CRISTO PRESENTE

 L’EUCARISTIA. LA FEDE DELLA CHIESA. LE SCELTE PASTORALI DEBOLI

 

Il dott. Carlo Mafera intervista lo storico prof. Pier Luigi Guiducci

Il Cardinal Ugo Poletti 

IN MEMORIA DEL CARD. UGO POLETTI, DEL P. AGOSTINO TRAPÈ O.S.A., E DI MONS. SALVATORE GAROFALO

 

 

Eucaristia deriva dal greco εὐχαρίστω (eucharisto): “rendo grazie”. Con tale termine si fa riferimento al Sacramento istituito da Gesù durante l’Ultima Cena, alla vigilia della sua Passione e Morte. Nel Nuovo Testamento si trovano quattro fonti che offrono dei dati essenziali: Mt 26,26-28; Mc 14,22-24; Lc 22,19-20; I Cor 11,23-25.

In un primo periodo, i cristiani utilizzarono il termine fractio panis (gr. κλάσις τοῦ ἄρτου “lo spezzare il pane”) per indicare la celebrazione dell’Eucaristia. Si può leggere al riguardo san Paolo (I Cor 10,16), l’autore del terzo Vangelo (Lc 22,19), e anche gli Atti degli Apostoli (2,42,46; 20,7,11).

L’espressione fractio panis fu scelta perché metteva in evidenza una singolarità del rito. Al riguardo, occorre ricordare che i pani, presso gli Ebrei, erano fatti in forma di schiacciate rotonde e sottili. Per questo, Gesù, dopo aver reso grazie, “spezzò il pane” (Mt 26,26 e paralleli). In tale contesto, nei racconti della istituzione eucaristica si rileva che:

 

– viene “spezzato” l’unico pane, per farlo mangiare a tutti i presenti,

– è fatto passare, da un commensale a un altro, l’unico calice.

 

L’atto dà rilievo al carattere familiare del banchetto. Lo spezzare il pane, infatti, è il gesto del padre di famiglia: “i bambini chiedevano il pane e non c’era chi lo spezzasse loro” (Lamentazioni 4,4). Il rito di Gesù quindi:

 

– voleva essere un qualcosa di notevolmente diverso rispetto a una semplice comunione di mensa (che poteva essere realizzata anche tra estranei);

– intendeva, piuttosto, costituire la partecipazione all’unico pane di vita“: Cristo.

Su questo punto l’apostolo Paolo è chiaro: “E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il corpo di Cristo? Poiché c’è un solo pane, noi, pur essendo molti, siamo un corpo solo: tutti infatti partecipiamo dell’unico pane” (I Cor 10,16-17).

La partecipazione a un unico pane spezzato è quindi simbolo dell’unità dei fedeli in Cristo. Essi formano misticamente un solo corpo. Anche la Didachè, 14, svilupperà questo concetto:

“Nel giorno del Signore, riuniti, spezzate il pane e rendete grazie dopo aver confessato i vostri peccati, affinché il vostro sacrificio sia puro. Ma tutti quelli che hanno qualche discordia con il loro compagno, non si uniscano a voi prima di essersi riconciliati, affinché il vostro sacrificio non sia profanato (…)”.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, osservando i primi passi della Chiesa, si nota che è essenziale la partecipazione a un unico pane spezzato…

Sì. I primi fedeli vollero conservare in modo rigoroso il rito dell’istituzione dell’Eucaristia, della fractio panis. Intendevano ripetere in modo esatto quanto era stato loro trasmesso dagli Atti degli Apostoli 2,46: “Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore”. Con il trascorrere del tempo, però, la comunità di Gerusalemme aumentò di numero. L’uso di consacrare un unico pane per tutti venne modificato. Se ne conservò, però, una traccia. Si tratta, nell’attuale celebrazione della Messa, del gesto di spezzare l’ostia maggiore, mettendone poi (con concetto nuovo) una parte nel vino consacrato. È mantenuto in tal modo il principio di partecipazione all’unico Pane: “Cristo”.

 

MAFERA: Esiste qualche voce critica in merito alla fractio panis…

Sì, è vero. Alcuni autori ritengono che l’Eucaristia, celebrata dalla Chiesa nel periodo delle origini, doveva ridursi a un semplice (simbolico) spezzare del pane. Con esclusione del vino, e del significato commemorativo della morte di Gesù. Tale linea, però, non tiene conto di alcuni dati.

 

MAFERA: Quali?

Occorre ricordare che Gesù comunicò l’ormai vicina istituzione dell’Eucaristia con queste parole:

“Io sono il pane della vita. I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo”. Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: “Come può costui darci la sua carne da mangiare?”. Gesù disse: “In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno. Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6,35-58).

 

MAFERA: Un passo chiaro…

Inoltre, san Paolo, da cui l’autore degli Atti dovette attingere l’espressione fractio panis, fornisce la forma e il concetto pieno dell’Eucaristia.

Esistono, comunque, anche altre posizioni critiche. Alcuni esegeti stentano a riconoscere il rito eucaristico nella fractio panis che si celebrava di casa in casa. A loro avviso, il ritrovarsi per la celebrazione dell’Eucaristia doveva essere, per forza di cose, un fatto coinvolgente l’intera comunità (e non poche persone). Si dimentica, però, l’evidente tendenza a conservare il carattere familiare del banchetto istituito da Gesù, e i suoi rapporti con il convito pasquale, costituito anch’esso come un banchetto di famiglia.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, come era celebrata l’Eucaristia?

Già in epoca antica, la Messa era suddivisa nella liturgia della Parola, e in quella del Sacrificio. I catecumeni potevano essere presenti solo alla liturgia della Parola.

La liturgia del Sacrificio iniziava con l’offerta dei doni (pane e vino). Era intonato un canto (un salmo). Prima si avvicinavano al celebrante gli uomini, poi le donne. Il pane veniva raccolto su grandi piatti, detti patina, e in seguito patena (dal lat. patĕna, variante di patĭna, ‘piatto’, dal gr. patánē), e poi su una bianca tovaglia tenuta dagli accoliti. Il vino era versato in uno o più calici, recati dai suddiaconi. Anche questi calici erano di grandi dimensioni. Avevano dei manici: per il trasporto e per facilitare la Comunione con il Sangue di Cristo (nel periodo in cui ci si comunicava sotto le due specie). Terminata l’oblazione, il vescovo si lavava le mani. Si recava poi all’altare. E recitava una preghiera.

 

MAFERA: Con riferimento all’Offertorio ci sono stati dei mutamenti?

Sì. Le offerte in natura continuarono ad essere consegnate per un lungo periodo. Si verificò, poi, un cambiamento (intorno al IX secolo). I sacerdoti preferirono offrire sull’altare dei pani migliori di quelli consegnati dai fedeli. Ciò riguardò pure il vino (prodotto, fino a quel momento, mescolando tra loro più tipi di vino).

In seguito, a cominciare dall’VIII secolo, prevalse tra i fedeli l’abitudine di dare al sacerdote, al momento dell’Offertorio, delle elemosine in denaro in sostituzione del pane e del vino. Da quel momento, sembrò superfluo continuare a raccogliere dei pani e il vino durante la Messa. Due tracce degli antichi riti, però, sono rimaste:

– l’offerta dei doni all’altare (che ha luogo proprio all’offertorio);

– e la questua (che inizia da questo momento della Messa).

 

MAFERA: Ricordo anche la questione del pane azzimo…

Sì. L’uso del pane azzimo (dal greco ἀζύμη, ‘senza lievito’), approvato dalla Chiesa latina (con rif. all’Ultima Cena e alle consuetudini ebraiche), fu al centro di una disputa nel 1052-1053. Il patriarca di Costantinopoli, Michele I Cerulario (1000-1059), accusò la Sede romana di non utilizzare per l’Eucarestia il pane fermentato, come si usava nelle Chiese orientali antiche. Solo più tardi, nel II Concilio di Lione (1274), e in quello di Firenze (1439), la Chiesa latina dichiarò, che per la consacrazione eucaristica, sono ugualmente validi sia il pane azzimo che quello fermentato e che i sacerdoti delle due Chiese (la Latina e l’Orientale) dovevano seguire l’uso invalso presso la propria Chiesa, ma senza pregiudizio.

 

MAFERA: Attualmente?

Gran parte delle Chiese d’Oriente utilizza il pane lievitato. Nella Chiesa latina è obbligatorio il pane azzimo. È da notare, comunque, che entrambe le Chiese riconoscono la validità della Consacrazione. Siamo quindi in presenza di una questione meramente disciplinare.

 

 

 

MAFERA: Con la Consacrazione si arriva al momento-culmine della Messa…

Certamente. Avveniva dopo l’Offertorio (anche oggi è così). Il celebrante, in persona Christi, ripeteva (e ripete) le stesse parole di Gesù: “Questo è il mio Corpo”, “questo è il calice del mio Sangue”. In tal modo si verificava (e si verifica) la trasformazione (transustanziazione: dal latino medievale transubstantiatio) del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo.

 

MAFERA: Chi ha utilizzato per primo il termine transustanziazione?

Orlando (Rolando) Bandinelli (1100ca-1181), futuro Papa Alessandro III (inizio pontificato: 1159). In seguito, il termine fu ripreso da san Tommaso d’Aquino e dalla Scolastica che ne delinearono con precisione il significato (presenza reale di Gesù Cristo nell’Eucaristia).

 

MAFERA: È vero che sul rito della Consacrazione esisteva nei primi secoli una notevole riservatezza?

Sì, è vero. Questo rito (con le parole che si pronunciavano), costituiva una realtà da non rendere di pubblico dominio. Tale linea era riservata anche per un certo numero di articoli di fede (o di disciplina religiosa). Si evitava di parlarne, nella convinzione che pochi avrebbero compreso il significato dell’Eucaristia senza un’adeguata catechesi. Se era necessario esternare dei riferimenti, si usava un linguaggio comprensibile solo agli iniziati.

 

MAFERA: Arriviamo così all’esclamazione: “Sancta sanctis”…

Fino al VII secolo ca. (in Oriente e in Occidente), la Comunione si distribuiva in questo modo: il celebrante, pronunciava ad alta voce la frase “Sancta sanctis” (Ai santi le cose sante). Era un avviso. Chi si accostava all’Eucaristia doveva avere la coscienza pura. La frazione del pane avveniva a questo punto. Quindi il vescovo si comunicava. Dopo di lui i sacerdoti, i diaconi, i suddiaconi, i chierici… Esisteva un ordine di precedenza.

 

MAFERA: Come si comunicavano i fedeli?

A parte i sacerdoti (si comunicavano da loro), i presenti ricevevano il Pane consacrato dalle mani del celebrante. Quest’ultimo, ripeteva davanti a ogni persona: “Il Corpo di Cristo”. Si rispondeva: “Amen”. Era manifestava in tal modo la fede nella presenza reale del Signore Gesù.

Subito dopo, il diacono gli accostava il calice dicendo: “Il Sangue di Cristo, calice di vita”. Il fedele rispondeva: “Amen”. E beveva un poco del Vino consacrato.

Verso il VII-VIII secolo, la formula fu modificata. In modo graduale, si ridusse a quella in uso prima del Vaticano II: “Il Corpo del Nostro Signor Gesù Cristo custodisca la tua anima per la vita eterna. Amen”.

 

MAFERA: Venivano intonati canti?

Sì. A partire dal IV secolo, mentre si distribuiva la Comunione. Si cominciò a cantare il salmo 38: Benedirò il Signore in ogni tempo. Il suo versetto era ripetuto in forma d’antifona: “Gustate e vedete quanto è buono il Signore”. La scelta dei salmi fu poi variata. In seguito, come avvenne anche per l’introito, il salmo non fu più cantato. Si conservò la sua antifona.

 

MAFERA: Nella Chiesa di Roma esisteva un rito particolare?

Il celebrante (il vescovo) ed i sacerdoti si comunicavano allo stesso altare. Gli altri chierici nel presbiterio. I fedeli fuori del presbiterio (salvo i sovrani). Nella Chiesa di Roma c’era pure un’altra usanza: i fedeli rimanevano al loro posto. Il sacerdote e il diacono avvicinavano i presenti per amministrare la Comunione.

In altre zone, ad esempio in talune diocesi africane, i fedeli si accostavano a una balaustra (separava il presbiterio dal resto della chiesa). In Francia, i laici (uomini e donne) accedevano al presbiterio per comunicarsi. La Comunione si riceveva in piedi. Una prassi seguita fino ad oggi dalla Chiesa greca. Questa posizione era considerata una manifestazione di rispetto e di gioia. In seguito, nella Chiesa latina, subentrò la prassi di ricevere la Comunione in ginocchio (segno di adorazione).

 

MAFERA: Oggi?

I fedeli possono scegliere se ricevere la Comunione in ginocchio o in piedi. Comunque, tolte le balaustre, è diventato disagevole ricevere Cristo Eucaristia in ginocchio. Ai fedeli, però, si chiede un segno di riverenza (inchinarsi con il capo).

 

MAFERA: I fedeli ricevevano l’ostia consacrata in mano?

Sì. Gli uomini nella palma della mano destra (sostenuta dalla sinistra). E poi si comunicavano. Stessa prassi valeva per le donne. Quest’ultime avevano la mano coperta da un piccolo panno bianco (detto dominicale). Ciò rimase in uso in Oriente e in Occidente nei primi sei-sette secoli. In presenza, però, di alcuni abusi, si decise di deporre il Pane consacrato direttamente nella bocca del fedele.

 

MAFERA: Adesso?

Oggi la Chiesa permette di ricevere la Comunione in bocca o sulla mano.

 

MAFERA: La comunione era sotto le due specie?

Sì. Seguendo l’esortazione di Gesù (mangiare la Sua Carne, bere il Suo Sangue), i fedeli dei primi secoli si comunicavano sotto le due specie. Ricevuto il Pane consacrato, si presentavano davanti al diacono. Quest’ultimo, porgeva loro il calice. Ed essi vi bevevano. Questa maniera offriva inconvenienti. Qualche goccia poteva cadere per terra. Per evitarlo, in certi luoghi (per es. a Roma), si succhiava il vino dal calice, con una cannuccia.

Venne pure usato un altro metodo: il sacerdote intingeva il Pane nel calice, e lo poneva nella bocca del comunicando. Questo rito, rimasto in uso nella Chiesa d’Oriente, è passato, dopo il Vaticano II, anche in Occidente.

Verso l’inizio del secolo XII andò gradualmente cessando in Occidente l’uso di comunicarsi sotto le due specie…

 

MAFERA: Perché?

Per vari motivi. A volte, esisteva una difficoltà a reperire vino in quantità sufficiente. In altri casi si cercava di evitare possibili profanazioni. I fedeli, comunque, erano consapevoli di ricevere pienamente Gesù Cristo, sotto una o due specie. Anche perché esistevano dei precedenti. In taluni casi, la Chiesa aveva già consentito di ricevere la Comunione sotto una sola specie (es. a favore di persone assenti, di malati). Comunque, per eliminare ogni incertezza, il Concilio di Costanza (1415) decise che la Comunione sotto le due specie doveva essere riservata ai sacerdoti. I laici ricevevano solo il Pane consacrato.

 

MAFERA: C’era una premura pastorale verso gli assenti e i malati…

Certo. L’uso, ammesso per secoli, di consentire ad alcuni fedeli di ricevere il Pane eucaristico in mano, non derivava solo da una sequela Christi. C’è pure un altro dato storico. Per molto tempo, fu permesso ai fedeli di conservare in casa una frazione di Pane consacrato. In tal modo, si potevano comunicare anche nei giorni successivi.

Questa usanza aveva dei motivi: ad es. le persecuzioni anticristiane, o la lontananza dal centro abitato (ove si celebrava la Messa solo nelle domeniche o nei giorni di festa). L’uso scomparve in modo progressivo con il venir meno delle ostilità anticristiane. In seguito lo si trova solo nella storia dei “monaci del deserto”. Quest’ultimi, vivendo in solitudine, con rari incontri per la Messa, conservavano nel loro eremitaggio il Pane consacrato per la propria Comunione.

Unitamente a ciò, è importante ricordare che le Sacre Specie poteva essere recate anche agli infermi. La Chiesa, però, considerò un abuso la Comunione dei malati attraverso i laici. Per un lungo periodo tale ministero fu permesso agli accoliti (si può ricordare la figura del martire san Tarcisio, ucciso nel 257 d.C.), o meglio ancora ai diaconi. Alla fine, fu riservato ai soli sacerdoti. La Comunione portata a un malato, avveniva in genere sotto una sola specie (il Pane). In certi casi, però, se il malato non poteva prendere alcun nutrimento solido, veniva avvicinato al Vino consacrato.

 

MAFERA: Nel presente periodo?

Il compito di comunicare gli infermi a domicilio è concesso a tutti i ministri straordinari, uomini e donne. Anch’io sono stato per un triennio ministro straordinario presso la parrocchia dei Santissimi Protomartiri romani (Roma).

 

MAFERA: L’età richiesta per la Comunione?

Battesimo, Cresima e Comunione facevano parte dell’iniziazione cristiana. Si amministravano insieme. La questione dell’età non si poneva. Quest’usanza è rimasta presso i Greci e gli Orientali. Nella liturgia dei primi secoli, quando i bambini erano troppo piccoli, ed era rischioso o difficoltoso inghiottire una porzione dell’ostia, si dava loro la Comunione sotto la sola specie del Vino. Anche in seguito, i bambini continuavano a comunicarsi. In certi luoghi, dopo che s’erano comunicati i fedeli, si facevano accostare alcuni adolescenti, e si dava loro quello che restava. Tale usanza si mantenne in Francia fino al tempo di Carlo Magno (742-814). In seguito scomparve. Nel XIII secolo, in Francia, era vietato dare la Comunione ai bambini al di sotto dei sette anni. Più tardi, in molti Paesi, l’età per la prima Comunione fu ulteriormente ritardata (verso i dodici anni). Si presumeva, in tal modo, l’esistere di una completa istruzione religiosa dell’adolescente.

Nel 1910, con il decreto della Sacra Congregazione dei Sacramenti Quam singulari, l’età consentita tornò ad essere verso i sette anni. Per il Papa del tempo, san Pio X (nato nel 1835, Pontefice dal 1903 al 1914), non era necessario conoscere tutto il catechismo per essere ammessi all’Eucaristia: i bambini dovevano ricevere un’adeguata preparazione, in famiglia e in parrocchia, basata sulla conoscenza dei misteri principali della fede cristiana, aver raggiunto l’età della ragione, e distinguere il pane comune da quello eucaristico.

 

MAFERA: Un cenno sul digiuno eucaristico…

La regola non fu sempre eguale nella Chiesa. All’inizio non si pensò al digiuno. Il Signore Gesù aveva istituito il Sacramento dell’Eucaristia durante il rito pasquale ebraico. Non aveva richiesto una preparazione particolare. Inoltre, nel primo periodo del Cristianesimo, i fedeli, riuniti intorno al vescovo, ricevevano il Corpo e il Sangue di Cristo dopo il banchetto dell’ágape (di sera).

In seguito, avvennero dei cambiamenti. L’ágape fu separata dalla celebrazione dell’Eucaristia. Unitamente a ciò, ci si rese conto della necessità di ricevere il Corpo e il Sangue di Cristo in modo adeguato. Per tale motivo fu inserita la regola del digiuno. Tale pratica è già praticata fin dal tempo di Tertulliano (155ca-230ca) e di san Cipriano (210- 258). Alla fine del IV secolo si ritrova la normativa sul digiuno.

Fino al 6 gennaio del 1953, il digiuno era assoluto (dalla mezzanotte), e comprendeva anche l’acqua. Dal 1964 è stata ridotto ad un’ora (è permesso bere acqua), e per i malati ad un quarto d’ora.

 

MAFERA: Prof. Guiducci, nei secoli si è sviluppata una spiritualità eucaristica?

Sì, certamente. La partecipazione alla vita eucaristica ha necessariamente comportato nei secoli una meditazione sul Mistero, un approfondimento dottrinale, e una spiritualità che ha supportato (e sostiene) la pastorale. Sul piano della spiritualità, noi riceviamo un patrimonio di iniziative. Ne ricordiamo alcune:

-la comunione spirituale;

-la visita al Santissimo Sacramento;

-le Quarantore;

-la benedizione eucaristica;

-la processione eucaristica;

-la simbologia eucaristica;

-le giaculatorie con il fine di adorazione e di riparazione;

-i canti eucaristici.

 

MAFERA: La Comunione spirituale…

È un modo per conservare una stretta intimità spirituale con Gesù-Charitas. Presuppone, la fede nella Presenza reale di Cristo nei Tabernacoli. Comporta il desiderio della Comunione Sacramentale. Esige il ringraziamento per il dono ricevuto dal Signore. Tutto questo è espresso nella formula di sant’Alfonso Maria de’ Liguori:

Gesù mio, credo che voi siete nel Santissimo Sacramento.

Vi amo sopra ogni cosa.

Vi desidero nell’anima mia.

Giacché ora non posso ricevervi sacramentalmente, venite almeno spiritualmente nel mio cuore… (pausa).

Come già venuto, Vi abbraccio e tutto mi unisco a Voi.

Non permettete che io mi abbia mai a separare da voi”.

 

MAFERA: Sul piano storico come è sorta la Comunione spirituale?

Meditando sulle Parole di Gesù: “Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,21); e “se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23).

Gli Apostoli hanno compreso che ci si poteva unire personalmente al Signore dall’interno del proprio cuore. Perciò san Pietro scriveva: “adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori” (I Pt 3,15).

In periodo medievale è già affermato il convincimento che il Signore quando viene in noi sacramentalmente, appena svanita la sua Presenza corporale con il venir meno delle Sacre Specie, vi rimane con la propria anima. Ne scrive in modo chiaro san Bonaventura da Bagnoregio (1217/1221ca-1274), san Tommaso d’Aquino (1225-1274)… Il Concilio di Trento (1545-1563, con interruzioni) indica in modo esplicito la Comunione spirituale (sessione XIII, capitolo VIII: DS 1648).

Ulteriori riferimenti si trovano in molteplici testi di santi: es. Teresa d’Ávila (1515-1582) nel Cammino di perfezione…

 

 

 

 

MAFERA: La visita al Santissimo Sacramento…

Costituisce un momento di intimità divina. È segnata dalla contemplazione e dal silenzio. Rispetto ad altri momenti, il fedele è solo davanti a Cristo Presente nell’ostia consacrata. L’origine storica di tale forma di adorazione risale ai primi secoli del Cristianesimo.

 

MAFERA: Le Quarantore…

La prima testimonianza di tale momento spirituale (Oratio quadraginta horarum) la si trova tra i Battuti di Zara (Dalmazia), presso la chiesa di San Silvestro, già prima del 1214, dove sorse pure la confraternita In Coena Domini delle Quarant’Ore. Si deve comunque arrivare al 1527 per individuare l’uso di esporre il Santissimo Sacramento all’adorazione continua dei fedeli per quaranta ore (tempo trascorso da Gesù nel sepolcro). L’iniziativa si realizzò a Milano. Fu promossa da un religioso agostiniano, il p. Antonio Bellotti di Ravenna (morto nel 1528). Il fine era quello di invocare la misericordia divina (in tempi di calamità e guerre). Paolo III approvò questa pratica (1537). Tra i sostenitori si distinsero san Carlo Borromeo, i Cappuccini, i Frati Minori, i Gesuiti, i Barnabiti, san Filippo Neri…

Urbano VIII, con l’enciclica Aeternus rerum Conditor (6 agosto 1623), prescrisse a tutte le Chiese locali del mondo la celebrazione delle Quarant’Ore. Altri Papi sostennero l’iniziativa: Paolo V (1606), Innocenzo XI (1681), Clemente XII (1731)…

 

MAFERA: Esiste, a Suo avviso, un’attualità delle Quarantore?

Sì. Dietro a questa iniziativa rimangono delle intuizioni pastorali molto valide: 1. è tutto il Popolo di Dio che contempla il Mistero eucaristico (non esiste, così, un’adorazione “per settori” di appartenenza); 2. Dio è il Signore del tempo e della storia (la deposizione nel sepolcro non ferma il Disegno redentivo); 3. dalla riflessione sulla Presenza divina deriva l’impegno di fraternità e quello caritativo.

 

MAFERA: La benedizione con il Santissimo Sacramento…

Con la scelta di benedire i fedeli attraverso il Pane consacrato avviene un ulteriore passaggio: non c’è più solo l’indicazione della Presenza divina nel Pane conservato sull’altare del Sacrificio, ma c’è anche un’ostensione mirata a tre obiettivi: la proclamazione della Regalità (rito solenne), dell’Onnipotenza (adorazione), della Misericordia (benedizione). Già nei primi secoli esisteva, comunque, una presentazione del Pane e del Vino consacrato allo sguardo dei fedeli. Con l’inserimento di tale presentazione in un contesto di benedizione si volle accentuare un elemento di intimità spirituale.

 

MAFERA: La processione eucaristica…

Se la visita al SS.mo Sacramento e le Quarantore sono una risposta all’invito del Cristo (“Venite a me…”, Mt 11,28), la processione eucaristica nasce da una meditazione sul modo di agire del Signore. Egli non si chiuse dentro gli ambienti del tempo, ma andò verso la gente. Percorse le strade. Raggiunse i luoghi più diversi. La processione con l’Eucaristia è quindi un evento. È “Gesù che passa”. Che vuole stare con tutti. A livello storico, fu il religioso domenicano spagnolo, Tommaso Nieto (operante nella chiesa di Sant’Eustorgio), a promuovere nel 1529 una processione eucaristica per chiedere al Signore la grazia di evitare alla popolazione milanese il dramma della guerra e della peste. Nei paesi (ma anche in centri urbani) si arrivò pure a distendere dai balconi o dalle finestre dei tappeti: un modo per “accogliere” Gesù nella propria casa (il tappeto, in genere, si poneva in salotto). In altri casi, il tappeto era sostituito da lenzuola. Ciò non costituiva segno di povertà ma di celebrazione della vita (il lenzuolo era usato nel letto matrimoniale, luogo di trasmissione della vita).

 

MAFERA: La simbologia eucaristica…

Nelle catacombe si trova il simbolo del pane. In genere, accanto al disegno di un pesce. Si voleva in tal modo ricordare la moltiplicazione dei pani e dei pesci (Mt 14,13-21, Mc 6,30-44, Lc 9,10-17, Gv 6,1-14). Inoltre, il pesce richiama alla Persona di Cristo.

Pesce, in greco, si scrive IXTHYC (ichtùs). Disposte in modo verticale, le lettere di questa parola formano un acròstico: Iesùs Christòs Theòu Uiòs Sotèr = Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore (acròstico è una parola greca che significa la prima lettera di ogni riga o paragrafo).

 

MAFERA: Le giaculatorie…

Sono brevi invocazioni. Sul piano storico, sono state ideate per consentire a ogni fedele, impegnato nelle attività di ogni giorno, di rivolgere un breve pensiero a Dio. Possono essere utilizzate anche in un’assemblea liturgica o in speciali occasioni. Le giaculatorie, così come le invocazioni successive alla benedizione eucaristica (“Dio sia benedetto; benedetto il Suo santo Nome; benedetto Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo…”) verranno utilizzate (lo sono anche oggi) con un fine di riparazione (bestemmie).

Con riferimento all’Eucaristia la giaculatoria più nota è:

“Sia lodato e ringraziato ogni momento,

il santissimo e divinissimo Sacramento”.

 

MAFERA: I canti (inni) eucaristici…

L’adorazione e l’affidamento verso Cristo Presente nel Pane e nel Vino consacrati hanno trovato anche nei canti (inni) eucaristici un itinerario spirituale molto importante. Ne rimane un esempio notevole il Pange Lingua (san Tommaso d’Aquino?), legato all’istituzione della Solennità del Corpus Domini (1264). In tale occasione, Urbano IV fece comporre l’Ufficio per la liturgia.

 

MAFERA: Perché rimane importante il Pange Lingua?

Per vari motivi. L’inno invita a celebrare il grande mistero del glorioso Corpo e del prezioso Sangue di Cristo versato per la redenzione del mondo. Nella contemplazione di questo mistero ripercorre l’Ultima cena, in cui Cristo istituisce l’Eucaristia nascondendosi sotto le specie del pane e del vino per restare in mezzo al suo popolo in pegno d’amore: celato agli occhi del corpo, ma visibile a quelli della fede. L’inno si chiude con un invito all’adorazione del mistero (Tantum ergo Sacramentum veneremur cernui, “Prostrati veneriamo quindi un Sacramento così grande”) e con una dossologia trinitaria (Gloria Patri omnipotenti, “Gloria al Padre onnipotente”).

 

MAFERA: Prof. Guiducci, certamente la spiritualità eucaristica è stata sostenuta anche dai miracoli eucaristici…

Sì, senza dubbio. Nel corso del tempo sono avvenuti dei fatti straordinari:

  1. trasformazione dell’Ostia consacrata in carne e/o del vino in sangue (es. Lanciano), oppure sanguinamento dell’Ostia (es. Bolsena, Ferrara). Nella maggioranza di questi casi il fatto sarebbe avvenuto mentre celebrava messa un sacerdote che dubitava della realtà della transustanziazione;
  2. prodigi di vario tipo avvenuti in occasione di eventi che avrebbero messo in pericolo le specie consacrate: profanazioni, furti, incendi o altro. Tali prodigi avrebbero procurato la salvezza o il ritrovamento delle specie e/o la cattura o il pentimento del profanatore o del ladro (es. Trani, Alatri, Lanciano, Torino, Siena);
  3. prodigi eucaristici di vario genere che sarebbero legati a santi e beati (es. Rimini);
  4. comunioni ritenute prodigiose (es. beata Imelda Lambertini, santa Faustina Kowalska);
  5. alcune guarigioni di Lourdes, che sarebbero avvenute durante la processione pomeridiana con il Santissimo Sacramento: Jeanne Tulasne (1897), Marie Savoye (1901), Virginie Haudebourg (1908), Marie Fabre (1911), Henriette Bressolles (1924), Marie Thérèse Canin (1947), Leo Schwager (1952), Alice Couteault (1952) e Marie-Louise Bigot (1954);
  6. mistici che sarebbero vissuti a lungo nutrendosi esclusivamente della comunione quotidiana (es. beata Alexandrina Maria da Costa, mistica tedesca Teresa Neumann);
  7. rivelazioni collegate all’Eucaristia (es. André Frossard).

 

MAFERA: Prof. Guiducci, avviamoci verso una conclusione. A Suo avviso, esistono oggi delle prassi nella Chiesa che non aiutano a comprendere la Presenza Reale di Cristo nell’Ostia e nel Vino consacrati?

Ho notato due situazioni “deboli”. La prima riguarda alcune messe domenicali. In queste occasioni, viene talvolta sviluppata un’omelia che non tiene sempre conto delle successive fasi liturgiche. Si crea così una situazione non positiva. Dovendo rispettare l’orario previsto per la successiva messa, il celebrante cerca di guadagnare tempo accelerando sulla recita del Credo e, soprattutto, dedicando alla Consacrazione dei minuti frettolosi.

 

MAFERA: E la seconda situazione…

È legata alla tendenza, in alcune chiese, di porre al centro del presbiterio la sedia del presidente dell’assemblea, mentre di lato è posto su una colonnina il tabernacolo. In tal modo, chi entra nell’edificio di culto, trova questa situazione: in posizione dominante si staglia la persona del celebrante (verso la quale tutto converge), mentre, in penombra, c’è un tabernacolo poco illuminato. E la centralità di Cristo, Unico Redentore dell’Umanità?

 

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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