ARCIVESCOVO ALOJZIJE STEPINAC (1898-1960) COLLABORAZIONISTA O SANTO?

I risultati di una ricerca storica condotta dal prof. Pier Luigi Guiducci, docente di Storia della Chiesa.

Intervista a cura del dott. Carlo Màfera

https://carlomafera.files.wordpress.com/2015/10/eb054-croazia_stepinac.jpg?w=198&h=317

L’arcivescovo Stepinac

Il croato mons. Alojzije Viktor Stepinac (Krašić, 8 maggio 1898 – Krašić, 10 febbraio 1960) fu arcivescovo di Zagabria dal 1937 al 1960. Venne creato cardinale da Pio XII (venerabile; 1876-1958; Pontefice dal 1939) nel 1953. Proclamato beato nel 1998 da Giovanni Paolo II (santo; 1920-2005; Pontefice dal 1978). Negli anni del suo lavoro pastorale a Zagabria, sorse lo Stato indipendente di Croazia (Nezavisna Država Hrvatska, NDH), assunse il potere Ante Pavelić (1889-1959; Poglavnik, duce), si verificarono eccidi contro oppositori e pulizie etniche ad opera di miliziani inquadrati nel movimento ustaša. Divenne tristemente noto il campo di sterminio di Jasenovac. Il regime di Pavelić e degli ustaše, sostenuto dalle forze dell’Asse, crollò nel 1945.
Il controllo politico e militare passò ai titini, cioè a quanti militavano nell’esercito popolare di liberazione della Jugoslavia, comandato da Josip Broz (1892-1980; nome di battaglia: Tito). Arrivato al vertice del potere in Jugoslavia, Tito volle controllare rigidamente la vita della Chiesa cattolica, e fu responsabile anche dell’arresto e dei processi a cui venne sottoposto Stepinac. Quest’ultimo, fu prima condannato a morte, per reati politici, poi la pena venne tramutata nel domicilio coatto. Stepinac, alla fine, morì per avvelenamento.
Quando ebbe inizio il processo canonico di beatificazione, in diversi ambienti sorsero voci che si opponevano a tale iniziativa. Si affermava che l’arcivescovo aveva, in pratica, sostenuto il regime di Pavelić, e che quindi era – di fatto – corresponsabile delle atrocità commesse dagli ustaše.
Tale situazione si ripeté quando si arrivò a proclamare beato Stepinac. Adesso, si è in presenza di ulteriori critiche provenienti soprattutto dagli ambienti serbi. Si ritiene non opportuna la proclamazione a santo, anche se il processo canonico è terminato regolarmente (manca solo la firma di Papa Francesco). A questo punto, il Pontefice, ha preferito sospendere l’iter di canonizzazione per meglio ampliare un movimento di consenso, e ha sostenuto la promozione di una commissione storica all’interno della quale sono presenti anche studiosi vaticani, croati e serbi. In pratica, Papa Francesco non desidera che un momento di festa per la Chiesa cattolica divenga, però, anche un episodio di conflitto con esponenti di altre Confessioni.
In tale contesto, si deve comunque ricordare, che da diversi anni sono stati condotti molti studi storici sulla figura dell’arcivescovo Stepinac. Alcuni di questi, collegati al lavoro della Postulazione, sono stati raccolti nella Positio (diversi volumi di documenti). Altre ricerche, sono state condotte da storici che hanno lavorato in modo autonomo (ad es. Darko Zubrinic sull’aiuto agli ebrei). Tra questi autori, si colloca pure il prof. Pier Luigi Guiducci, storico della Chiesa. Egli ha affrontato una ricerca molto articolata (decennale) in occasione della stesura di un libro dal titolo Oltre la leggenda nera. Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti (Mursia, 2015). Per questo motivo, ci è sembrato utile intervistarlo.

D. Prof. Guiducci, perché diversi serbi (nel governo, nel patriarcato ortodosso e nella popolazione) sono contro la canonizzazione di mons. Stepinac?
Perché durante gli anni del regime di Pavelić vennero commessi crimini contro i serbi. Sono ferite aperte.

D. Perché gli ustaše si mostrarono così violenti verso i serbi?
Perché in precedenza, guardando alla storia di quei territori, i serbi avevano per un lungo periodo emarginato e penalizzato duramente i croati.

D. Stepinac si trovò così dentro una polveriera…
Sì. Siamo davanti a un conflitto esteso. Vi erano coinvolti ustaše, cetnici (i serbi monarchici), domobranci (guardia territoriale slovena), partigiani comunisti di Tito, truppe del III° Reich, soldati italiani…

D. Stepinac praticamente era circondato…
Movimenti, comunicazioni, scritti erano controllati.

D. A questo punto, come si muove l’arcivescovo?
Da una parte, deve tenere unita la Chiesa croata. Dall’altra, è costretto a mantenere aperti canali di comunicazione con le forze politiche e militari presenti nel nuovo Regno. Non farlo avrebbe significato l’impossibilità di seguire il cammino dei cattolici.

D. Si pongono qui alcuni interrogativi…
Dica…

D. Stepinac fu un collaborazionista del regime di Pavelić?
Questo non risulta. Dai documenti consultati emergono piuttosto alcune evidenze…

D. Quali?
1] Stepinac era nato in Croazia. Quindi, è attento a tutto ciò che riguarda l’identità nazionale croata, il cattolicesimo, la vita dei fedeli. Il regime non ebbe bisogno del suo appoggio. Pavelić entrò a Zagabria scortato da mezzi corazzati italiani.
2] Stepinac non aderisce alle dottrine che prevedevano spargimenti di sangue pur di realizzare pulizie etniche. Anzi, condannò ogni forma di nazionalismo estremo;
3] Non si mostra ossequioso in presenza di decisioni unilaterali del regime che avevano lui come destinatario.
È inserito nel Parlamento (un organismo fittizio che si riunì poche volte), ma è presente solo in momenti ufficiali (aperti a tutte le autorità del Paese).
È posto a un alto livello dirigenziale nel movimento ustaša ma non esiste una sola foto in cui l’alto prelato saluta con la mano alzata (segno ustaša);
4] Lo si trova in cerimonie non legate al regime ma allo Stato, a ricorrenze nazionali.
C’è una foto che è usata in molti siti internet e nei libri ove è ritratto accanto ai gerarchi del tempo. Non viene scritto, però, che si tratta di un funerale (1944). I celebranti indossano paramenti neri. E pregano davanti alla salma del presidente del parlamento croato. Si tratta del defunto Marko Došen (1859-1944). Fu una voce critica nei confronti del regime.

https://i1.wp.com/www.santiebeati.it/immagini/Original/90010/90010I.JPG

D. Quindi, in Croazia ci furono oppositori…
Sì. Il 30 novembre 1942, Marko Došen evidenziò in un pro-memoria inviato a Pavelić molte critiche al regime degli ustaše. Ricordò gli eccessi dei cetnici nella parte della Dalmazia controllata dagli italiani. Criticò poi varie realtà del regime: la corruzione su vasta scala dei gerarchi; la duplicazione degli organi amministrativi dello Stato e del partito (e i conseguenti dissidi); l’esistenza di due eserciti (regolare e di partito); l’esistenza di molti tipi diversi di tribunale. Denunciò anche i maltrattamenti e le esecuzioni arbitrarie nei campi di concentramento croati, di cui spesso cadevano vittime individui che non rappresentavano alcun pericolo per lo Stato, mentre la popolazione avvertiva una forte insicurezza per le persone e le proprietà. Chiese anche che il parlamento avesse una solida base rappresentativa della nazione e che potesse tornare a riunirsi.

D. Stepinac fu un incapace?
Non mi sembra. Convoca un Sinodo che si svolge dal 17 al 20 novembre del 1941. In tale assise i vescovi scrivono a Pavelić in termini di disapprovazione. Condannano le conversioni forzate dei serbi e le atrocità degli ustaše. Chiedono il rispetto dei diritti della Chiesa ortodossa. Gli ebrei, inoltre, dovevano essere trattati nel modo più umano possibile, considerando anche i problemi creatisi con le truppe naziste. Il testo della missiva è letto da Pio XII.

D. Stepinac fu un amico di Pavelić?
Non risulta. Emerge, al contrario, che in tre occasioni il duce croato chiese alla Santa Sede di allontanare Stepinac da Zagabria.

D. Stepinac non seppe governare la Chiesa croata?
Dai documenti emergono le direttive di Stepinac. Egli chiese rispetto verso lo Stato (aprile 1941) ma non complicità verso gli eccidi che condannò con lettere indirizzate anche allo stesso Pavelić e con omelie. Nel 1943, il ministro dell’Istruzione (Julije Makanec), in un articolo (pubblicato in “Hrvatski Narod”) del 7 novembre, fece riferimento a un’omelia di Stepinac affermando che era una pugnalata alla schiena del regime.

D. Però qualcuno seguì altre strade …
Questo è vero. All’interno della Chiesa croata si svilupparono delle situazioni articolate…

D. Quali?
1] Come prassi, Pavelić, per isolare l’arcivescovo, trattò con altri ecclesiastici. Quest’ultimi – forse – non si resero conto che in tal modo la posizione di Stepinac veniva indebolita.
2] Alcuni ecclesiastici dimostrarono un nazionalismo troppo accentuato. Ad esempio:
-don Janko Penic (articolo sul giornale “Katolicčki List”, n. 41 del 7 giugno 1941);
-don Dragutin Kramber, segretario dell’arcivescovo di Sarajevo Ivan Saric (articolo sul giornale “Vrhbosna” del 10 aprile 1942)…
3] Parte dei fedeli non mostrò simpatia per gli ustaše. Rimase, comunque, spettatrice degli eventi per conservare il proprio lavoro e per non avere guai in famiglia.
4] Molti fedeli si strinsero intorno al proprio arcivescovo. Lo sostennero. Diversi di loro pagarono tale aiuto con la morte (don Dragutin Jesih et al.), la deportazione (inclusa la segretaria di Stepinac), l’internamento (con le conseguenze a questo legate).
5] Vi fu poi un nucleo ristretto di croati che parteciparono a operazioni criminose.

D. Quindi, ci fu chi partecipò a delitti…
Ci furono dei croati che, partecipando a fatti condannati dalla Chiesa (in termini di norme canoniche, dottrina e pastorale), si posero automaticamente fuori della comunione ecclesiale. Seguirono sospensioni a divinis, ed espulsioni da Ordini religiosi.

D. Stepinac fu un pauroso?
Non ho questa impressione. Quando gli ustaše scapparono, egli rimase al suo posto. Sapeva benissimo che con i partigiani di Tito sarebbero sorti molti altri problemi, ma non andò via. Attese le nuove truppe armate in curia. Accettando tutte le conseguenze di tale scelta.

D. Stepinac fu un doppiogiochista?
Non ho trovato documenti che supportano tale ipotesi.
1]Da una parte, cercò di utilizzare i canali aperti con il governo croato per salvare il salvabile.
2] Nei contatti con la Santa Sede, Stepinac riferì delle iniziative che si stavano realizzando nel mondo cattolico croato, ma non scrisse una sola riga a favore del movimento ustaša. Le lettere ufficiali che scrisse fecero riferimento all’identità statuale non a movimenti ideologici. Molte informazioni le passò a voce a Pio XII nell’udienza riservata dell’aprile 1942.
3] Contemporaneamente, Stepinac utilizzò mons. Giuseppe Ramiro Marcone (1882-1952; Visitatore Apostolico in Croazia), per far arrivare alla Santa Sede le informazioni più delicate (la censura controllava le lettere ufficiali di Stepinac) e per operazioni a favore dei perseguitati.
4] Fu in base ai dati riservati ricevuti da Stepinac, che la Santa Sede operò secondo criteri ben chiari: convocazione a Roma dei provinciali francescani, invio in Croazia non di un Nunzio ma di un Visitatore Apostolico, udienza a Pavelić in forma privata (così da non riconoscerlo Capo di Stato)…

D. Stepinac fu una persona incerta?
Certamente fu prudente. Dovette muoversi con attenzione perché era controllato da nazionalisti croati, nazisti e fascisti. Comunque quello che doveva fare lo fece: denunce, iniziative umanitarie, tentativi per salvare la vita a più persone, colloqui di pacificazione… Quando, in seguito, fu processato dai comunisti, rispose a tono.

D. Stepinac fu ostile alle altre Confessioni religiose?
Nel periodo in cui Stepinac fu vescovo ausiliare, e poi fino alla presa del potere da parte di Pavelić, la sua azione pastorale si diresse soprattutto verso opere caritative. Le durissime iniziative contro ebrei e serbi ortodossi furono una decisione del regime. Nel 1941, dopo essere stato informato su massacri contro serbi, l’arcivescovo scrisse a Pavelic:
“(…) credo però mio dovere di vescovo di alzare la mia voce e dichiarare che questo non è lecito secondo la morale cattolica; quindi, vi prego di prendere le misure più urgenti in tutto il territorio dello Stato croato indipendente, affinché non venga ucciso nemmeno un serbo se non sia dimostrato il delitto per il quale merita la morte. Altrimenti non possiamo attendere la benedizione del Cielo, senza la quale dobbiamo soccombere”.

D. Prof. Guiducci, qualcuno ha scritto che nel 1943 Stepinac, scrivendo alla Segreteria di Stato vaticana, attribuì a ebrei e a ortodossi le maggiori responsabilità della pratica dell’aborto e delle pubblicazioni pornografiche…
Stepinac non fece mai riferimento alla comunità ebraica e a quella serbo ortodossa. Si limitò ad annotare dei dati legati a singole persone (accertati). Il credo religioso non c’entra.

D. Se Stepinac operò in modo profondamente diverso da quello dei politici e dei militari del tempo, perché rimangono riserve su di lui?
Perché le ferite del tempo si sono estese ulteriormente con le guerre jugoslave che coprono un periodo che va dal 1991 al 1995.

D. Che avviene?
Nel 1991 c’è la guerra d’indipendenza slovena. Dal 1991 al 1995 si scatena il conflitto serbo-croato. Dal 1992 al 1995 ci sono gli scontri in Bosnia e Erzegovina.

D. Nel conflitto serbo-croato…
L’attacco serbo, iniziato nel luglio del 1991, coinvolse varie città croate: Ragusa, Sebenico, Zara, Karlovac, Sisak, Slavonski Brod, Osijek, Vinkovci e Vukovar. Il simbolo della guerra serbo-croata è divenuto l’assedio alla città di Vukovar. L’abitato si trova nella Slavonia (25 agosto-18 novembre 1991). Si trattava di un territorio in cui serbi e croati convivevano fino a quel momento senza astio. La città fu bombardata. Subì notevoli danni. Oltre alle truppe regolari dell’esercito serbo, a Vukovar combatterono anche i paramilitari stranieri. Avvennero saccheggi e uccisioni di centinaia di civili (inclusi i ricoverati nell’ospedale).

D. Un dramma infinito…
Sì. La Croazia si difese. Poi, a sua volta, attaccò. Come avviene in tutti i conflitti, si registrarono eccidi e un’estensione del confronto bellico. La Croazia fu coinvolta anche nella guerra in Bosnia ed Erzegovina.

D. Non è facile concludere questa intervista…
Si possono individuare alcuni punti-chiave.
1] Non è corretto esprimere giudizi su una data persona (in questo caso l’arcivescovo di Zagabria) se non si contestualizza la situazione in cui visse, e se non si studiano con attenzione i documenti che lo riguardano.
2]Si deve ricordare (ma questo gli storici lo sanno) che nella Jugoslavia comunista fu imposto il silenzio su Stepinac. I suoi scritti e i testi delle omelie non potevano circolare pubblicamente.
3]Stepinac, al contrario di Pavelić, non fu mai legato ai nazisti e ai fascisti italiani.
4]Risultano interventi dell’arcivescovo a favore dei perseguitati (ebrei, serbi et al.).
5]Stepinac soffrì anche per vicende familiari (il fratello fu ucciso dai nazisti; militava nella resistenza).
6]Stepinac fu ricattato nel modo più brutale: quando faceva sentire la sua voce venivano arrestati i suoi sacerdoti (nel 1943, 31 di loro vennero imprigionati).
7]La migliore testimonianza su Stepinac la si trova nei pessimi rapporti che nazionalisti croati, nazisti e fascisti italiani scrissero su di lui.

D. Quindi si possono trovare dei cammini di condivisione tra croati e serbi?
A mio avviso, sì. Si tratta di dire la verità su vicende scomode. Occorre, poi, togliere le molti stratificazioni ideologiche che hanno alterato i dati storici (con guerra dei numeri in materia di vittime). Fino a individuare quelle figure umili ma non deboli che vollero percorrere sentieri di non violenza.

D. Tra questi Stepinac…
Sì. Tra questi Stepinac. Un arcivescovo che non aggredì. Ma non indietreggiò.

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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