IMMIGRATI CLANDESTINI: TRA VERI DRAMMI E STERILI POLEMICHE

Il Dott. Carlo Mafera intervista lo storico della Chiesa
Prof. Pier Luigi Guiducci

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Mons. Nunzio Galantino

Nel recente periodo, i fatti di cronaca riportati dai media, con riferimento all’arrivo di migliaia di immigrati clandestini in Italia, Grecia e Francia, sono stati oggetto di un serrato dibattito che ha visto partecipe pure il Segretario Generale della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Mons. Nunzio Galantino, ed esponenti politici, tra i quali il Segretario della Lega Nord On. Matteo Salvini, e parlamentari del Movimento 5 Stelle. In particolare,
-mentre alcuni politici hanno spinto per provvedimenti restrittivi in grado di contrastare l’altissimo flusso di immigrati clandestini (il “clandestino” è colui che vive, opera, viaggia ecc. di nascosto; dal latino clam “di nascosto”),
-il Vescovo Galantino ha, durante una relazione, definito taluni deputati e senatori (senza indicazione di nomi): “piazzisti da quattro soldi che pur di prendere voti, di raccattare voti, dicono cose straordinariamente insulse!”.
In realtà, il pensiero del Presule andava oltre l’Italia. E richiamava il comportamento di alcuni Paesi, quali la Giordania e il Kurdistan iracheno, dove – pur con mezzi inferiori all’Italia – sono stati accolti milioni di profughi in diversi campi (es quello giordano di Za’atari).
Poco tempo dopo, il Segretario della CEI, in un’intervista rilasciata a “Famiglia Cristiana” (ridimensionata in seguito con un comunicato), aggiungeva che il governo appare del tutto assente in materia di immigrazione clandestina. In pratica, non basta salvare dei disperati in mare per mettere a posto la coscienza nazionale. Unitamente a ciò, il Vescovo in questione ha criticato la ratio della vigente normativa che respinge gli immigrati clandestini, e che non prevede una loro valida integrazione. Secondo Mons. Galantino, le pratiche per la richiesta di asilo seguono un lungo iter, e l’istanza per un permesso di soggiorno costituisce un calvario. Gli immigrati clandestini sono poi parcheggiati in più località. Se ci fosse almeno un permesso di soggiorno provvisorio, si aprirebbe a colui che ha abbandonato tutto il mercato del lavoro, così da far cessare un inutile vagare per strada.
In precedenza, anche la Santa Sede era intervenuta per sollecitare una maggiore disponibilità dell’Italia all’accoglienza. E il Papa aveva affermato che il respingimento degli immigrati clandestini costituisce un atto di guerra. Da qui, la replica della Lega: il Papa può accogliere queste persone in Vaticano.
In tale contesto, i contributi di pensiero hanno poi avuto un’impennata di tono. La Lega ha esternato (alla CEI): “aprite i seminari semi vuoti ai profughi”. Con accompagnamento di frasi non felici. Veniva sotteso un possibile lucro emergente collegato alle iniziative di assistenza di enti cattolici. E, alla fine, la terminologia si è impantanata: “Galantino rompe le palle”.
A questo punto:
mentre centinaia di immigrati clandestini cercano di raggiungere la Francia (attraverso Calais), il Regno Unito (camminando lungo il tunnel sotto la Manica), l’Ungheria;
mentre la Germania decide di esaminare le domande di asilo di tutti i migranti siriani, indipendentemente dal Paese europeo di primo ingresso (sospendendo di fatto gli accordi di Dublino);
mentre la stessa cancelliera Angela Merkel visita gli immigrati a Heidenau (Sassonia) e a Duisburg;
mentre centinaia di persone in fuga muoiono nei barconi (salme chiuse nelle stive, o gettate in acqua) e dentro i TIR (per asfissia; in Austria);
ci è sembrato utile intervistare uno storico (giurista e laureato in servizio sociale), il prof. Guiducci, per comprendere meglio gli aspetti nodali di un dibattito sempre più open.

D. Prof. Guiducci, ma Mons. Galantino che cosa voleva dire esattamente nel suo primo intervento?
In una relazione, Mons. Galantino ha trattato dell’accoglienza (Caritas-Fondazione Migrantes, Conference Centre Expo, Milano 2015, 4.6.2015). E ha cercato di trasmettere due idee. La prima, era che l’accoglienza degli immigrati clandestini è un fatto globale. Non si esaurisce nel ricevere persone stremate, ma implica un quotidiano da costruire. La seconda idea riguardava il lavoro di rete. Solo un movimento di organismi pubblici e privati, solo una coralità di presenze attive nel volontariato, è in grado di fornire delle risposte a misura d’uomo.

D. Quindi non esistevano venature polemiche…
No. Piuttosto, il Segretario della CEI ha sottolineato che occorre un salto di qualità nell’assunzione di responsabilità personali, comunitarie e istituzionali. Ha seguito la precedente linea pontificia.

D. Eppure, a un certo punto, Mons. Galantino ha fatto riferimento a dei piazzisti da quattro soldi. Cercava lo scontro?
Con questa espressione si voleva in qualche modo richiamare un dato: i problemi dell’immigrazione clandestina (con tutti i loro drammi) non possono essere strumentalizzati per altri fini. Più in concreto: le realtà difficili si affrontano cercando pazientemente risorse e convergenze. Non possono essere ridotte a polemiche volutamente accese per impressionare la gente, per infiammare gli animi, al fine di acquisire consensi popolari, utili per propri tornaconti.

D. E il riferimento al Governo, come deve essere interpretato?
Come un invito a stabilire dei criteri operativi da mantenere costanti nel tempo. Ciò deriva da una constatazione: i provvedimenti nei confronti degli extra-comunitari clandestini hanno seguito negli anni una linea profondamente discontinua. Denunciata anche da organismi umanitari. Ciò ha generato degli episodi dolorosi sia in fase di immediata accoglienza, che in quella organizzativa territoriale.

D. A questo punto, serve un chiarimento. Quali sono le più acute criticità che investono le operazioni di accoglienza degli immigrati clandestini?
Un primo problema è di natura penale. Esiste una criminalità che gestisce, senza scrupoli, il trasporto di disperati da punti di imbarco posizionati lungo le coste di più Paesi, fino al territorio italiano, greco,…

D. Come affrontare la questione?
Attraverso intese internazionali.
Da una parte occorre sostenere l’economia di Paesi che versano in gravi difficoltà interne, quali ad esempio Sudan, Egitto, Ciad e Niger (ciò non è facile in presenza di guerre, lotte intestine, carestie, epidemie).
Dall’altra, con il sistema satellitare e con un lavoro di intelligence, è necessario mappare, monitorare, i luoghi di imbarco e distruggere le imbarcazioni prima dell’inizio del trasporto di immigrati clandestini (un programma non semplice perché le “carrette del mare” adesso utilizzano più luoghi di imbarco).

D. Una seconda criticità…
Il monitoraggio delle rotte. Per un lungo periodo, le emergenze sono state gestite solo sulla base di allarmi, alla luce di crisi in atto, con tragedie in corso. L’azione di soccorso, quindi, si è concretizzata con cadaveri già buttati in acqua o gettati dentro le stesse imbarcazioni degli scafisti.

D. Quindi, serve un’azione diversa…
Certamente. Quando viene lanciato l’allarme, l’imbarcazione ha già percorso un lungo tragitto e si sono verificati comunque drammi. In alcuni casi, si è arrivati al punto che sono stati gli stessi scafisti a comunicare la presenza dei loro battelli in arrivo (e in condizioni tragiche).

D. L’alternativa?
Il controllo satellitare h24.

D. Terza criticità…
L’avvicinamento all’imbarcazione in pericolo (se si sbaglia manovra di attracco, il battello si capovolge), il salvataggio di disperati, il recupero di salme, il pronto soccorso a eventuali feriti, il tutoraggio fino alle coste italiane (o in direzione di altri attracchi), il procedimento di sbarco.

D. Quarta criticità?
La prima accoglienza, gli accertamenti sanitari, la tutela assistenziale, la preparazione di una prima area protetta di soggiorno, le indagini della magistratura in merito agli scafisti, le procedure di identificazione degli immigrati clandestini, l’acquisizione di loro eventuali istanze, la trasmissione alle persone soccorse di informative su diritti e doveri.

D. C’è un problema di identificazione…
Attualmente, in Italia, non è possibile obbligare gli immigrati clandestini a farsi identificare. Per usare delle sollecitazioni, è necessaria l’autorizzazione di un giudice. A questo punto sorge un’ulteriore criticità: identificare persone che arrivano via mare senza documenti è giusto. Il problema è come farlo nella prassi. Quando arrivano migliaia di migranti, è impossibile identificare tutti quanti nell’arco di un breve periodo. La questione è pratica, con risvolti legali. Esiste poi il problema legato al rilascio di false generalità

D. Esistono comunque delle tutele…
Sì. Certamente. Il Testo Unico n. 286 del 1998, mod. dalla L. 189 del 2002, riconosce (art. 2) anche agli immigrati clandestini i diritti fondamentali della persona. In particolare i minori stranieri non possono essere espulsi o respinti, e le autorità di Polizia devono informare al più presto della loro presenza i competenti Tribunali per i minori. Anche le donne in stato di gravidanza e quelle che hanno partorito da meno di sei mesi non possono essere espulse. Hanno diritto ad un permesso di soggiorno. Tutele particolari sono previste per le persone vittime di tortura e per i malati.

D. Quinta criticità?
È collegata all’assegnazione dei soggetti protetti in una seconda area residenziale. Sul piano operativo, comunque, le difficoltà sono molteplici. Si possono indicare degli esempi: soggetti privi di documenti (come identificarli?). Attualmente si preparano delle schede ove il profugo appone le proprie impronte digitali. Ciò è utile. In più casi, però, non è facile mantenere collegamenti con l’amministrazione del Paese di provenienza. Anche nell’individuazione dei nuclei familiari emergono aspetti nodali.
Un altro esempio riguarda le persone affette da malattie contagiose, donne in stato di gravidanza, donne che hanno partorito durante il viaggio, donne che hanno subìto violenze, soggetti portatori di patologie di diversa natura, personalità dominanti.
Un terzo esempio fa riferimento all’identificazione di quei criminali che si nascondono in mezzo alla folla dei salvati. È necessario attivare un’inchiesta. Occorrono testimoni. Riscontri. Servono interrogatori. Devono essere acquisite informative dai Paesi di provenienza (quando ciò è possibile).

D. Sesta criticità?
Riguarda le richieste che vengono presentate dagli immigrati clandestini alla pubblica autorità:
1] possibilità di utilizzare mediatori culturali (per la comunicazione in generale, specie con riferimento ad aspetti amministrativa e sanitari);
2] status di profugo (a causa di persecuzioni, di una guerra, o di eventi politici equiparabili);
3] status di rifugiato,
4] indicazione del Paese che si vuole raggiungere,
5] ricongiunzione famigliare,
6] supporti in presenza di stati invalidanti.

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D. Quando avviene l’espulsione di un immigrato clandestino in Italia?
Per la legge italiana sono considerati:
1] clandestini: gli stranieri entrati in Italia senza regolare visto di ingresso.
2] irregolari: gli stranieri che hanno perduto i requisiti necessari per la permanenza sul territorio nazionale (es: permesso di soggiorno scaduto e non rinnovato),di cui erano però in possesso all’ingresso in Italia.
I clandestini, secondo la normativa vigente, devono essere respinti alla frontiera o espulsi. Non possono essere espulsi immediatamente:
se occorre prestare loro soccorso; se sono necessari accertamenti sulla loro identità o nazionalità; se si devono preparare i documenti per il viaggio; se non è disponibile un mezzo di trasporto idoneo.
Devono essere trattenuti, previo provvedimento del questore convalidato dal magistrato, presso appositi centri di permanenza temporanea e assistenza (art.14 del Testo Unico n. 286 del 1998) per il tempo strettamente necessario per la loro identificazione ed espulsione.
Il Ministro dell’Interno adotta i provvedimenti che occorrono per l’esecuzione dell’espulsione (anche mediante convenzioni con altre amministrazioni dello Stato, con gli enti locali, con i proprietari o concessionari di aree, strutture e altre installazioni), e per la realizzazione di interventi assistenziali.
D. Settima criticità?
L’integrazione sociale.

D. Quali aspetti nodali sono collegati all’integrazione?
Non basta dire a dei cittadini italiani di accogliere immigrati clandestini. E non è sufficiente incoraggiare quest’ultimi a sentirsi di casa in territori a loro totalmente sconosciuti. C’è un problema di alloggio. Di lingua (e di dialetti). Di cultura (alcune donne si fanno visitare solo da medici donna). Di usi (inclusa l’alimentazione). Di tradizioni. Di diffidenza reciproca. Di lavoro. Di assistenza. Attualmente, si è preferito distribuire i profughi in molteplici località urbane, collinari, rurali, marine. La logica sottesa è che il piccolo gruppo si integra meglio. La macro-comunità, no (tende a chiudersi in se stessa).

D. Esistono percorsi di integrazione?
L’integrazione nasce in un clima segnato da sintonìe. Come attivarle? Certamente la figura del mediatore culturale è rilevante. Con questo interlocutore, colui che proviene da una vicenda traumatica, è più disposto a comunicare, a fornire informazioni Il problema è che l’attuale numero di mediatori culturali rimane insufficiente. È necessario, allora, individuare delle aree ove esista comunque un rapporto sinergico tra pubblico e privato in ambito assistenziale. Senza una rete di supporto (ove il volontariato assume una grande importanza), precedente all’arrivo degli immigrati clandestini, si innestano delle dinamiche a rischio. I nuovi arrivati avvertono di non essere graditi, e gli abitanti del posto ritengono insufficiente il lavoro delle pubbliche istituzioni (già gravate da compiti non facili e penalizzate sul versante economico).

D. Quindi il problema non è solo l’alloggio…
L’individuazione di un alloggio non è sempre un fatto semplice. In genere si cercano strutture disabitate (poche, es. ex-colonie estive), o pensioni (qui cominciano i problemi con i proprietari), o appartamenti (soluzione percorribile con difficoltà). Anche l’idea dei seminari cattolici (ricordata in precedenza) si è rivelata in più casi una non soluzione. Per diversi motivi. Soprattutto perché le strutture non sono disegnate internamente secondo un criterio alberghiero. Sono assenti quei servizi-base che servono urgentemente per centinaia di persone. Sul piano pratico si potrebbero utilizzare ex-caserme, parti di monasteri (foresterie), case del popolo, cooperative, paesi quasi disabitati, o cittadelle dell’accoglienza (con strutture non murarie) promosse con criteri fortemente orientati all’integrazione (prossime all’abitato, collegate con i servizi di trasporto, con le scuole, con i centri sanitari, con le associazioni ricreative, sportive, culturali, ecc.).
Quello dell’alloggio, però, è solo un aspetto dell’integrazione. In qualsiasi ambiente viene inserito un immigrato clandestino, anche un appartamento, se intorno non si promuove una rete di solidarietà, riemergeranno le dinamiche di isolazionismo. E le chiusure ad ogni livello.

D. Prof. Guiducci, ma l’Italia può farcela?
Penso di no. Il nostro Paese ha cercato, in un primo momento, di individuare delle forme di cooperazione con la Libia. Tale situazione è saltata per più motivi: per la situazione creatasi dopo il crollo del regime di Gheddafi (fazioni in lotta tra loro), per le strutture di accoglienza “in loco” carenti sul piano umanitario, per l’azione di mediatori assolutamente inadatti al ruolo richiesto, e perché i punti di partenza sono stati in più casi spostati dalle coste libiche.
L’Italia ha poi cercato di attrezzarsi in qualche modo per accogliere gli immigrati clandestini. Ma anche questa operazione ha presentato delle falle (malgrado oggettivi investimenti economici). Da una parte si è cercato di dialogare con quelle popolazioni italiane che non volevano immigrati clandestini sul loro territorio, dall’altra si è tentato di trovare una linea unitaria tra forze politiche (con esiti incerti a causa di persistenti separazioni di fatto), e – ancora – ci si è mossi in direzione di un coinvolgimento dei Paesi europei. Tale manovra, specie nelle fasi iniziali, ha riscontrato resistenze.
Al no del Regno Unito e di Malta, ai problemi sollevati da Ungheria, Francia, Spagna e Paesi Baltici, è seguito un prolungamento di discussioni in sede U.E.. Tale realtà, malgrado alcune intese raggiunte (sui flussi e sulle quote di accoglienza), si è dimostrata inadatta ad affrontare la situazione per più motivi: il non controllo dei flussi, l’onere economico molto elevato (miliardi di euro), le tragedie in mare e sulla terraferma.

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D. Allora la domanda è: esiste una responsabilità europea?
Certamente. Il movimento globale degli immigrati clandestini non è puntato solo sull’Italia ma sull’Europa. I disperati che raggiungono le coste italiane, tendono poi ad approssimarsi alla Germania o alla Svezia. Non si può quindi ragionare in termini di mero aiuto alla sola Italia, ma nella visione di un disegno europeo d’intervento.

D. Come si è mossa finora l’Unione Europea?
L’U.E. ha cercato per anni di armonizzare le politiche d’asilo nei 28 Stati membri, ma non ha ancora trovato un equilibrio tra le diverse legislazioni locali. Il regolamento di Dublino (26 giugno 2013) è il documento principale adottato dall’Unione in tema di diritto d’asilo. È stato sottoscritto anche da Paesi non membri, come la Svizzera.

D. Che prevede?
Il regolamento impedisce di presentare una domanda di asilo in più di uno Stato membro, e prevede che la domanda la esamini lo Stato dove il richiedente ha fatto ingresso nell’Unione. L’Europa ha adottato anche il sistema Eurodac (European Dactyloscopie), un archivio comune delle impronte digitali dei richiedenti asilo usato dalla Polizia per controllare se sono state presentate diverse domande. Vi partecipano tutti i membri dell’U.E. più Norvegia, Islanda e Svizzera. Il funzionamento è sulla falsa riga di quello dell’AFIS (Automated Fingerprint Identification System ovvero Sistema Automatizzato di Identificazione delle Impronte) che si trova anche in Italia.
I richiedenti asilo hanno diritto a rimanere nel Paese di arrivo anche se non hanno regolari documenti d’ingresso e a ricevere assistenza. Se la richiesta d’asilo viene respinta, il richiedente può presentare appello.

D. Sono emerse critiche?
Il regolamento del 2013 ha ricevuto numerose critiche in particolare dal Consiglio europeo per i rifugiati, e dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati. Il sistema attuale, infatti, non riesce a fornire una protezione equa ed efficiente ai richiedenti asilo, costretti ad aspettare anni prima che le loro richieste siano esaminate. Inoltre, il sistema non tiene conto del ricongiungimento familiare, e comporta una pressione maggiore sugli Stati membri del sud dell’Europa, che sono anche i Paesi d’ingresso nel continente.

D. Dove è definita la condizione di rifugiato?
Nella convenzione di Ginevra del 1951. Si tratta di un trattato delle Nazioni Unite firmato da 147 Paesi. Nell’art. 1 del testo, si legge che il rifugiato è una persona che “temendo a ragione di essere perseguitata per motivi di razza, religione, nazionalità, appartenenza a un determinato gruppo sociale o opinioni politiche, si trova fuori del Paese di cui ha la cittadinanza, e non può o non vuole, a causa di tale timore, avvalersi della protezione di tale Paese”.

Come ottenere lo status di rifugiato?
I richiedenti asilo devono dimostrare alle autorità europee che stanno scappando da una guerra o da una persecuzione e che non possono tornare nel loro Paese d’origine. Anche se in Europa sarebbe obbligatorio valutare caso per caso le richieste di protezione, spesso questo principio non è rispettato, e le persone sono rimpatriate in modo frettoloso senza che sia stata seguita tutta la procedura.

Sono molte le richieste d’asilo?
Il numero è aumentato nel 2014, salendo da 435.190 (nel 2013) a 626.065 (nel 2014). Nel 2014 il numero di richiedenti asilo dalla Siria è raddoppiato. I siriani sono il 20% dei richiedenti asilo. Il secondo gruppo, è rappresentato dagli afgani che rappresentano il 7%. Nel 2014 l’asilo è stato garantito a 163mila persone nell’U.E.. Nel 2014 la Germania è il Paese che ha concesso più volte l’asilo con 41mila richieste approvate, seguita dalla Svezia con 31mila richieste approvate. Nel 2014 l’Italia ha accolto 21mila richieste d’asilo.

D. Quali sono le più recenti decisioni dell’U.E.?
Ogni Paese membro dell’U.E. può decidere se aderire o meno al sistema di ripartizione dei 40mila richiedenti asilo arrivati sulle coste italiane e greche, che il governo italiano proponeva di distribuire tra tutti e 28 i partners.

D. L’Italia ha ricevuto in questo periodo critiche dai Paesi U.E.?
Sì. Francia e Germania, hanno lamentato il fatto che l’Italia non applica il regolamento di Dublino, non identifica gli immigrati clandestini, e non rimpatria quelli irregolari, cioè quelli senza documenti, a cui non viene riconosciuto lo status di rifugiato.

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D. Esistono altre situazioni su cui si discute?
Sì, la questione delle espulsioni.

D. Può fare un cenno?
Negli ultimi quindici anni, i Paesi europei hanno speso circa 11,3 miliardi di euro per espellere gli immigrati clandestini, e 1,6 miliardi per rafforzare i controlli alle frontiere. Per calcolare quanto costano effettivamente i rimpatri forzati, non bisogna contare solo le spese sostenute per organizzare i voli di espulsione forzata. Vanno aggiunte le somme usate per costruire e gestire i Centri di identificazione e di espulsione (CIE), dove vengono reclusi i migranti fino al momento del rimpatrio.

D. Esistono nuovi orientamenti in merito?
Al momento, solo i singoli Stati hanno il potere di respingere gli immigrati clandestini. Il nuovo orientamento assegna la competenza per i rimpatri a Frontex.

D. Che cos’è Frontex?
È l’Agenzia europea per la gestione della cooperazione internazionale alle frontiere esterne degli Stati membri dell’U.E. (istituita nel 2004). Tra i suoi compiti: coordinare le missioni di pattugliamento delle frontiere esterne aeree, marittime e terrestri dei Paesi UE, e appoggiarli in operazioni comuni di rimpatrio degli immigrati clandestini. Deve, inoltre, aiutare gli Stati membri che si trovino in situazioni richiedenti un’assistenza (operativa o tecnica), di rinforzo nel controllo delle frontiere esterne. Istituita nel 2004 con il decreto del Consiglio Europeo n. 2007 per rafforzare e ottimizzare la cooperazione tra le autorità nazionali di frontiera, Frontex dispone di diverse aree operative che sono definite nel regolamento istitutivo.

D. Prof. Guiducci, è possibile, in qualche modo, tirare le somme?
Si possono indicare delle tendenze e degli aspetti nodali da affrontare con nuovi criteri.

D. Qualche esempio…
Da una parte, il commissario agli affari interni dell’U.E. (Dimitris Avramopoulos) ha dichiarato che il sistema europeo di respingimento per gli immigrati clandestini non è sufficientemente veloce ed efficace. Per essere certi che quest’ultimi siano effettivamente rimpatriati deve essere possibile la detenzione come misura legittima per evitare che i migranti fuggano (Avramopoulos).
Dall’altra parte, si insiste su altri aspetti:
1] l’europeizzazione della gestione dei flussi, cioè un diritto di asilo europeo, con definizione comune della titolarità e politiche di rimpatrio comuni. Emendare il regolamento di Dublino che impone ai richiedenti asilo di fare domanda nel primo Paese d’ingresso in Europa (attualmente, fino a quando la procedura non è stata accettata, non si può lasciare il Paese d’ingresso in Europa);
2] creazione di canali di immigrazione legale verso l’Europa nel suo complesso. Conseguenze positive: contrasto al traffico di esseri umani, riduzione vittime che muoiono durante i viaggi sempre più pericolosi per arrivare in Europa, risparmio fondi pubblici destinati alla coercizione dei migranti e al controllo delle frontiere, regolazione flussi di immigranti in entrata nel territorio dell’U.E., contrasto all’impiego di lavoratori in nero, reclutati sovente nel bacino dei migranti senza permesso di soggiorno (vulnerabili e ricattabili).
3] concordare un equilibrio negli oneri tra i vari Paesi. Se il diritto di asilo vale per tutta Europa, l’equa distribuzione impedirà che i flussi vengano indirizzati verso i Paesi più ricchi e generosi;
4] fornire agli immigrati una mappatura degli Stati anche non europei disposti ad accogliere cittadini di altre nazioni.

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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