio).

Joseph Ratzinger continua a essere un maestro e un interlocutore amico per tutti coloro che esercitano il dono della ragione per rispondere alla vocazione umana della ricerca della verità. Quando il Beato Paolo VI lo chiamò ad assumere la responsabilità di arcivescovo di Monaco e Frisinga, egli scelse come motto “Cooperatores veritatis”, “Collaboratori della verità”, traendole dalla Terza Lettera di Giovanni (v. 8). Esse ben esprimono l’intero senso della sua opera e del suo ministero. Questo motto campeggia sui diplomi dei Premi che ho consegnato, per significare che anche i Premiati hanno dedicato la loro vita all’altissima missione di servire la verità, alla diaconia della verità.

Mi rallegro che le illustri personalità oggi insignite del Premio provengano da tre confessioni cristiane, fra cui anche quella luterana, con la quale quest’anno abbiamo vissuto momenti particolarmente importanti di incontro e di cammino comune. La verità di Cristo non è per solisti, ma è sinfonica: richiede collaborazione docile, condivisione armoniosa. Ricercarla, studiarla, contemplarla e tradurla in pratica insieme, nella carità, ci attira con forza verso la piena unione tra di noi: la verità diventa così una sorgente viva di legami di amore sempre più stretti.

Ho accolto con gioia l’idea di allargare l’orizzonte del Premio per includervi anche le arti, oltre alla teologia e alle scienze ad essa naturalmente connesse. È un allargamento che corrisponde bene alla visione di Benedetto XVI, che tante volte ci ha parlato in modo toccante della bellezza come via privilegiata per aprirci alla trascendenza e incontrare Dio. In particolare, abbiamo ammirato la sua sensibilità musicale e il suo personale esercizio di tale arte come via per la serenità e per l’elevazione dello spirito.

Le mie congratulazioni, dunque, agli illustri Premiati: al Professor Theodor Dieter, al Professor Karl-Heinz Menke e al Maestro Arvo Pärt; e il mio incoraggiamento alla vostra Fondazione e a tutti i suoi amici, perché si continuino a percorrere vie nuove e sempre più ampie per collaborare nella ricerca, nel dialogo e nella conoscenza della verità. Una verità che, come Papa Benedetto non si è stancato di ricordarci, è insieme, in Dio, logos e agape, sapienza e amore, incarnati nella persona di Gesù.

Esecuzione del “Pater Noster” di Arvo Pärt

Benedizione

pubblicazione su SPV a cura di Carlo Mafera

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Umanità palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i canti di Romano il Melode. Ecco quanto diceva di Lui il Papa emerito Benedetto XVI

 

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 21 maggio 2008

Romano il Melode

Cari fratelli e sorelle,

nella serie delle catechesi sui Padri della Chiesa, vorrei oggi parlare di una figura poco conosciuta: Romano il Melode, nato verso il 490 a Emesa (oggi Homs) in Siria. Teologo, poeta e compositore, appartiene alla grande schiera dei teologi che hanno trasformato la teologia in poesia. Pensiamo al suo compatriota, sant’Efrem di Siria, vissuto duecento anni prima di lui. Ma pensiamo anche a teologi dell’Occidente, come sant’Ambrogio, i cui inni sono ancora oggi parte della nostra liturgia e toccano anche il cuore; o a un teologo, a un pensatore di grande vigore, come san Tommaso, che ci ha donato gli inni della festa del Corpus Domini di domani; pensiamo a san Giovanni della Croce e a tanti altri. La fede è amore e perciò crea poesia e crea musica. La fede è gioia, perciò crea bellezza.

 

Romano il Melode

Così Romano il Melode è uno di questi, un poeta e compositore teologo. Egli, appresi i primi elementi di cultura greca e siriaca nella sua città natia, si trasferì a Berito (Beirut), perfezionandovi l’istruzione classica e le conoscenze retoriche. Ordinato diacono permanente (515 ca.), fu qui predicatore per tre anni. Poi si trasferì a Costantinopoli verso la fine del regno di Anastasio I (518 ca.), e lì si stabilì nel monastero presso la chiesa della Theotókos, Madre di Dio. Qui ebbe luogo l’episodio-chiave della sua vita: il Sinassario ci informa circa l’apparizione in sogno della Madre di Dio e il dono del carisma poetico. Maria, infatti, gli ingiunse di inghiottire un foglio arrotolato. Risvegliatosi il mattino dopo – era la festa della Natività del Signore – Romano si diede a declamare dall’ambone: «Oggi la Vergine partorisce il Trascendente» (Inno “Sulla Natività” I. Proemio). Divenne così omileta-cantore fino alla morte (dopo il 555).

Romano resta nella storia come uno dei più rappresentativi autori di inni liturgici. L’omelia era allora, per i fedeli, l’occasione praticamente unica d’istruzione catechetica. Romano si pone così come testimone eminente del sentimento religioso della sua epoca, ma anche di un modo vivace e originale di catechesi. Attraverso le sue composizioni possiamo renderci conto della creatività di questa forma di catechesi, della creatività del pensiero teologico, dell’estetica e dell’innografia sacra di quel tempo. Il luogo in cui Romano predicava era un santuario di periferia di Costantinopoli: egli saliva all’ambone posto al centro della chiesa e parlava alla comunità ricorrendo ad una messinscena piuttosto dispendiosa: utilizzava raffigurazioni murali o icone disposte sull’ambone e ricorreva anche al dialogo. Le sue erano omelie metriche cantate, dette “contaci” (kontákia). Il termine kontákion, “piccola verga”, pare rinviare al bastoncino attorno al quale si avvolgeva il rotolo di un manoscritto liturgico o di altra specie. I kontákia giunti a noi sotto il nome di Romano sono ottantanove, ma la tradizione gliene attribuisce mille.

In Romano, ogni kontákion è composto di strofe, per lo più da diciotto a ventiquattro, con uguale numero di sillabe, strutturate sul modello della prima strofa (irmo); gli accenti ritmici dei versi di tutte le strofe si modellano su quelli dell’irmo. Ciascuna strofa si conclude con un ritornello (efimnio) per lo più identico per creare l’unità poetica. Inoltre le iniziali delle singole strofe indicano il nome dell’autore (acrostico), preceduto spesso dall’aggettivo “umile”. Una preghiera in riferimento ai fatti celebrati o evocati conclude l’inno. Terminata la lettura biblica, Romano cantava il Proemio, per lo più in forma di preghiera o di supplica. Annunciava così il tema dell’omelia e spiegava il ritornello da ripetere in coro alla fine di ciascuna strofa, da lui declamata con cadenza a voce alta.

Un esempio significativo ci è offerto dal kontakion per il Venerdì di Passione: è un dialogo drammatico tra Maria e il Figlio, che si svolge sulla via della croce. Dice Maria: «Dove vai, figlio? Perché così rapido compi il corso della tua vita?/ Mai avrei creduto, o figlio, di vederti in questo stato,/ né mai avrei immaginato che a tal punto di furore sarebbero giunti gli empi/ da metterti le mani addosso contro ogni giustizia». Gesù risponde: «Perché piangi, madre mia? […]. Non dovrei patire? Non dovrei morire?/ Come dunque potrei salvare Adamo?». Il figlio di Maria consola la madre, ma la richiama al suo ruolo nella storia della salvezza: «Deponi, dunque, madre, deponi il tuo dolore:/ non si addice a te il gemere, poiché fosti chiamata “piena di grazia”» (Maria ai piedi della croce, 1-2; 4-5). Nell’inno, poi, sul sacrificio di Abramo, Sara riserva a sé la decisione sulla vita di Isacco. Abramo dice: «Quando Sara ascolterà, mio Signore, tutte le tue parole,/conosciuto questo tuo volere essa mi dirà:/- Se chi ce l’ha dato se lo riprende, perchè ce l’ha donato?/[…] – Tu, o vegliardo, il figlio mio lascialo a me,/e quando chi ti ha chiamato lo vorrà, dovrà dirlo a me» (Il sacrificio di Abramo, 7).

Romano adotta non il greco bizantino solenne della corte, ma un greco semplice, vicino al linguaggio del popolo. Vorrei qui citare un esempio del suo modo vivace e molto personale di parlare del Signore Gesù: lo chiama “fonte che non brucia e luce contro le tenebre” e dice: «Io ardisco tenerti in mano come una lampada;/ chi porta, infatti, una lucerna fra gli uomini è illuminato senza bruciare./ Illuminami dunque, Tu che sei la Lucerna inestinguibile» (La Presentazione o Festa dell’incontro, 8). La forza di convinzione delle sue predicazioni era fondata sulla grande coerenza tra le sue parole e la sua vita. In una preghiera dice: «Rendi chiara la mia lingua, mio Salvatore, apri la mia bocca / e, dopo averla riempita, trafiggi il mio cuore, perché il mio agire/ sia coerente con le mie parole» (Missione degli Apostoli, 2).

Esaminiamo adesso alcuni dei suoi temi principali. Un tema fondamentale della sua predicazione è l’unità dell’azione di Dio nella storia, l’unità tra creazione e storia della salvezza, l’unità tra Antico e Nuovo Testamento. Un altro tema importante è la pneumatologia, cioè la dottrina sullo Spirito Santo. Nella festa di Pentecoste sottolinea la continuità che vi è tra Cristo asceso al cielo e gli apostoli, cioè la Chiesa, e ne esalta l’azione missionaria nel mondo: «[…] con virtù divina hanno conquistato tutti gli uomini;/ hanno preso la croce di Cristo come una penna,/ hanno usato le parole come reti e con esse hanno pescato il mondo,/ hanno avuto il Verbo come amo acuminato,/ come esca è diventata per loro/ la carne del Sovrano dell’universo» (La Pentecoste 2;18).

Altro tema centrale è naturalmente la cristologia. Egli non entra nel problema dei concetti difficili della teologia, tanto discussi in quel tempo, e che hanno anche tanto lacerato l’unità non solo tra i teologi, ma anche tra i cristiani nella Chiesa. Egli predica una cristologia semplice ma fondamentale, la cristologia dei grandi Concili. Ma soprattutto è vicino alla pietà popolare – del resto, i concetti dei Concili sono nati dalla pietà popolare e dalla conoscenza del cuore cristiano – e così Romano sottolinea che Cristo è vero uomo e vero Dio, ed essendo vero Uomo-Dio è una sola persona, la sintesi tra creazione e Creatore: nelle sue parole umane sentiamo parlare il Verbo di Dio stesso. «Era uomo – dice – il Cristo, ma era anche Dio,/ non però diviso in due: è Uno, figlio di un Padre che è Uno solo» (La Passione 19). Quanto alla mariologia, grato alla Vergine per il dono del carisma poetico, Romano la ricorda alla fine di quasi tutti gli inni e le dedica i suoi kontáki più belli: Natività, Annunciazione, Maternità divina, Nuova Eva.

Gli insegnamenti morali, infine, si rapportano al giudizio finale (Le dieci vergini [II]). Egli ci conduce verso questo momento della verità della nostra vita, del confronto col Giudice giusto, e perciò esorta alla conversione nella penitenza e nel digiuno. In positivo, il cristiano deve praticare la carità, l’elemosina. Egli accentua il primato della carità sulla continenza in due inni, le Nozze di Cana e le Dieci vergini. La carità è la più grande delle virtù: «[…] dieci vergini possedevan la virtù dell’intatta verginità,/ ma per cinque di loro il duro esercizio fu senza frutto./ Le altre brillarono per le lampade dell’amore per l’umanità,/ per questo lo sposo le invitò» (Le dieci Vergini, 1).

Umanità palpitante, ardore di fede, profonda umiltà pervadono i canti di Romano il Melode. Questo grande poeta e compositore ci ricorda tutto il tesoro della cultura cristiana, nata dalla fede, nata dal cuore che si è incontrato con Cristo, con il Figlio di Dio. Da questo contatto del cuore con la Verità che è Amore nasce la cultura, è nata tutta la grande cultura cristiana. E se la fede rimane viva, anche quest’eredità culturale non diventa una cosa morta, ma rimane viva e presente. Le icone parlano anche oggi al cuore dei credenti, non sono cose del passato. Le cattedrali non sono monumenti medievali, ma case di vita, dove ci sentiamo “a casa”: incontriamo Dio e ci incontriamo gli uni con gli altri. Neanche la grande musica – il gregoriano o Bach o Mozart – è cosa del passato, ma vive della vitalità della liturgia e della nostra fede. Se la fede è viva, la cultura cristiana non diventa “passato”, ma rimane viva e presente. E se la fede è viva, anche oggi possiamo rispondere all’imperativo che si ripete sempre di nuovo nei Salmi: “Cantate al Signore un canto nuovo”. Creatività, innovazione, canto nuovo, cultura nuova e presenza di tutta l’eredità culturale nella vitalità della fede non si escludono, ma sono un’unica realtà; sono presenza della bellezza di Dio e della gioia di essere figli suoi.

pubblicazione su SPV a cura di carlo mafera

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