La Caritas Antoniana punta alla formazione in un villaggio cattolico. Una scuola per sarte rilancerà le loro ambizioni di vita

Un progetto legato a Sant’Antonio aiuta le donne pakistane a trovare lavoro

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pubblicazione su spv da aleteia a cura di carlo mafera

La Caritas Antoniana punta alla formazione in un villaggio cattolico. Una scuola per sarte rilancerà le loro ambizioni di vita

Sant’Antonio tende le mano alle donne di uno dei Paesi al mondo dove sono più oppresse. In Pakistan la condizione femminile è oggettivamente di subalternità all’uomo. Ma un progetto avallato dai frati di Padova intende far ritrovare loro dignità e ruolo perduto.

Il progetto della Caritas Antoniana prevede la costruzione di un Centro di formazione professionale femminile in un villaggio del Punjab a forte presenza cattolica, minoranza nel Paese (Vatican Insider, 15 giugno).

DOPPIO “STEP”

Così a Khushpur ci sono finalmente donne impegnate a costruire un futuro migliore per i loro figli e soprattutto le loro figlie attraverso la ricerca di un lavoro degno. I frati stanno cercando di metterle nelle condizioni di trovarlo, attraverso una intensa formazione.

Una prima formazione di base che le abilita al ruolo di cittadine come primo step. L’offerta di imparare un mestiere che dia loro l’opportunità di emanciparsi con un lavoro, da poter svolgere in famiglia o in piccoli laboratori, il secondo passaggio.

LAVORARE LA SETA

Imparare un lavoro vero, inserito nella tradizione locale. Cioè, sfruttando gli splendidi tessuti tipici quelle terre d’origine della seta o dei cotoni ricamati, realizzeranno capi di abbigliamento per adulti e bambini insieme all’arredamento casa, acquisendo gli strumenti della professione di sarta in una vera scuola professionale.

Inoltre, potranno frequentare il Centro anche le bambine, che spesso sono costrette a rinunciare alla scuola per paura delle violenze.

LA COSTRUZIONE DEL CENTRO

I Frati di Padova, attraverso la Caritas Antoniana, credono molto in questo Progetto che praticamente parte da zero: occorre innanzitutto costruire un Centro fisico sede alla scuola e quindi fornire l’arredo e l’attrezzatura laboratoriale (macchine da cucire, tessuti ecc.).

«Siamo qui per aiutare i tessitori di speranza», scrive padre Giancarlo Zamengo sul Messaggero di Sant’Antonio di questo mese. «Solo loro possono sapere di che cosa hanno bisogno. Tra le tante cose immediate da fare, due danno un sollievo immediato alla gente: rafforzare i più poveri dei poveri, che sono le donne delle minoranze e dare a chi vive nell’ingiustizia la possibilità di difendersi».

“L’OBOLO DELLA VEDOVA”

A loro i Frati hanno parlato chiaro, scrive ancora Vatican Insider, non arriveranno i soldi dei ricchi, che concedono qualcosa del tanto superfluo con noncuranza, l’aiuto sarà piuttosto «l’obolo della vedova», l’offerta del pensionato, della famiglia con un membro disoccupato che magari fatica a giungere a fine mese, ma che, nello spirito evangelico decide di condividere quel poco che ha. E così, man mano, quelle donne potranno realizzare il loro sogno.

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Un senzatetto si mette al pianoforte e lascia tutti di stucco

Capture d’écran /YouTube
Homeless playing piano
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pubblicazione da Aleteia su SPV a cura di carlo mafera

Mai giudicare dalle apparenze. Ecco perché…

Il suo nome è Donald Gould, ed è una dimostrazione lampante di quanto l’apparenza impedisca spesso di vedere le vere capacità di una persona.

Guardando un senzatetto non particolarmente pulito, con i capelli lunghi e arruffati, pochi penserebbero che abbia potuto avere una vita “normale” in passato, che abbia studiato e magari abbia anche qualche talento nascosto.

Ecco invece quello a cui hanno assistito i passanti il 30 giugno a Sarasota (Florida, Stati Uniti): un “concerto” al pianoforte eseguito da un senzatetto, Donald appunto, che dice di suonare anche il clarinetto.

Nel centro cittadino sono stati predisposti dei pianoforti da poter suonare liberamente, e Donald ne ha approfittato.

Il video che lo ritrae è diventato virale, e il giorno dopo il grande successo che ha riscosso in rete Donald è stato intervistato. Ha detto di essere un senzatetto da 6 o 7 anni, e ora è stato promosso un progetto di finanziamento per aiutarlo a lasciare la vita in strada.

Un pianoforte che conduce a Dio

© Chiara Bertoglio
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pubblicazione da Aleteia su SPV a cura di Carlo Mafera

Chiara Bertoglio: musica, spiritualità e teologia

Chiara Bertoglio è una giovane pianista, musicologa, scrittrice e docente. Quante passioni in una sola donna!

L’abbiamo conosciuta come scrittrice pochi giorni fa occupandoci del suo libro pubblicato per i tipi di Effatà: “I colori della misericordia” e, incuriositi dal suo percorso umano e artistico, abbiamo deciso di intervistarla. Il trinomio musica, fede e scrittura rappresenta in maniera significativa la vita, la professione e l’animo di Chiara Bertoglio. Un percorso affascinante e profondo di cui abbiamo voluto sapere di più, per conoscere le radici che l’hanno portata fin da fanciulla a pigiare i tasti bianchi e neri di un pianoforte, a far diventare la musica “la sua seconda pelle”. Infatti a soli otto anni Chiara ha tenuto il suo primo recital, e l’anno successivo il primo concerto con orchestra.

Come è nata la sua passione per la musica?

Avevo tre anni quando ho cominciato a studiare musica. Mia mamma, psicologa e insegnante di scuola, attraverso i suoi studi era giunta alla convinzione che la musica fosse molto positiva per i bambini, un ausilio fondamentale per aiutarli a sviluppare tutta una serie di capacità cognitive e pratiche. Quindi, convinta che ci facesse bene imparare a suonare uno strumento, fece iniziare pianoforte a me e violino a mio fratello.

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© Chiara Bertoglio

 

Chiara Bertoglio ha già collezionato una straordinaria carriera: si esibisce in tutta Europa, nelle sale più prestigiose quali il Concertgebouw di Amsterdam, la Royal Academy di Londra, il Royal College di Londra, la Wiener Saal del Mozarteum di Salisburgo, l’Istituto Chopin di Varsavia, la Sala dell’Accademia di Santa Cecilia, il Maggio Musicale Fiorentino, il Cantiere di Montepulciano, il Festival di Cervo, la Filarmonica Romana, il Politeama di Palermo e tante altre. Nel 2005 ha riscosso un importante successo alla Carnegie Hall di New York. La fede l’accompagna sempre, è una costante della vita di Chiara, tuttavia come per la maggior parte delle persone, anche per lei, “non è mai una questione risolta una volta per tutte”, ma un percorso.

Quale ruolo ha la fede nella sua vita?

Per la fede devo tantissimo alla mia famiglia, che è una famiglia credente e praticante, i miei genitori ci hanno dato un’educazione cristiana, positiva e concreta, vissuta serenamente nel quotidiano. L’interesse che nutrivo dal punto di vista culturale per la religione ha trovato modo di essere appagato con gli studi teologici. Poi ho avuto il desiderio di far dialogare due parti fondamentali di me e della la mia vita: la musica e la fede. In certi momenti questi due aspetti sono stati anche in forte concorrenza l’uno con l’altro. Infatti coltivare professionalmente la musica fa correre il rischio di perdere di vista l’importanza dell’umiltà, in quanto un buon interprete – come ho cercato di essere io negli anni – deve dimostrare molta autorevolezza nel suo rapportarsi con le persone, molta sicurezza di sé.  C’è voluto quindi del tempo affinché mi rendessi conto che questo necessario atteggiamento del musicista non confligge con la vera umiltà, che non consiste nell’auto-svalutazione o nella commiserazione di sé.

Come vive il rapporto tra passione per la musica e spiritualità?

La musica oggi è l’aiuto più grande per la mia vita spirituale. Posso dire che il maggior stimolo nel vivere la mia spiritualità quotidiana proviene dalla musica di Bach, applicandomi con passione alla quale mi permette di cogliere e godere le “tonalità” espressive che riconducono a Gesù Cristo.

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© Chiara Bertoglio

 

Quale legame intercorre secondo lei tra teologia e musica?

La musica racchiude in sé sia un aspetto emozionale che razionale: essi sono profondamente integrati fra di loro, tanto che la musica rappresenta una forma particolare di teologia perché dovrebbe nascere dalla contemplazione e riportare ad essa. Rappresenta inoltre un modo di pensare e vivere le verità della fede in maniera simbolica, dove il termine  simbolico non si deve tradurre con fittizio, ma nel senso di avere la capacità di racchiudere insieme molti aspetti e significati anche non immediatamente logici.

Recentemente mi è capitato di fare uno studio su una cantata di Bach in cui una complessità incredibile di discorsi teologici vengono veicolati dalla musica e rivelati in una maniera molto discreta, nel senso che sono presenti ma si fanno apprezzare solo da chi li cerca. Per chi non li cerca la musica si offre unicamente come bellezza e fascino.

Nello stesso tempo da credente sono convinta che anche l’ascoltatore disattento, inconsapevole o non credente riesca in quale modo a percepire  il messaggio estremamente profondo, intenso e vero che la musica contiene e veicola.

Nella mia attività quotidiana di esecutrice sperimento che molti sono positivamente “vulnerabili” alla musica, perché la musica emana e trasmette una forza profondamente spirituale, religiosa e teologica. Spesso di fronte a un testo sacro o a una predica le persone si rivelano più refrattarie e distanti mentre la musica con la sua straordinaria capacità attrattiva è mio avviso una risorsa incredibile di cui dovremmo essere più consapevoli per sfruttarne adeguatamente le potenzialità di risveglio religioso. Questo è un mio grande sogno: poter condividere la personale esperienza di vita e di studio, e renderla uno strumento in più per l’evangelizzazione.

Come è nato il suo interesse per la scrittura?

La lettura ha rappresentato e rappresenta una delle più grandi passioni della mia vita: sono stata già da piccola una divoratrice di libri, anche questo grazie a mia mamma e a mio papà fin da quanto mi tenevano in braccio: mi definisco perciò una lettrice compulsiva. Le prime esperienze come scrittrice sono nate in maniera provvidenziale, nel senso che un mio conoscente che era un docente universitario mi chiese di tenere un seminario per i suoi studenti, ed io molto imbarazzata e preoccupata  studiai moltissimo per fare bella figura. Alla fine avevo accumulato una tale mole di appunti che il primo libro nacque così, praticamente da solo.

Qual è stata la verità più importante che la fede le ha permesso di scoprire?

La mia fede deve molto alla vicinanza con l’Ordine domenicano nell’ambito del quale ho tantissimi amici, sacerdoti e religiose: sono stati loro a stimolarmi e ad appassionarmi allo studio della teologia. Grazie a questi studi e alle mie esperienze personali ho compreso che tutto viene dall’essere perdonati, non è l’uomo a dover convincere Dio di essere buono e degno di amore: è il Suo sguardo su di noi ad essere misericordioso. Ci illudiamo di poter organizzare, gestire e controllare la nostra vita, ma tutto è nelle Sue mani: la rivelazione di Dio per me è la Sua Misericordia.

Sapevate che il wi-fi (quello che non ci fa consumare Giga) l’ ha inventato una donna?

10 favolose invenzioni delle donne

pubblicazione da aleteia su SPV a cura di carlo mafera

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Molte delle cose che utilizziamo ogni giorno sono dovute all’ingegno femminile

 

1. Il Wi-Fi

La magia di collegarci al mondo in modalità wireless si deve all’attrice Hedy Lamarr, che si era stancata di Hollywood e decise di compiere una serie di esperimenti insieme al compositore George Antheil per aiutare gli Alleati nella II Guerra Mondiale a comunicare in modo segreto, riuscendo a concepire lo spettro esteso a salto di frequenza che avrebbe poi dato luogo alla tecnologia WiFi e Bluetooth.

 

2. I filtri per il caffè

Ogni mattina dovete ringraziare Melitta Bentz per il fatto di potervi prendere un caffè ben filtrato e senza grumi. Questa casalinga tedesca stanca del sapore amaro e della consistenza del suo caffè creò un filtro con carta assorbente e una piccolo recipiente di ottone, idea che brevettò nel 1908.

 

3. La siringa moderna

Nel 1899 l’infermiera Letitia Geer progettò la prima siringa ipodermica che poteva essere maneggiata con una sola mano. Non è che ci faccia impazzire l’idea di essere punti, ma a volte è un male necessario, e questa riprogettazione ha fatto una grande differenza nel mondo medico. Immaginate una persona diabetica che deve sempre dipendere da qualcuno per potersi iniettare l’insulina?


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4. I pannolini usa e getta

Se siete madri, sapete che può essere stata solo una donna a ideare i pannolini usa e getta per evitare il compito non troppo piacevole di lavarli. Marion Donovan fabbricò dei pannolini impermeabili ispirandosi alle sue tende da doccia e li brevettò nel 1951. All’inizio gli uomini proprietari delle fabbriche non videro l’utilità né la necessità di diffondere questa invenzione (sappiamo bene chi era che cambiava i pannolini o lavava i vestiti dei bambini), ma nel 1961 un imprenditore di nome Victor Mills ha colto l’idea della Donovan e ha fondato la Pampers.

 

5. La lavastoviglie

Se avete la fortuna di avere questa macchina magica in cui i piatti si lavano (quasi) da soli, sapete che dovete ringraziare Josephine Cochrane, che l’ha ideata nel 1887. Quando venne presentata, molti hotel e ristoranti la richiesero, ma poi divenne popolare anche nelle case private e ha reso la nostra vita più facile (e le nostre mani meno rovinate).

6. Il riscaldamento centrale

Stanche di andare da una stanza all’altra in pieno inverno per mantenere calda la casa o dei camini? Alice Parker ha ideato un sistema di riscaldamento centrale che si alimentava a gas naturale nel 1919. Anche se il suo progetto non è mai stato realizzato, ha ispirato i sistemi di riscaldamento centrale attuali.

 

7. Il Monopoli

Questo famoso gioco da tavolo venne inventato nel 1904 da Elizabeth Magie, che lo chiamò The Landlord’s Game (Il Gioco dei Proprietari) perché era una critica alle ingiustizie del capitalismo. L’aspetto ironico è che un uomo, Charles Darrow, le rubò l’invenzione 30 anni dopo e vendette l’idea alla Parker Brothers.


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8. Il frigorifero elettrico

Florence Parpart ha ideato il primo frigorifero moderno nel 1914, cambiando totalmente il modo di conservare i cibi, e quindi la cucina in generale. In precedenza aveva registrato anche un brevetto per una macchina per pulire le strade che vendette in varie città degli Stati Uniti.

9. I giubbotti salvagente

Nel 1882 Maria Beasley si chiese perché negli incidenti nautici dovesse morire tanta gente, e quindi ha ideato i giubbotti salvagenti (anche se poi purtroppo si sono verificate comunque tragedie come quella del Titanic). La sua fortuna è giunta tuttavia con un’altra invenzione: un sistema automatizzato per fabbricare barili in cui si immagazzinavano vino e vari tipi di alimenti.

 

10. Le scale antincendio

Un’altra donna che ha salvato migliaia di persone con il suo ingegno è stata Anna Connelly, che nel 1887 ha brevettato le scale metalliche addossate agli edifici che servono per fuggire in caso di fuoco ma anche per altri tipi di emergenze.


LEGGI ANCHE: Il cristianesimo ha favorito l’emancipazione delle donne?


[Traduzione dallo spagnolo a cura di Roberta Sciamplicotti]

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Chiesa in cammino …. conversazioni con il prof. Pierluigi Guiducci di Carlo Mafera – Edizioni Screenpress 2018

ASPETTI INTRODUTTIVI

(Carlo Mafera)

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il dott. Carlo Mafera con il prof. Pierluigi Guiducci

Ci sono momenti nella vita in cui si avverte la necessità di parlare con qualcuno. Per ‘leggere’ in qualche modo il ‘mondo’ che ci circonda. Per osservare in modo meno frettoloso lo stesso cammino della Chiesa. Per ‘entrare’ in fatti e avvenimenti che sovente sono noti per il commento del giornalista, del politico, del politologo, del docente in relazioni internazionali…

Seguendo quest’ultimi interlocutori ci si accorge talvolta che l’opinione, la critica, l’affermazione perentoria e senza ripensamenti, la stessa polemica, è condizionata da più fattori: una possibile scelta di parte, il mantenimento di schemi interpretativi rigidi, l’emotività palese, l’indicazione orfana di un sottofondo di ricerca, l’intuizione originale mortificata dal soggettivismo, la sottesa venatura ideologica

Per questo motivo, a un certo punto si va alla ricerca di qualche interlocutore che sappia essere veramente un testimone del proprio tempo. Anche per l’impegno sociale e religioso dimostrato in decenni.

Nel corso  del tempo ho avuto modo di conoscere ‘sapienti’ che si ritenevano tali perché sorretti da una personale ‘autorità’ istituzionale, perché al vertice di organismi, perché in possesso di strumenti capaci di diffondere il proprio ‘pensiero’, la propria idea ‘illuminante’ attraverso percorsi accademici o mediatici.

Poi, mi sono accorto della verità di un detto che afferma: “ricchezza e santità metà della metà”. È un modo di dire che vuole ridimensionare tante realtà considerate ‘importanti’. Questo vale anche in termini di ‘sapienza’ umana.

In tale contesto, nelle fasi che hanno segnato il mio percorso esistenziale, ho anche avuto la possibilità di studiare teologia e altre materie presso il Centro Diocesano di Teologia per Laici di Roma.

Questo organismo è inserito nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose ‘Ecclesia Mater’ che fa parte della Pontificia Università Lateranense.

Tale Istituzione mi aveva attratto perché, a differenza di altri corsi, organizza l’attività in modo decentrato. Gli iscritti non raggiungono le aule dell’Ateneo. Sono i docenti che si recano nei diversi settori della Diocesi di Roma. Qui sono organizzati i centri didattici.

A via Dalmazia ho avuto modo di conoscere il prof. Pier Luigi Guiducci.

Insegna storia della Chiesa (intero triennio). Ho seguito le sue lezioni con molto interesse. Oltre alla chiarezza espositiva, esiste in questo docente una pedagogia segnata da tre caratteri: l’accompagnamento, la sintesi che provoca nuovi passi di conoscenza, e la capacità di armonizzare l’ambito specialistico con quello divulgativo.

1] Accompagnare non è solo assistere in termini accademici. Piuttosto, è presenza che sostiene. Promuove. Valorizza. Rispetta capacità e tempi di chi studia.

Ancora oggi, a distanza di anni, il prof. Guiducci accompagna me e altri ex corsisti. Alcuni li ha seguiti anche nell’ultima fase della malattia terminale.

Questo mi ha insegnato che la cultura è esperienza di vita. Non è tanto un ‘possesso’ di dati, di informazioni, di conoscenze, ma è soprattutto capacità di ‘entrare’ in realtà complesse. In vissuti. In processi segnati da una continuità. In tempi di crescita. Di individuare i pionieri di ogni tempo. Le intuizioni di alcuni che anticipano lo studio successivo di molti. Le occasioni mancate. Le testimonianze rocciose. Le divisioni dolorose.

2] La sintesi è un passaggio a rischio. Ogni lezione riassume in qualche modo delle vicende che attraversano i secoli. Per tale motivo, in più casi, la scelta è di non superare i tempi ‘tecnici’: indicando punti chiave, documenti, eventuali risposte.

Nel prof. Guiducci c’è di più. La sua sintesi provoca la ricerca, scuote attenzioni sopite (famosi i suoi ‘gossip’ storici), incuriosisce, progetta iniziative, addita itinerari. Alla fine, chi ascolta  è contento di partecipare a un’esperienza viva.

3] C’è poi un terzo carattere. È la concreta sintonìa tra specialistico e divulgativo.

Si tratta di un qualcosa che si ritrova in pochi. In genere lo specialista tende sempre più a chiudersi nel suo mondo perdendo di vista una visione complessiva della Chiesa in cammino. E il divulgatore a sua volta, a forza di semplificare, rischia di cadere in quei racconti a puntate più vicini al romanzo storico che al contributo scientifico.

In realtà, e lo si è visto in più occasioni, lo specialista ha utilità del divulgatore. E quest’ultimo deve conoscere gli apporti dello specialista. Perché? Perché, da una parte, lo specialista non studia per chiudere un patrimonio di cultura dentro una cassaforte. E perché il divulgatore se non ha alle spalle una conoscenza delle ricerche avvenute in tema di storia della Chiesa finisce per distribuire dosi di informazioni con lo stesso modo con il quale si offre un minestrone riscaldato.

Nel professor Guiducci ho trovato queste tre caratteristiche. Così, in modo progressivo, sono entrato con il docente in dinamiche che mi hanno particolarmente coinvolto.

Tale fatto non è stato solo legato a delle lezioni, ma anche a un continuo dialogo, e alla lettura di libri scritti dal docente per rispondere in modo costruttivo alle più diverse polemiche.

Basti qui ricordare i testi preparati per dimostrare: la storicità di Cristo, la testimonianza dei martiri romani dei primi secoli, l’armonia esistente tra la spiritualità cristiana dell’oriente e quella dell’occidente, la partecipazione dei cattolici al Risorgimento italiano, l’opposizione di Pio XII (venerabile) al nazismo e l’aiuto ai perseguitati, il reale contributo di alcuni italiani dichiarati ‘giusti tra le nazioni’, l’operato dell’arcivescovo di Zagabria Alojzije Viktor Stepinac (beato)…

Tale contesto spiega perché, in un dato momento, ho deciso di intervistare il prof. Guiducci su temi ricorrenti nel cammino ecclesiale, ma anche su punti ‘difficili’.

Si tratta di colloqui che ho inserito nel mio sito ‘San Paolino’s Voice’.

Per me è stato un modo per proseguire un approfondimento comune. L’iniziativa è stata accolta con molto favore. È stato registrato un improvviso, notevole aumento di collegamenti. Per questo motivo, mi è venuta l’idea di riunire le interviste in un libro. In tal modo si offre un testo che può interessare molteplici persone: per i temi affrontati, per lo stile discorsivo, per la possibilità di ricevere alcuni orientamenti.

Sul piano dell’impostazione questo lavoro – dal titolo “Chiesa in cammino” – è stato suddiviso in due parti: 1] La Chiesa nella storia, e 2] Essere Chiesa. La prima parte accoglie contributi riguardanti vicende storiche della Chiesa, il dramma della guerra, testimoni del nostro tempo, il dovere della memoria. Nella seconda parte sono inseriti alcuni temi teologico-pastorali, aspetti di vita pastorale e argomenti di natura sociale.

A tutti gli amici l’augurio di una buona lettura.

 

 

Il sacramento della confermazione: ce lo spiegava oggi 23 maggio Papa Francesco “E lo Spirito (che) ci guida nella vita perché noi diventiamo sale giusto e luce giusta agli uomini.”

PAPA FRANCESCO

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 23 maggio 2018

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Catechesi sulla Confermazione. 1. La testimonianza cristiana

Cari fratelli e sorelle, buongiorno!

Dopo le catechesi sul Battesimo, questi giorni che seguono la solennità di Pentecoste ci invitano a riflettere sulla testimonianza che lo Spirito suscita nei battezzati, mettendo in movimento la loro vita, aprendola al bene degli altri. Ai suoi discepoli Gesù ha affidato una missione grande: «Voi siete il sale della terra, voi siete la luce del mondo» (cfr Mt 5,13-16). Queste sono immagini che fanno pensare al nostro comportamento, perché sia la carenza sia l’eccesso di sale rendono disgustoso il cibo, così come la mancanza o l’eccesso di luce impediscono di vedere. Chi può davvero renderci sale che dà sapore e preserva dalla corruzione, e luce che rischiara il mondo, è soltanto lo Spirito di Cristo! E questo è il dono che riceviamo nel Sacramento della Confermazione o Cresima, su cui desidero fermarmi a riflettere con voi. Si chiama “Confermazione” perché conferma il Battesimo e ne rafforza la grazia (cfrCatechismo della Chiesa Cattolica, 1289); come anche “Cresima”, dal fatto che riceviamo lo Spirito mediante l’unzione con il “crisma” – olio misto a profumo consacrato dal Vescovo –, termine che rimanda a “Cristo” l’Unto di Spirito Santo.

Rinascere alla vita divina nel Battesimo è il primo passo; occorre poi comportarsi da figli di Dio, ossia conformarsi al Cristo che opera nella santa Chiesa, lasciandosi coinvolgere nella sua missione nel mondo. A ciò provvede l’unzione dello Spirito Santo: «senza la sua forza, nulla è nell’uomo» (cfr Sequenza di Pentecoste). Senza la forza dello Spirito Santo non possiamo fare nulla: è lo Spirito che ci dà la forza per andare avanti. Come tutta la vita di Gesù fu animata dallo Spirito, così pure la vita della Chiesa e di ogni suo membro sta sotto la guida del medesimo Spirito.

Concepito dalla Vergine per opera dello Spirito Santo, Gesù intraprende la sua missione dopo che, uscito dall’acqua del Giordano, viene consacrato dallo Spirito che discende e rimane su di Lui (cfr Mc 1,10; Gv 1,32). Egli lo dichiara esplicitamente nella sinagoga di Nazaret: è bello come Gesù si presenta, qual è la carta identitaria di Gesù nella sinagoga di Nazaret! Ascoltiamo come lo fa: «Lo Spirito del Signore è sopra di me, per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio» (Lc 4,18). Gesù si presenta nella sinagoga del suo villaggio come l’Unto, Colui che è stato unto dallo Spirito.

Gesù è pieno di Spirito Santo ed è la fonte dello Spirito promesso dal Padre (cfr Gv 15,26; Lc 24,49; At 1,8; 2,33). In realtà, la sera di Pasqua il Risorto alita sui discepoli dicendo loro: «Ricevete lo Spirito Santo» (Gv 20,22); e nel giorno di Pentecoste la forza dello Spirito discende sugli Apostoli in forma straordinaria (cfr At 2,1-4), come noi conosciamo.

Il “Respiro” del Cristo Risorto riempie di vita i polmoni della Chiesa; e in effetti le bocche dei discepoli, «colmati di Spirito Santo», si aprono per proclamare a tutti le grandi opere di Dio (cfr At 2,1-11).

La Pentecoste – che abbiamo celebrato domenica scorsa – è per la Chiesa ciò che per Cristo fu l’unzione dello Spirito ricevuta al Giordano, ossia la Pentecoste è l’impulso missionario a consumare la vita per la santificazione degli uomini, a gloria di Dio. Se in ogni sacramento opera lo Spirito, è in modo speciale nella Confermazione che «i fedeli ricevono come Dono lo Spirito Santo» (Paolo VI, Cost. ap., Divinae consortium naturae). E nel momento di fare l’unzione, il Vescovo dice questa parola: “Ricevi lo Spirito Santo che ti è stato dato in dono”: è il grande dono di Dio, lo Spirito Santo. E tutti noi abbiamo lo Spirito dentro. Lo Spirito è nel nostro cuore, nella nostra anima. E lo Spirito ci guida nella vita perché noi diventiamo sale giusto e luce giusta agli uomini.

Se nel Battesimo è lo Spirito Santo a immergerci in Cristo, nella Confermazione è il Cristo a colmarci del suo Spirito, consacrandoci suoi testimoni, partecipi del medesimo principio di vita e di missione, secondo il disegno del Padre celeste. La testimonianza resa dai confermati manifesta la ricezione dello Spirito Santo e la docilità alla sua ispirazione creativa. Io mi domando: come si vede che abbiamo ricevuto il Dono dello Spirito? Se compiamo le opere dello Spirito, se pronunciamo parole insegnate dallo Spirito (cfr 1 Cor2,13). La testimonianza cristiana consiste nel fare solo e tutto quello che lo Spirito di Cristo ci chiede, concedendoci la forza di compierlo.

pubblicazione da Vatican. va su SPV a cura di carlo mafera

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Salute: donne ancora incerte sul significato e sui rischi della menopausa

L’82,8% delle italiane tra 45 e 65 anni è informato. Per il 77% la menopausa non è una malattia, ma una fase fisiologica della vita. Per circa la metà coincide con la fine della fertilità. Ma il 38,5% ignora che può aumentare il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari. L’87,3% non usa farmaci per contrastarne i sintomi. Solo il 49,5% delle donne in menopausa in questa fascia di età ha rapporti sessuali regolari, contro il 74,2% di quelle non in menopausa

Comunicato Stampa Censis – Roma, 23 maggio 2018 – La menopausa è una fase fisiologica della vita della donna che coincide con la fine della fertilità, ma da sempre è vissuta in modo problematico. La ricerca realizzata dal Censis, grazie al contributo non condizionato di Msd, su un campione di donne dai 45 ai 65 anni ha verificato cosa sanno e come vivono oggi la menopausa le donne italiane che si avvicinano o vivono questa fase della vita. <p>

 

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Incertezze sul significato della menopausa e sui rischi. L’82,8% delle donne pensa di essere informata sulla menopausa e il 77% dichiara di sapere che non è una malattia, ma una fase fisiologica. Il ginecologo è la fonte informativa principale per la menopausa per il 63,7% delle donne. Solo il 47,1% definisce la menopausa come la cessazione delle mestruazioni, solo il 44,8% sa che coincide con il termine della fertilità e solo il 35,7% che si accompagna a un calo significativo di estrogeni nel sangue. Per il 73,6% la menopausa può non comportare necessariamente disturbi e conseguenze per la salute, ma dipende dalla condizione della donna. Tra i disturbi più frequenti vengono citati le vampate di calore e le sudorazioni profuse (61,1%), l’irritabilità, l’umore instabile, l’ansia (46,8%), l’aumento di peso (44,6%), i disturbi del sonno (39,4%), le palpitazioni, la tachicardia, gli sbalzi della pressione arteriosa (37,3%), ma per il 10,7% la menopausa non comporta alcun disturbo frequente. Sul piano delle conseguenze per la salute, l’85% delle donne è consapevole del fatto che la menopausa può aumentare il rischio di sviluppare l’osteoporosi e le malattie osteoarticolari, ma molte di meno (il 61,5%) sanno che accresce il rischio di sviluppare malattie cardiovascolari come l’infarto cardiaco, l’ictus cerebrale o l’ipertensione, solo il 26,5% che aumenta il rischio di contrarre tumori e il 20,3% le demenze.

Ancora resistenze e scarsa informazione sulle terapie. L’87,3% delle donne in menopausa non assume farmaci specifici per la menopausa e il 68,1% è convinto che non sia necessario farne uso. Il 48,6% non li usa perché pensa che sia una fase fisiologica e il 33,9%, pur avendoli assunti, pensa di non averne più bisogno. La terapia ormonale sostitutiva (Tos) è conosciuta da poco più della metà delle donne intervistate (51,9%) e tra le donne in menopausa solo il 7,6% la utilizza, mentre il 6,5% ha indicato di assumere farmaci da banco, omeopatici o fitoterapici. Tuttavia, positive appaiono le indicazioni sull’efficacia delle terapie: il 67,2% delle donne che hanno assunto o assumono farmaci ha dichiarato che seguendo una terapia per la menopausa i disturbi fisici si sono ridotti, i fattori di rischio come la pressione, l’osteoporosi, il colesterolo sono sotto controllo (71,9%), e che si sentono o si sono sentite meglio psicologicamente (70,3%). In particolare, il 64,6% delle donne in terapia consiglierebbe a un’amica i farmaci che sta prendendo in questo momento.

L’impatto sulla sessualità. La percentuale di donne in menopausa che affermano di avere rapporti sessuali con una certa frequenza e regolarità è pari al 49,5% a fronte del 74,2% delle donne non ancora in menopausa. La percentuale di chi valuta la propria vita sessuale positivamente passa dal 77,3% delle donne non ancora in menopausa al 56,3% delle donne in menopausa. Tra queste ultime il 20,3% afferma di non avere più una vita sessuale. Tuttavia, sull’impatto che la menopausa può avere sulla dimensione della sessualità le opinioni appaiono divise. Se, da una parte, il 42,5% ritiene ininfluente la menopausa sull’attività sessuale, dall’altra il 43,8% la associa a cambiamenti fisiologici (33,3%) o psicologici (10,5%) tali da ridurre il desiderio femminile, e solo il 4% pensa che possa avere un impatto positivo. Del resto, per il 66,2% delle donne in menopausa il corpo subisce cambiamenti estetici negativi (capelli, pelle, peso) che peggiorano l’immagine di sé. La condizione è considerata positiva dal 39,4% perché elimina il problema di gravidanze indesiderate, ma il 26,8% segnala una perdita di interesse per la sessualità, un altro terzo (29,7%) la considera l’esordio della terza età, mentre il 22,1% ritiene che le donne in menopausa vengano considerate meno attraenti da un punto di vista sessuale.

«Ciò che emerge in questo racconto femminile della menopausa oggi è una forte tendenza culturale alla normalizzazione: spogliata dei suoi tratti di drammaticità e riserbo, la menopausa non rappresenta più la porta del passaggio alla vecchiaia e a una sorta di diminutio sociale, ma in essa prevale la dimensione del vissuto individuale e delle sue specificità», ha detto Ketty Vaccaro, Responsabile dell’Area Welfare e Salute del Censis. «Se da una parte la maggioranza nega un impatto specifico sulla vita delle donne, dall’altra non mancano i richiami a varie conseguenze negative che possono costellare la quotidianità delle donne in menopausa. Fondamentale è sviluppare una maggiore consapevolezza sul controllo dei fattori di rischio per la salute per le donne che hanno una aspettativa di vita crescente e che hanno bisogno di essere sostenute in percorsi di prevenzione efficaci, spesso oggi ancora carenti».

Questi sono i principali risultati della ricerca «Ricominciare da cinquanta. Cosa sanno e come affrontano la menopausa le donne italiane», realizzata dal Censis con il contributo non condizionato di Msd, che è stata presentata oggi a Roma da Ketty Vaccaro, Responsabile dell’Area Welfare e Salute del Censis, e discussa da Serena Battilomo, Direttore Ufficio Tutela della Salute della donna, dei soggetti vulnerabili e contrasto alle diseguaglianze del Ministero della Salute, Paola Boldrini, Senatrice della XVIII Legislatura, Stefano Lello, Segretario della Società Italiana di Ginecologia della Terza Età (Sigite), Nicoletta Luppi, Presidente e Amministratore Delegato di Msd Italia, Giovanni Scambia, Presidente della Società Italiana di Ginecologia e Ostetricia (Sigo), Elsa Viora, Presidente Aogoi, Giuseppe Ettore, Direttore Dipartimento Materno Infantile Arnas Garibaldi Catania.

pubblicazione su SPV a cura di carlo mafera