6 maggio. Memoria liturgica di San Domenico Savio. Così ce lo racconta il prof. Pierluigi Guiducci, insigne storico della Chiesa

DOMENICO SAVIO. LA SANTITÀ NEL QUOTIDIANO

(prof. Pier Luigi Guiducci)

Festa di san Domenico Savio

Dopo la morte di Domenico Savio (1842-1857; Santo),  san Giovanni Bosco (1815-1888) volle pubblicare un testo riguardante la sua vita.[1]  L’intenzione era quella di ricordare un allievo che lo aveva colpito per la profonda vita spirituale, e per dare agli attuali studenti un riferimento. Trattandosi di un testimone privilegiato è corretto dare a lui la parola:

“I genitori del giovinetto, di cui intraprendiamo a scrivere la vita, furono Savio Carlo e Brigida di lui consorte, poveri, ma onesti concittadini di Castelnuovo d’Asti, paese distante dieci miglia da Torino. L’anno 1841, trovandosi i buoni coniugi in gravi strettezze e privi di lavoro, andarono a dimorare in Riva, paese distante due miglia da Chieri, ove il marito si diede a fare il fabbro-ferraio, mestiere a cui erasi nella sua giovinezza esercitato. Mentre dimoravano in questo paese, Dio benedisse il loro matrimonio concedendo un figliuolo, che doveva esser la loro consolazione. La nascita di lui avvenne il 2 di aprile 1842”.

La crescita di Domenico

“Sapeva a memoria tutto il piccolo catechismo; aveva chiara cognizione di questo augusto sacramento, e ardeva dal desiderio di accostarvisi. Soltanto l’età se gli opponeva, perciocché nei villaggi ordinariamente non si ammettono i fanciulli a fare la prima comunione se non agli undici o dodici anni compiuti. Il Savio correva soltanto il settimo anno di sua età. Oltre la fanciullesca sembianza aveva un corpicciuolo che lo faceva parer ancor più giovane; sicché il cappellano esitava a promuoverlo. Ne domandò anche consiglio ad altri sacerdoti, i quali ponderata bene la cognizione precoce, l’istruzione ed i vivi desideri di Domenico, lasciarono da parte tutte le difficoltà, e lo ammisero a partecipare per la prima volta al cibo degli angeli”.

“(…) Compiute le prime scuole, Domenico avrebbe già dovuto molto prima essere inviato altrove per proseguire i suoi studi, il che non poteva fare in una cappellania di campagna. Ciò desiderava Domenico, ciò eziandio stava molto a cuore ai genitori di lui. Ma come effettuarlo mancando affatto i mezzi pecuniari? Iddio, padrone supremo di tutte le cose, provvederà i mezzi necessari affinché questo fanciullo possa camminare per quella carriera a cui lo chiama. “Se io fossi un uccello, diceva talvolta Domenico, vorrei volare mattina e sera a Castelnuovo e così continuare le mie scuole”. Il suo vivo desiderio di studiare gli fece superare ogni difficoltà e risolse di recarsi alla scuola municipale del paese, sebbene vi fosse la distanza di quasi due miglia. Ed ecco un fanciullo appena di dieci anni intraprendere un cammino di sei miglia al dì tra andata e ritorno dalla scuola”.

Nell’Oratorio di don Bosco

Venuto nella casa dell’Oratorio, si recò in mia camera per darsi, come egli diceva, interamente nelle mani dei suoi superiori. Il suo sguardo si portò subito su di un cartello, sopra cui a grossi caratteri sono scritte le seguenti parole che soleva ripetere san Francesco di Sales: Da mihi animas, coetera tolle. Fecesi a leggere attentamente, ed io desiderava che ne capisse il significato. Perciò l’invitai, anzi l’aiutai a tradurle e cavar questo senso: O Signore, datemi anime, e prendetevi tutte le altre cose. Egli pensò un momento e poi soggiunse: “Ho capito; qui non havvi negozio di danaro, ma negozio di anime, ho capito; spero che l’anima mia farà anche parte di questo commercio”.

Essere santo

“(…) Erano sei mesi da che il Savio dimorava all’Oratorio quando fu ivi fatta una predica sul modo facile di farsi santo. Il predicatore si fermò specialmente a sviluppare tre pensieri che fecero profonda impressione sull’animo di Domenico, vale a dire: è volontà di Dio che ci facciamo tutti santi; è assai facile di riuscirvi; è un gran premio preparato in cielo a chi si fa santo. Quella predica per Domenico fu come una scintilla che gl’infiammò tutto il cuore d’amore di Dio. Per qualche giorno disse nulla, ma era meno allegro del solito, sicché se ne accorsero i compagni e me ne accorsi anch’io. Giudicando che ciò provenisse da novello incomodo di sanità, gli chiesi se pativa qualche male. “Anzi, mi rispose, patisco qualche bene”. “Che vorresti dire?”. “Voglio dire che mi sento un desiderio ed un bisogno di farmi santo: io non pensava di potermi far santo con tanta facilità; ma ora che ho capito potersi ciò effettuare anche stando allegro, io voglio assolutamente, ed ho assolutamente bisogno di farmi santo. Mi dica adunque come debbo regolarmi per incominciare tale impresa”.

Essere allegro

“(…) La sua aria allegra, l’indole vivace lo rendevano caro anche ai compagni meno amanti della pietà, per modo che ognuno godeva di potersi trattenere con lui, e prendevano in buona parte quegli avvisi che di quando in quando suggeriva”.

La filialità mariana

“(…) Tutta la vita di Domenico si può dire essere un esercizio di devozione verso Maria santissima. Né lasciavasi sfuggire occasione alcuna a fine di tributarle qualche omaggio. L’anno 1854 il supremo gerarca della Chiesa definiva dogma di fede l’immacolato concepimento di Maria. Il Savio desiderava ardentemente di rendere tra di noi vivo e durevole il pensiero di questo augusto titolo dalla Chiesa dato alla Regina del cielo. “Io desidererei, soleva dire, di fare qualche cosa in onore di Maria, ma di farlo presto, perché temo che mi manchi il tempo”. Guidato egli adunque dalla solita industriosa sua carità, scelse alcuni dei suoi fidi compagni e li invitò ad unirsi insieme con lui per formare una Compagnia detta dell’Immacolata Concezione”.

La malattia

(…) Sebbene la sanità del Savio fosse divenuta assai cagionevole, tuttavia l’andare a casa era cosa per lui la più disgustosa, perciocché gli rincresceva interrompere gli studi e le solite sue pratiche di pietà. Alcuni mesi prima io ve l’aveva già mandato, ed egli vi dimorò solo pochi giorni e tosto me lo vidi ricomparire all’Oratorio. Io debbo dirlo, il rincrescimento era reciproco: io l’avrei tenuto in questa casa a qualunque costo, il mio affetto per lui era quello di un padre verso di un figliuolo il più degno di affezione. Pure il consiglio dei medici era tale, ed io voleva eseguirlo; tanto più che da alcuni giorni erasi in lui manifestata una ostinata tosse. Se ne avverte adunque il padre, e si stabilisce la partenza per il primo di marzo 1857. Si arrese Domenico a tale deliberazione, ma solo per farne un sacrificio a Dio. “Perché, gli si domandò, vai a casa così di mal animo; mentre dovresti andarvi con gioia per godervi la compagnia dei tuoi amati genitori?”. “Perché, rispose, desidero di terminare i miei giorni all’Oratorio”.

L’addio all’Oratorio

“(…) Dopo di che egli lasciava l’Oratorio dove era stato circa tre anni con tanto piacere per sé, con tanta edificazione dei suoi compagni e dei medesimi suoi superiori, e lo lasciava per non ritornarvi mai più. Noi eravamo tutti meravigliati di quei suoi insoliti saluti. Sapevamo che egli pativa molti incomodi di salute, ma poiché si teneva quasi sempre fuori di letto, non facevamo gran caso della sua malattia. Di più avendo un’aria costantemente allegra, niuno dal volto poteva scorgere, che egli patisse malori di corpo o di spirito. E sebbene quegli insoliti saluti ci avessero posti in afflizione, avevamo però la speranza di rivederlo presto a ritornare fra noi. Ma non era così, egli era maturo per il cielo; nel breve corso di vita erasi già guadagnata la mercede dei giusti, come se fosse vissuto a molto avanzata età, ed il Signore lo voleva sul fiore degli anni chiamare a sé per liberarlo dai pericoli in cui spesso fanno naufragio anche le anime più buone”.

Verso il passaggio alla Patria celeste

“(…) Partiva il nostro Domenico da Torino il primo marzo alle due pomeridiane in compagnia di suo padre, e il suo viaggio fu buono: anzi pareva che la vettura, la varietà dei paesi, la compagnia dei parenti gli avessero fatto del bene. Onde giunto a casa, per quattro giorni non si pose a letto. Ma veduto che gli si diminuivano le forze e l’appetito, e che la tosse si mostrava ognor più forte, fu giudicato bene di mandarlo a farsi visitare dal medico. Questi trovò il male assai più grave che non appariva. Comandò che andasse a casa e si mettesse tosto a letto, e giudicando che fosse malattia d’infiammazione fece uso dei salassi”.

“(…) Eravamo al 9 marzo, quarto di sua malattia, ultimo di sua vita. Gli erano già stati praticati dieci salassi con altri rimedi e le sue forze erano intieramente prostrate, perciò gli fu data la benedizione papale”.

“(…) Poscia parve prendere di nuovo un po’ di sonno a guisa di chi riflette seriamente a cosa di grande importanza. Di lì a poco si risvegliò e con voce chiara e ridente: “Addio, caro papà, addio: il prevosto voleva ancora dirmi altro, ed io non posso più ricordarmi… Oh! che bella cosa io vedo mai…”. Così dicendo e ridendo con aria di paradiso spirò colle mani giunte innanzi al petto in forma di croce senza fare il minimo movimento”.

Alcune considerazioni

Era doveroso far parlare don Bosco perché quest’ultimo seguì Domenico in momenti decisivi per la sua vita. Tale fatto, da un punto di vista storico, è importante perché – unitamente ad altre fonti – ci fornisce alcune indicazioni significative. Le riportiamo qui di seguito.

1. Domenico Savio muore a 14 anni di età. In quel periodo le canonizzazioni rivolgevano attenzione soprattutto a persone adulte, in particolare a soggetti consacrati. Si riteneva che in un soggetto in crescita non era esatto parlare di “virtù eroiche”, cioè di virtù esercitate in modo eroico.  Malgrado ciò venne dimostrato, con l’apporto di testimoni, che nel giovanetto era avvenuta una crescita di tipo particolare, difficile da equiparare a quella ordinaria.

2. Domenico Savio affrontò più salite che pianure. Egli conobbe la condizione umile della propria famiglia, e anche negli anni dell’Oratorio fu presente in ore non sempre serene, contrassegnate anche da un limitato uso di risorse (cf Epistolario di don Bosco).

3.  Domenico Savio non testimoniò la propria fede, e la filialità mariana, in modo ostentato, eclatante. Il suo fu un offertorio quotidiano legato alle vicende giornaliere.

4. Domenico Savio non fu un musone. Sono molti i testimoni che lo ricordano allegro.

In tale contesto, il fiat di Domenico Savio rimane legato a un’intimità divina. Egli cercò una strada per fare la volontà del Signore Gesù. Egli chiese aiuto nella sua ascesi. Egli fu fedele nelle piccole cose.


[1] Ed. a stampa in Giovanni Bosco, Vita del giovanetto Savio Domenico allievo dell’Oratorio di S. Francesco di Sales con appendice sulle grazie ottenute per sua intercessione. Ed. 5. Torino, Tipografia e Libreria Salesiana 1878.

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