IL NOSTRO ISTITUTO RELIGIOSO DI ASSISTENZA CHIUDE … Le Comunità religiose tra decisioni di chiusura e sequela Christi

Il dott. Carlo Màfera intervista lo storico prof. Pier Luigi Guiducci

Nella vita della Chiesa, l’attuale periodo storico è segnato anche da un fenomeno che preoccupa molte Chiese locali: gli istituti religiosi di assistenza stanno chiudendo per vari problemi. Un nodo centrale è la mancanza di vocazioni. In Italia, tale situazione è dolorosa. Ciò che fa soffrire religiose e religiosi è che molte opere hanno una storia importante, significativa. Sono state delle risposte storiche a esigenze plurime (minori, anziani, disabili…). Hanno in più casi anticipato l’azione statale. E, soprattutto, sono stati luoghi di santità. Moltissimi consacrati hanno lasciato ricordi di generosità notevoli, di fedeltà rocciose, di eroismi. Adesso, molte vicende locali costringono le congregazioni ad adottare controvoglia delle decisioni.
Ma c’è anche un altro problema, stavolta di natura pastorale, che fa capolino tra le pieghe di storie sofferte: riguarda l’atteggiamento che i diretti interessati assumono davanti a dei fatti difficili, sgraditi. In alcune situazioni, prevale lo scoraggiamento, il prevalere di toni depressi, un fatalismo, un senso di fallimento, una sofferenza costante. La persona consacrata trasmette ai suoi interlocutori, in taluni casi, angoscia. Gli stessi operatori che ancora rimangono, fanno fatica a trasmettere la vivacità del proprio carisma.
In altri casi (poco frequenti) esiste, al contrario, una lettura storica realistica. E soprattutto un affidamento totale al Dio della Vita e della Storia. Non si ragiona in termini numerici (in quanti siamo rimasti?), ma nell’accettazione dell’oggi Dio (il Signore parla, comunica, anche attraverso i segni dei tempi).
Esistono, poi, altre reazioni che – da parte di alcuni – si cerca di valorizzare al massimo: il coinvolgimento di vocazioni straniere, il tentativo di unirsi con Istituti che seguono in pratica lo stesso carisma, l’affidamento gestionale a cooperative o a nuove fraternità.
Su tale realtà, qui solo accennata, non mancano i quesiti: per gli Istituti religiosi di assistenza è finita un’epoca storica? Quali nuove scelte devono caratterizzare l’azione di comunità ancora attive? Come valorizzare le possibili nuove vocazioni? Come restare fedeli a un carisma? Come accompagnare i religiosi e le religiose anziani? Come sostenere nuovi servizi pastorali e nuove fraternità?
Davanti a tali interrogativi, ci siamo rivolti a uno storico, il prof. Pier Luigi Guiducci. Ecco le sue risposte.

D. Prof. Guiducci, che sta succedendo?
Le congregazioni religiose affrontano oggi una fase di cambiamento. Rispetto al passato, è mutato il contesto. Sono emerse nuove esigenze sociali. Esiste una mutata dinamica vocazionale. Tutto ciò ha conseguenze.

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Istituto Concettina Figliolia – Foggia

D. Quali?
Esiste ad esempio:
– Una co-presenza di istituti non innovativi e di centri che cercano di cambiare sul piano gestionale, ma anche sul versante della presenza religiosa in un dato territorio;
-un cambiamento, con riferimento alle attività svolte dagli istituti religiosi (sanità, assistenza e scuola), dei soggetti finanziatori e delle logiche di finanziamento;
-un incremento della quantità, qualità e complessità della domanda sociale, mentre si accentua la razionalizzazione dell’intervento pubblico;
-co-presenza, in più aree d’intervento (es. sanità, assistenza e scuola), di soggetti pubblici, soggetti profit e soggetti non profit (con interazioni di vario tipo);
-incremento delle istanze di efficacia, efficienza e qualità dell’azione svolta dagli istituti non profit da parte delle rispettive comunità, e anche di trasparenza circa l’utilizzo delle risorse;
-flessione nel numero delle vocazioni e conseguente esigenza di sperimentare nuovi modelli di gestione con maggiore valorizzazione dell’apporto laicale.

D. Come si reagisce?
Evidentemente, è utile un nuovo modus operandi. Il concetto di amministrazione è da completare con quello di ‘gestione’. Inoltre, nell’attuale momento storico, l’obiettivo delle congregazioni non riguarda solo il rispetto delle norme, ma anche la continuità dell’opera, il suo sviluppo. Non si tratta, comunque, di ribaltare il proprio modo di gestire le opere o di trasformare quest’ultime in imprese profit. Occorre piuttosto migliorare il disegno operativo adottato. Renderlo coerente con le sfide imposte dal contesto e dalle condizioni operative attuali.

D. Inizialmente, c’è stato un modello storico di gestione …
Sì. Certamente. Il modello di gestione delle opere religiose è stato costruito di fatto su due fattori: presenza di più vocazioni, e una relativa assenza di competitività. Oggi, invece, questi dati vengono meno. Lo schema operativo presenta segnali di sofferenza. Quest’ultimi, comunque, non giustificano arretramenti dalle funzioni sociali, ma richiedono modifiche gestionali.

D. Quindi, si va verso un nuovo modello di gestione…
Certo. Si tratta, ad esempio, di affiancare alle competenze tecniche e amministrative, una preparazione gestionale nuova, specifica delle organizzazioni non profit (diversa, per capirci, da quella applicata nel mondo delle società commerciali e della P.A.).

D. C’è un cambiamento in atto…
Sul piano concreto, molte congregazioni sono chiamate a raccogliere sfide gestionali non deboli. Diventa necessario:
-contare su un personale laico qualificato, motivato;
-conservare una continua aderenza alla missione,
-mantenere condizioni di sostenibilità economica.
Inoltre nelle congregazioni religiose, il tema della gestione non può rimanere competenza solo degli economi o del personale amministrativo. Deve coinvolgere anche i livelli di governo.

D. Qual è, dunque, un passo-chiave?
A mio parere, è importante:
-superare l’atteggiamento di possibile resistenza culturale (se esiste), così da favorire una gestione moderna e professionale delle attività;
-valorizzare gli strumenti di management al servizio della missione;
-individuare persone giuste. Capaci di aiutare le congregazioni a utilizzare tali princìpi e strumenti in modo coerente rispetto alle peculiarità gestionali dell’istituto.

D. C’è una svolta. Con quali caratteri?
Da sempre il modello di gestione delle congregazioni si è fondato sulla generosità del personale religioso. I consacrati lavoravano in tutti i livelli della struttura organizzativa. Dalla base al vertice. Dai servizi rivolti all’utente a quelli di carattere più accessorio. Con risvolti positivi in termini anche di risparmio del costo del personale. Oggi il contesto è mutato. La flessione vocazionale suggerisce un cambiamento del modello preesistente.

D. Quali caratteri ha questa svolta?
Esiste, intanto, un passaggio (non semplice): da una gestione diretta delle opere a una gestione “indiretta”. In prima linea, tendono ad esserci più laici e meno religiosi Emergono poi altri aspetti…

D. Quali?
Penso alla necessità di mantenere un reale allineamento tra la missione e l’operatività dell’organizzazione “vivente”. Esiste inoltre:
-l’esplosione del problema della sostenibilità economica delle opere per effetto della crescita del costo del personale;
-l’importanza strategica della qualità del personale laico e religioso;
-la necessità di rafforzare le funzioni di gestione delle risorse umane e non solo dell’amministrazione.

D. Tenendo conto di quanto detto, emerge un discorso sul personale laico…
Sì. Certo. Da questo punto di vista, esistono:
– congregazioni moderne che concepiscono la gestione delle persone (in particolare i laici) come un fattore strategico di sviluppo, e quindi come realtà su cui investire;
– e istituti che utilizzano ancora il personale in chiave amministrativa, di costo e non di investimento, e in generale di componente sotto-ordinata rispetto alle figure religiose.
Queste due concezioni hanno diversi effetti.
Un altro aspetto importante da considerare sta anche nel favorire un rapporto tra il personale laico e quello religioso basato sulla cooperazione, non su confronti non sereni.

D. Prof. Guiducci, quali orizzonti?
Allo stato attuale, e tenendo conto di molte scelte già realizzate, emergono molteplici strade. Cerco di indicarne alcune:
1] si rafforza il personale religioso con consacrate/i provenienti da altri Paesi (una scelta delicata, da valutare, esistono mentalità diverse);
2] si riduce l’attività dell’istituto (es. tagli posti letto, o conversione in servizi frazionati e autonomi);
3] chiusura dell’istituto (viene però meno nel territorio un servizio);
4] proseguimento attività con direzione tenuta da religiosi e personale di assistenza laico (per le congregazioni è un costo alto);
5] affidamento dell’opera a una cooperativa cattolica (soluzione che si è dimostrata valida);
6] cessione dell’opera ad altra congregazione, o a fraternità (si registrano pochi casi).

D. Tra queste scelte, qual è risultata quella più delicata?
Quella che punta a far affluire da Paesi esteri nuovi consacrati e consacrate.

D. Prof. Guiducci, sul piano psicologico, come vivono questi cambiamenti i religiosi?
Ella comprende che non è facile delineare una risposta esauriente. Posso parlare solo con riferimento alle congregazioni che conoscono (una sessantina). Penso che emergono più reazioni. Collegate a vari fattori…

D. In concreto…
Certo, specie nei religiosi più anziani, veder chiuso un proprio istituto di assistenza è motivo di dolore…

D. Solo dolore?
Il dolore riguarda la visione di una storia che è al suo compimento. E si va con il pensiero a tanti ricordi belli, importanti. Evidentemente, si può aggiungere un senso di scoraggiamento, una fatica a continuare nel cammino, una difficoltà a leggere la novità dell’oggi…

D. Esistono altre reazioni?
Certo. Molti comprendono che non è finita la missione. Semplicemente si tratta di operare una continuità con soluzioni nuove. Con linee operative non individuate più solo all’interno della congregazione.

D. Tutto ciò, ha delle ricadute sul piano spirituale?
Sì. Certamente. Quando la chiusura (o trasformazione) di un’opera è vissuta come la fine di un tutto, anche la vita spirituale ne risente. Da una parte si dimentica che la storia è guidata dallo Spirito di Dio, dall’altra si rischia di dimostrare meno paternità e maternità verso i confratelli e le consorelle anziani che tanto bene hanno realizzato negli anni, e – in ultimo – si tende (consciamente o meno) a comunicare anche ai membri della Chiesa locale angoscia, frustrazione. Quindi: non speranza.

D. Al contrario…
Bisognerebbe ricordare la data della chiusura (o trasformazione) di un’opera come la festa del ringraziamento. Per le tante grazie ricevute dal Signore. E come il rinnovo a Dio della propria offerta. Delle mani operaie si alzano verso il Cielo ripetendo il fiat, l’ecce e il magnificat.

D. A questo punto, quali sono i passi più urgenti?
Certamente, ogni congregazione conosce i passi più urgenti da compiere. Mi sembra di poterli riassumere nel concetto di passaggio:
– da una linea di non speranza a una fede nell’azione dello Spirito;
– da un’organizzazione auto-referenziale a un centro “relazionale” posto nei luoghi ove l’umanità vive l’oggi di Dio;
– dalla gestione del “contenitore” a quella del “contenuto”;
– dalla logica dell’amministrazione a quella della gestione;
– dalla centralità del patrimonio alla centralità dei progetti e delle persone.

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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