Ebraismo Olocausto – Shoah : un ottimo saggio di Zeev Milo ci spiega i punti fondamentali

FONTE : Il saggio di Zeev Milo, che qui presentiamo in opuscolo, è stato
pubblicato, suddiviso in due parti, su Fiume. Rivista di studi
adriatici (n. 27, I semestre 2013 e n. 28, II semestre 2013).

L’autore, nato a Zagabria nel 1922 e residente oggi a Tel Aviv,
è stato testimone dei terribili eventi occorsi negli anni del regi-
me ustascia dello Stato indipendente di Croazia: cinque membri
della sua famiglia perirono nella persecuzione antiebraica, men-
tre lui con i genitori, come è narrato in queste pagine, riuscì a salvarsi
nella zona occupata dall’esercito italiano. Ci sembra che l’origi-
nalità del lungo saggio di Milo – il quale, per usare le sue stesse
parole, è stato “educato alla scuola della «scienza esatta»” e
non è uno storico di professione – stia nella riuscita combinazio-
ne di interessantissime memorie personali e di una circostanziata
efficace ricostruzione degli eventi, fondata sull’utilizzazione del-
le fonti e di una vasta letteratura secondaria, soprattutto tedesca
e croata.
Il saggio, redatto dall’autore in lingua tedesca, è stato tradotto in
italiano da Claudia Stelli.
La prof. Marina Cattaruzza dell’Università di Berna, che a suo
tempo ci aveva segnalato e fatto pervenire il lavoro di Milo, ne
ha revisionato e curato questa versione italiana.

Abbiamo avuto il piacere di avere il permesso di pubblicare sul nostro blog

questo ottimo studio su un passaggio storico particolarmente

delicato della nostra storia. (Carlo Mafera)

Roma, giugno 2014

La Redazione di Fiume.
Rivista di studi adriatici

Ringraziamenti

In primo luogo mi è gradito ringraziare la prof. Marina Cattaruzza
per i consigli e il sostegno elargitimi nel corso della stesura di
questo saggio e per essersi instancabilmente prodigata affinché esso
vedesse la luce anche in italiano. Desidero rivolgere un ringrazia-
mento particolare alla dott. Claudia Stelli per la traduzione dal
tedesco in italiano del testo e ancora alla prof. Cattaruzza per la
revisione e la cura della versione italiana. Ringrazio infine la
Redazione di Fiume. Rivista di studi adriatici, e in particolare il
direttore editoriale prof. Giovanni Stelli, per aver accolto il mio
lavoro nella rivista e per averne promosso poi la pubblicazione
indipendente in questo opuscolo.

ZEEV MILO
milozeev@zahav.net.il

Tipolitografia Spoletini – Via G. Folchi, 28 – 00151 Roma – Tel./Fax 06.5376609 – flavio.spoletini@libero.it

“Bravi Italiani”: la resistenza italiana
contro l’Olocausto in Croazia.
Storia ed esperienze personali

ZEEV MILO

Sommario: 1. Le leggi antiebraiche e lo smembramento della Jugoslavia. – 2. Ven-
gono fissati i confini del nuovo Stato. – 3. I primi eventi nello Stato-ustascia. –

  1. Nella mia città natale. – 5. Ebrei croati e italiani: il primo incontro nell’estate
    del 1941. – 6. Ebrei croati e italiani: il secondo incontro nell’estate del 1941. – 7. Il
    calvario dei profughi dalla Croazia. – 8. La rivolta armata. – 9. Gli italiani oc-
    cupano di nuovo la seconda zona. – 10. Ebrei croati e italiani: il terzo incontro.
    – 11. Ebrei croati e italiani: il quarto incontro. – 12. Il nostro inutile tentativo di
    fuga. – 13. Anche la nostra famiglia va incontro alla grande sventura. – 14. La no-
    stra fuga nel territorio occupato dagli italiani. – 15. I militari italiani. – 16. La
    svolta. – 17. Il drammatico destino degli ebrei nella zona di occupazione italiana.
    – 18. La visita del Poglavnik a Hitler. – 19. Himmler incontra Mussolini. – 20. Il ge-
    nerale Roatta incontra il Poglavnik e i croati trattano con gli italiani. – 21. Il tiro
    alla fune tra tedeschi e italiani continua. – 22. I tedeschi e gli italiani di fronte al
    “problema ebraico”: due differenti visioni del mondo. – 23. Gli italiani internano i
    profughi ebrei in campi di concentramento. – 24. Mussolini destituisce Ciano e Ca-
    vallero. – 25. L’internamento sull’isola di Arbe (Rab). – 26. Fine del dominio
    fascista. L’8 settembre 1943 la notizia della capitolazione italiana viene resa nota
    ufficialmente. – 27. La nuova valutazione storica sulla salvezza degli ebrei da
    parte degli italiani: Moos, Nattermann, Knox.

Nello Stato satellite di Croazia creato da Hitler nell’aprile 1941 ini-
ziò subito, per autonoma iniziativa degli ustascia al potere, l’assassinio
di massa di ebrei, serbi e, in seguito, Rom (zingari). Gli ebrei che – co-
me i miei genitori e me – riuscirono a rifugiarsi nella zona sotto
amministrazione italiana, vi trovarono protezione e sicurezza. Ma que-
sta sicurezza si rivelò limitata nel tempo. Nel 1942, infatti, i croati
stipularono con i tedeschi un accordo in base al quale gli ebrei croati an-
cora a piede libero dovevano essere consegnati ai tedeschi per la “soluzione
finale”. Pertanto i croati e i loro padroni tedeschi pretesero in quel mo-
mento di includere nella “soluzione finale” anche quegli ebrei croati che
si trovavano sotto protezione italiana. La zona sottoposta all’ammini-
strazione militare italiana apparteneva, infatti, allo “Stato indipendente
di Croazia”.

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Per un verso, questa pretesa si trovò di fronte da parte italiana uffi-
ciale un Duce indebolito e indeciso, che acconsentì subito alla consegna
degli ebrei. Per un altro verso, a questa consegna si opposero alti fun-
zionari e comandanti dell’esercito. Il tiro alla fune al più alto livello durò
per mesi. Nonostante la fortissima pressione dei tedeschi, gli italiani si
rifiutarono, con diversi stratagemmi, di consegnar loro i rifugiati ebrei.
Anche nei territori occupati dagli italiani in Grecia e in Francia gli ebrei
furono protetti dai loro persecutori: un’azione umanitaria inconsueta, in
questo nerissimo capitolo della storia. Ciò è stato confermato anche da
numerosi autorevoli storici. Agli inizi del 2005 un convegno alla Johann
Wolfgang Goethe-Universität di Francoforte ha però operato una svolta
nella valutazione di queste azioni italiane e la salvezza degli ebrei in Croa-
zia e in altri luoghi da parte degli italiani è stata dichiarata un mito, così
come le “chiacchiere” sugli “italiani brava gente”. Ne è seguita una serie
di articoli e libri che si sono uniformati a questo nuovo orientamento
della storiografia.

In questo mio contributo presento gli eventi storici rilevanti insie-
me alle mie esperienze personali e cerco poi di confrontarmi con gli storici
che negano i motivi umanitari degli italiani. Questo lavoro concerne la
salvezza degli ebrei croati da parte degli italiani nel periodo 1941-43.
Anche i lati oscuri dei rapporti degli italiani con gli ebrei vengono espo-
sti in modo obiettivo e senza riguardi.

  1. Le leggi antiebraiche e lo smembramento della Jugoslavia

In Jugoslavia gli ebrei costituivano un’esigua minoranza: circa 75.000
persone su una popolazione complessiva di 15 milioni. L’antisemitismo,
che compariva sporadicamente, era poco sentito ed era principalmente
la Chiesa cattolica a farsene sostenitrice. Sulla vita quotidiana gettava
un’ombra il conflitto permanente tra i serbi, che in grande misura do-
minavano il paese, e i croati, che si opponevano a questo predominio.
Poco prima dello scoppio della guerra venne raggiunta un’unità fra i
serbi e i croati col cosiddetto “Sporazum” (accordo) del 1939 e si sperò
nella stabilità.

Scoppiò poi in Europa la seconda guerra mondiale. La Jugoslavia,
come altri piccoli paesi, voleva restare neutrale. Il governo jugoslavo era
disposto a tutto pur di evitare un conflitto con i tedeschi. La Jugoslavia
fornî ai tedeschi tutti i prodotti e le materie prime di cui essi avevano
bisogno per la loro strategia bellica.

Dopo la vittoria all’ovest (1940) Hitler cominciò i preparativi per at-
taccare l’Unione Sovietica. Nell’ambito di questi preparativi volle “assicurarsi

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le spalle” nei Balcani. Con minacce e promesse uno Stato dopo l’altro fu
costretto a rinunciare alla propria neutralità e ad aderire al “Patto tri-
partito” tra Germania, Italia e Giappone. In un primo momento il governo
jugoslavo si oppose a questa pretesa. Fu invece disposto ad ammansire
i tedeschi in altro modo: nell’ottobre 1940 furono promulgati due prov-
vedimenti antiebraici1:

  1. Agli ebrei fu vietato il commercio di generi alimentari.
  2. Fu introdotto un numero chiuso per l’iscrizione di ebrei alle scuo-

le medie superiori e all’università.
La cosa peggiore fu che gli ebrei furono ridotti a cittadini con dirit-

ti limitati. In apparenza i tedeschi non furono particolarmente impressionati
da tali misure. In Germania la legislazione razziale e la persecuzione de-
gli ebrei erano già andate molto oltre.

Alla fine il governo jugoslavo cedette. Il 25 marzo 1941 la Jugosla-
via aderì al Patto tripartito2. Ma due giorni dopo il governo fu rovesciato
da un putsch militare e così il Patto venne in pratica, anche se non uffi-
cialmente, annullato3. Ciò fornì a Hitler il pretesto per aggredire la
Jugoslavia. Il 6 aprile 1941 la Wehrmacht insieme a forze alleate italia-
ne, ungheresi e bulgare entrò in Jugoslavia4. Soltanto i romeni non vollero
aggredire la Jugoslavia, perché intendevano conservare buoni rapporti
con questo paese.

Il 10 aprile i tedeschi erano già a Zagabria. I croati salutarono con
gioia e giubilo i soldati tedeschi come liberatori. L’esercito jugoslavo ca-
pitolò e la Jugoslavia cessò di esistere. Estese parti del suo territorio
furono suddivise tra gli Stati vicini. La Serbia fu sottoposta a un gover-
no militare tedesco. Già nelle prime ore dell’ingresso tedesco a Zagabria
venne proclamato, con il consenso del governo tedesco, il cosiddetto “Sta-
to indipendente di Croazia” (NDH) sul territorio della Croazia, nonché
sulla Bosnia ed Erzegovina.

Quale sorte attendeva gli ebrei nel nuovo Stato creato dai tedeschi?
Gli ebrei non si facevano alcuna illusione. Come i tedeschi trattassero
gli ebrei ci era ben noto. Numerosi profughi dalla Germania e successi-
vamente dall’Austria erano passati per Zagabria e avevano riferito delle

1 Harriet Pass Freidenreich, The Jews of Yugoslavia. A Quest for Community, Philadelphia
1979, The Jewish Publication Society of America, p. 239.
2 Ladislaus Hory, Martin Broszat, Der kroatische Ustascha-Staat, 1941-1945, Stuttgart
1964, Deutsche Verlags-Anstalt, p. 38.
3 Ibid., p. 39.
4 Ibid., p. 51.

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umiliazioni, dei maltrattamenti e della rapina dei loro beni. Molti di es-
si erano stati nel campo di concentramento di Dachau e avevano raccontato
le loro terribili esperienze. Ma, come si mostrerà più avanti, tutto ciò
non era che un semplice inizio.

La guida del nuovo Stato venne affidata al capo terrorista croato An-
te Pavelić (Poglavnik) – che era vissuto ed aveva agito in Italia come esiliato
politico – con i suoi ustascia (insorti). Pavelić fu la seconda scelta dei te-
deschi, che avrebbero preferito il popolare leader del Partito contadino
Maček, che però rifiutò5. Pavelić aveva pochi seguaci in Croazia.

Pavelić era diventato presidente del Partito croato del diritto, che si bat-
teva per una Croazia indipendente. Entrato presto in conflitto con le autorità
jugoslave, era stato costretto a fuggire all’estero nel 1929. In Italia aveva
fondato un’organizzazione terroristica, gli ustascia, ed era stato sostenuto
e finanziato dal governo italiano. Gli italiani avevano pretese territoriali nei
confronti della Jugoslavia e speravano di realizzarle con l’aiuto di Pavelić.
Gli consentirono di compiere atti terroristici, il cui punto culminante fu
raggiunto nel 1934 con l’assassinio a Marsiglia del re jugoslavo Alessandro
I. Il movimento ustascia fu sostenuto anche dagli ungheresi e dai bulgari
per gli stessi motivi.

All’inizio il movimento ustascia non aveva carattere antisemita. Il
predecessore di Pavelić a capo del Partito del diritto era stato un ebreo
di nome Josip Frank. Perciò i seguaci di Pavelić erano detti in Croazia
“frankiani”. I figli di Frank e alcuni altri ebrei sostennero in un primo
momento il movimento ustascia. Solo successivamente il movimento di
Pavelić si configurò come un movimento antisemita estremo e ciò nel
tentativo di guadagnarsi il sostegno di Hitler. In un primo momento Hi-
tler intendeva soltanto sfruttare economicamente la Jugoslavia e non
distruggerla, per cui respinse i tentativi di avvicinamento di Pavelić, in
cui vedeva, tra l’altro, un agente dell’Italia. Nella nuova situazione crea-
tasi nel 1941 accolse il consiglio di Mussolini e affidò a Pavelić la guida
dello Stato croato.

  1. Vengono fissati i confini del nuovo Stato

Il 15 aprile 1941 Pavelić rientrò a Zagabria dal suo asilo in Italia e
assunse il potere, come “Poglavnik”, del nuovo Stato. Prese il timone del-

5 Srđa Trifković, Ustasha, Croatian Separatism and European Politics, 1929-1945, London
1998, The Lord Byron Foundation for Balkan Studies, p. 100.

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La spartizione della Jugoslavia dopo l’attacco delle forze dell’Asse

lo Stato con l’aiuto tedesco e da allora, onde evitare il più possibile ob-
blighi nei confronti dell’Italia, fece palesemente ogni sforzo per appoggiarsi
completamente alla Germania. Mussolini però non era intenzionato a la-
sciare che il capo degli ustascia se la cavasse così facilmente. Sulla via
di Zagabria Pavelić venne trattenuto a Karlovac dal rappresentante del
ministro italiano degli esteri Anfuso. In un telegramma a Mussolini, in
cui chiedeva il riconoscimento dello Stato croato, Pavelić dovette anche
assicurare che nello stabilire i confini del nuovo Stato sarebbero stati pre-
si in considerazione “i diritti italiani in Dalmazia”6.

Il 17 aprile il ministro degli esteri tedesco Ribbentrop inoltrò al mi-
nistro degli esteri italiano Ciano un invito per colloqui a Vienna sui
problemi relativi alla “suddivisione del territorio di quello che era stato
lo Stato jugoslavo”. Il 21 aprile, in apertura del colloquio, Ciano riferì
subito che il Duce si proponeva di annettere non solo l’intera Dalmazia,
ma anche tutto il litorale adriatico tra Fiume (Rijeka) e Cattaro (Kotor)
come territorio soggetto a sovranità italiana (con lo status di Governa-
torato italiano). Ciò era più di quanto fino ad allora da parte tedesca si
sapeva sulle intenzioni italiane. Le divergenze italo-tedesche vennero al-
la luce nel corso del colloquio e si dovette ricorrere al parere del Führer.
La direttiva di Hitler fu la seguente: dal momento che la Germania non
era in linea di principio interessata alla Croazia, egli non vedeva alcun
motivo di prendere posizione su questi problemi, ma lasciava completa-
mente al Duce la facoltà di decidere a tal proposito e di discuterne con
i croati. Ciano aveva capito che Hitler non voleva opporsi alle aspirazio-
ni italiane, ma non aveva intenzione di sostenerle apertamente7. Il governo
italiano si sentiva altresì messo sotto pressione in Italia dall’opinione pub-
blica, che reclamava l’annessione della Dalmazia8 e sospettava anche che
il disinteresse tedesco per la Croazia non “fosse autentico”. Ciano deci-
se perciò di agire rapidamente. Incontrò prima Pavelić a Lubiana
(Ljubljana), poi Mussolini a Monfalcone, mentre venivano esercitate pres-
sioni su Pavelić.

Alla fine l’intero complesso delle relazioni italo-croate fu regola-
to il 18 maggio 1941 con gli Accordi di Roma9: una considerevole

6 L. Hory, M. Broszat, Op. cit., p. 57.
7 Ibid., p. 65.
8 Galeazzo Ciano, The Ciano Diaries 1939-1943. The Complete, Unabridged Diaries of Ga-
leazzo Ciano (a cura di Hugh Gibson), New York 1946, Doubleday & Company, p. 342
(Galeazzo Ciano, Diario 1939-1943, Milano 1946, Rizzoli, vol. II).
9 L. Hory, M. Broszat, Op. cit., p. 67.

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parte della costa adriatica – con le città portuali di Spalato (Split), Se-
benico (Šibenik), Sussa (Sušak), l’enclave di Zara (Zadar) già in
precedenza in possesso italiano – e la maggior parte delle isole lungo
la costa vennero annesse all’Italia. Gli Accordi di Roma includevano
poi un patto venticinquennale di cooperazione e un patto militare. La
Croazia inoltre doveva diventare un Regno: re di Croazia, col nome di
Tomislav II, sarebbe stato il duca Aimone di Spoleto, un nipote del re
italiano Vittorio Emanuele III10. Nella popolazione croata la notizia di
questo accordo provocò uno choc e il primo entusiasmo per il nuovo
Stato e il suo duce si ridusse drasticamente.

Dal punto di vista militare la Croazia venne suddivisa in due zone
di occupazione. Quella tedesca al nord e quella italiana al sud. Gli ita-
liani divisero il loro settore di occupazione in tre zone: il territorio costiero
unito all’Italia venne a costituire la prima zona; l’hinterland dalmata,
una striscia di terra larga circa 50 km, la seconda; il resto fu compreso
nella terza zona (v. carta a p. 69). La prima e la seconda zona, così co-
me il Sud della Slovenia (“Provincia italiana di Lubiana”), furono occupate
dalla II Armata italiana; nella terza zona invece erano dislocate solo po-
che unità italiane. Anche nel territorio controllato dai tedeschi c’erano
pochi militari tedeschi. Subito dopo la fine della guerra balcanica le unità
tedesche furono spostate e impiegate all’est. C’erano inoltre l’esercito re-
golare croato, i domobrani (milizia popolare) e la milizia costituita dagli
ustascia. Essa aveva una doppia funzione: nella forma di unità di com-
battimento compatte doveva costituire una truppa di élite, simile alle
Waffen-SS, accanto all’esercito regolare e, d’altro canto, veniva impiega-
ta come una sorta di polizia politica. Come tale commise crimini terribili
contro ebrei e serbi, ma anche contro croati sospettati di non essere fe-
deli al regime.

  1. I primi eventi nello Stato-ustascia

Il caso croato mostra che un movimento terroristico non è idoneo
a fondare uno Stato, perché non può liberarsi dalla sua ideologia e dal-
le sue caratteristiche distruttive. Nella primavera del 1941 in Croazia
si verificò un’ondata di terrore, di violenza e di assassinii indirizzata
contro ebrei, serbi e contro i croati sostenitori del regime jugoslavo.

10 Oltre 1000 anni fa la Croazia fu per breve tempo un regno indipendente governato dal
re Tomislav I.

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Migliaia furono gli arrestati, molti i condannati a morte da corti mar-
ziali. Altri vennero semplicemente brutalmente uccisi senza processo.
Seguì un’infinita serie di disposizioni legislative, tra cui alcune ispira-
te alle leggi razziali di Norimberga. All’inizio gli ebrei furono costretti
a pagare un elevato contributo di guerra. I loro beni furono espropria-
ti. Molti vennero arrestati. Tutti furono costretti a portare un contrassegno.
Nei mesi estivi cominciò la deportazione di massa degli ebrei nei campi
di concentramento, che spuntavano per ogni dove come funghi dopo
la pioggia. Nell’agosto del 1941 venne allestito il famigerato grande cam-
po di Jasenovac.

A Zagabria per prima cosa i giovani ebrei furono chiamati a presta-
re il cosiddetto servizio del lavoro. Dapprima furono deportati nel campo
di concentramento di Danica, nei pressi della città di Koprovnica, e suc-
cessivamente nel campo Jadovno sul monte Velebit. Abbandonati nelle
mani di sadici guardiani, furono terribilmente maltrattati e infine cru-
delmente uccisi, tranne pochi11.

  1. Nella mia città natale

Abbiamo parlato dell’anno 1941. Io vivevo con i miei genitori a Za-
gabria, dove passai l’infanzia e la prima giovinezza. Nella nostra famiglia
regnavano calore umano e unità. La nostra condizione economica era
più che soddisfacente. A Virovitica, una piccola città di provincia, i miei
nonni possedevano un grande mulino. Erano agiati e stimati. L’intera fa-
miglia ha lavorato in questa azienda. Mio padre si occupava a Zagabria
di farinacei.

Sotto il nuovo regime cominciammo ad avere molta paura. Nella pri-
mavera del 1941 i miei genitori mi mandarono subito dai nonni a Virovitica
nella speranza che lì sarei stato più al sicuro. Avevo allora 19 anni. Nel
corso del 1941 i miei parenti continuarono a lavorare nel mulino, anche
se sotto la direzione di un fiduciario, nominato dall’autorità ustascia.
Il fatto di essere necessari all’impresa dava loro una certa sicurezza.
Sebbene anche lì fosse prestabilito il “servizio del lavoro” per i giovani
ebrei, per ragioni non chiare esso non venne applicato. Questa fu la pri-
ma volta che io ebbi fortuna e ciò si doveva ripetere più volte ancora12.

11 Ivo Goldstein, Holokaust u Zagrebu, Zagreb 2001, Novi Liber, pp. 249-251.
12 Zeev Milo, Im Satellitenstaat Kroatien. Eine Odyssee des Überlebens, 1941-1945 (a cura
di Erhard Roy Wiehn), Konstanz 2002, Hartung-Gorre Verlag, p. 56.

10

La persecuzione degli ebrei proseguiva. Di tanto in tanto, senza una
logica riconoscibile, un gruppo di ebrei, più o meno numeroso, veni-
va selezionato dagli ustascia, arrestato e deportato in uno dei campi.
Una volta si trattava di uomini soltanto, un’altra di intere famiglie.
Tra le deportazioni c’erano delle pause che suscitavano sempre tra i
rimasti la speranza che non ci sarebbe stata un’altra deportazione. Nel-
lo stesso tempo filtravano sporadicamente notizie sul terribile destino
degli internati nei campi13.

  1. Ebrei croati e italiani: il primo incontro nell’estate del 1941

Rispondere alla domanda sul comportamento degli italiani nei
confronti degli ebrei durante la seconda guerra mondiale non è tanto
semplice e la risposta non può essere univoca. Settori diversi dell’appa-
rato fascista di potere avevano differenti e spesso opposte vedute sul
“problema ebraico”14.

Mussolini fu molto soddisfatto delle sue acquisizioni realizzate nel-
l’ambito degli Accordi di Roma e anche del consenso di Pavelić alla
trasformazione della Croazia in un Regno con un re che era un duca del-
la dinastia dei Savoia. Con ciò aveva di nuovo Pavelić sotto controllo ed
anche buone prospettive di arginare l’influenza tedesca nei Balcani. Al-
meno così credeva. Mussolini continuava dunque ad essere in rapporti
amichevoli con Pavelić.

Nella seconda zona gli italiani passarono i poteri civili e di polizia
alle autorità ustascia e all’esercito italiano fu ordinato di non immischiar-
si nelle faccende interne dello Stato croato. Le unità militari italiane
furono indicate come potenza protettrice in territorio amico. La conse-
guenza fu che la terribile persecuzione del serbi da parte degli ustascia
poté estendersi anche alla seconda zona italiana. Sanguinosi massacri
avvennero sotto gli occhi dei militari italiani, che però non avevano in
nessun modo il potere di intervenire. Nonostante l’ordine severo di non
immischiarsi, ci furono singoli casi in cui ufficiali e soldati italiani ven-
nero in aiuto dei serbi aggrediti e salvarono loro la vita15. Questa passività

13 Ibid., pp. 60 sg.
14 Milan Ristović, U potrazi za utočištem, Jugoslavenski Jevreji u bekstvu od holokausta,
1941-1945, Beograd 1998, Službeni List SRJ, p. 84.
15 Bogdan Krizman, NDH izmedju Hitlera i Musolinija, Drugo izdanje, Zagreb 1986,
Globus, p. 131.

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dei militari italiani ordinata da Roma incoraggiò gli ustascia a creare
campi di concentramento anche nel territorio occupato dall’Italia, cam-
pi in cui deportarono gli ebrei arrestati provenienti da Zagabria e da
altre città, ed anche i serbi. Gli arrestati furono costretti a lavori estre-
mamente pesanti; per di più, vennero continuamente picchiati, maltrattati
e soffrirono fame e sete. Le donne e le ragazze furono stuprate16. I ser-
bi, come gli ebrei, vennero trattati sadicamente. Gospić fu il campo
centrale degli ustascia nella seconda zona italiana. Qui giunsero migliaia
di ebrei e di serbi, che da lì vennero poi trasferiti in altri campi. Come
già detto, nel campo di Gospić arrivò anche da Zagabria un gruppo di
giovani, che furono poi trasferiti nel campo di Jadovno. Gospić è una
cittadina nella regione della Lika, che dista circa 200 km dalla capitale
Zagabria. Il campo di concentramento per ebrei e serbi venne allestito
nei pressi della città. Vi vennero portati, dalla fine di maggio ad agosto,
parecchie centinaia di ebrei da Zagabria, tra cui 79 avvocati. Tra di essi
c’era, proveniente da Zagabria, il dott. Edo Neufeld, il cui racconto si ri-
porta qui di seguito:

“Nel medesimo trasporto c’erano anche donne con i loro bambini.
I detenuti raggiunsero Gospić col treno, stipati a cinquanta in carri be-
stiame. Sulla strada dalla stazione al campo i detenuti venivano colpiti
di continuo dai loro accompagnatori. La colonna fu condotta attraverso
il centro della città e tutto si svolse davanti agli occhi degli abitanti del
luogo e degli italiani. Alcuni italiani fotografarono la scena, lo spettaco-
lo lasciò indifferenti altri.”

Edo Neufeld ebbe l’opportunità di parlare con il comandante italia-
no locale e lo pregò di aiutare i detenuti maltrattati. Costui gli replicò
che gli ordini ricevuti gli vietavano qualsiasi interferenza. Edo Neufeld,
l’unico tra gli avvocati, riuscì a fuggire. Con un automezzo militare ita-
liano giunse a Sušak. Successivamente poté salvarsi in Svizzera con la
sua famiglia. Gli altri avvocati deportati con lui a Gospić vennero tutti
uccisi17.

Un altro campo nella seconda zona di occupazione18 fu Slano sul-
l’isola di Pago, un campo maschile per ebrei e serbi, su un terreno recintato
da filo spinato e senza alloggi. I detenuti dovevano lavorare in una cava
di pietra 18 ore al giorno. Patirono fame e sete, vennero terribilmente

16 Mišo Deverić, Ivan Fumić, Hrvatska u Logorima, 1941–1945, Zagreb 2008, Savez
antifašističkih boraca i antifašista Republike Hrvatske, pp. 43-46.
17 Zvi Loker, Document: The Testimony of Dr. Edo Neufeld. The Italians and the Jews of
Croatia, in Holocaust Genocide Studies, 1996, n. 7 (1), pp. 67-76.
18 I. Goldstein, Op. cit., pp. 276-301.

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maltrattati dai loro guardiani, e i malati furono bestialmente uccisi. Nel
campo di Metajna, anch’esso sull’isola di Pago, furono tenute prigionie-
re donne ebree e serbe con i loro bambini. Vi regnava il medesimo
regime sadico del campo maschile, regime di cui facevano parte quoti-
dianamente anche stupri brutali. Il numero dei prigionieri di Pago è
valutato complessivamente in 4.000 serbi e 900 ebrei. Sull’isola di Pago
era presente una compagnia italiana di 150 soldati. Il comandante, il ca-
pitano Paolo Bertoli, era al corrente delle crudeltà che avvenivano nei
due campi e ne informò regolarmente il Comando del V Corpo d’Arma-
ta e il Comando supremo della II Armata19. Ciò nondimeno, nulla fu
fatto per diminuire le sofferenze di queste persone: uomini, donne e
bambini. Bertoli si era anche rifiutato di impedire agli ustascia di spo-
stare dall’isola i prigionieri rimasti ancora in vita20. Un altro campo
disumano fu Jadovno sul monte Velebit, immerso profondamente in un
bosco, lontano da ogni osservatore. Vi vennero portati ebrei e serbi con
l’intenzione esclusiva di ucciderli sul posto; tra di essi anche i giovani
provenienti da Zagabria, che vennero uccisi e alcuni gettati ancora vivi
nelle foibe del luogo.

Essendosi sparsa la voce che gli italiani intendevano occupare di
nuovo la seconda zona e scacciarvi gli ustascia, questi ultimi liquidaro-
no in tutta fretta i campi e uccisero la maggior parte dei prigionieri.
Circa 1.500 detenuti ancora in vita furono deportati dapprima nel cam-
po di Kruščica in Bosnia e nel campo di Jastrebarsko, non lontano da
Zagabria; successivamente gli uomini furono trasferiti a Jasenovac21 e le
donne con i bambini a –D akovo e Loborgrad22. Gli italiani non fecero nul-
la per diminuire le sofferenze di questi infelici e non impedirono agli

19 Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia dei rapporti tra l’Esercito Italia-
no e gli Ebrei in Dalmazia (1941-1943), Roma 1991, Stato maggiore dell’Esercito-Ufficio
storico, p. 45.
20 Klaus Voigt, Zuflucht auf Widerruf. Exil in Italien 1933-1945, vol. II, Stuttgart 1993,
Klett-Cotta, p. 224 (tr. it. Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, vol. II,
Firenze 1999, La Nuova Italia).
21 Jasenovac fu il più grande campo di concentramento in Croazia ed è stato spesso pa-
ragonato ad Auschwitz. I detenuti erano ebrei, serbi, partigiani, ma anche molti croati,
che rifiutavano il regime; tutti furono esposti ai più gravi supplizi ed uccisi nei modi più
crudeli. In base allo stato attuale della ricerca scientifica il numero delle vittime am-
monta a più di 90.000. Nel 2007 è stato pubblicato un elenco di nomi di 72.000 vittime.
Cfr. Jelka Smreka, ĐDorđe Mihailović, Poimenični popis žrtava koncentracionog logora
Jasenovac 1941-1945, Jasenovac 2007, Spomen područje Jasenovac; da allora sono sta-
ti accertati più di altri 10.000 nomi. Pochissimi sono i sopravvissuti di questo campo.
22 I. Goldstein, Op. cit., pp. 298-301.

13

ustascia di deportare i sopravvissuti in altri campi. Gli ordini superiori
avevano loro legato le mani. Tuttavia si alzarono anche proteste contro
questa passività imposta: il 24 giugno 1941 il governatore della Dalma-
zia Giuseppe Bastianini scrisse una dura lettera a Roma: le truppe italiane
sono “costrette ad osservare senza far niente simili atti commessi sotto
i loro propri occhi … Non posso garantire che, per reagire a qualche at-
to di violenza perpetrato in loro presenza, non ci sarà un intervento
energico che potrebbe urtare la suscettibilità e l’umore dei «signori e pa-
droni» locali”23. A quanto pare, questo avvertimento non suscitò alcuna
attenzione a Roma. Qualche tempo dopo, il 24 agosto, il generale Vitto-
rio Ambrosio, comandante della II Armata, informò il Quartier generale
che i suoi soldati erano stati testimoni di selvaggi massacri ai danni del-
la popolazione serba e che la situazione si sarebbe pacificata se gli italiani
avessero occupato estesi territori in Croazia24.

Dopo che gli ustascia ebbero abbandonato l’isola di Pago, sorse il
pericolo di epidemie a causa dei numerosi cadaveri. Perciò il comandan-
te italiano del V Corpo d’Armata ordinò di esumare e bruciare tutti i
cadaveri. Il sottotenente dott. Sante Strazzi, capo della I sezione di di-
sinfezione, descrisse in un rapporto sconvolgente in quali modi terribili
erano stati uccisi i prigionieri. Nel complesso vennero bruciati 791 ca-
daveri, di cui 407 uomini, 293 donne, 90 bambini compresi tra i 5 e i 15
anni e un lattante di 5 mesi. Tra i morti ci furono circa 300 ebrei. Gli
ustascia inoltre avevano gettato in mare numerosi detenuti legati con
grosse pietre25.

Il generale Ambrosio, comandante della II Armata, ordinò di aprire
un procedimento istruttorio. A metà settembre visitò egli stesso l’isola di
Pago. Dopo che gli venne riferito che anche alcuni nativi del luogo ave-
vano preso parte ai massacri, ordinò di procedere contro costoro26.

  1. Ebrei croati e italiani: il secondo incontro nell’estate del 1941

A fine luglio 1941, quando nella seconda zona italiana si verificava-
no i più gravi crimini contro ebrei e serbi, a Zagabria accadde qualcosa
di inaspettato. La sezione responsabile per gli ebrei della polizia usta-

23 Jonathan Steinberg, Tutto o Niente. L’Asse e gli Ebrei nei territori occupati 1941-1943,
Milano 1997, Mursia, p. 38 (ed. originale inglese 1990).
24 Slavko Goldstein, 1941. Godina koja se vraća, Zagreb 2007, Novi Liber, p. 243.
25 M. Deverić, I. Fumić, Op. cit., pp. 46 sg.
26 M. Shelah, Op. cit., pp. 46-48.

14

scia, comandata da Vilko Kühnel, ma anche altre istituzioni, comincia-
rono a rilasciare dei lasciapassare (“propusnice”) per ogni ebreo che si
trovasse ancora a piede libero e volesse emigrare. L’unica condizione era
aver pagato il contributo imposto agli ebrei. Con questo lasciapassare di-
ventò possibile spostarsi in una località confinante con la prima zona,
per poi introdursi da lì illegalmente nella zona annessa dagli italiani27.
Si poteva avere questo tipo di lasciapassare anche per l’Ungheria, ma
nella maggior parte dei casi gli ungheresi rimandavano indietro gli
ebrei. Nel complesso le autorità rilasciarono circa 2.000 lasciapassare;
secondo la valutazione di un testimone dell’epoca, ne vennero però riti-
rati assai di meno, perché molti ebrei esitavano a emigrare. Ciò avvenne
senza che gli italiani ne fossero informati, per cui questi ultimi si oppo-
sero al flusso dei profughi. Ciò nonostante, a un certo numero di persone,
tra cui anche profughi dalla Germania, dall’Austria e da altri paesi, riu-
scì di approfittare di questa straordinaria occasione e di liberarsi dalle
grinfie degli ustascia. La maggior parte di essi sopravvisse alla fine del-
la guerra. Altri persero l’occasione, poiché questa finestra verso la libertà
fu presto chiusa. Dopo alcune settimane gli ustascia sospesero infatti la
concessione dei lasciapassare28.

È ancora poco chiaro che cosa avesse mosso gli ustascia, che non
erano disposti a liberare un solo ebreo detenuto in un campo, a rende-
re possibile agli ebrei ancora a piede libero di lasciare il paese. E nemmeno
si spiega perché l’emissione dei lasciapassare fu sospesa dopo poco tem-
po. Un motivo della sospensione potrebbe essere che agli inizi di agosto
1941 l’ambasciata italiana a Zagabria chiese ai croati di interrompere
l’emigrazione degli ebrei29. Molti ebrei dubitavano che la situazione nei
territori italiani fosse migliore, benché fosse noto che gli italiani, rispet-
to ad altri popoli europei, fossero stati meno contagiati dall’antisemitismo
e dal razzismo. Anche nei primi anni del regime fascista la situazione
degli ebrei non cambiò nella sostanza: gli ebrei continuarono ad essere

27 I. Goldstein, Op. cit., p. 499.
28 Dopo che gli ustascia ebbero sospeso il rilascio dei lasciapassare, si poté fuggire solo
con lasciapassare falsi. Non era però tanto semplice stabilire un contatto con un falsa-
rio “affidabile”. Veniva anche a costare moltissimo e poi si doveva avere successo nel
superare il controllo degli ustascia ai passaggi di confine. Secondo la valutazione dell’A-
merican Jewish Joint Distribution Committee (Joint) in Svizzera, nel corso di quattro
anni dalla Croazia e dalla Serbia occupata circa 12.000 ebrei fuggirono in Italia, in Un-
gheria e in Bulgaria, ma prevalentemente in Italia, e la maggior parte di essi proveniva
dalla Croazia (cfr. M. Ristović, Op. cit., p. 105).
29 M. Ristović, Op. cit., p. 105.

15

rappresentati in tutti i settori dell’economia, dell’insegnamento, della
scienza, dell’amministrazione e dell’esercito. Con l’avvicinamento di Mus-
solini a Hitler il rapporto del regime fascista con gli ebrei era però
peggiorato. Il 14 luglio 1938 un gruppo di scienziati fascisti aveva pro-
clamato il Manifesto della razza, un documento antisemita che era stato
confermato il 2 settembre dal Gran Consiglio del Fascismo. Ad esso era-
no seguiti, il 17 novembre, i Provvedimenti per la difesa della razza italiana30.
Gli ebrei furono quindi licenziati dagli uffici pubblici: amministrazione,
esercito, partito e istituti d’istruzione. Fu limitata anche la loro attività
nell’economia. Ai bambini ebrei l’istruzione poté essere impartita solo in
scuole della comunità israelitica. A tutti gli ebrei immigrati fu imposto
di lasciare l’Italia entro un certo termine31. Ciò provocò un duro choc al-
l’ebraismo italiano, ma si mostrò ben presto che venivano fatte molte
eccezioni, per esempio per le famiglie dei caduti o feriti in guerra, per i
vecchi membri del Partito fascista e così via32. Gli attestati necessari po-
terono spesso essere “comprati” da autorità corruttibili33. Nonostante
tutto agli ebrei italiani rimase uno spazio più ampio per una vita più o
meno sopportabile, se messa al confronto con la vita degli ebrei in altri
Stati europei che seguivano uno dopo l’altro il modello tedesco e intro-
ducevano leggi antiebraiche34. Così, anche diversi ebrei immigrati, per
la maggior parte profughi dalla Germania e dall’Austria, poterono alla
fine restare in Italia. Le leggi potevano essere simili a quelle tedesche,
ma le modalità di applicazione erano diverse. In generale si riteneva che
l’ostilità contro gli ebrei in Italia fosse dovuta alla pressione tedesca; le
più recenti ricerche sono pervenute invece alla sorprendente conclusio-
ne che Hitler si astenne dall’esercitare pressioni per costringere gli italiani
ad accettare la sua ossessione antiebraica35.

I primi segni di un antisemitismo fascista si sarebbero avuti già nel

  1. Secondo un’altra fonte l’antisemitismo si sviluppò successivamen-

30 Ibid., p. 85.
31 Meir Michaelis, Mussolini and the Jews. German-Italian Relations and the Jewish Que-
stion in Italy, 1922-1945, Oxford 1978, The Clarendon Press, pp. 171 sg. (tr. it. Mussolini
e la questione ebraica, Milano 1982, Comunità).
32 Ibid., p. 17.
33 Pierre Milza, Serge Berstein, Le fascisme italien, 1919-1945, Paris 1980, Seuil, p. 219
(tr. it. Storia del fascismo. Da piazza San Sepolcro a Piazzale Loreto, Milano 2004, Rizzoli).
34 M. Ristović, Op. cit., p. 85.
35 M. Michaelis, Op. cit, pp. 126 sg.
36 Michele Sarfatti, Gli ebrei nell’Italia fascista. Vicende, identità, persecuzione, Torino 2000,
Einaudi.

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te ai cosiddetti Patti lateranensi del 1929 tra il Vaticano e lo Stato fasci-
sta e l’introduzione del cattolicesimo come religione di Stato. Con le
conquiste in Africa e con il razzismo coloniale che vi si accompagnò, an-
che in Italia si preparò la via all’antisemitismo. Agli inizi del 1938 iniziò
poi una campagna di propaganda antisemita, guidata da fascisti di spic-
co convinti antisemiti, come Telesio Interlandi, Giovanni Preziosi, Roberto
Farinacci37 e altri. Secondo Enzo Collotti, l’antisemitismo si sarebbe quin-
di sviluppato nell’Italia fascista senza influssi esterni38. Non si può tuttavia
chiarire fino in fondo se l’antisemitismo di Stato e il razzismo si sareb-
bero comunque radicalizzati sempre più in maniera autonoma nell’Italia
fascista o se debbano essere ricondotti soprattutto alla volontà di unifor-
marsi al partner tedesco. In ogni caso, dopo l’entrata dell’Italia in guerra
le misure contro gli ebrei si inasprirono. Tutti furono chiamati al servi-
zio del lavoro, molte eccezioni alle regole ottenute in precedenza furono
annullate. Molti ebrei furono internati a causa della loro presunta “pe-
ricolosità reale”39. L’11 maggio 1942 fu annunciata l’introduzione del
servizio di lavoro obbligatorio per ebrei ed ebree tra i 18 e i 55 anni.
I prefetti vennero incaricati di trovare “posti di lavoro” per gli ebrei che
si trovavano sul loro territorio ma tirarono per le lunghe la faccenda con
obiezioni burocratiche. Sebbene si pretendesse una mobilitazione tota-
le degli ebrei per il lavoro obbligatorio, molti ne furono esentati: rabbini,
medici, donne con bambini sotto i 14 anni, nonché altri che non pare-
vano adatti al lavoro. I “datori di lavoro” si lamentarono che il rendimento
dei lavoratori forzati ebrei era scarso e la loro condotta lavorativa apa-
tica e rassegnata. Si ebbe notizia di casi in cui i lavoratori forzati ebrei
si erano presi gioco dei loro guardiani, il che in Germania non sarebbe
stato assolutamente possibile. In ultima analisi il sistema italiano di la-
voro forzato per i concittadini ebrei può essere considerato un fallimento40.
A causa di queste ambiguità nel comportamento dell’Italia fascista ver-
so gli ebrei, la diffidenza degli ebrei croati era in un certo senso giustificata.

37 Roberto Farinacci, membro del Gran Consiglio del fascismo, ricevette da Hitler il
“Großkreuz des Deutschen Adlerordens” per la sua attività antisemita in Italia. Cfr. M.
Michaelis, Op. cit., p. 127.
38 Enzo Collotti, Il Fascismo e gli ebrei. Le leggi razziali in Italia, Roma 2006, Laterza.
39 Carlo Moos, Ausgrenzung, Internierung, Deportation. Antisemitismus und Gewalt im
späten italienischen Faschismus (1938-1945), Zürich 2004, Chronos Verlag, pp. 68 sg. La
stessa misura venne applicata contemporaneamente anche a tutte “le persone pericolo-
se, che disturbavano l’ordine pubblico”, fossero esse italiane o straniere di qualsiasi “razza”.
Questa misura non fu quindi diretta solo contro gli ebrei.
40 Ibid., p. 75.

17

Tuttavia la situazione non poteva essere peggiore che in Croazia. Predo-
minarono inoltre tra gli ebrei della Croazia indifferenza, autoinganno e
miopia, il che portò alla sciagura41. C’erano diversi motivi che trattene-
vano gli ebrei dall’emigrare: molti di essi avevano acquisito un certo
patrimonio e non volevano abbandonare i loro beni per diventare emi-
granti senza mezzi. Naturalmente erano considerazioni del tutto errate,
perché la maggior parte di loro perse non solo i beni, ma anche la vita.
Ci furono anche motivi familiari a trattenere gli ebrei dall’emigrare, co-
me, per esempio, nella mia famiglia: con noi viveva mio nonno paterno,
che allora aveva già oltre ottant’anni ed era semiparalizzato, e che non
volevamo abbandonare. Altri avevano membri della famiglia nei campi
di concentramento e volevano restare nelle vicinanze nella speranza di
poterli ancora aiutare. Vi furono anche ebrei che si erano impegnati per
l’indipendenza della Croazia. Ad essi il governo aveva promesso “diritti
ariani”, ma la promessa non venne mantenuta, tranne poche eccezioni.

  1. Il calvario dei profughi dalla Croazia

Per emigrare in territorio italiano non era sufficiente il lasciapassa-
re degli ustascia. Era necessario un visto consolare, che però dall’agosto
del 1939 non fu più rilasciato agli “appartenenti alla razza ebraica”. Il
28 maggio 1941 questa disposizione fu rafforzata da una circolare del
Ministero degli interni ai prefetti di confine e alla II Armata42. Questa di-
sposizione rimase in vigore fino alla fine del dominio italiano in Jugoslavia.
Per attraversare il confine i fuggiaschi dipendevano dall’aiuto di guide
pratiche del posto e di contrabbandieri, che offrivano i loro servigi a pa-
gamento. Spesso soldati italiani portavano con sé in automezzi militari
gli ebrei oltre il confine dietro compenso. Ma molti soldati e ufficiali ita-
liani fecero ciò per compassione, dopo che avevano fatto esperienza
delle sanguinose violenze commesse dagli ustascia contro serbi ed ebrei
nella seconda zona di occupazione italiana. In conformità agli ordini del
Ministero italiano degli interni ebrei fuggiaschi vennero respinti ai con-
fini. Anche coloro che riuscirono a pervenire all’interno del paese vennero
arrestati e espulsi al di là del confine. I respinti e gli espulsi erano espo-
sti al pericolo di essere arrestati dagli ustascia. Avvenne anche che profughi

41 Zdenko Levental, Auf glühendem Boden. Ein jüdisches Überlebensschicksal in
Jugoslawien, 1941-1947, Konstanz 1994, Hartung-Gorre Verlag, p. 37.
42 K. Voigt, Op. cit., p. 203.

18

arrestati dalla milizia fascista fossero consegnati immediatamente agli
ustascia. Nella speranza di poter rimanere nella seconda zona italiana
alcuni tentarono la fuga più volte. Questo duro trattamento dei profughi
non fu messo in atto in tutti i casi, fu differente da luogo a luogo e di-
pese dal momento.

I profughi si dirigevano verso diverse mete: la città di Sušak, o Fiu-
me, Spalato in Dalmazia o il Sud della Slovenia: la provincia di Lubiana.
Per parecchi ebrei, provenienti per la maggior parte dalla Serbia e alcu-
ni da Sarajevo, la meta fu la costa montenegrina, la regione circostante
Cattaro. Il comportamento delle autorità nella provincia di Fiume fu estre-
mamente sfavorevole per i profughi. Il prefetto locale Temistocle Testa
fu particolarmente zelante nell’arrestare e nell’espellere i profughi ed eb-
be il sostegno del locale partito fascista, particolarmente contrassegnato
dall’antisemitismo. I profughi fermati al confine venivano respinti. Mol-
ti di essi, a cui era riuscito di attraversare il confine senza essere notati,
vennero arrestati e nella maggior parte dei casi espulsi in Croazia43. Per
porre un freno alle espulsioni l’Unione italiana delle comunità israeliti-
che e l’organizzazione Delasem44 si rivolsero al Ministero degli interni
con la richiesta di non espellere i profughi in Croazia, ma di consentir
loro di restare a Sušak. Venne proposta un’altra alternativa: internare i
fuggiaschi in Italia. Sebbene l’istanza fosse rimasta senza risposta, l’in-
tervento ebbe però, a quanto pare, un certo successo. Le espulsioni si
ridussero. A partire dal settembre 1941 esse non ebbero nemmeno più
le stesse tragiche conseguenze, poiché gli ustascia furono cacciati dalla
seconda zona dagli italiani. Nella seconda zona, al di fuori del territorio
annesso, i profughi beneficiarono da allora in poi della protezione dei
militari italiani.

In ottobre, una parte dei profughi ebrei arrestati a Fiume fu inter-
nata nel campo di Ferramonti di Tarsia45. Ferramonti di Tarsia in Italia
meridionale, in Calabria, era un campo di baracche di legno, il più gran-
de esistente in Italia per l’internamento di “stranieri”, innanzi tutto
ebrei. Su 3.823 detenuti 3.682 erano ebrei. Sebbene il campo italiano di
concentramento non fosse paragonabile ai campi tedeschi, vi regnavano
cattive condizioni sanitarie e igieniche e ci furono casi di malaria. Sot-
to determinate condizioni l’amministrazione permetteva di uscire dal
campo, in particolare per analisi mediche, per consentire a studenti di

43 Ibid., pp. 207 sg.
44 La DELASEM (Delegazione per l’Assistenza degli Emigranti Ebrei) era un’organizza-
zione degli ebrei italiani per l’assistenza dei profughi ebrei.
45 M. Ristović, Op. cit., p. 90 e K. Voigt, Op. cit., p. 162.

19

dare esami e così via. Nel campo e nel vicino ospedale nacquero 21 bam-
bini e vennero conclusi quattro matrimoni. Negli anni 1941-1943 furono
internati nel campo di Ferramonti 853 ebrei provenienti dalla Jugosla-
via; si trattava quindi del gruppo etnico più numeroso in confronto agli
altri46. Particolarmente meritorio fu il comportamento del direttore del
campo, Paolo Salvatore, che permise ai detenuti una completa ammini-
strazione autonoma. Furono costruiti un policlinico, una biblioteca, una
scuola, un teatro e una sinagoga. Alla fine del 1942, inoltre, 3.497 citta-
dini stranieri o apolidi si trovavano al cosiddetto “confino libero”. Il
confinato era assegnato a una località, dove poteva vivere a piede libe-
ro, senza però poterla abbandonare. Si trattava per la maggior parte di
intere famiglie, che ricevettero un aiuto dalla Delasem. Tra gli internati
1.485 provenivano dalla Jugoslavia.

Agli inizi del 1942 la corrente dei profughi diminuì e diminuì anche
l’espulsione dei profughi già arrivati; a Sušak ne restarono circa 300. Per
sottrarsi all’arresto, numerosi profughi si spinsero fino a Trieste, dove
vennero assistiti dal comitato d’aiuto della Delasem47. Particolarmente
tragica fu la sorte di un gruppo di circa 200 profughi ebrei a Sušak, in
prevalenza provenienti dalla Germania e dall’Austria, ma anche dalla
Polonia e dalla Cecoslovacchia. Il rabbino di Sušak, Otto Deutsch, ave-
va consegnato la lista e gli indirizzi di questi profughi al questore di
Fiume, Genovese, che gli aveva promesso di far passare i profughi in Ita-
lia. Accade l’opposto: i profughi vennero arrestati e consegnati agli
ustascia48. Successivamente anche il rabbino Otto Deutsch venne inter-
nato nel campo di Ferramonti. Soffrì di rimorsi di coscienza, cadde in
una profonda depressione e morì nel campo.

Si stima che il numero di profughi ebrei che riuscirono ad arrivare
nella provincia di Fiume vada da 1.300 a 1.400. Ne vennero espulsi cir-
ca la metà, di cui un numero sconosciuto cadde nelle mani degli ustascia.
Alcuni ebrei cercarono di emigrare nella provincia di Lubiana, dove l’al-
to commissario Emilio Grazioli poteva agire a propria discrezione nel
trattamento degli ebrei residenti nella provincia (nel complesso 45 per-
sone), nonché dei profughi immigrati già prima della caduta della Jugoslavia
(nel complesso oltre 400)49 dalla Croazia, dalla Germania, dalla metà te-
desca della Slovenia, e sporadicamente anche dalla Polonia e dalla Boemia.
A Lubiana in un primo tempo arrivò un numero di profughi molto più

46 M. Ristović, Op. cit., pp. 89, 91.
47 K. Voigt, Op. cit., p. 209.
48 M. Ristović, Op. cit., p. 87.
49 K. Voigt, Op. cit., p. 211.

20

ridotto che a Fiume. I profughi furono sistemati in una fabbrica di zuc-
chero abbandonata e assistiti dalla Croce Rossa e in seguito dalla Delasem.
Alla fine del 1941 e nel corso del 1942 una grande quantità di profughi
si riversò, invece, nella provincia di Lubiana. L’alto commissario riferì al
Ministero degli interni nel luglio 1943 che il numero complessivo degli
ebrei giunti nella provincia di Lubiana ammontava a 1.400-1.500 perso-
ne. Tutti, compresi circa 100 vecchi e malati, furono inviati all’internamento
in Italia, all’inizio in prevalenza a Ferramonti di Tarsia, successivamen-
te destinati all’internamento libero50. Accaddero sporadiche espulsioni
anche dalla Slovenia. Esse non si verificarono in misura maggiore gra-
zie, a quanto pare, all’intervento del vescovo di Lubiana, Gregorij Rožman,
presso il Vaticano, il quale a sua volta intervenne presso il Ministero ita-
liano degli interni51.

Anche un gruppo di bambini e di giovani provenienti da Berlino en-
trò legalmente dalla Croazia nella provincia di Lubiana, nel complesso
45 ragazzi e ragazze. Le esperienze di questo gruppo sono note come il
“caso Villa Emma”52: nel 1936 a Berlino si era organizzato un gruppo di
bambini e giovani ebrei che volevano emigrare in Palestina (Aliyat Ha-
noar). Essi fuggirono in un primo tempo in Jugoslavia, a Zagabria. Nel
1941 Zagabria cadde sotto l’occupazione tedesca e la situazione diventò
pericolosa per l’incolumità del gruppo. Le ragazze e i giovani in fuga,
nonché le loro accompagnatrici, ricevettero dalle autorità italiane un per-
messo di ingresso nella parte della Slovenia annessa all’Italia (provincia
di Lubiana). Sul monte Lesno (Lesno brdo) nei pressi di Lubiana il grup-
po trovò un nascondiglio in una palazzina di caccia. La permanenza a
Lesno brdo durò un po’ più di un anno, dal luglio 1941 al luglio 1942, e
venne finanziata per la maggior parte dall’organizzazione italiana Dela-
sem. I giovani ricevettero di nuovo, dopo tanto tempo, un insegnamento
scolastico, che doveva prepararli soprattutto alla vita in Palestina. Quan-
do nella primavera del 1942 si intensificò in Slovenia la lotta partigiana
contro le forze di occupazione italiane, la situazione del gruppo diven-
ne di nuovo pericolosa. Bisognava essere in buoni rapporti con le autorità
italiane che avevano autorizzato la permanenza, ma in realtà tutti sim-
patizzavano con i partigiani. In questa situazione la Delasem decise di
portare il gruppo in Italia. Con l’autorizzazione del Ministero degli in-
terni italiano fu presa in affitto nei pressi di Nonantola, pochi chilometri

50 Ibid., p. 212.
51 Ibid., p. 213.
52 Ivo Herzer (a cura di), The Italian Refuge. Rescue of Jews During the Holocaust,
Washington D.C. 1989, The Catholic University Press, pp. 178-202.

21

a nord di Modena, Villa Emma. Il 17 luglio 1942 il gruppo arrivò alla
stazione di Nonantola, atteso da un gran numero di curiosi. All’inizio il
gruppo rimase chiuso in sé, perché c’era una limitazione alle uscite. Ma,
dal momento che le autorità non sollevavano obiezioni, si poterono ben
presto vedere le ragazze e i giovani di Villa Emma di continuo e dapper-
tutto nel paese. Questo è sicuramente un motivo per cui gli ex bambini
di Nonantola oggi raccontano di aver condotto una vita quotidiana del
tutto normale e felice. Nell’aprile del 1943 arrivarono a Villa Emma an-
che 33 bambini da Spalato. Lì vivevano quindi 73 bambini e 13
accompagnatrici. Con l’ingresso delle truppe tedesche nell’autunno del
1943, i bambini trovarono rifugio nel locale seminario, dalle suore, in fa-
miglie locali – di contadini, operai, commercianti – fino a che poterono
fuggire in Svizzera. Si salvarono tutti.

La terza meta dei profughi dalla Croazia fu la Dalmazia, in partico-
lare la città di Spalato. Il governatore della Dalmazia (prima zona) Giuseppe
Bastianini non era per nulla entusiasta dell’immigrazione degli ebrei e
degli altri fuggiaschi, per lo più serbi, per ragioni di sicurezza pubblica
e a causa della scarsità dei mezzi di sussistenza e di abitazioni, e tende-
va ad allontanarli dalla Dalmazia. Il comandante del VI Corpo d’Armata,
generale Dalmazzo, riferì in una lettera del 24 maggio 1941 al governa-
tore Bastianini di una corrente di profughi dalla Croazia, serbi ed ebrei,
che cercavano protezione nella provincia di Dalmazia. Egli propose di
non permettere l’accesso ad altri profughi. Gli ebrei già presenti doveva-
no essere internati da qualche parte in Italia o sulle isole, per esempio a
Curzola (Korčula).

Ancora nell’agosto del 1941 non c’era una chiara posizione italia-
na per quel che concerneva i profughi ebrei dalla Croazia. Agli inizi
di agosto l’ambasciata italiana a Zagabria si rivolse al Ministero degli
esteri croato e chiese di impedire l’emigrazione degli ebrei nel territo-
rio annesso all’Italia. Si chiese inoltre se i croati fossero d’accordo sul
ritorno degli ebrei nei loro luoghi di residenza. La risposta del Mini-
stero degli esteri croato fu di questo tenore: il governo croato non era
affatto disposto a riprendersi gli ebrei; i profughi ebrei erano consi-
derati emigranti; inoltre essi avevano portato con sé cose di valore ed
erano in tal modo incorsi in un reato; nel caso di un loro ritorno do-
vevano aspettarsi pene severe; agli italiani venne proposto di sottoporre
a misure coercitive tutti i profughi che si trovavano presso di loro53.

53 M. Shelah (a cura di), Tolod hašoah – Yugoslavia [La storia dell’Olocausto in Jugosla-
via], Jerusalem 1990, Yad Vashem, pp. 230 sg.

22

È ben possibile che la richiesta italiana di vietare la fuga degli ebrei
dalla Croazia avesse a motivo il fatto che gli ustascia avevano sospe-
so la consegna dei lasciapassare. Per di più gli ustascia ora proibivano
la fuga degli ebrei nel territorio occupato dall’Italia e sorvegliavano
strettamente il confine. D’ora in avanti gli ebrei potevano cercare di
fuggire solo illegalmente. D’altra parte le “cattive intenzioni” dei croa-
ti sull’eventuale ritorno degli ebrei convinsero gli italiani a non mettere
in atto nuove espulsioni verso la Croazia. Incoraggiato dal comporta-
mento esitante degli italiani nella questione dei profughi, il ministro
degli esteri croato Mladen Lorković, in una nota verbale dell’8 agosto
1941, richiese l’allontanamento di questi elementi indesiderati dalla
Dalmazia italiana54. La Dalmazia era stata annessa all’Italia, per cui i
croati non avevano alcun diritto di porre simili richieste. Però in una
risposta evasiva l’Ambasciata italiana comunicò che tutti gli ebrei ave-
vano abbandonato il territorio di Cattaro55.

Nonostante tutto, gli ebrei continuarono ad introdursi clandesti-
namente in Dalmazia più o meno senza inconvenienti. I soldati ai
posti di confine lasciavano passare gli ebrei per motivi umanitari o
per corruzione. Anche gli alti funzionari e i comandanti italiani ma-
nifestavano maggior comprensione per gli ebrei in fuga56. Una parte
dei profughi poté restare a Spalato. Nei mesi di agosto e settembre
1941 gli altri furono sistemati al confino libero sull’isola di Curzola.
Nella località di Curzola, che faceva parte del territorio annesso, c’erano
218 persone e a Bjela Luka 29457. Nel novembre-dicembre 1941 1.024
“ebrei stranieri” vennero inviati al confino libero in diverse province
dell’Italia settentrionale58.

  1. La rivolta armata

Il crudele comportamento degli ustascia si estese nell’estate 1941 al-
l’intera Croazia. I serbi furono uccisi nei loro villaggi, intere famiglie
vennero regolarmente massacrate senza pietà. Altre furono scacciate
dalle loro fattorie verso la Serbia, costrette ad abbandonare le loro so-
stanze e i loro beni. Nella Jugoslavia occupata e smembrata si svilupparono,

54 M. Ristović, Op. cit., p. 105 .

55 Ibid., pp. 105 sg.
56 M. Shelah, Un debito di gratitudine … cit., p. 44.
57 M. Ristović, Op. cit., p. 122.
58 K. Voigt, Op. cit., p. 216.

23

quasi contemporaneamente, due diverse sollevazioni armate. Da una par-
te quella dei partigiani, organizzata dal Partito comunista con a capo
Josip Broz (Tito). Lo scopo dichiarato dei partigiani era la liberazione di
tutta la Jugoslavia dagli occupatori e dai loro collaboratori e la creazio-
ne di una nuova Jugoslavia, più precisamente di uno Stato comunista
sul modello dell’Unione Sovietica. Dall’altra parte, in Serbia a capo di un
altro movimento di rivolta ci fu Draža Mihailović, colonnello dell’eserci-
to jugoslavo, il cui scopo era la restaurazione del Regno di Jugoslavia.
Riceveva gli ordini dal governo jugoslavo emigrato a Londra e i suoi se-
guaci furono i cosiddetti cetnici59. Il movimento dei cetnici si estese presto
anche alla Croazia. Nonostante il crudele nemico comune, i due movi-
menti non poterono intendersi fra loro, soprattutto a causa del conflitto
ideologico. Si sviluppò tra essi una cruenta lotta che durò nel corso dei
successivi quattro anni di guerra. I militari italiani, che avevano previ-
sto un’ “occupazione tranquilla”, si trovarono improvvisamente alle
prese con una guerra partigiana.

Nell’estate 1941 i vertici dell’esercito italiano in Croazia presero due
decisioni. La prima: gli ustascia, che con la loro crudele attività aveva-
no provocato la sollevazione partigiana, dovevano essere allontanati. La
seconda: si doveva tendere ad una collaborazione con i cetnici per uti-
lizzarli nella lotta ai partigiani.

  1. Gli italiani occupano di nuovo la seconda zona

Il 10 agosto 1941 il governatore Giuseppe Bastianini partì per Ro-
ma dove dapprima incontrò il conte Luca Pietromarchi al Ministero
degli esteri e il giorno seguente fu ricevuto da Mussolini. Egli descrisse
la situazione nella fascia costiera annessa all’Italia come insostenibile a
causa degli attacchi partigiani sull’unica linea ferroviaria verso Spalato,
che attraversava il territorio croato. L’unica soluzione era, secondo lui,
mettere sotto controllo militare la linea ferroviaria di Spalato. L’Italia
doveva controllare territori più vasti in Croazia. Mussolini accettò la
proposta60. In conseguenza, a quanto pare, del suo colloquio con Bastia-
nini, Mussolini decise di occupare nuovamente il territorio della seconda
zona. Il 16 agosto 1941 il delegato italiano a Zagabria, Raffaele Caserta-
no, informò il ministro degli esteri croato Lorković della decisione di

59 Cetnici furono detti gli insorti serbi che combatterono all’epoca contro la potenza
occupante turca.
60 J. Steinberg, Op. cit., p. 45.

24

Mussolini. Ciò voleva dire che l’esercito italiano avrebbe assunto anche
l’amministrazione civile sulla seconda zona. Le forze di sicurezza croa-
te avrebbero dovuto abbandonare il territorio della zona, tanto gli ustascia
quanto l’esercito regolare, i domobrani. A motivo di questa misura ven-
ne addotto che in tal modo la lotta contro i partigiani sarebbe stata più
efficace e che sarebbe stato possibile difendersi contro un eventuale
sbarco degli inglesi sulla costa adriatica61. Negli Accordi di Roma del 18
maggio 1941 era stato stabilito che gli italiani avevano il diritto di occu-
pare di nuovo la seconda zona, se fossero intervenute particolari esigenze
di sicurezza. L’umiliato Pavelić respinse semplicemente la decisione ita-
liana e chiese l’aiuto tedesco. Il suo sostituto Slavko Kvaternik riteneva
che questo passo degli italiani avrebbe avuto conseguenze catastrofiche
sulla Croazia. In questi territori d’ora in avanti sarebbero stati favoriti
serbi, comunisti ed ebrei. Seguirono intense attività diplomatiche. Il de-
legato tedesco a Zagabria, Siegfried Kasche, sempre pronto ad impegnarsi
in favore di Pavelić, in un telegramma “particolarmente urgente” invia-
to al Ministero degli esteri scrisse che gli italiani avevano l’intenzione di
occupare e praticamente di annettere una parte del territorio croato. De-
scrisse con tinte drammatiche le conseguenze del passo italiano: la
considerazione del Reich tedesco, che aveva riconosciuto i confini dello
Stato croato indipendente, sarebbe stata scossa. Alla fine Kasche chiede-
va se Ribbentrop fosse pronto a intercedere a favore di Pavelić presso gli
italiani62. Il giorno seguente anche il generale tedesco in Croazia Gleise
von Horstenau mandò un telegramma al Comando supremo della Wehr-
macht, in cui affermava, tra l’altro, che il passo italiano avrebbe causato
in ogni caso un peggioramento della situazione, mentre proprio di re-
cente si era verificata in Croazia una “pacificazione”: il Poglavnik aveva
“purificato” le fila degli ustascia; erano stati avviati contatti con i circo-
li dell’opposizione ed era previsto un rimpasto del governo con la necessaria
rimozione dei membri sgraditi; “in Croazia”, quindi, “tutto andava ma-
gnificamente” ed ora tutto sarebbe stato distrutto dalle misure italiane63.
In generale von Horstenau criticò il regime e soprattutto gli ustascia per
la terribile persecuzione dei serbi. Durante tutto l’anno in cui prestò ser-
vizio a Zagabria tacque invece sulla persecuzione degli ebrei. Egli era già
stato un nemico degli italiani in quanto ufficiale austro-ungarico nella
prima guerra mondiale e tale era rimasto. Nella sua risposta alle pres-
sioni del zelante delegato il ministro degli esteri Ribbentrop ripeté la ben

61 B. Krizman, Op. cit., p. 149.
62 Ibid., p. 150.
63 Ibid., p. 151.

25

nota regola della politica tedesca: “Gli italiani sono i nostri principali al-
leati. La nostra politica nel Mediterraneo si basa sulla collaborazione
con gli italiani. I croati devono intendersi con gli italiani”64. L’unica co-
sa che Pavelić ottenne dagli italiani fu che un commissario governativo
croato entrasse come delegato nel Comando della II Armata65.

Al momento dell’assunzione del potere sulla seconda zona, il che
avvenne il 7 settembre 1941, il generale Vittorio Ambrosio, allora co-
mandante della II Armata e della seconda zona, dichiarò che avrebbe
garantito la parità dei diritti di tutti i cittadini, “senza differenza di
religione e di razza”. Ambrosio garantì energicamente che gli ebrei
avrebbero avuto la possibilità di restare nei luoghi di accoglienza sot-
to la protezione delle guarnigioni italiane. Questa linea, una volta
intrapresa, fu mantenuta anche dai suoi successori Roatta e Robotti66.
L’esercito italiano offrì nella seconda zona protezione dagli arresti e
dalla deportazione nel territorio occupato dai tedeschi e in cui domi-
navano gli ustascia. Come risultato immediato dell’intervento italiano
i serbi che vivevano nella seconda zona furono sottratti agli eccessi
degli ustascia. Anche i profughi ebrei che erano stati espulsi dalla
prima nella seconda zona si trovarono ora sotto la protezione dei mi-
litari italiani. Gli ebrei, inoltre, potevano ora fuggire dalla Croazia
per riparare in questa zona.

Gli italiani riuscirono a reclutare i cetnici per farli combattere al lo-
ro fianco contro i partigiani. Questo rapporto con i cetnici provocò nei
croati estrema disapprovazione. I cetnici infatti commettevano atti di
vendetta contro i croati. Anche i tedeschi si opponevano all’idea di com-
battere insieme ai ribelli. “I ribelli devono essere passati per le armi e
non bisogna patteggiare con loro”, disse Hitler. L’accordo italiano con i
cetnici e il loro impiego nella lotta contro i partigiani continuò ad esse-
re una pietra dello scandalo tra i tedeschi e gli italiani, così come tra i
croati e gli italiani.

Allorché nel settembre 1942 fuggimmo da Zagabria, durante il viag-
gio attraverso la seconda zona italiana vedemmo in ogni stazione
ferroviaria i cetnici accanto agli italiani: indossavano la vecchia unifor-
me jugoslava con lo stemma del Regno di Jugoslavia e la testa di
morto (emblema tradizionale dei cetnici) sulla Šaikača (il berretto mi-
litare serbo).

  1. Ebrei croati e italiani: il terzo incontro

64 Ibid., p. 160.
65 Ibidem.
66 K. Voigt, Op. cit., p. 226

26

Nel maggio-giugno 1942 nella costa-enclave dalmata annessa c’erano
di nuovo 1.500 ebrei. Il governatore Bastianini cercò di arginarne l’af-
flusso. In uno scritto alla Presidenza del Consiglio dei ministri riferì
che consistenti gruppi di ebrei provenienti dalla Croazia erano giunti
fino a Spalato; ne aveva ordinato il respingimento, “nonostante le sce-
ne drammatiche a cui si erano abbandonati ai nostri posti di confine”;
tuttavia molti continuavano ad arrivare a Spalato; aveva ordinato an-
che espulsioni67, 326 fino alla fine di agosto, per la maggior parte
verso Dubrovnik (Ragusa). Bastianini venne autorizzato da Mussolini
ad espellere tutti i 1.500 profughi che si trovavano in quel momento
a Spalato68. Prima di far ciò, agli inizi di giugno 1942, egli informò il
Ministero degli esteri della nuova fuga di massa degli ebrei dal terri-
torio controllato dagli ustascia verso Spalato e dei problemi che ne
scaturivano; era dell’opinione che non fosse lecito rimandare indietro
i fuggiaschi fino a che il governo croato non si fosse impegnato a trat-
tare gli ebrei in modo umano69. Alla fine di luglio l’ambasciata italiana
a Zagabria informò il governo croato che a Spalato c’erano circa 1.500
ebrei profughi dalla Croazia, per i quali non si poteva trovare alcuna
sistemazione. Si chiedeva ai croati se fossero pronti a riprendersi i pro-
fughi con la promessa di trattarli in modo umano70. Il 3 agosto 1942
il governo croato si dichiarò disponibile a riprendersi i 1.500 ebrei;
prima però sarebbe stato necessario creare un campo di concentra-
mento a Karlovac. Per fortuna (dei profughi) questa generosa proposta
croata non venne accettata e così venne ad essi risparmiato il destino
dei 1.300 ebrei zagabresi che il 13 agosto vennero deportati ad Au-
schwitz71. Nel telegramma di risposta del ministro degli esteri Ciano
(che peraltro si teneva fuori dalle faccende ebraiche) si legge: “Il Mi-
nistero domanda se la soluzione più semplice non sarebbe quella di
istituire un campo di concentramento per gli ebrei che provengono
dalla Croazia e a tal fine scegliere un territorio croato occupato da
noi”. Il governatore Bastianini riprese subito l’idea e la inoltrò al ge-
nerale Roatta72. Roatta tuttavia si oppose alla proposta. Nella sua
risposta a Bastianini all’inizio di giugno spiegò: “Noi abbiamo garan-

67 Ibid., p. 216.
68 Ibid., p. 217.
69 M. Ristović, Op. cit., p. 112.
70 Ibid., p. 112.
71 Ibid., p. 113.
72 J. Steinberg, Op. cit., p. 62.

27

tito loro una certa protezione e non abbiamo ceduto all’insistenza dei
croati di deportarli in un campo di concentramento. A mio parere se
gli ebrei fuggiti nella Dalmazia annessa dovessero essere consegnati
ai croati, sarebbero internati a Jasenovac con le ben note conseguen-
ze”. Roatta accennò vagamente alla possibilità di internare gli ebrei
sulle isole della costa dalmata73.

Con ciò si era pervenuti ad un punto morto fra le tre istituzioni
responsabili della vita o della morte dei profughi ebrei: il Ministero
degli esteri, il governatore della Dalmazia e il comandante della II Ar-
mata. Alla fine si decise di ripartire gli ebrei nel territorio occupato
(seconda zona). Tuttavia nella seconda zona furono confinate solo 273
persone, la maggior parte delle quali a Dubrovnik. Come già sottoli-
neato in precedenza, dagli inizi del settembre 1941 gli italiani avevano
tutti i poteri nella seconda zona, cosicché non sussisteva nessun peri-
colo immediato per i profughi inviati a Dubrovnik. Nella fase precedente
furono forse confinati a Dubrovnik 27 ebrei; costoro caddero nelle
mani degli ustascia. Il comportamento degli italiani nei confronti de-
gli ebrei potrebbe essere definito fino ad ora sinteticamente come
ambivalente.

Durante il dominio italiano almeno 3.800 “ebrei stranieri” venne-
ro accolti in Dalmazia; nelle province di Fiume e di Lubiana da 2.700
a 2.800 complessivamente. L’alto numero di profughi che trovarono
protezione nella provincia di Dalmazia va spiegato con le difficoltà
che si incontravano per entrare nella provincia di Fiume74. La mag-
gior parte dei profughi ebrei in Dalmazia aveva vissuto in precedenza
in Croazia e in Bosnia-Erzegovina. Una piccola parte proveniva dalla
Serbia, per lo più da Belgrado. Furono tra i pochi che sfuggirono al-
le azioni di “rappresaglia” della Wehrmacht e alle uccisioni di massa
dei “Sonderkommandos” delle SS. C’erano inoltre anche profughi pro-
venienti dalla Germania e dall’Austria. Lo storico jugoslavo Jaša Romano
afferma che gli italiani avevano consegnato agli ustascia in tutto circa
200 ebrei75.

  1. Ebrei croati e italiani: il quarto incontro

73 Ibid., p. 63.
74 K. Voigt, Op. cit., p. 215.
75 Jaša Romano, Jevreji Jugoslavije. Žrtve genocida i učesnici NOR, Beograd 1980, Savez
jevrejskih opština Jugoslavije, p. 154.

28

Dopo che era diventato sempre più difficile emigrare nella zona an-
nessa (prima zona), i profughi ritardatari cercarono protezione nella zona
di occupazione, ossia nella seconda zona. Fino ad allora avevano utiliz-
zato la seconda zona italiana come transito per entrare nel territorio
annesso. A differenza della prima zona, dove il governo italiano eserci-
tava il potere tramite il governatore Bastianini, nella seconda zona
comandavano soltanto i militari. Essi garantirono piena protezione ai
profughi ebrei che entravano dalla Croazia. Una volta arrivati, doveva-
no presentarsi alle autorità militari italiane. Ricevevano una tessera di
profugo, paragonabile ad un permesso di soggiorno. Dovevano presen-
tarsi una volta al mese alle autorità militari. Inoltre i profughi potevano
vivere liberamente nel territorio. I luoghi preferiti nella seconda zona di
occupazione in cui i profughi dalla Croazia cercarono allora protezione
furono Crikvenica, Novi Vinodol, Selce a nord e Dubrovnik e Mostar a
sud. I profughi vivevano in piccoli alberghi e in camere private. Ci si in-
contrava nei caffè o sulla spiaggia. Si discuteva sulla situazione della
guerra. La domanda cruciale era: quanto sarebbe ancora durata la guer-
ra? Anche le persone agiate si chiedevano per quanto tempo sarebbero
bastati i loro mezzi. Coloro che erano privi di mezzi dovevano essere
sovvenzionati dagli altri. Naturalmente la convinzione dominante era che
gli Alleati avrebbero vinto la guerra. E poi come si poteva pensare diver-
samente? In caso contrario non ci sarebbe stata alcuna possibilità di
sopravvivenza. Non si voleva assolutamente pensare che i nazisti potes-
sero vincere.

Negli anni di guerra 1941-1943 l’Italia si trasformò in un autentico
paradosso. In Italia gli ebrei italiani erano privati dei loro diritti civili,
costretti al lavoro obbligatorio e spesso arrestati senza alcun chiaro mo-
tivo. E, per contro, dallo stesso governo profughi ebrei stranieri ricevettero
allora asilo e protezione. L’esercito italiano e il Ministero italiano degli
esteri presero provvedimenti straordinari, spesso in contraddizione con
le direttive di Mussolini, per salvare ebrei nei territori occupati dagli ita-
liani in Francia, in Grecia e in Croazia. Presero questi provvedimenti in
favore degli ebrei con i quali non avevano nessun legame, né affettivo né
culturale; questi legami tra le popolazioni native e i loro vicini ebrei era-
no invece presenti altrove, in particolare in Bulgaria e in Danimarca.
Molti regimi-Quisling [collaborazionisti] protessero i loro ebrei, mentre
furono disposti a consegnare quelli stranieri. Così accadde in Francia, in
Bulgaria, in Ungheria all’inizio, e anche in altri luoghi. Gli italiani pro-
tessero invece ebrei a loro del tutto estranei. Si trattò di una questione
di prestigio? Di una divergenza di opinioni tra Esercito e Ministero de-
gli esteri, da una parte, e Ministero degli interni e polizia, dall’altra? Di

29

un dispetto ai tedeschi? Prevalsero, nel corso del tempo, considerazioni
sull’esito del conflitto, sfavorevole all’Asse? L’Italia era responsabile con
la Germania della guerra di aggressione. Gli italiani però non vollero con-
dividere con i tedeschi la responsabilità dell’Olocausto76.

I profughi nella seconda zona di occupazione provavano però un
sentimento di incertezza. Come si vedrà più avanti, la loro preoccu-
pazione era giustificata. La seconda zona continuava in realtà ad
appartenere allo Stato croato. Gli ustascia non volevano rassegnarsi
alla permanenza degli ebrei nel territorio occupato dagli italiani. Il
commissario governativo croato presso il Comando della II Armata
avanzò ripetutamente petizioni con la richiesta di eliminare i profu-
ghi ebrei ovvero di rimpatriarli nei loro luoghi di provenienza77. Il
governo croato voleva estendere le leggi antiebraiche anche su questo
territorio. I croati tentarono così di obbligare gli ebrei a portare il
contrassegno ebraico. L’amministrazione militare italiana non lo per-
mise. Gli ustascia misero ripetutamente in guardia gli italiani dal
pericolo che gli ebrei avrebbero rappresentato nella seconda zona, so-
stenendo che essi facevano propaganda e spiavano a favore del nemico,
causavano agitazioni nella popolazione civile e così via. Gli italiani re-
spinsero queste accuse arbitrarie; pretesero di conoscere i nomi concreti
delle persone e le azioni di cui venivano accusate e promisero di pro-
cedere rigorosamente contro tali persone. In generale, tensioni e dissapori
tra italiani e croati si verificarono di continuo. Pavelić se ne lamentò
ripetutamente con i tedeschi. Inutilmente, perché per i tedeschi le
buone relazioni con il loro principale alleato, l’Italia, erano più impor-
tanti di quelle con i croati. Inoltre questo territorio era riconosciuto
dai tedeschi come sfera di interessi italiana. I croati non demordeva-
no. Seguivano con sospetto il comportamento degli italiani e aspettavano
ansiosamente un’opportunità favorevole per mettervi fine. Questa op-
portunità venne loro offerta un anno dopo. Ma anche i tedeschi erano
preoccupati e infuriati per la protezione che gli italiani accordavano agli
ebrei. Così in un rapporto da Dubrovnik si legge che ufficiali italiani fre-
quentavano solo ebrei e serbi e che erano stati visti ripetutamente nel
caffè Gradska con donne ebree78. Nel maggio 1942 un ufficiale delle SS
riferisce che il generale Amico aveva detto a un testimone: “mandare di

76 Susan Zuccotti, The Italians and the Holocaust. Persecution, Rescue and Survival, Lon-
don 1987, Peter Halban, p. 99 (tr. it. L’Olocausto in Italia, Milano 1988, A. Mondadori).
77 K. Voigt, Op. cit., p. 227.
78 J. Steinberg, Op. cit., pp. 52 sg.

30

nuovo a Sarajevo quei poveri ebrei fuggiti a Ragusa, significherebbe man-
darli a morire”79.

Il generale Giuseppe Amico, comandante della 32a divisione “Mar-
che”, fu effettivamente un amico e un protettore degli ebrei. Cinque
giorni dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943 venne fucilato dai tede-
schi a Dubrovnik. Nel rapporto della Wehrmacht è scritto laconicamente:
il traditore generale Amico è stato fucilato. Nell’esercito italiano c’erano
anche antisemiti, come il generale Renato Coturri, comandante del V
Corpo stanziato nella parte settentrionale della costa adriatica. Nel di-
cembre 1941 Coturri si propose di espellere in Croazia 300 profughi
che dovevano lasciare Fiume. Il vescovo di Trieste, Antonio Santin,
informò il generale Ambrosio della progettata espulsione e Ambrosio
mandò a monte il progetto di Coturri80. Ciò nonostante, nell’aprile 1942
Coturri ordinò il respingimento dei nuovi profughi ebrei agli sbarra-
menti di confine. Coloro che riuscirono, ciò nondimeno, ad infiltrarsi
fino alla costa, vennero espulsi in Croazia accompagnati dai carabi-
nieri. Ci sono prove che a tal riguardo venne effettivamente eseguito
un ordine81.

Quando nell’autunno 1942 arrivai con i miei genitori nella seconda
zona, questa disposizione era ancora in vigore. I profughi ebrei che colà
si trovavano ci raccontarono della sorte della famiglia Augenfeld di Za-
gabria: erano arrivati dopo la data di entrata in vigore del provvedimento
ed erano stati respinti in Croazia dagli italiani.

Il Comando supremo dell’esercito (il generale Ambrosio era allora
già comandante) aveva pure ordinato già il 24 marzo 1942 di respinge-
re tutti i nuovi profughi ebrei82. Due ordini dunque con lo stesso contenuto
e quasi nello stesso tempo! Dapprima viene emanato un ordine del co-
mandante in capo; e perché poi anche un ordine di un sottoposto?
Perché questo divieto di ingresso per gli ebrei? Si voleva ammansire
Mussolini, che intendeva consegnare gli ebrei? Secondo un’altra fonte
l’ordine che bloccava l’accoglienza di altri ebrei entrò in vigore solo un
mese dopo, in aprile.

  1. Il nostro inutile tentativo di fuga83

79 Ibid., p. 53.
80 K. Voigt, Op. cit., p. 227; M. Ristović, Op. cit., p. 87.
81 K. Voigt, Op. cit., p. 227.
82 MacGregor Knox, Das faschistische Italien und die „Endlösung“ 1942-1943, in Vier-
teljahrshefte für Zeitgeschichte, 2007, n. 55 (1), p. 65.

31

Zagabria, gennaio 1942. Dopo una pausa alquanto lunga di calma,
piombò inaspettata come un fulmine a ciel sereno la notizia che gli usta-
scia arrestavano di notte intere famiglie nelle loro abitazioni. Fummo
colti dal panico. Ad un nostro amico riuscì di procurarci dei lasciapas-
sare per Virovitica, dove a quel tempo regnava la calma … I miei genitori
e il resto della famiglia continuavano a lavorare al mulino. Godevano per-
ciò di una certa protezione. Ma quanto sarebbe durata? Dal momento
che nessuno ci aveva cercato, ritornammo a Zagabria, ma con la ferma
intenzione di fuggire. Avevamo il terribile presentimento di aver visto i
nostri cari per l’ultima volta. Purtroppo questo presentimento si avverò.
Per fuggire nella seconda zona, bisognava avere un lasciapassare, “Pro-
pusnica”: un modulo stampato in molti esemplari su carta molto economica
(di colore giallognolo), senza fotografia, con pochi dati, come cognome,
nome, data di nascita, destinazione del viaggio e così via, con un timbro
del distretto di polizia e la firma del capo della polizia. Poiché gli usta-
scia già da un pezzo non rilasciavano documenti di viaggio agli ebrei, fu
necessario procurarsi documenti falsi. Era sorta un’intera industria di
falsari e intermediari, che vendevano lasciapassare in cambio di grosse
somme di denaro. Insieme ad una famiglia amica cercammo qualcuno
in grado di procurarci i lasciapassare. Un nostro amico trovò un tale che
promise di procacciare i lasciapassare in cambio di una somma di de-
naro, ma, al momento di ritirare i documenti, vide subito che erano
inservibili e si rifiutò di pagare. Mio padre andò fuori di sé; era del pa-
rere che si dovesse pagare senz’altro l’uomo: il tipaccio avrebbe potuto
consegnarci alla vendetta degli ustascia! Purtroppo ebbe ragione. Nella
stessa notte il nostro amico fu arrestato con tutta la famiglia e scompar-
ve per sempre. Terribile. Noi invece avemmo di nuovo fortuna. Fummo
risparmiati. Per quanto tempo ancora?

  1. Anche la nostra famiglia va incontro alla grande sventura84

Nell’estate 1942 i tedeschi cominciarono a porre in atto il piano per
la soluzione finale del problema ebraico nell’Europa occupata. In Croa-
zia, nel corso di una grande operazione, vennero arrestati migliaia di
ebrei che vivevano ancora a piede libero. Questa volta essi vennero de-

83 Z. Milo, Op. cit., pp. 82-90.
84 Cfr. Zeev Milo, Im Satellitenstaat Kroatien. Eine Odyssee des Überlebens, 1941-1945
(a cura di Erhard Roy Wiehn), Konstanz 2002, Hartung-Gorre Verlag., pp. 91-95.

32

portati non nei campi croati, innanzi tutto Jasenovac, ma nei campi del-
la morte in Europa orientale, soprattutto ad Auschwitz. I croati avevano,
infatti, stipulato un accordo con i tedeschi, in base al quale gli ebrei
croati dovevano essere consegnati ai tedeschi per la soluzione finale. Al-
lora non ne sapevamo nulla. Tra gli arrestati ci furono anche i nostri
parenti più stretti, i miei nonni, mia zia e altri due zii. Fummo colpiti
come da un fulmine a ciel sereno. Venimmo a sapere che si trovavano
in un campo di transito (Tenje) vicino a Osjek. Tentammo di portarli via
da lì. Il fiduciario preposto al mulino promise di aiutarci. Avrebbe dovu-
to liberarli grazie ad una grossa somma di denaro che gli avevamo
messo a disposizione. Egli tenne il denaro per sé e non accadde nulla.
Alcuni giorni dopo, nell’ambito dell’accordo menzionato, furono tutti tra-
sportati dal campo di transito ad Auschwitz. Nessuno dei nostri cari è
sopravvissuto all’inferno. Quasi nello stesso periodo, tra l’8 e il 10 ago-
sto, ci fu un grande rastrellamento a Zagabria. Circa 1.500 ebrei furono
arrestati e trasportati ad Auschwitz. Alcuni buoni amici ci nascosero a
casa loro per una settimana. Dopo che nessuno ci ebbe cercato, tornam-
mo nella nostra abitazione.

Nella cronologia dell’Olocausto al 18 agosto 1942 si segnala: … nel tre-
no per Auschwitz si trovavano circa 1.000 ebrei croati, la maggior parte dei
quali venne uccisa subito dopo l’arrivo. Ciò è confermato il 22 agosto an-
che dall’ambasciatore italiano a Zagabria, Raffaele Casertano, che comunicò:
gli ebrei erano stati inviati in Polonia con un treno speciale.

Non fummo gli unici a non essere coinvolti da questa ondata di ar-
resti. Più di mille ebrei rimasero ancora a Zagabria a piede libero. La
maggior parte di essi furono arrestati nella primavera del 1943 in una
nuova e ultima razzia e furono deportati ad Auschwitz. Noi a quel tem-
po non eravamo più a Zagabria. Eravamo disperati per la perdita dei
nostri cari ed anche la nostra situazione era senza prospettive. Ma era-
vamo così abbattuti che per noi tutto era indifferente.

  1. La nostra fuga nel territorio occupato dagli italiani

Accadde però qualcosa di insperato. Una nostra amica occasiona-
le aveva conosciuto un’impiegata della polizia disposta ad aiutarci a
fuggire nella seconda zona italiana. Con astuzia e molto coraggio le
riuscì di procurarsi i moduli per i permessi di viaggio, di timbrarli e
di falsificare le firme. Purtroppo le firme furono falsificate così male
che chiunque avrebbe potuto accorgersene. Ma non avevamo scelta,
eravamo decisi a tentare. L’ustascia che controllava i permessi di viag-
gio sul treno non si accorse di nulla. Eravamo salvi, così almeno

33

credevamo. Quando arrivammo nell’agognata zona italiana, all’improv-
viso tutto, inaspettatamente, andò male. Il carabiniere al posto di
confine notò subito che i documenti erano falsi. Si mise in tasca i do-
cumenti e proseguì il controllo degli altri viaggiatori. Noi aspettavamo
in silenzio e tesissimi. Poi il carabiniere si allontanò fino a scompari-
re dalla nostra vista. Dopo un po’ di tempo ritornò in compagnia di
un gendarme croato. Per noi si metteva male. Il carabiniere gli mo-
strò i nostri documenti e disse che le firme erano false. Ciò non fece
alcuna impressione sul gendarme croato, che rivolse alcune domande
in croato a mio padre e poi assicurò il carabiniere che i nostri docu-
menti erano in ordine e se ne andò. Il carabiniere, dopo un attimo di
esitazione, ci restituì i documenti e ci fece passare. Giunti finalmen-
te a Cirquenizza (Crikvenica), dove c’erano molti profughi ebrei, tra i
quali anche diversi nostri conoscenti, apprendemmo che gli italiani,
cedendo alla pressione croata, avevano concordato di non accogliere
nessun nuovo profugo ebreo dopo il 1° settembre 194285. Era il 17 set-
tembre. Ci fu detto che, per esempio, una famiglia proveniente da
Zagabria di nome Augenfeld era stata respinta in Croazia dagli italia-
ni. Così per poter rimanere fummo costretti a spacciarci per croati e
cristiani. Naturalmente ci esponemmo in tal modo a grandi pericoli
per aver fornito false indicazioni. Gli italiani avevano previsto la pe-
na di morte anche per una trasgressione del genere. Poco tempo dopo
che avevamo riempito in albergo i nostri moduli di iscrizione, com-
parve un sottoufficiale dei carabinieri. Sedette al nostro tavolo con i
nostri moduli in mano. Cominciò a fare domande e a scrivere. Nelle
sue domande erano già contenute le risposte: “croati?”, “cattolici?”,
“ariani?”. Noi confermavamo con cenni del capo. Poi dovemmo sotto-
scrivere la nostra dichiarazione. Ci aveva messo le risposte in bocca.
Senza dubbio volle evitare che noi ammettessimo di essere ebrei, al-
trimenti avrebbe dovuto arrestarci e saremmo stati senz’altro rimandati
in Croazia. Agì così per sentimenti umanitari o era stato istruito in
questo senso dai suoi superiori? Non lo sapremo mai. Potemmo quin-
di rimanere nella seconda zona italiana, senza che nessuno ci infastidisse,
e ciò fino alla capitolazione italiana nel settembre 1943.

La nostra specifica meta era la cittadina di Novi Vinodol, distante
da Cirquenizza dieci chilometri, dove amici zagabresi ci avevano messo
a disposizione una casa. Gli italiani avevano iniziato una grande azione
contro i partigiani di Tito ed avevano perciò vietato ogni movimento

85 Era improbabile che tale accordo esistesse effettivamente.

34

di civili. Il nostro soggiorno obbligato a Cirquenizza durò cinque setti-
mane. Durante questo tempo ebbi il mio secondo attacco di appendicite.
I medici militari italiani furono sempre disposti ad aiutare gli ebrei. Lo
facevano con simpatia e compassione e rifiutavano di accettare un com-
penso. Nostra cugina, che era fuggita dalla Croazia prima di noi, ne era
informata. Chiamò un giovane medico che venne subito: a suo parere,
dopo il primo attacco l’infiammazione era diventata cronica e l’operazio-
ne poteva essere rimandata; ci assicurò che, in caso di effettiva urgenza,
mi avrebbe subito accompagnato all’ospedale militare e operato. Non
accettò alcun compenso e disse anche che avremmo potuto chiamarlo
sempre, se avessimo avuto bisogno di un medico.

  1. I militari italiani

Avemmo allora anche una prima impressione dell’esercito italiano.
In viaggio passò accanto a noi un treno militare, probabilmente diret-
to al “fronte” contro i partigiani. La maggior parte dei soldati avevano
libretti di preghiere e rosari e sedevano profondamente immersi in pre-
ghiera. Cirquenizza era la sede del V Corpo d’Armata e di una brigata.
C’erano dunque molti alti ufficiali. Essi prendevano i pasti in eleganti
alberghi sequestrati, sedendo a tavoli con tovaglie, serviti da cameriere
vestite di bianco. I soldati mangiavano in gamelle di metallo e il loro
pasto era misero. Li si vedeva spesso nei frutteti, dove estinguevano la
fame. E, se erano bersaglieri, per i loro berretti rossi li si poteva a sten-
to distinguere dai frutti. I bersaglieri erano una truppa scelta. Il loro
motto era: i bersaglieri non marciano, corrono. Ed effettivamente per-
sino la loro banda suonava di corsa. Molta tradizione, ma poco spirito
combattivo. Gli italiani erano già stanchi del servizio militare e della
guerra. Desideravano che tutto finisse, non importa in qual modo. Qua-
si ogni soldato italiano era anche un commerciante. Gli italiani vendevano
sigarette prese dalle scorte di vettovaglie. In città si fumavano solo si-
garette italiane, altre erano introvabili. Una parte della popolazione era
povera e mal nutrita; mangiavano un miscuglio di alimenti con cui gli
italiani nutrivano i loro muli e che vendevano anche. Ogni sera la ban-
da militare suonava nella piazza principale. Si trattava di veri e propri
concerti. Oltre che nel commercio e nella musica gli italiani erano mol-
to attivi nell’amore e, a dire il vero, avevano molto successo. Sebbene
la popolazione avesse un orientamento ostile nei loro confronti, ragaz-
ze e giovani donne non potevano resistere al fascino dei giovani italiani.
Numerose ragazze si erano fidanzate con soldati italiani; diversi tra
questi promessi sposi erano già sposati a casa loro e alcuni avevano an-

35

che bambini. Da tutto ciò potrebbe nascere l’impressione che l’occupa-
zione italiana sia stata una sorta di allegra operetta. Ma c’era anche
l’altra faccia della medaglia, del tutto diversa. L’esercito italiano di oc-
cupazione in Croazia, che contava circa 200.000 soldati, era impegnato
nella lotta contro i partigiani e i cetnici combattevano al suo fianco; gran-
di offensive contro i partigiani vennero sferrate ripetutamente insieme
alle forze armate tedesche e croate.

Gli italiani erano spietati contro i loro nemici o contro coloro che
sospettavano lo fossero. Coloro che appoggiavano i partigiani venivano
arrestati, deportati e brutalmente torturati. Ci furono anche numerose
fucilazioni. Nel trattamento dei ribelli e dei loro sostenitori i militari ita-
liani avevano ordini particolarmente brutali. Di questi ordini specifici fu
responsabile il comandante della II Armata, generale Ambrosio. Il suo
successore, il generale Roatta, rese gli ordini ancora più duri. A lui però
va anche il merito del fatto che i profughi ebrei provenienti dalla Croa-
zia non furono consegnati ai croati o ai tedeschi per la soluzione finale.
Egli ebbe peraltro un comportamento brutale nei confronti dei partigia-
ni. I villaggi nei quali si fermavano i partigiani furono bruciati e i loro
abitanti deportati in campi di concentramento. I soldati italiani non in-
dietreggiarono nemmeno di fronte al saccheggio. Furono passati per le
armi anche ostaggi. Certamente anche gli italiani hanno commesso cri-
mini di guerra, che non sono però paragonabili per dimensioni e crudeltà
con i crimini dei tedeschi.

Il fine agognato di annientare i partigiani non fu raggiunto. Dagli
italiani fu adottata una nuova strategia: le città e le località vennero cir-
condate da fortificazioni e filo spinato. Essi chiamarono una località così
fortificata «presidio». L’approvvigionamento e la mobilità furono assicu-
rati dalla presenza di mezzi corazzati.

  1. La svolta

La svolta definitiva nel rapporto degli italiani con gli ebrei fuggiti
dalla Croazia avvenne dopo il 20 giugno 194286. In un incontro a Mostar
tra ufficiali italiani della divisione Murge e ufficiali tedeschi della Orga-
nizzazione Todt (OT) gli italiani appresero dell’accordo tra i tedeschi e
lo Stato croato, in base al quale tutti gli ebrei provenienti dalla Croazia,

86 Cfr. Daniel Carpi, The Rescue of Jews in the Italian Zone of Occupied Croatia, Jerusa-
lem 1977, Yad Vashem, p. 8 e anche Menachem Shelah, Un debito di gratitudine. Storia
dei rapporti tra l’Esercito italiano e gli ebrei in Dalmazia (1941-1943), Roma 1991, Stato
maggiore dell’Esercito – Ufficio Storico, pp. 65-67.

36

inclusi quelli nella seconda zona italiana di occupazione, dovevano es-
sere consegnati ai tedeschi e deportati ad oriente.

Sappiamo della reazione spontanea degli italiani in questo colloquio
da un rapporto del consigliere ministeriale della Organizzazione Todt (OT)
Karl Schnell al Ministero degli esteri tedesco (18 luglio 1942): il comandan-
te della divisione Murge dichiarò che l’esercito italiano aveva assicurato a
tutti i gruppi etnici di Mostar un uguale trattamento e tutti questi gruppi
erano sotto la protezione dell’esercito italiano; non era pertanto compati-
bile con l’onore dell’esercito italiano prendere provvedimenti straordinari
contro gli ebrei, come il provvedimento che veniva preteso dalla OT con ri-
ferimento allo sgombero di abitazioni per bisogni urgenti87.

Il 24 giugno Vittorio Castellani, ufficiale di collegamento del Ministe-
ro degli esteri presso la II Armata, che lavorava in stretto contatto con il
generale Roatta, comandante della II Armata, e condivideva il suo punto di
vista sul problema ebraico, scongiurò il Ministero degli esteri a Roma di
non permettere un’estensione dell’accordo tedesco-croato alla zona italia-
na della Croazia. Furono addotti diversi pretesti: consegnare gli ebrei sarebbe
stato violare la parola d’onore data e avrebbe avuto cattive ripercussioni nei
rapporti con tutti coloro che, dopo aver riposto negli italiani la loro fidu-
cia, avrebbero nutrito a buon diritto timore di essere piantati in asso da un
momento all’altro; la considerazione di cui godeva l’esercito italiano sareb-
be stata seriamente scossa e ciò sarebbe stato soprattutto un attentato
all’onore dell’esercito italiano. Castellani segnalò per di più che il vergogno-
so accordo conteneva anche la clausola di un pagamento dei croati ai tedeschi:
30 DM per ogni ebreo deportato88.

E come stavano le cose con l’onore della Wehrmacht? Ecco un do-
cumento89:

Comando Superiore d’Armata 11 A. H. Qu., 22 luglio 1941
Abt. Ic/A.O.

Un caso particolare fornisce il motivo per richiamare esplicitamente
l’attenzione su quanto segue:
A causa della concezione dominante sul valore della vita umana in

87 Yad Vashem Archives, Jerusalem (di seguito YVA), 0.10 (Records of Yugoslavia), 33,
documento del giugno1942, Organisation Todt an das Auswärtige Amt, unterzeichnet
von Ministerrat Schnell.
88 Jonathan Steinberg, Tutto o Niente. L’Asse e gli Ebrei nei territori occupati 1941-1943,
Milano 1997, Mursia, p. 64 (ed. originale inglese 1990).
89 Leon Poliakov, Josef Wulf, Das Dritte Reich und seine Diener, Dokumente, Berlin-
Grunewald 1956, Arani Verlags GmbH, p. 375.

37

Europa orientale i soldati tedeschi possono essere testimoni di prati-
che (esecuzioni di massa, uccisione di prigionieri civili, di ebrei e così
via) che in quel momento non sono in grado di impedire, ma che of-
fendono profondamente il sentimento tedesco dell’onore. È un’ovvietà
per ogni uomo che si sente sano che di tali disgustosi eccessi non ven-
gano prodotte fotografie o che su di essi non venga riferito nelle
lettere dirette in patria. La produzione o diffusione di fotografie e di
relazioni su queste pratiche saranno considerate come un sabotaggio
del decoro e del virile contegno della Wehrmacht e severamente puni-
te. Tutte le immagini e le relazioni eventualmente esistenti saranno
sequestrate insieme ai negativi e inoltrate all’Ic/A.O. dell’esercito con
l’indicazione del produttore o del divulgatore.
Il guardare con curiosità simili pratiche è al di sotto della dignità del
soldato tedesco.

Per il Comando Superiore d‘Armata
Il capo del Quartier Generale
(firmato in bozza)
Wöhler90

Un caratteristico sentimento tedesco dell’onore: “Davanti a disgu-
stosi eccessi dei tuoi commilitoni, per favore guarda dall’altra parte!”

Il 28 giugno 1942 Blasco d’Ajeta91, capo di gabinetto del ministro
degli esteri risponde: l’accordo tra tedeschi e croati sugli ebrei non de-
ve valere nel territorio occupato dagli italiani92. I croati sapevano che
gli italiani avrebbero fatto resistenza alla consegna dei profughi ebrei.
Lo sapevano anche i tedeschi. Nell’agosto 1942, in previsione dell’ar-
resto e della deportazione degli ebrei croati nei campi della morte ad
oriente, gli occhi dei burocrati dello sterminio si rivolsero verso l’Ita-
lia. I tedeschi erano preoccupati che gli italiani potessero privarli di
una parte della preda. Seguì un’intensa corrispondenza, tutta con l’an-
notazione “urgente”, “da presentare subito”. Già il 24 luglio 1942 Martin
Luther, sottosegretario al Ministero degli esteri tedesco, capo della se-
zione Germania, che era responsabile anche per il “problema ebraico”,
scrive al ministro degli esteri del Reich Ribbentrop in una nota: “La
questione dell’atteggiamento del governo italiano sulle misure contro

90 In quel periodo Wöhler era comandante della XI Armata germanica.
91 Il marchese Blasco Lanza d’Ajeta fu capo di gabinetto di Ciano. Egli giocò un ruolo
centrale nella salvezza degli ebrei profughi dalla Croazia. Nell’agosto-settembre 1943 la-
vorò a fianco del generale Badoglio alle trattative segrete per l’armistizio con gli Alleati.
92 D. Carpi, Op. cit., pp. 8 sg.

38

l’ebraismo fu di nuovo toccata a Zagabria, dove tale questione è par-
ticolarmente acuta a causa del trasferimento degli ebrei che si sta ora
preparando. In Croazia si è fondamentalmente d’accordo sul trasferi-
mento degli ebrei.”

In precedenza il governo croato era stato interpellato: sarebbe sta-
to d’accordo di espellere i suoi ebrei verso oriente in un lasso di tempo
idoneo? Il governo croato aveva risposto di essere d’accordo sull’espul-
sione e aveva ringraziato il governo tedesco per questo gesto.

“Particolarmente importante si considera lo spostamento dei 4-5.000
ebrei dalla seconda zona occupata dagli italiani (con i centri Dubrovnik
e Mostar), che costituiscono un peso politico e la cui eliminazione ser-
virebbe alla generale pacificazione. Il trasferimento potrebbe peraltro
riuscire solo con l’aiuto tedesco, poiché da parte italiana sono da aspet-
tarsi difficoltà. Esistono esempi pratici di opposizione delle autorità
italiane contro le misure croate nell’interesse di ebrei facoltosi. Del re-
sto il comandante italiano a Mostar ha dichiarato di non poter essere
d’accordo col trasferimento, poiché a tutti gli abitanti di Mostar sareb-
be stato assicurato un uguale trattamento”93, si legge nella citata nota di
Luther a Ribbentrop.

Il 30 luglio 1942 il delegato dell’Ambasciata tedesca, Siegfried Ka-
sche94, fu informato dal Ministero degli esteri del Reich che il trasferimento
degli ebrei sarebbe iniziato intorno al 10 agosto. A Kasche fu richiesto
di intraprendere urgenti passi a Roma affinché il trasporto degli ebrei
dalla seconda zona potesse aver luogo contestualmente nello stesso me-
se di agosto95.

Senza dubbio gli ustascia avevano perso il controllo sugli ebrei ri-
masti ancora a Zagabria. Alcuni furono arrestati per la strada, altri nei
treni e in altri luoghi. Molti erano fuggiti. I croati avevano sempre diffi-
coltà anche con i cognomi stranieri degli ebrei. Bisogna assumere che
tutti questi cambiamenti non erano stati comunicati regolarmente allo
schedario centrale della sezione-ebrei della polizia ustascia a Zagabria.

93 YVA, 0.10, 42, documento K212262/63, Geheim!, 24. Juli 1942, Vortragsnotiz, Unter-
staatssekretär im Auswärtigen Amt Martin Luther an den Staatssekretär und an den
Reichsaußenminister.
94 Il delegato tedesco a Zagabria, l’Obergruppeführer-SA Siegfried Kasche, era un soste-
nitore del Poglavnik Pavelić. Kasche rimase in carica fino alla fine della guerra. Poi fuggì
dagli Alleati, fu riconosciuto e consegnato agli Jugoslavi. Fu condannato a morte e im-
piccato.
95 YVA, 0.10, 42, documento K212266, Geheim!, 30. Juli 1942, Auswärtiges Amt an den
SA-Obergruppenführer Siegfried Kasche, deutschen Gesandten in Zagreb.

39

Gli ustascia avevano quindi bisogno di procedere ad una nuova registra-
zione. In precedenza, nella primavera del 1941, quando eravamo stati
chiamati per la prima volta a registrarci, non avevamo avuto ancora nes-
suna seria esitazione a farci registrare. Si disse, anzi, che coloro che non
si fossero presentati, sarebbero stati mandati in campo di concentra-
mento. Quindi coloro che si fossero registrati regolarmente dovevano
essere risparmiati. Ora invece già sapevamo tutti quali fossero le inten-
zioni degli ustascia nei nostri confronti. Ci trovammo di fronte a un
dilemma: registrarsi o non registrarsi? Molti non l’avrebbero fatto. Que-
sto gli ustascia lo sapevano e ciò fu sicuramente il motivo per cui
rinunciarono alla registrazione.

20 agosto 1942: il delegato a Zagabria Kasche chiede urgentemen-
te (e istericamente) una disposizione appropriata: “ieri ho parlato con
Casertano (ambasciatore italiano a Zagabria) a proposito del trasferi-
mento degli ebrei. Egli non ha alcun punto di vista proprio riguardo al
comportamento italiano nella seconda zona ed evita di prendere posi-
zione. Ha parlato anche con Lorković (ministro degli esteri croato) e gli
ha detto: anche se nel territorio della Croazia occupato dagli italiani il
generale Roatta fosse competente a collaborare per trasferire gli ebrei,
la questione dovrebbe essere discussa e decisa col capo del governo a
Roma. Lorković ha parlato con me della questione e ci ha pregato di ri-
volgerci, anche noi, a Roma. Io mi richiamo al colloquio che ho avuto
a Berlino col sottosegretario di Stato Luther. Costui doveva rivolgersi
attraverso l’ambasciata a Roma al governo italiano, comunicando che
noi avevamo concordato con i croati il trasferimento degli ebrei ad orien-
te e pregato che gli italiani dessero disposizioni alle loro truppe in loco
di sostenere l’attuazione di tale trasferimento. Qualora ciò non fosse an-
cora accaduto, vi chiedo con urgenza di dare la relativa disposizione in
merito […]”96.

Pochi giorni prima dell’azione che riguardava gli ebrei, erano sta-
ti già presi in considerazione gli orari dei treni che dovevano trasportare
gli ebrei dalla Croazia ad Auschwitz in un telegramma del RSHA-IV-
B4 (responsabile del problema ebraico) all’addetto della polizia a
Zagabria datato 7 agosto 194397. Un gigantesco meccanismo fu quin-
di messo in moto al fine di trasferire senza intoppi gli ultimi ebrei

96 YVA, 0.10, 42, documento H300363/1, Geheim dringend!, 7. August 1942, RSHA-IV-
B4, an den Polizeiattaché bei der deutschen Gesandtschaft in Agram, Hauptsturmführer
Abromeit, unterzeichnet von Sturmbannführer Günter.
97 Ibidem. RSHA sta per Reichssicherheitshauptamt (Ufficio centrale di sicurezza del Rei-
ch).

40

croati ancora a piede libero nel campo di sterminio di Auschwitz. Nel
frattempo dominavano incertezza e preoccupazione su come include-
re nella soluzione finale anche gli ebrei nella seconda zona italiana di
occupazione.

  1. Il drammatico destino degli ebrei nella zona di occupazione
    italiana

Questo dramma, dunque, aveva avuto inizio già un mese prima del
nostro arrivo. Naturalmente nessuno degli ebrei nella seconda zona ne
aveva saputo niente. Il 17 o il 18 agosto 1942 il primo segretario dell’am-
basciata tedesca a Roma, il principe Otto von Bismarck98, presumibilmente
a nome del ministro degli esteri del Reich Joachim von Ribbentrop, ave-
va invitato il governo italiano a dare indicazioni alle sue truppe di
occupazione in Croazia di cooperare nell’attuazione dei “provvedimen-
ti” programmati dalle autorità tedesche e croate per una deportazione in
massa degli ebrei croati nei territori orientali. Il diplomatico tedesco
aveva anche confidenzialmente aggiunto: il risultato sarebbe stato “la di-
spersione e la completa eliminazione” di questi ebrei. L’Italia si vedeva
ora messa di fronte allo sterminio degli ebrei. La reazione immediata al
Ministero degli esteri italiano fu questa: d’Ajeta e Pietromarchi, respon-
sabile per i territori occupati, cercarono di respingere la proposta,
promettendo che gli ebrei nel territorio di occupazione italiano “sareb-
bero stati in avvenire sottoposti ad una rigorosa sorveglianza”. D’Ajeta
preparò un memorandum, in cui affermava che a prescindere da consi-
derazioni di carattere generale (umanitarie), la consegna degli ebrei andava
contro la precedente politica e contro le direttive accettate99. Ma il mi-
nistro degli esteri, il conte Ciano100, non volle assumersi la responsabilità
di questa scelta e ritenne di dover lasciare la decisione a Mussolini. Cia-

98 Il principe Otto von Bismarck era nipote del grande cancelliere Bismarck. Aveva un’in-
telligenza acuta, ma un particolare complesso di inferiorità. Si permetteva la libertà di criticare
la politica nazista, purché con persone fidate, ma era disposto a eseguire qualsiasi ordine.
Non era amato al Ministero degli esteri italiano. Cfr. D. Carpi, Op. cit., p. 10.
99 J. Steinberg, Op. cit., p. 66.
100 Il conte Galeazzo Ciano fu ministro italiano degli esteri dal 1936. Era genero di Mus-
solini e aveva sostenuto l’avvicinamento ai nazisti. Nel febbraio 1943 fu destituito per
aver criticato la politica di Mussolini. Fu poi ambasciatore in Vaticano. Nel Gran Con-
siglio del fascismo del luglio 1943 votò per la destituzione di Mussolini. Per questo fu
successivamente condannato a morte per tradimento e giustiziato a Verona.

41

Memorandum presentato da Ciano a Mussolini il 21 agosto 1942.

42

no incaricò d’Ajeta di preparare un nuovo memorandum per il Duce,
senza proposte del Ministero degli esteri. Lo scritto conteneva la previ-
sione di Bismarck della completa eliminazione di questi ebrei inermi101

ed anche la convinzione del Ministero degli esteri, fondata su rapporti
precedenti, che “la questione della liquidazione degli ebrei in Croazia”
fosse giunta ora “in una fase risolutiva”102. Il memorandum venne pre-
sentato da Ciano a Mussolini il 21 agosto. Mussolini scarabocchiò
semplicemente sul memorandum: “Nulla osta, M.”, ossia nulla osta con-
tro la consegna degli ebrei. Non pose quindi ostacoli alla sentenza di
morte degli ebrei nella zona italiana103.

La reazione di Ciano e dei suoi diplomatici alla decisione di Musso-
lini non è nota. Ciano non menzionò per nulla l’accaduto nel suo diario.
Pietromarchi nel suo diario annotò laconicamente: il Duce ha ordinato
la consegna ai tedeschi degli ebrei che vivono nel territorio da noi occu-
pato in Croazia104.

Vista dall’esterno, la collaborazione senza intoppi dei diversi uffici
dell’apparato amministrativo tedesco durante la guerra è un’illusione.
Quotidianamente si verificavano intrighi, diffamazioni e competizioni
personali. Così il sottosegretario Martin Luther insieme alla Gestapo tra-
mava contro Joachim von Ribbentrop. In conseguenza di ciò Ribbentrop
lo spedì nel campo di concentramento di Sachsenhausen105. Dopo la fi-
ne della guerra egli fu liberato con altri prigionieri, ma morì in circostanze
misteriose.

Il Ministero degli esteri era il più importante centro di potere che
esercitava le pressioni diplomatiche sugli Stati satelliti e sui vinti, affin-
ché consegnassero i loro ebrei per la soluzione finale, sempre in strettissima
collaborazione con il RSHA106.

Diversi erano i rapporti con il principale alleato, l’Italia. In tal caso

101 MacGregor Knox, Das faschistische Italien und die „Endlösung“ 1942-1943, in Vier-
teljahrshefte für Zeitgeschichte, 2007, n. 55 (1), pp. 53 sg; cfr. D. Carpi, Op. cit., p. 11.
102 MG. Knox, Op. cit., p. 54.
103 J. Steinberg, Op. cit., p. 66.
104 Luca Pietromarchi, Estratti del Diario, 24 agosto 1942, cit. in ibid., p. 82.
105 J. Steinberg, Op. cit., p. 81.
106 Il RSHA, Reichssicherheitshauptamt (Ufficio centrale di sicurezza del Reich), fu di-
retto dal Gruppenführer delle SS Reinhard Heydrich fino alla sua uccisione nel giugno

  1. Heydrich fu responsabile alla Conferenza di Wannsee, in cui i segretari di Stato di
    tutti i ministeri furono informati della prossima soluzione finale del problema ebraico e
    chiamati ad appoggiarne l’attuazione. Il suo successore Kaltenbrunner continuò la mes-
    sa in atto della “soluzione finale”.

43

si doveva procedere con tatto, anche se si trattava di una richiesta tede-
sca apparentemente molto importante: includere nella soluzione finale
la manciata di ebrei che avevano trovato protezione presso gli italiani.
L’ufficio di Ciano comunicò regolarmente all’ambasciata tedesca a Ro-
ma il consenso di Mussolini a che gli ebrei provenienti dalla seconda zona
fossero consegnati. Di conseguenza, il 25 agosto 1942, l’ambasciatore te-
desco a Roma Hans Georg Viktor von Mackensen inviò al proprio Ministero
degli esteri il già menzionato rapporto sulla disponibilità di Mussolini a
consegnare ai croati gli ebrei provenienti dai territori occupati dagli ita-
liani in Croazia. Alcuni giorni dopo, il 29 agosto, il Comando supremo
dell’esercito venne informato della richiesta dei tedeschi e della decisio-
ne di Mussolini di acconsentirvi. Si trattava anche di un ordine esplicito
di “dare attuazione”, ma senza menzionare un termine temporale. For-
se non del tutto involontariamente107!

La decisione di Mussolini di consegnare gli ebrei venne accolta
con disapprovazione dagli alti funzionari del Ministero degli esteri ita-
liano ed anche dal Comando della II Armata. Ma la disapprovazione
non era sufficiente. Si doveva fare qualcosa per impedire questo assas-
sinio di uomini, donne e bambini innocenti. Il conte Luca Pietromarchi
fu il primo che si decise ad agire. Il 28 agosto 1942 convocò Castella-
ni, l’ufficiale di collegamento della II Armata, per discutere con lui il
comportamento da tenere al fine di impedire la consegna degli ebrei
ai tedeschi108. Castellani informò Pietromarchi che il generale Roatta
condivideva pienamente “il nostro punto di vista”. Egli avrebbe invia-
to una risposta al Comando supremo non troppo in fretta109. Anche in
altri settori dell’esercito la reazione fu altrettanto ferma. Così, per esem-
pio, il colonnello Cigliani, responsabile degli affari civili nel Comando
del IV Corpo della II Armata, preparò il 27 agosto 1942 una riunione
sulla “situazione degli ebrei”, in cui tra l’altro spiegò: “[È impossibi-
le consegnarli] perché si verrebbe meno agli impegni da noi assunti
[… inoltre essi] non ci hanno dato molestia di sorta”110. Alla “cospi-
razione” di Pietromarchi, Castellani e Roatta si unirono alti funzionari
del Ministero degli esteri: Lanza d’Ajeta, Roberto Ducci, capo della di-
visione per la Croazia, Raffaele Casertano, ambasciatore a Zagabria, e,

107 D. Carpi, Op. cit., p. 11.
108 L. Pietromarchi, Estratti del Diario, 28 agosto 1942, cit. in J. Steinberg, Op. cit.,
pp. 68 sg.
109 Ibid. p. 69.
110 Ibid. p. 68.

44

successivamente, Giuseppe Bastianini, governatore della Dalmazia e dal
febbraio 1943 segretario generale al Ministero degli esteri. Invece, il
generale dei carabinieri Giuseppe Piéche, responsabile del servizio infor-
mazioni e di polizia dei Balcani, non sapeva ancora niente sull’effettivo
luogo di destinazione degli ebrei provenienti dalla Croazia. Perciò in
un primo momento non fece obiezioni a una loro consegna. Il 14 no-
vembre mandò un cablogramma al Ministero degli esteri a Roma, in
cui si informava che “gli ebrei croati della zona di occupazione tede-
sca deportati nei territori orientali, sono stati ‘eliminati’ mediante impiego
di gas tossico nel treno in cui erano rinchiusi”111. Dopo questa notizia
anche il generale Piéche si unì a coloro che si opponevano alla conse-
gna. È palese che fu profondamente scosso da ciò che aveva scoperto.
Nel suo rapporto a Roma del 14 novembre 1942 scrisse: “La decisione
della consegna [degli ebrei] agli ustascia equivarrebbe alla [loro] con-
danna a morte e ha destato commenti sfavorevoli … tra le truppe … e
tra le rimanenti popolazioni ortodosse e musulmane che temono sia
loro riservato in avvenire qualche analogo provvedimento, mentre og-
gi stanno fidenti all’ombra della nostra bandiera … In questo particolare
momento politico un atto di clemenza sarebbe forse, ad avviso dei più,
molto opportuno”112.

Si decise di ricorrere a una tattica dilatoria. Il ministro degli esteri
Ciano si tenne lontano dalla “cospirazione”, ma ne fu certamente infor-
mato, così come il capo di Stato maggiore, il maresciallo Ugo Cavallero,
nonostante fosse noto come sostenitore dei tedeschi. Gli antisemiti di
spicco nel Partito fascista, come Farinacci, Preziosi, Interlandi e altri,
erano convinti che Ugo Cavallero fosse uno dei loro113.

Ma come mai fu possibile, nel bel mezzo di una guerra, in uno Sta-
to guidato da un dittatore brutale, non eseguire degli ordini? In Germania
una cosa simile sarebbe stata impensabile. Uno dei motivi è che Musso-
lini non aveva mai ottenuto il totale controllo dell’esercito, a differenza
di Hitler che fin dall’inizio ebbe l’esercito completamente sotto controllo.
Il comandante supremo dell’esercito italiano era in primo luogo il re. Mus-
solini aveva poi avocato a sé il comando supremo dell’esercito, ma l’esercito
era rimasto l’esercito del re. Che cosa motivò questi uomini a impe-
gnarsi per la salvezza di ebrei che non erano nemmeno cittadini italiani?
A mettere in gioco perfino la loro carriera e il loro futuro, mentre nello

111 Cit. in ibid., pp. 85, 87 (v. anche la copia del documento originale a p. 86).
112 Cit. in ibid., p. 85.
113 Ibid., p. 74.

45

stesso periodo in Italia gli ebrei erano perseguitati? In Italia si trattava di
emarginazione dalla società, di lavoro obbligatorio, di privazione della li-
bertà, di perdita dei beni. Nella zona di occupazione si trattava invece
della morte. Di ciò questi uomini non vollero diventare complici. In Ita-
lia, inoltre, chi dava esecuzione alle leggi antiebraiche era il Ministero
degli interni con il suo forte apparato di polizia. Qui erano invece l’eser-
cito, che restò fedele al suo onore, e il Ministero degli esteri, composto
per la maggior parte da aristocratici (erano forse uomini migliori?).
Anche nella Germania imperiale i nobili erano attivi nel servizio diplo-
matico, ma nella Germania nazista furono presto sostituiti da fedeli
membri del partito. Vi rimasero solo alcuni che si adeguarono comple-
tamente al nuovo spirito.

Roatta venne a Roma per una conferenza e si incontrò per caso con
Pietromarchi in via Veneto. Parlarono dell’ordine di consegnare gli
ebrei ai croati. Roatta ribadì che era impossibile consegnare gli ebrei
che “si sono posti sotto la nostra autorità”; egli aveva già nettamente re-
spinto una richiesta diretta croata. Secondo la dichiarazione di
Pietromarchi, Roatta si disse pronto “a tirare le cose in lungo” e ritar-
dare la consegna. Pietromarchi annotò il contenuto di questo colloquio,
che avvenne il 13 settembre 1942114, nel suo diario. Il 22 settembre
Roatta parlò di fronte al Comando supremo dei motivi politici che era-
no d’ostacolo ad una consegna115.

  1. La visita del Poglavnik a Hitler

Il 25 settembre 1942 il Poglavnik Pavelić incontrò Hitler nel quar-
tier generale del Führer116. Erano presenti anche il ministro degli esteri
Ribbentrop, il feldmaresciallo Keitel, il generale con pieni poteri in
Croazia Gleise von Horstenau, il delegato a Zagabria Kasche e il de-
legato Hewel da Belgrado. Hitler esordì indicando l’interesse tedesco
a che calma e ordine fossero stabiliti in Croazia; il Reich non era in-
teressato alla Croazia da un punto di vista politico, ma piuttosto, in
quel momento, alle vie di comunicazione. Seguì una lunga discussio-

114 L. Pietromarchi, “Estratti del Diario”, 13 settembre 1942, cit. in ibid., p. 69-70; cfr.
MG. Knox, Op. cit., p. 58 e Oddone Talpo, Dalmazia. Una cronaca per la storia, vol. II,
Roma 1990, Stato Maggiore dell’Esercito, pp. 681-683.
115 MG. Knox, Op. cit., p. 58.
116 J. Steinberg, Op. cit., p. 77.

46

ne su questo tema di vitale importanza. Ma non rimase inevasa nem-
meno la questione ebraica. Pavelić dichiarò di aver risolto praticamente
il problema ebraico in grandi parti della Croazia; non si era però av-
vicinato ai centri ebraici nella seconda zona italiana, poiché gli italiani
gli avevano spiegato che il problema non poteva essere prematura-
mente affrontato con singole soluzioni settoriali; si doveva, inoltre,
tener presente l’onore dell’esercito italiano. Inaspettatamente Hitler
rispose con calma e pacatezza che tali questioni avrebbero potuto es-
sere regolate solo con un colloquio diretto col Duce117. Pregò quindi
Pavelić di presentargli un memorandum su tutti questi problemi, sul-
la base del quale egli avrebbe preparato i suoi colloqui con Mussolini.
Ribbentrop richiamò l’attenzione sulla disposizione del Duce relativa-
mente al problema ebraico, di cui era stata informata l’ambasciata
tedesca a Roma. A quanto pareva, fino a quel momento la direttiva
non era stata ancora inoltrata all’esercito stanziato in Croazia. Sem-
brava che la II Armata, sotto il comando del generale Roatta, praticasse
una sua particolare politica.

Per Hitler Mussolini fu sempre un amico (probabilmente anche
l’unico), che egli non avrebbe mai permesso di offendere o mortificare.
Le origini di questo rapporto ineguale risalgono agli anni Trenta: l’iso-
lamento transitorio dell’Italia in occasione della crisi abissina e la
successiva fratellanza d’armi nella guerra civile spagnola, l’Asse e il Pat-
to tripartito furono le tappe evidenti di questo sviluppo, che sfociò
infine nell’entrata in guerra dell’Italia. Ora, nonostante le sconfitte mi-
litari italiane, niente era cambiato nell’alleanza e il risultato fu un’attenzione
esagerata verso l’alleato più debole, al fine di proteggerlo dal pericolo
di essere considerato anche dall’esterno come una potenza di terza classe.
Decisive a tal riguardo furono soprattutto l’alta stima e lealtà che Hitler
nutriva per i suoi alleati e che, insieme ad affinità nella visione del mon-
do, vanno ricondotte soprattutto alla copertura alle spalle assicuratagli
nel 1938 da Mussolini al momento della realizzazione dell’«Anschluss»
dell’Austria118.

  1. Himmler incontra Mussolini

117 Cfr. documento: Aus den Protokoll der Unterredung Hitler-Pavelic am 23. September
1942, Aufzeichnung des Gesandten I. Klasse Schmidt, in Akten zur deutschen auswärti-
gen Politik, 1918-1945, Reihe E: 1941-1945, Bd. 3. (16. Juni bis 30. September 1942),
Göttingen, 1974, Vandenhoeck & Ruprecht, Nr. 310, pp. 530-538.
118 Klaus Schmider, Partisanenkrieg in Jugoslawien 1941-1944, Hamburg 2002, Mittler &
Sohn GmbH, p. 36.

47

Le dicerie sui segni di stanchezza e di non volontà di continuare la
lotta che si manifestavano nel popolo e nell’esercito italiani portarono il
Reichsführer delle SS Heinrich Himmler a Roma, dove fu ricevuto dal
Duce a Palazzo Venezia l’11 ottobre 1942. Del suo colloquio con Musso-
lini Himmler riferì in un suo scritto a Hitler119. Si parlò anche del “problema
ebraico”. Himmler raccontò a Mussolini: gli ebrei erano perseguitati in
tutta la Germania, perché erano dovunque portatori di sabotaggio, spio-
naggio e opposizione, nonché responsabili per la formazione di bande; gli
accusati di crimini politici andavano nei campi di concentramento, gli
altri erano portati all’est per costruire strade; la mortalità era molto al-
ta, perché gli ebrei non avevano mai lavorato in vita loro; gli ebrei più
vecchi venivano sistemati in ospizi a Berlino, Monaco e Vienna, e rice-
vevano là le loro pensioni e i loro redditi … e altre bugie. In Russia, così
accennò Himmler, i tedeschi avevano dovuto passare per le armi “un nu-
mero non irrilevante di ebrei, e precisamente uomini e donne”, dal
momento che lì anche le donne e i bambini avevano passato informa-
zioni ai partigiani. Il Duce approvò benevolmente l’uccisione di massa
come “l’unica possibile soluzione”. La conversazione terminò amiche-
volmente, ma senza risultati. Gli ebrei croati nella seconda zona italiana
non sono menzionati nello scritto, ma è da ritenere che il tema fosse sta-
to affrontato. Ciano, che assisté all’incontro, annotò nel suo diario: “Lungo
colloquio con Himmler. Non dice niente di molto importante”120 (inte-
ressante è che Ciano non riferisca mai niente sugli ebrei).

  1. Il generale Roatta incontra il Poglavnik e i croati trattano con
    gli italiani

Su richiesta di Pavelić, Roatta andò a Zagabria per consultazioni. Il
ministro degli esteri Mladen Lorković riferì al delegato tedesco a Zaga-
bria, Kasche, sull’andamento della discussione. Kasche inoltrò
l’informazione al Ministero degli esteri il 16 ottobre 1942121. Nel collo-
quio vennero affrontate tutte le questioni politiche e militari di attualità,

119 YVA, 0.10. 45, Niederschrift, Geheim!, Reichsführer-SS Heinrich Himmler über sei-
nen Empfang beim Duce, am 11. Oktober 1942.
120 G. Ciano, Op. cit., p. 530 (G. Ciano, Diari 1939-1943, Milano 1946, Rizzoli, vol. II).
121 YVA, 0.10, 36, documento 162136-162138, Telegramm Nr. 2966, Geheim!, 16. Okto-
ber 1942, Gesandter Kasche an das Auswärtige Amt.

48

in particolare la lotta alle bande partigiane. Si parlò anche dell’impiego
dei cetnici, per i croati una spina nel fianco. Roatta si mostrò particolar-
mente accomodante. Quando però il discorso venne a cadere sugli ebrei
nella seconda zona, Roatta si mostrò abilmente evasivo: negli ultimi
giorni aveva ricevuto da Roma disposizioni di prepararsi a consegnare
alla Wehrmacht gli ebrei che si trovavano nella seconda zona; aveva poi
informato Roma che, secondo la sua opinione, l’esercito tedesco non era
competente in questa faccenda e al momento era ancora in attesa di di-
sposizioni da Roma.

Kasche si espresse così in merito: “O il Ministero degli esteri italia-
no ha fornito informazioni false all’ambasciata tedesca a Roma, oppure
Roatta ha comunicato nuovamente un’informazione errata”. Kasche ri-
teneva che tutto ciò significasse un ennesimo rinvio della faccenda.

Il ministro degli esteri del Reich, Ribbentrop, rese note, quasi con-
temporaneamente, due direttive contraddittorie. Una prima volta dispose
di intervenire presso gli italiani a Roma per il trasferimento degli ebrei
(su ciò in modo più ampio nel paragrafo seguente). Di contro, in uno
scritto del 2 ottobre 1942 al suo segretario di Stato von Weiszäcker, sot-
tolineò “che si doveva lasciare in Croazia la precedenza agli italiani.
Non era desiderabile un contrasto tra italiani e tedeschi sul problema
ebraico in Croazia. Dobbiamo lasciare che il governo croato chiarisca
con gli italiani la questione dell’inclusione degli ebrei che vivono nel
territorio occupato in un’azione concordata”122. A metà ottobre si addi-
venne ad uno scambio di opinioni tra Italia e Croazia. Era una nuova
iniziativa: invece di consegnarli ai croati, gli italiani dovevano impegnar-
si a trasferire gli ebrei dalla seconda zona in Italia. Non è chiaro però
chi avesse avuto l’iniziativa: gli italiani o i croati? Il ministro degli este-
ri croato Lorković affermò che era stato il Ministero degli esteri italiano
a chiedere il parere dell’ambasciatore croato a Roma, Stijepan Perić, sul-
la questione degli ebrei nella seconda zona. Gli italiani avrebbero suggerito
che i croati si rivolgessero con una nota verbale al governo italiano, pro-
ponendo che fossero gli italiani a impegnarsi a trasferire gli ebrei dalla
seconda zona. Lorković spiegò agli italiani che c’erano accordi con il
Reich per il trasferimento degli ebrei, per cui la Croazia non poteva ac-
consentire senz’altro, senza il consenso del Reich, a una emigrazione
degli ebrei in Italia; ma, nel caso di una possibile espulsione in Italia, i
croati dovevano richiedere condizioni uguali a quelle concordate con il

122 YVA, 0.10, 30, documento Nr. 161277/8, 2. Oktober 1942, Büro des Reichsaußenmi-
nisters an Staatssekretär Freiherr von Weizsäcker.

49

Reich, ossia che i beni degli ebrei andassero ai croati. Kasche era del-
l’opinione che l’azione italiana fosse sempre più chiaramente riconoscibile
come una tattica dilatoria. E inoltre: “Il passaggio degli ebrei in Italia
sarebbe un intralcio a tutta la politica ebraica europea, come è da noi
sostenuta”123.

Il 22 ottobre l’ambasciatore croato Perić si recò da Roberto Ducci,
il responsabile per la Croazia al Ministero degli esteri, con una proposta
sorprendente: gli italiani, invece di consegnare ai croati gli ebrei della
seconda zona, avrebbero dovuto trasferire gli ebrei nel territorio del Re-
gno d’Italia (ossia non nel territorio annesso in Dalmazia), a condizione
che questi abbandonassero ogni pretesa sulle proprietà in Croazia e che
rinunciassero alla cittadinanza croata. Perić aggiunse di sperare, in
quanto essere umano, che voi (italiani) accetterete questa proposta (egli
aveva un’esatta rappresentazione del destino degli ebrei deportati ad orien-
te). Il capo di gabinetto d’Ajeta informò il 28 ottobre l’ambasciatore tedesco
Mackensen: il governo italiano aveva respinto la proposta croata di porta-
re in Italia i profughi ebrei, “perché l’Italia non è la Palestina”124. Il
tentativo croato di presentare il trasferimento in Italia come un deside-
rio del governo italiano doveva provocare molto probabilmente un contrasto
tra i tedeschi e gli italiani125.

  1. Il tiro alla fune tra tedeschi e italiani continua

Dopo l’incontro Hitler-Pavelić, l’ambasciatore von Rintelen a no-
me di Ribbentrop comunicò al sottosegretario Luther che si era parlato
del fatto che le autorità militari italiane in Croazia non erano state infor-
mate della decisione del Duce sul trattamento degli ebrei croati; il signor
ministro degli esteri chiedeva quindi di dare disposizioni per doman-
dare ancora una volta al governo italiano come stessero le cose a tal
riguardo126.

In ottemperanza a tale indicazione, un consigliere dell’Ambascia-

123 YVA, 0.10, 30, documento Nr. 161277/8, Telegramm Nr. 3021, Geheim!, in codice,
Zagreb, 20. Oktober 1942, Gesandter Kasche an das Auswärtige Amt, Nr. 162144.
124 J. Steinberg, Op. cit., pp. 81-82. e anche D. Carpi, Op. cit., p. 43.
125 M. Shelah, Un debito di gratitudine … cit., p. 104.
126 YVA, M.9 (Simon Wiesenthal Collection), 173, documento NG-3165, Feldmark, 24.
September 1942, Rintelen, im Namen des Reichsaußenministers von Ribbentrop, an
Unterstaatssekretär Luther.

50

ta tedesca a Roma, Johann von Plessen, incontrò il 3 ottobre Lanza
d’Ajeta. Doveva comunicare agli italiani che, secondo le informazioni
delle autorità tedesche, nonostante la direttiva del Duce, al comando
militare italiano non era pervenuta alcuna istruzione. Aggiungeva che
alcuni circoli tedeschi erano dell’opinione che il Ministero degli este-
ri italiano avesse in qualche modo a che fare con il ritardo. Alcuni
giorni dopo lo stesso Ciano inviò al Comando supremo un telegram-
ma urgente e chiese quali ordini per la consegna di ebrei ai tedeschi
avessero ricevuto le postazioni di comando in Croazia e quali passi fos-
sero già stati fatti. Ufficialmente gli ebrei dovevano essere consegnati
ai croati. Ciano aggiunse che i tedeschi si lamentavano del fatto che,
secondo le loro informazioni, gli ufficiali italiani in Croazia afferma-
vano di non aver ricevuto in questa faccenda nessun genere di ordine.
Il Comando supremo inoltrò la domanda alla II Armata. Già il giorno
successivo Roatta, un po’ irritato, rispose che nessuno gli aveva dato
l’ordine di consegnare gli ebrei ai tedeschi127. Si diceva poi nella ri-
sposta: “Abbiamo cominciato ad esaminare l’origine degli ebrei, per
stabilire chi sia effettivamente ebreo croato a differenza di coloro che
hanno un titolo alla cittadinanza italiana e devono restare ancora sot-
to la nostra protezione”. Nel contempo Roatta sottolineava che non si
dovessero consegnare gli ebrei nell’interesse dell’Italia; in nessun ca-
so l’esercito italiano avrebbe dovuto essere incaricato di attuare la
consegna degli ebrei; sarebbe un’azione vergognosa che dovrebbe es-
sere lasciata ai croati: “sono essi che devono venire ed occuparsi di
rastrellare gli ebrei”128. Il Comando della II Armata subissò il Ministe-
ro degli esteri con domande sui criteri in base ai quali dovevano
essere distribuiti gli ebrei; insieme ai profughi c’erano anche persone
native del posto; come dovevano essere trattati gli uni e come gli al-
tri? E quando in una famiglia uno era un profugo e l’altro un nativo
del posto? Seguì un’intensa corrispondenza con l’unico scopo di ritar-
dare l’attuazione dell’ordine di Mussolini129.

Dopo che von Bismarck venne a conoscenza della risposta della
II Armata, andò il giorno successivo (21 o 22 ottobre 1942) al Mini-
stero degli esteri italiano e richiese ancora più energicamente l’immediata
consegna degli ebrei alle autorità croate e non ai tedeschi130. Le visi-

127 J. Steinberg, Op. cit., p. 78 e anche D. Carpi, Op. cit., p. 16.
128 D. Carpi, Op. cit., p. 17.
129 Ibid., pp. 18 sg.

51

te per la medesima faccenda si ripeterono più spesso, quasi ogni gior-
no, e provocarono malumore, ma anche apprensione nei funzionari
del Ministero degli esteri131. Nello stesso periodo, in conformità all’or-
dine di Hitler, venne preparato un documento sulla situazione nei
Balcani, alla cui stesura parteciparono il comandante in capo dell’ Ar-
mata sud-orientale, il generale di corpo d’armata Löhr, Kasche e von
Horstenau. Il documento trattava, tra l’altro, del problema ebraico:
“L’applicazione delle leggi sugli ebrei nello Stato croato viene ostaco-
lata dagli uffici italiani a un punto tale che nelle zone costiere,
specialmente a Mostar, Dubrovnik e Cirquenizza, vi sono molti ebrei
sotto la protezione italiana e molti altri vengono aiutati a passare il
confine, per entrare nella Dalmazia italiana o in Italia. Così gli ebrei,
ottenendo aiuto, possono continuare le loro attività proditorie, in par-
ticolar modo quelle dirette contro i nostri scopi bellici. In verità, stando
al rapporto fatto dalla nostra ambasciata di Roma all’inizio di settem-
bre, il Duce ha deciso che gli ebrei devono essere trattati secondo le
leggi croate. Ma, fino ad oggi, né il delegato italiano Casertano, né il
comandante supremo della 2ª Armata, generale Roatta, hanno ricevu-
to ordini diretti”132. Questa sezione del documento doveva servire come
base a Hitler per il suo futuro colloquio con Mussolini, colloquio che
però non ebbe più luogo.

  1. I tedeschi e gli italiani di fronte al “problema ebraico”: due
    differenti visioni del mondo

Il contrasto tra i tedeschi e gli italiani sul problema ebraico non
si limitò solo al territorio occupato dagli italiani in Croazia. L’antise-
mitismo italiano e la persecuzione degli ebrei, nonostante l’inasprimento
a partire dall’entrata in guerra, rimasero lontani da quanto praticato
dai tedeschi, che in quel torno di tempo dettero inizio all’annienta-
mento degli ebrei d’Europa. Era inevitabile che questa mancanza di
unità tra partner portasse anche ad attriti in quei paesi, come la Gre-
cia e la Francia, in cui ambedue i partner erano forze occupanti. Ma
non solo lì.

Il sottosegretario di Stato Martin Luther illustrò la fondamentale

130 J. Steinberg, Op. cit., p. 81 e anche D. Carpi, Op. cit., p. 20.
131 J. Steinberg, Op. cit., p. 82 e anche D. Carpi, Op. cit., p. 21.
132 J. Steinberg, Op. cit., p. 77.

52

differenza tra Germania e Italia sul problema ebraico in una lunga “Re-
lazione”133 del 29 ottobre 1942, che venne presentata al ministro degli
esteri Ribbentrop. Egli si lamentò del fatto che l’Asse non perseguiva
una politica unitaria in un “punto così importante”:

  1. Come esempio egli addusse la questione degli ebrei di cittadi-
    nanza italiana nell’ambito della sfera di potere tedesca, rimasti
    immuni fino ad allora da tutte le misure antiebraiche. Questi
    ebrei rappresentavano, a suo parere, un problema continuo e
    un fattore di disgregazione interna. Era pertanto necessario ri-
    volgersi al governo italiano con la richiesta di acconsentire a
    che questi ebrei fossero sottoposti alle misure tedesche oppu-
    re fossero respinti dai territori occupati e riportati ai loro luoghi
    di provenienza. Questo passo doveva offrire nel contempo la
    possibilità di riprendere la discussione sul problema ebraico
    con l’Italia.
  2. Nella sua legislazione sugli ebrei, asseriva Luther, l’Italia non
    andava al di là di deboli approcci a una soluzione ed anche la
    guerra non aveva comportato fino a quel momento una ten-
    denza verso un inasprimento. Predominante sembrava piuttosto
    lo sforzo di scansare tutte le misure incisive. Molti singoli prov-
    vedimenti – il permanere di ebrei in posti chiave dell’economia,
    numerose concessioni a italianizzare cognomi ebraici, l’annul-
    lamento di precedenti privazioni della cittadinanza ad ebrei e
    così via – avevano mostrato la cautela italiana in questo campo.
  3. L’Italia valutava che il potere economico dei suoi cittadini ebrei
    nel Mediterraneo, specialmente in Tunisia, fosse straordinaria-
    mente forte e perciò indietreggiava sempre di fronte a misure
    antiebraiche. In Tunisia l’Italia si era opposta agli “energici sfor-
    zi francesi di arianizzazione”.
  4. In Grecia erano avvenuti i primi colloqui tra rappresentanti te-
    deschi e italiani sul contrassegno degli ebrei. Fino al momento
    attuale l’Italia si era dichiarata contraria a questa misura. “Pe-
    raltro il problema in Grecia è straordinariamente urgente, perché
    gli ebrei (70.000 di cui da 40.000 a 45.000 a Salonicco) sono at-
    tivi prevalentemente nel commercio dove praticano intensamente
    l’usura. Molti di essi parlano tedesco. Essi contribuiscono in mo-

50 YVA, 0.10, 29, documento: Vortragsnotiz, 29. Oktober 1942, Entwurf von Unterstaats-
sekretär Luther.

53

do straordinario al peggioramento della situazione economica e
dello stato d’animo della gente. Il primo ordine delle autorità
greche sull’impiego di manodopera a Salonicco ha portato a una
forte emigrazione proprio degli ebrei agiati verso il territorio oc-
cupato dagli italiani”.

  1. In Romania e in altri Stati del sud-est europeo “la politica ebrai-
    ca introdotta parzialmente con fatica” è sensibilmente disturbata
    da parte italiana: non soltanto ditte ebraiche italiane continua-
    no ad esistere in determinanti posti chiave, ma commercianti e
    impiegati ebrei sono stati assunti da ditte italiane, cosicché essi
    sono esclusi dalle misure antiebraiche.
  2. In Croazia le autorità italiane di occupazione impediscono le “mi-
    sure di trasferimento” prese dai croati. La decisione di Mussolini
    di autorizzare la deportazione degli ebrei non è stata finora at-
    tuata.

Luther propone che il “problema nel suo complesso” venga discus-
so tra Ribbentrop e Ciano o tra Hitler e Mussolini, al fine di conseguire,
tra l’altro, i seguenti risultati: “L’Italia deve adeguare i provvedimenti
e la legislazione italiani ai nostri principi e ai nostri provvedimenti. A
sostegno di ciò stanno le seguenti considerazioni: 1. La constatazione
generale che in un settore così importante, quale il problema ebraico,
l’Asse deve presentarsi incondizionatamente unita. Il fatto che l’Italia
si presenti come protettrice degli ebrei, come avvenuto finora, offre al-
la parte avversa una felice opportunità di turbare la buona intesa fra i
partner dell’Asse, il che avverrà in misura crescente, quanto più conse-
guentemente procederà la politica tedesca nei confronti degli ebrei. Si
può già riconoscere il momento in cui questo problema potrebbe di-
ventare un pericolo acuto. 2. In Italia l’ebraismo gioca un ruolo tanto
pericoloso quanto quello che prima giocava da noi. 3. A causa del nu-
mero relativamente modesto degli ebrei in Italia (ufficialmente 43.000,
ma questo numero è considerato dai conoscitori del problema ebraico
in Italia, sulla base di motivi convincenti, troppo basso) non c’è da at-
tendersi che una sistemazione di tale problema comporti scosse
economiche di rilievo”.

  1. Gli italiani internano i profughi ebrei in campi di concentramento

Al Ministero degli esteri italiano si pensava a come reagire alle
pressioni. Si sapeva che la manovra dilatoria non poteva proseguire a
lungo e si decise perciò di concentrare in alcuni campi tutti gli ebrei
sparsi sull’intero territorio occupato, per esaminare la loro origine (per

54

la seconda volta!)134. Gli ebrei di origine croata sarebbero stati poi
consegnati al governo croato “al più presto”; invece gli ebrei che ave-
vano diritto alla cittadinanza italiana sarebbero stati risparmiati. Con
l’internamento si sarebbe posto fine anche alle ripetute lamentele dei
croati e dei tedeschi sul fatto che gli ebrei spiavano per conto del ne-
mico, svolgevano propaganda antitedesca e anticroata e così via. La
proposta fu presentata a Mussolini, che non vi vide, a quanto pare, al-
cun contrasto con la sua precedente decisione del 21 agosto 1942 e
approvò il piano135. In seguito a ciò il Comando supremo della II Ar-
mata ordinò il 28 ottobre l’immediato internamento di tutti gli ebrei
nel territorio della seconda zona136.

Alcuni giorni dopo, il 1° novembre 1942 di buon mattino, fu bussa-
to energicamente alla nostra porta d’ingresso. Davanti alla porta c’erano
numerosi soldati in pieno assetto di guerra con elmi e fucili. Chiesero
chi abitava lì. Non avendo trovato i nostri nomi nella lista che uno di lo-
ro aveva in mano, i soldati si allontanarono. Più tardi venimmo a sapere
che in quel giorno tutti gli ebrei della seconda zona erano stati rinchiu-
si in diversi campi: quelli della costa adriatica settentrionale in un
grande campo a Porto Re (Kraljevica), dove furono internati 1.185 ebrei137,
o anche un po’ di più, secondo altre fonti. Quelli del sud, in Dalmazia,
furono portati in numerosi piccoli campi, la maggior parte in alberghi
vuoti. In tutto furono internati più di 3.000 ebrei croati ed anche stra-
nieri138. Le condizioni di vita nei campi erano umane. Nessuno fu costretto
a lavorare, nessuno fu maltrattato.

Noi avemmo una sorte migliore. Eravamo registrati presso gli ita-
liani come croati e così restammo liberi. Prima invidiavamo gli altri
emigranti ebrei, che avevano uno status legale: “Profughi sotto la pro-
tezione dell’esercito del Regno d’Italia”, mentre noi eravamo persone
illegali, registrate con documenti falsi e con false informazioni. Ora
questo tornava a nostro vantaggio. Per un anno intero potemmo con-

134 L’annunciata selezione, tra l’altro, non fu mai realizzata. Gli italiani tuttavia resero no-
ti alcuni numeri: 283 ebrei non erano croati ma cittadini di diversi Stati europei, 893
ebrei avevano titolo alla cittadinanza italiana (un numero questo assai esagerato), men-
tre croati sarebbero stati soltanto 1.484 (anche il numero complessivo era più basso
di quello reale). Cfr. M. Shelah, Tolod hasˇoah – Yugoslavia [La storia dell’Olocausto
in Jugoslavia], Jerusalem 1990, Yad Vashem, pp. 268 sg.
135 D. Carpi, Op. cit., p. 20.
136 Ibid., p. 23.
137 I. Goldstein, Op. cit., p. 506.
138 J. Steinberg, Op. cit., p. 92

55

durre a piede libero una vita normale, fino alla capitolazione italiana
nel settembre 1943.

Gli ebrei internati erano molto preoccupati. Questo internamento
non era forse una stazione di transito fino alla loro consegna ai croati o
ai tedeschi? Essendosi verificati alcuni casi di suicidio, il generale Roat-
ta visitò il campo di Porto Re e si incontrò con una delegazione di ebrei
di condizione elevata. Spiegò loro che non dovevano avere alcuna preoc-
cupazione, dal momento che l’internamento aveva lo scopo di proteggerli!
Il giorno successivo i delegati degli internati inviarono al generale Roat-
ta una lettera di ringraziamento139.

Nell’esercito italiano in Croazia l’internamento di intere famiglie,
senza che ci fosse alcuna accusa contro di esse, suscitò una reazione
straordinariamente ostile (solo una cerchia ristretta infatti era informa-
ta del motivo dell’internamento). Così, per esempio, un comandante di
battaglione inviò al Comando della II Armata un memorandum in cui si
diceva: “Il concentramento precede la loro consegna ai Croati, i quali a
loro volta li consegneranno ai tedeschi. Questi ultimi non nascondono
che il loro fine è quello di addivenire alla soppressione violenta di que-
sta gente … occorrerebbe almeno evitare che l’Esercito italiano si imbratti
materialmente le mani in questa faccenda”140.

Un’altra reazione: l’ufficiale comandante dei carabinieri nella regio-
ne del V Corpo, il tenente colonnello Pietro Esposito Amodio, riferisce
che vociferatori anti-italiani utilizzano l’arresto degli ebrei per indeboli-
re la posizione dell’Italia; essi mormorano che l’Italia ha dimostrato di
essere “un piccolo paese ridotto allo stato di vassallo della più grande
Germania”141. Il capo di stato maggiore della II Armata, generale Clemen-
te Primieri, scrisse irritato: “Stiamo violando una parola da noi data con
dannose ripercussioni nei confronti di tutti coloro che, avendo fatto af-
fidamento su di noi, potranno giustamente temere di essere da un momento
all’altro abbandonati. Il nostro prestigio ne risulterà notevolmente
menomato”142.

In precedenza, il 28 ottobre 1942, l’ambasciatore croato Perić era
stato informato del previsto internamento degli ebrei; gli era stato
comunicato che gli ebrei sarebbero stati sottoposti ad un procedi-

139 Cfr. Archivio Storico del Ministero degli Esteri (ASMAE), Roma, GAB-AP, b. 1507, let-
tera di ringraziamento degli internati a Roatta del 28 novembre 1942.
140 J. Steinberg, Op. cit., p. 83.
141 Ibidem.
142 Ibid., p. 82.

56

mento di riconoscimento: quelli identificati come croati sarebbero sta-
ti consegnati alle autorità croate, quelli invece che avevano diritto
alla cittadinanza italiana non sarebbero stati consegnati. Sembrò che
i croati fossero soddisfatti di questa “soluzione provvisoria”. La sera
stessa d’Ajeta informò l’ambasciatore tedesco von Mackensen sull’in-
tenzione di internare gli ebrei della seconda zona, di esaminarne
l’origine e di separare i croati dai non-croati. Gli appartenenti al pri-
mo gruppo sarebbero stati consegnati il più presto possibile … alle
autorità croate.

L’8 o il 9 dicembre 1942 Luther mandò un telegramma all’Ambascia-
ta tedesca a Roma: informava, basandosi su fonti croate, sull’internamento
degli ebrei nella seconda zona intrapreso dagli italiani; erano indicate
anche le località in cui sorgevano i campi; i croati affermavano, tra l’al-
tro, che gli italiani avrebbero portato con sé in Italia gli ebrei ricchi
(ciò non corrispondeva affatto alla verità, ma rientrava nella propa-
ganda antitaliana dei croati). Luther propose di trasferire gli ebrei per
nave da questi campi a Trieste e da lì in Germania e chiese di avviare
i passi necessari presso il governo italiano143. Il 19 dicembre Bismarck
rispose al telegramma di Luther: secondo le disposizioni egli aveva
fatto notare a d’Ajeta che, considerando le difficili condizioni della
circolazione stradale nello spazio infiltrato dalle bande attorno a Du-
brovnik, era opportuno trasferire gli ebrei dai campi citati a Trieste
per nave.

Dopo un esame della faccenda d’Ajeta gli comunicò che non era
possibile un trasferimento degli ebrei a Trieste per mancanza di mezzi
navali; inoltre il governo italiano aveva eseguito a Trieste un internamen-
to della popolazione slovena, cosicché lì non c’era più un campo di transito
e così via; per questo motivo gli ebrei dovevano essere lasciati nei cam-
pi nei quali si trovavano al momento, dove erano controllati e non potevano
causare nessun danno144.

La Polizia di sicurezza e il Servizio di sicurezza delle SS erano te-
nuti al corrente e anche loro si lamentavano degli italiani. Anche un
colloquio dell’ambasciatore Mackensen con Ciano, che “dimostrò mol-
ta comprensione per il punto di vista tedesco”, rimase senza risultati145.

143 YVA, 0.10, 51, documento K212349, Telegramm Nr. 4940, 8 Dezember 1942, Auswär-
tiges Amt an die deutsche Botschaft in Rom, unterzeichnet: Luther.
144 YVA, 0.10, 30, documento Nr. K21234, H2999707, Telegramm Nr. 5122, in codice, 19.
Dezember 1942, auf Telegramm Nr. 4940, deutsche Botschaft in Rom, an das Auswärtige
Amt, unterzeichnet: von Bismarck, Geschäftsträger der Botschaft.

57

L’ambasciatore Mackensen parlò anche col Duce: anche Mussolini
sembrò prestare attenzione all’opinione tedesca sul trattamento del pro-
blema ebraico e fu d’accordo su tutto. Dopo un lungo colloquio Mackensen
arrivò alla conclusione che le autorità militari locali sabotavano la chia-
ra ed inequivocabile volontà del Duce146. Verso metà novembre 1942
Roatta arrivò a Roma per colloqui con il Duce, con Ugo Cavallero, con
il generale tedesco Löhr e con Ambrosio sulla “situazione estremamen-
te insoddisfacente” in Croazia. Roatta si incontrò anche con Mussolini
da solo ed enunciò che la consegna degli ebrei ai croati avrebbe avuto
gravi conseguenze. Mussolini decise quindi che gli ebrei sarebbero sta-
ti internati in campi di concentramento fino a primavera, che si sarebbe
continuata la verifica sulla cittadinanza dei profughi e che, contestual-
mente, gli ebrei avrebbero potuto rinunciare alla cittadinanza croata e
ai loro beni in Croazia. Più tardi si sarebbe deciso su ulteriori proce-
dimenti in merito147.

  1. Mussolini destituisce Ciano e Cavallero

Quando agli inizi del 1943 le sorti della guerra su tutti i fronti eb-
bero una svolta a favore degli Alleati, in Italia crebbe l’opposizione
contro la dirigenza fascista che continuava la guerra perduta, anche nel-
la stessa cerchia di Mussolini. Per esautorare i suoi avversari, Mussolini
decise rimpasti ai più alti livelli nel partito, nel governo e nell’esercito.
Il 31 gennaio 1943, una settimana dopo la caduta di Tripoli, il marescial-
lo Cavallero, comandante supremo delle forze armate, venne sostituito
dal generale Vittorio Ambrosio. Una settimana dopo, il 5 febbraio, ven-
ne destituito il ministro degli esteri Ciano148, la cui carica venne assunta
dallo stesso Mussolini, che nominò nel contempo segretario di Stato al
Ministero degli esteri il governatore della Dalmazia fino ad allora in ca-

145 YVA, 0.10, 53, documento Nr. 123817: Telegramm Nr. 248, in codice, 16. Januar 1943,
deutsche Botschaft in Rom, Antwort auf Telegramm Nr. 154 des Auswärtigen Amtes von

  1. Januar 1943, deutsche Botschaft in Rom an das Auswärtige Amt in Berlin, vom 16.
    Januar 1943, unterzeichnet: von Mackensen, deutscher Botschafter in Rom.
    146 YVA, 0.10, 30, documento Nr. 12405-12497, Telegramm Nr. 1246, Geheime Reichssa-
    che!, 18. März 1943, deutsche Botschaft in Rom, Antwort auf Telegramm Nr. 1117 des
    Auswärtigen Amtes von 14. März 1943, Unterzeichnet von Mackensen.
    147 M. Shelah, Un debito di gratitudine … cit., p. 124.
    148 Il conte Galeazzo Ciano fu nominato ambasciatore in Vaticano.

58

rica, Bastianini. Il generale Roatta149 ebbe una nuova posizione in Italia
e il generale Robotti prese il comando della II Armata.

Il 25 febbraio 1943 il ministro degli esteri von Ribbentrop venne
in visita a Roma e fu ricevuto dal Duce a Palazzo Venezia. C’erano
molte cose da discutere. Si discusse anche del problema ebraico. Rib-
bentrop voleva ciò che Himmler, Heinse Röthke e Adolf Eichmann
volevano: impadronirsi degli ebrei sotto protezione italiana, per po-
terli deportare ad oriente verso la morte; si trattava di ebrei che avevano
trovato protezione nei territori occupati dagli italiani in Francia e in
Croazia; si trattava in fondo di una richiesta modesta; in confronto ai
milioni che erano già morti, questo paio di migliaia di ebrei non sem-
bravano meritevoli di tanta agitazione150. Il pericolo consisteva, come
aveva spiegato Helmut Knochen, non nel fatto che forse un paio di
migliaia di ebrei sgusciassero tra le maglie della rete, ma nel fatto che
l’esempio italiano potesse indurre gli aiutanti assassini in Francia,
Croazia o in Slovacchia a riflettere sulla cosa. Ciò avrebbe avuto se-
rie conseguenze per la Germania … I tedeschi avevano bisogno dell’aiuto
dei loro alleati per annientare gli ebrei. Così in Francia fu la polizia
francese e non le SS a fare il lavoro sporco. La loro collaborazione fu
decisiva151.

Mussolini cedette di nuovo. Si lagnò dei suoi generali che criticò per
i loro falsi sentimenti umanitari, non adeguati ai tempi duri. Si impegnò
a portare gli ebrei croati a Trieste e a consegnarli ai tedeschi. Il nuovo
comandante della seconda zona e della II Armata, generale Mario Ro-
botti, venne invitato a Roma il 6 marzo 1943 per colloqui. Mussolini
dovette riferirgli anche qualcosa sugli ebrei nella parte occupata della
Croazia, ossia che si dovevano portare questi ebrei a Trieste per conse-
gnarli ai tedeschi. Robotti e il nuovo segretario di Stato al Ministero
degli esteri, Bastianini152, protestarono contro la decisione. Entrambi ar-

149 Il generale Mario Roatta assunse il comando della IX Armata in Sicilia. Dopo l’armi-
stizio avrebbe dovuto difendere Roma contro i tedeschi. Per paura di cadere prigioniero
dei tedeschi fuggì a sud dagli Alleati. Dopo la guerra nel 1945 fu posto sotto accusa da
un tribunale militare italiano per il suo legame con il fascismo, per la fallita difesa di
Roma e per la sua collaborazione all’assassinio dei fratelli Carlo e Nello Rosselli (assas-
sinio politico dietro ordine di Mussolini). Fu condannato all’ergastolo, ma nel 1948 fu
prosciolto.
150 J. Steinberg, Op. cit., pp. 128 sg.
151Helmut Knochen, SS-Standartenführer, fu coinvolto nella deportazione degli ebrei fran-
cesi nei campi di concentramento e fu responsabile dell’esecuzione di migliaia di
francesi (Wikipedia).

59

gomentarono che questi ebrei sarebbero stati uccisi nelle camere a gas,
se li si fosse consegnati ai tedeschi e chiesero a Mussolini se ciò fosse
compatibile con la sua coscienza. Mussolini si difese: il ministro von
Ribbentrop era stato tre giorni a Roma e aveva insistito sulla consegna
degli ebrei croati; egli aveva cercato di evitare il tema, ma lui non aveva
mollato; per liberarsi di lui, si era detto d’accordo153. Questa volta non
fu difficile convincere il Duce a non rispettare la sua promessa: “trovate
una scusa qualsiasi! Dite che non abbiamo a disposizione nessuna nave
per trasportarli sul mare e che il trasporto non è possibile via terra!”54

  1. L’internamento sull’isola di Arbe (Rab)

Lo sviluppo della situazione militare in Africa nella primavera 1943
portò alla perdita del Nord Africa per i tedeschi e gli italiani. Come pas-
so immediatamente successivo gli Alleati presero in considerazione un
attacco all’Italia. In questo caso gli italiani avrebbero dovuto sgombrare
in tutta fretta il territorio occupato in Croazia. E che cosa sarebbe poi
accaduto degli ebrei che si trovavano in diversi campi sparpagliati nella
seconda zona? Al Comando della II Armata si cercò una soluzione. In un
primo momento si propose di portare gli ebrei in Italia, ma la proposta
fu nettamente respinta dal Ministero degli interni.

Infine, in accordo col Ministero degli esteri, l’armata decise di portare
gli ebrei in un campo di concentramento comune sull’isola di Arbe155, che
si trovava nella prima zona, ossia sul territorio soggetto a sovranità italia-
na. Il trasporto avvenne tra il 19 e il 21 luglio 1943. Il numero degli ebrei
internati ad Arbe fu indicato dagli italiani in 2.661, numero che differisce
da quello accertato successivamente dopo la liberazione, ossia 3.366156. È
possibile che gli italiani abbiano fornito numeri più bassi nel caso fossero
stati costretti a consegnare gli ebrei; così se ne sarebbero potuti salvare di-
verse centinaia. Ai tedeschi venne indicato come scopo di questo provvedimento

152 Nel passato, come governatore della Dalmazia, Bastianini non era stato sempre di-
sposto ad aiutare i profughi ebrei. Da allora divenne uno dei protagonisti dell’aiuto agli
ebrei. Per questo Ribbentrop lo definì “ebreo ad honorem”.
153 J. Steinberg, Op. cit., p. 133.
154 D. Carpi, Op. cit., p. 32; cfr. anche Leon Poliakov, Jacques Sabille, Jews under the Ita-
lian Occupation, Paris 1955, Edition du Centre, pp. 147 sg.
155 M. Shelah, Un debito di gratitudine … cit., pp. 147-150.
156 Klaus Voigt, Zuflucht auf Widerruf. Exil in Italien 1933-1945, vol. II, Stuttgart 1993,
Klett-Cotta, p. 237 (tr. it. Il rifugio precario. Gli esuli in Italia dal 1933 al 1945, vol. II, Fi-
renze 1999, La Nuova Italia).

60

il concentramento degli ebrei prima della consegna. Ad Arbe c’era già un
campo di concentramento per gli sloveni che si opponevano al dominio ita-
liano, che avevano aiutato i partigiani o erano stati sospettati di ciò. Le
condizioni di vita erano particolarmente dure a causa di un trattamento
brutale, delle malattie e del freddo in inverno. Il tasso di mortalità era mol-
to alto. Gli ebrei furono sistemati in una parte separata del campo, dove
regnavano condizioni umane. Tuttavia gli internati soffrirono per la man-
canza d’acqua, per il caldo e per le cattive condizioni igieniche e sanitarie.
Il tasso di mortalità crebbe. Per fortuna l’internamento non durò a lungo.

I miei genitori ed io non ci eravamo affatto resi conto del calvario dei
nostri concittadini ebrei. Eravamo a piede libero, vivevamo in una casa
spaziosa, nella quale non ci mancava niente. Anche la nostra alimentazio-
ne, considerando la generale penuria, era sufficiente. L’isolamento tuttavia
mi era insopportabile. Non avevo amici, si dovevano evitare il più possibi-
le conoscenze, poiché c’era il pericolo di rivelare la nostra identità. Avevamo
stretto amicizia con una coppia. Lui aveva lasciato la moglie a Zagabria e
viveva ora con un’ebrea che aveva registrato come sua moglie con i dati
anagrafici della sua vera moglie. Un giorno la moglie di Zagabria aveva sco-
perto l’inganno e aveva minacciato di denunciarlo; aveva saputo anche
qualcosa su di noi e voleva addurci come testimoni. Questo poteva rovinar-
ci. L’uomo andò subito a Zagabria e gli riuscì in qualche modo a far
recedere la donna dai suoi propositi. Così ovunque c’erano pericoli in ag-
guato, nonostante tutta la prudenza possibile. Questi amici avevano un
apparecchio radio e noi potevamo regolarmente ascoltare le notizie da
Londra. Ciò era particolarmente rischioso. Per questo era prevista anche
dagli italiani la pena di morte. Ma questo era il nostro alimento psicologi-
co, che ci dava forza e perseveranza. Non eravamo disposti a rinunciarvi,
particolarmente in quel momento, quando ricevevamo notizie migliori.

E gli italiani? Nell’estate 1943 venne sostituita la guarnigione nel-
la nostra città. La nuova unità era un’unità di cavalleria, i famosi
Cavalleggeri di Alessandria. Si sistemarono in un quartiere in modo
tale che li potevamo osservare dal nostro terrazzo. Furono erette ba-
racche per le persone e per i cavalli. Cominciarono con la costruzione
di un massiccio recinto attorno al campo. La costruzione del recinto
ci servì come una sorta di barometro per misurare il morale delle
truppe italiane. Quando qualcosa di sfavorevole avveniva al fronte o
nella madrepatria, gli italiani sospendevano la costruzione. Dopo al-
cuni giorni il lavoro venne proseguito con sempre meno entusiasmo.
Così noi potemmo seguire di prima mano dal nostro terrazzo il pro-
cesso di dissoluzione dell’Impero italiano.

  1. Fine del dominio fascista. L’8 settembre 1943 la notizia della
    capitolazione italiana viene resa nota ufficialmente

61

Drammatici processi si stavano verificando in Italia. Il 25 luglio il
Gran Consiglio del Fascismo aveva deciso la destituzione di Mussolini.
Successivamente, Mussolini venne invitato dal re, che ne confermò la de-
stituzione e nominò presidente del Consiglio dei ministri il maresciallo
Badoglio. Nel lasciare il Quirinale, Mussolini fu avvicinato da un ufficia-
le dei carabinieri, che gli propose per motivi di sicurezza di salire su di
un’ambulanza che era lì già pronta. Un carabiniere fu in grado di arre-
stare il potente Duce senza problemi! In Germania invece coraggiosi
generali non poterono fermare Hitler che stava correndo verso la rovina.

Fu la fine del regime fascista in Italia. Il maresciallo Badoglio dette
subito inizio a trattative segrete di pace con gli Alleati. Durante queste
trattative, che durarono quarantacinque giorni, nulla cambiò nel campo
di Arbe. Gli italiani non vollero liberare gli internati per paura che ca-
dessero in mani croate. Le attività quotidiane degli italiani nella nostra
città non cambiarono nell’essenziale. Accudivano i cavalli e continuava-
no a costruire il recinto, ma si poteva notare in loro la preoccupazione.
I soldati non cantavano più e gli ufficiali si mostravano appena.

Quella sera udimmo una sparatoria, frastuono e canti, dei vicini
vennero da noi e ci dissero che l’Italia aveva capitolato e che i soldati ita-
liani festeggiavano la sconfitta. Nella piazza principale ballavano con i
cavalli, sparavano in aria e cantavano. Per essi la guerra era finita e po-
tevano tornare a casa. Almeno così credevano. Per noi finiva un capitolo
dei nostri sforzi per sopravvivere. Come sarebbero andate le cose senza
gli italiani? Il nostro futuro era di nuovo incerto. L’esuberanza degli ita-
liani nel giorno della capitolazione lasciò il posto all’apprensione il giorno
seguente. I tedeschi erano ancora lì!

Chi avrebbe ora sostituito gli italiani? Non dovemmo attendere a lun-
go la risposta. Alla mezzanotte dello stesso giorno i partigiani entrarono in
città. Occuparono tutti i punti di importanza strategica, il porto, il munici-
pio, il comando italiano e così via. Annunciarono la liberazione di tutto il
litorale e della Dalmazia dall’occupazione fascista italiana e chiesero agli
abitanti di unirsi alla lotta popolare di liberazione. E gli italiani? Conclu-
sero un accordo con i partigiani, in base al quale venne loro consentito un
libero ritorno in Italia: dovevano lasciare ai partigiani armi, mezzi di tra-
sporto e tutte le scorte di provviste; potevano tenersi un terzo delle armi
leggere per aprirsi la strada verso la patria, nel caso i tedeschi avessero ten-
tato di impedir loro il ritorno, e anche una parte degli automezzi. Alcuni
italiani previdero che non avrebbero raggiunto la loro patria e preferirono
unirsi ai partigiani. Ma il loro numero fu scarso. Gli ufficiali accolti nell’e-
sercito partigiano, tra cui medici e ufficiali specializzati, si rivelarono molto
utili, più di quanto non lo fossero stati nel loro proprio esercito.

62

Giorno e notte passavano soldati italiani, naturalmente a piedi, in
direzione del confine italiano, distante circa 50 km dalla nostra città, a
gruppi, senza ordine e senza guida. Gli ufficiali si erano già ritirati con
gli automezzi lasciati loro dai partigiani. Un intero esercito era stato pian-
tato in asso. Lungo le strade c’erano fucili gettati via dagli italiani, fucili
che avrebbero dovuto servire loro per difesa personale157.

Il giorno della liberazione ci presentammo insieme alla maggioran-
za della gioventù locale ai partigiani. Io ricevetti una carabina italiana e
un’uniforme italiana di un carabiniere. L’unica cosa che mi differenzia-
va da un carabiniere italiano era un berretto con la stella rossa. Gli
internati dell’isola di Arbe vennero liberati. I giovani, ragazzi e ragazze,
si unirono ai partigiani e fondarono un battaglione ebraico. La maggior
parte dei non combattenti furono evacuati sulla terraferma. Ci attende-
vano tempi duri e non tutti tra noi videro la fine della guerra.

Gli internati nel campo di Ferramonti furono liberati dagli Alleati
dopo l’armistizio. Gli ebrei nel cosiddetto “confino libero” nel Nord Ita-
lia, che ebbero la fortuna di trovarsi nelle vicinanze del confine svizzero,
poterono rifugiarsi lì. Gli altri caddero in mano dei tedeschi, ma ci fu-
rono anche quelli che vennero nascosti dagli italiani, i quali misero così
in gioco la loro vita.

Nell’isola di Arbe rimasero più di 200 ebrei. Non vollero patire gli stra-
pazzi e i continui pericoli nel territorio liberato dai partigiani e speravano
anche di poter in qualche modo passare in Italia. Nella primavera 1944 i
tedeschi sbarcarono sull’isola e cominciarono subito la caccia agli ebrei.
Furono arrestati quasi tutti e deportati ad Auschwitz. Solo alcuni sopravis-
sero. Anche a Spalato e a Dubrovnik restarono un piccolo numero di ebrei
che non si unirono ai partigiani. Per gli assassini di ebrei si aprì allora una
nuova riserva di caccia. I tedeschi e le autorità croate lavorarono a pieno
ritmo per impadronirsi di questo residuo dei profughi ebrei dalla Croazia.

Il 16 settembre 1943, una settimana quindi dopo la capitolazione
italiana, si dice in un telegramma del RSHA di Berlino all’attaché di po-
lizia Helm dell’ambasciata tedesca a Zagabria (con la dicitura “urgente
– presentare subito”): “In considerazione della mutata situazione nel li-
torale croato fino ad ora occupato dalle truppe italiane, prego di avviare
immediatamente i preparativi per l’evacuazione degli ebrei ancora pre-
senti in questi territori. Chiedo un immediato rapporto su quanti ebrei

157 Da poco ho letto dello sfondamento russo del fronte italiano a Stalingrado. In preda
a un grandissimo panico gli italiani si ritirarono fino alle postazioni tedesche. Solo un
italiano su cento aveva ancora il suo fucile. Un ufficiale tedesco osservò a tal proposito:
“l’ultima cosa che un soldato tedesco getta via è il suo fucile, fra gli italiani è la prima”.

63

prendere in considerazione per un trasporto. Possibilità di ricettività ci
sono. Firmato Dr. Plötz”158.

Così finisce il capitolo sugli ebrei della Croazia fuggiti presso gli ita-
liani, tra cui c’erano anche ebrei tedeschi, austriaci e di altre nazionalità,
che furono raggiunti dai tedeschi entrati in Croazia.

  1. La nuova valutazione storica sulla salvezza degli ebrei da parte
    degli italiani: Moos, Nattermann, Knox

Nel complesso, in Croazia gli italiani salvarono diverse migliaia di
ebrei159. Questo è lo stato dei fatti, su cui non c’è da discutere.

La “svolta” nella valutazione degli italiani in quanto salvatori di ebrei
consiste nel mettere in dubbio i loro motivi umanitari, nel cercare di li-
mitare l’ampiezza del salvataggio, nel sottolineare i lati d’ombra nel
comportamento italiano verso gli ebrei e nel richiedere una valutazione
più critica delle dichiarazioni dei testimoni dell’epoca.

Carlo Moos pone il problema della critica delle fonti: come dobbia-
mo valutarle? Quanta cautela è necessario esercitare nel loro utilizzo?
Queste fonti, infatti, possono sicuramente suscitare la nostra compassio-
ne, ma nello stesso tempo offuscare il nostro sguardo critico-analitico160.
Ruth Natterman sostiene che “ancora oggi dipendiamo in gran parte da
lavori scritti da testimoni coinvolti direttamente o indirettamente. La que-
stione dei motivi del comportamento italiano è pertanto fortemente
influenzata da esperienze personali e ricordi particolari”161. Anche Mac-
Gregor Knox pensa che “testimoni retrospettivi vanno valutati, considerando
determinati interessi, con profondo sospetto”162.

Nel campo della nuova valutazione dei salvatori italiani di ebrei c’è
dunque un tentativo di delegittimare quanto affermato dai testimoni,

158 YVA, M. 70 (Simon Wiesenthal Collection), 40, documento: Fernschreiben Nr. 43,
Dringend – sofort vorlegen!, 16. September 1943. Reichssicherheitshauptamt, an den Poli-
zei-Attaché SS-Sturmbannführer Helm, deutsche Botschaft in Agram, 25. September 1942.
159 M. Shelah, Un debito di gratitudine … cit., p. 168.
160 Carlo Moos, Ausgrenzung, Internierung, Deportation. Antisemitismus und Gewalt im
späten italienischen Faschismus (1938-1945), Zürich 2004, Chronos Verlag, p. 19.
161 Ruth Nattermann, Humanitäres Prinzip oder politisches Kalkül? Luca Pietromarchi
und die italienische Politik gegenüber den Juden im besetzten Kroatien, in Lutz Klinkham-
mer, Amedeo Osti Guerrazzi, Thomas Schlemmer (a cura di), Die „Achse“ im Krieg. Politik,
Ideologie und Kriegführung 1939-1945, Paderborn 2010, Verlag Ferdinand Schöningh,
pp. 319 sg.
162 MG. Knox, Op. cit., p. 66.

64

che vengono sospettati di aver magnificato le azioni degli italiani. Col
medesimo metro di valutazione si potrebbero considerare con sospetto
le affermazioni di sopravvissuti di Auschwitz: forse lì la situazione non
era così grave come essi affermano!

Io credo che la storiografia possiede uno strumento col quale può
separare ciò che è reale e degno di fede da impressioni emotive, perso-
nali e così via. Inoltre, numerose affermazioni sono messe a confronto
l’una con l’altra. Al contrario di quanto afferma la dottoressa Nattermann,
non tutto ciò che è stato scritto è stato scritto da testimoni. C’è una ric-
ca scelta di documenti di fonte italiana e di fonte tedesca, che storici
come Jonathan Steinberg utilizzano ampiamente.

Io sono un testimone e in quanto tale sospetto di avere una visione
soggettiva degli avvenimenti. Mi confesso colpevole; ho, infatti, ricevuto
dagli italiani una “tangente”di particolare valore: la mia vita. E ciò no-
nostante, sono deciso per una questione di coscienza a prendere posto
nella categoria dei difensori dei “bravi italiani” e nel contempo degli ac-
cusatori dei tedeschi e dei croati che annientarono gran parte della mia
famiglia. Non sono uno storico: sono stato educato alla scuola della “scien-
za esatta” a cui ho dedicato anche la mia attività per tutta la vita. Costruirò
perciò la mia difesa solo su dati di fatto.

Nel corso della guerra più crudele di tutti i tempi avvenne un altro
dramma terribile, non meno crudele: i capi del grande Reich tedesco de-
cisero di annientare fino all’ultimo un intero popolo, il popolo ebraico,
senza differenze tra uomini, donne, bambini, vecchi. E questo piano dia-
bolico fu tradotto in atto con estrema scrupolosità. Quasi tutta l’Europa,
la Germania, gli Stati satelliti, gli Stati soggetti, i teatri di guerra diven-
nero riserve di caccia agli ebrei, per annientarli in impianti particolari,
sviluppati per l’assassinio di massa di tipo industriale.

Ai complici dell’attuazione di questo crimine non mancarono moti-
vazioni di vario genere. Si formò una realtà che presentava questo modo
di procedere come giusto, normale, legale, vantaggioso, anzi perfino co-
me indispensabile. Pochi furono quelli che vennero in aiuto dei poveri
perseguitati. E non era nemmeno facile farlo, perché severe sanzioni in-
combevano su questi soccorritori. L’Italia, dove vigeva una brutale dittatura
e dove era stata introdotta una vergognosa legislazione razziale, si alleò,
dopo una breve esitazione, con la Germania nazista. Quando i tedeschi
raggiunsero con la soluzione finale il punto culminante del crimine, gli
italiani «arrancarono» a lungo e lentamente dietro a loro. Continuarono
ad attuare un’emarginazione sociale ed una «persecuzione blanda», se
paragonata a quella tedesca. I tedeschi non avevano confidato agli ita-
liani i loro propositi sullo sterminio degli ebrei. E perché mai non lo
avevano fatto? Forse erano consapevoli che gli italiani, perfino il loro bru-

65

tale dittatore, non intendevano mettere in atto a casa loro qualcosa di
simile.

Tuttavia il Duce fu disposto a consegnare gli ebrei croati, che si era-
no rifugiati nel territorio occupato dagli italiani, ai croati, dove li attendeva
lo sterminio. I suoi ufficiali e i suoi diplomatici la pensavano diversa-
mente. Non volevano in nessun modo rendersi colpevoli anch’essi di
questo crimine: si opposero all’ordine del loro capo, si opposero ai tede-
schi. L’Italia era un alleato della Germania con pari diritti, sebbene
sostanzialmente indebolito a causa delle sconfitte militari. Indubbia-
mente gli italiani avevano nel loro comportamento nei confronti degli
ebrei più libertà di quella che c’era nei territori soggetti. Dipendeva da
loro se utilizzare questa libertà in un senso positivo o negativo.

Io non trovo nella “nuova valutazione” dei salvatori italiani degli
ebrei nessun nuovo elemento che possa confutare i fatti indagati in pre-
cedenza. La “svolta” storiografica si concentra su questo: mettere in dubbio
i motivi umanitari dei “bravi italiani”, sottovalutare le loro azioni, mini-
mizzare e relativizzare. Con l’aiuto di alcuni esempi voglio confrontarmi
con queste affermazioni.

Il professor Moos afferma che: “innanzi tutto si pone la questione
della classificazione e della valutazione dei protagonisti di Steinberg. Es-
si non avevano da temere sanzioni, poiché il regime fascista, considerando
il suo ben presto prevedibile crollo militare, era interessato ad un com-
portamento «più umano» che lo differenziasse dai tedeschi”163.

Esaminando la situazione dei fronti di guerra, nel rilevante spazio
di tempo che va da metà giugno 1942 alla fine di dicembre 1942164, si
può notare che il 5 luglio la penisola di Crimea venne completamente
conquistata dall’alleato tedesco; quasi nello stesso giorno la fortezza di
Tobruk cadde nelle mani degli italiani e dei tedeschi, una grande vitto-
ria, anche per gli italiani. Il 21 luglio la Wehrmacht attraversò il Don
diretta a Stalingrado. Il 4-9 agosto la Wehrmacht penetrò profondamen-
te nel Caucaso. Il 23 agosto la Wehrmacht raggiunse la città di Stalingrado.

Estate 1942. L’VIII Armata italiana impiegata sul fronte orientale col-
se in questo periodo successi: difese una sezione di fronte di 270 km
contro continui attacchi dei sovietici; gli italiani combatterono valorosa-
mente e furono apprezzati e lodati da parte tedesca165. (La buona prova

163 C. Moos, Op. cit., p. 20.
164 Il 20 giugno 1942 gli italiani vennero a sapere della progettata deportazione degli
ebrei croati ad oriente e decisero di opporsi a questo crimine. Alla fine di ottobre 1942
Mussolini decise di internare i profughi ebrei croati e di rimandarne la consegna.

66

dell’esercito italiano durò fino alla fine del dicembre 1942; poi l’VIII Ar-
mata italiana venne annientata sotto l’impeto della grande offensiva
sovietica.). Nell’autunno 1942 cominciò la battaglia d’Egitto. Anche qui
gli italiani, al fianco dei tedeschi, combatterono con valore, specialmen-
te i bersaglieri. Rommel scrisse su una lavagna: “I soldati tedeschi hanno
impressionato il mondo, i bersaglieri italiani hanno impressionato i sol-
dati tedeschi”166. Solo successivamente si verificò il crollo del fronte
italo-tedesco. Nell’anno 1942 vennero affondate navi alleate per una
stazza lorda di oltre 8 milioni di tonnellate; fu l’anno che registrò il mag-
gior successo nella guerra dei sommergibili (U-Boote). Alla fine del 1941
gli americani avevano subito un duro colpo a Pearl Harbor.

In questo periodo dunque non si prevedeva affatto un crollo militare. Ciò
confuta l’affermazione che gli italiani volevano presentarsi come umani agli
Alleati per “interesse”. E ancora: nello stesso periodo gli italiani nell’ambito
della lotta ai partigiani cominciarono a commettere gravi crimini contro la
popolazione civile in Croazia. I rapporti con partigiani prigionieri e popo-
lazione civile vennero fissati nella “Circolare C3”167 indirizzata alle unità
italiane: i partigiani presi prigionieri devono essere fucilati, allo stesso mo-
do degli ostaggi tratti dalla popolazione sospetta; i civili che hanno aiutato
i partigiani devono essere internati in campi di concentramento, i loro vil-
laggi vanno bruciati168 e così via. Con questo modo di procedere i “protagonisti”
non manifestavano proprio alcun interesse a dimostrare un “comportamen-
to più umano, che li differenziasse dai tedeschi”.

I comandanti e diplomatici italiani volevano la vittoria e non la
sconfitta. Solo in seguito, allorché all’inizio del 1943 cambiarono le sor-
ti della guerra, ci furono nella élite italiana alcuni che dubitarono della
vittoria e perseguirono l’uscita dell’Italia dalla guerra. Il 25 luglio si con-
sumò, infine, la frattura tra il regime fascista e la Monarchia.

Carlo Moos scrive anche che il console portoghese a Bordeaux, Ari-
stides de Sousa Mendes, nell’estate 1940 “da solo salvò più uomini di

165 Thomas Schlemmer, Die Italiener an der Ostfront 1942/43. Dokumente zu Mussolinis
Krieg gegen die Sowjetunion, München 2005, R. Oldenbourg Verlag, pp. 53, 55, 59, 64, 65
(tr. it. Invasori non vittime. La campagna italiana di Russia 1941-1943, Roma-Bari 2009,
Laterza).
166 Al mio arrivo a Cirquenizza vidi su un muro un’orgogliosa scritta italiana: “L’esercito
tedesco ha sorpreso il mondo, l’esercito italiano ha sorpreso l’esercito tedesco”. A quel
tempo non potevo ancora collegare le due cose.
167 Scritta dal generale Ambrosio, ampliata e inasprita dal generale Roatta.
168 Osservai una volta dal nostro terrazzo a Vinodol un gruppo di soldati italiani che si
preparavano per una spedizione punitiva contro i partigiani. Avevano con sé dei lancia-
fiamme.

67

tutti gli ufficiali e diplomatici italiani tra il 1941 e il 1943 messi insieme
e pagò cara questa azione con la fine anticipata della sua carriera”169.

Trovo inadeguato il paragone tra il console portoghese a Bordeaux,
Aristides de Sousa Mendes, e i “protagonisti di Steinberg”. I fatti si veri-
ficarono in diversi scenari, in diversi periodi di tempo e sotto circostanze
completamente diverse. Ancora più importante: non avvenne una cosa al
posto dell’altra, ma una cosa si aggiunse all’altra. Il console aveva aiuta-
to ebrei (e anche non ebrei) a fuggire nei giorni del crollo della Francia
nell’estate 1940. Una parte di questi ebrei, se fossero rimasti, sarebbero
diventati più tardi vittime dell’Olocausto. Gli italiani invece salvarono al-
tri ebrei, quando l’Olocausto si trovava al suo punto culminante. Il console
si giocò effettivamente la carriera. Come anche lo svizzero Grenzler. Ci
furono anche altri, come Raul Wallenberg in Ungheria, che pagarono con
la vita (Wallenberg scomparve in Unione Sovietica). Anche il re bulgaro
Boris, sebbene ciò non sia provato in modo irrefutabile. E ancora molti
altri in diverse parti dell’Europa, per es. i pescatori in Danimarca. Anche
l’impiegata di polizia a Zagabria, che procurò i lasciapassare ai miei ge-
nitori e a me, con i quali potemmo salvarci. Ad ognuno di essi dobbiamo
esprimere il nostro ringraziamento. Peccato che non siano ancora più nu-
merosi. Confrontare il numero dei salvati nei diversi casi e poi addirittura
assegnare ai salvatori voti corrispondenti lo sento come una svalutazione
dei salvatori. In questo senso propugno il detto “talmudico”: “Ma chi salva
anche un solo uomo è come se avesse salvato l’intera umanità”.

Moos afferma: “Gli ufficiali, i diplomatici e gli impiegati italiani non
dovettero affatto opporsi attivamente alla disposizione di Mussolini (“nul-
la osta”) del 21 agosto 1942 sulla consegna degli ebrei nella loro zona in
Croazia; bastò che semplicemente non facessero nulla al modo burocra-
tico”170. Fu effettivamente così? Gli ufficiali e i diplomatici italiani non
fecero davvero nulla e i croati e i tedeschi aspettarono tranquillamente
e quando nulla accadde, rinunciarono alle loro prede e la faccenda si ri-
solse benevolmente?

Ci fu dell’altro: in quanto ho esposto in precedenza sono illustrate
tutte le fasi della salvezza di ebrei croati. I «congiurati» dovettero fare
molto per contrastare l’ininterrotta pressione dei tedeschi. Dovettero tro-
vare sempre nuove scuse per guadagnare tempo. In ciò furono aiutati
anche dagli «aiutanti passivi» come il ministro degli esteri e il coman-
dante supremo maresciallo Cavallero, che avrebbero potuto in ogni

169 C. Moos, Op. cit., p. 20.
170 Ibid., p. 21.

68

momento metter fine al «gioco» dei loro sottoposti; e poi non si sarebbe
potuto continuare con le dilazioni. Si dovette ripetutamente parlare col
Duce, per «prepararlo». Mussolini fu d’accordo con i funzionari del Mi-
nistero degli esteri di internare gli ebrei croati in campi invece di consegnarli.
Il 17 novembre il generale Roatta venne ricevuto dal Duce e sottolineò
le conseguenze negative di un’eventuale consegna. Dopo gli incontri di
Himmler e Ribbentrop con Mussolini la situazione divenne particolar-
mente critica. Mussolini aveva ripetutamente promesso la consegna, ma
il sottosegretario di Stato Bastianini e il generale Robotti, successore di
Roatta, riuscirono a fargli cambiare idea.

Ruth Nattermann si chiede già nel titolo della sua opera: “Principi
umanitari o calcolo politico?” e scrive: “Negli ultimi anni, sulla base di
nuove interpretazioni e dell’apertura di ulteriori fonti, gli storici hanno
messo in discussione la rappresentazione corrente di un’azione di sal-
vezza per motivi umanitari. Casi di omissioni di soccorso e di espulsioni
da Fiume e di atrocità degli occupatori italiani sulla popolazione slava
fanno sorgere dubbi sull’immagine del bravo italiano e della sua presun-
ta intrinseca umanità”171.

Le interpretazioni sono forse nuove, ma i casi menzionati di omis-
sioni di soccorso e di espulsioni da Fiume sono ben noti. Nel mio saggio
si parla in modo dettagliato anche dei lati oscuri del comportamento ita-
liano nei confronti degli ebrei e della popolazione slava. Tuttavia non si
può negare che gli italiani successivamente presero gli ebrei sotto protezio-
ne e salvarono migliaia di vite.

Che cosa intende la Natterman quando scrive che “la diplomazia e i
militari italiani non seguirono in generale la politica tedesca di persecuzio-
ne col fine ultimo dell’annientamento degli ebrei”172? Ci furono casi in cui
gli italiani presero parte attiva all’annientamento degli ebrei? Fino al crol-
lo del regime fascista, il 25 luglio 1943, nemmeno un ebreo venne “annientato”
in Italia. Gli italiani fecero perfino accettare ai tedeschi che ebrei, i quali
erano cittadini italiani e vivevano all’estero (anche in Germania), fossero
risparmiati dalle misure antiebraiche. Per non parlare del rifiuto di conse-
gnare ebrei stranieri che si trovavano sotto la sovranità italiana. Credo che
la parola “in generale” potrebbe tranquillamente essere cancellata.

“Il fatto che gli italiani non seguissero la politica di persecuzione de-
gli ebrei non [può venire] automaticamente valutato come prova di una

171 R. Nattermann, Op. cit., p. 320.
172 Ibidem.

69

sistematica opposizione contro il terribile modo di procedere degli allea-
ti tedeschi”173, sostiene ancora la Natterman. Ma dal momento in cui gli
italiani vennero a conoscenza dell’Olocausto, si sforzarono con tutti i
mezzi di salvare ebrei in Croazia, Grecia e Francia e ciò comportò nu-
merosi conflitti con i tedeschi ed anche col regime di Vichy. Che cosa
potevano fare ancora gli italiani, mi chiedo, per provare la loro sistemati-
ca opposizione all’Olocausto?

Scrive la Natterman: “come un Leitmotiv attraversa le pubblicazio-
ni dei sopravvissuti della Shoah, la contrapposizione di «teutonica
criminalità» e «umanità italiana», così anche l’Italia poté apparire come
vittima della violenza tedesca.”174 La contrapposizione è del tutto corret-
ta. Germania significava morte, Italia vita. Che cosa si intenda con “italiani
come vittime” non l’ho purtroppo capito.

Secondo la Nattermann, particolare forza dirompente assume la do-
manda: “umanità o calcolo politico?”. Che cosa bisogna intendere con
“calcolo politico”? In considerazione del crollo militare presto incom-
bente i protagonisti italiani avrebbero voluto accattivarsi le simpatie degli
Alleati con la loro esibita umanità. Ho già detto in precedenza come
stanno le cose col crollo imminente. Il dato di fatto che accanto agli al-
ti ufficiali e ai diplomatici ci siano stati anche molti altri che aiutarono
gli ebrei in altri modi, che protestarono contro un’eventuale consegna, o
dimostrarono loro compassione e simpatia senza potersi aspettare una
ricompensa, indica che la “teoria del calcolo” poggia su deboli basi. Vo-
glio qui menzionare alcuni esempi di aiuti disinteressati e di espressioni
spontanee di simpatia:

– Il carabiniere che dovette interrogarci a Cirquenizza e ci mise in-
vece «le risposte in bocca», per evitarci l’espulsione.

– I medici militari a Cirquenizza, che curavano senza compenso i
profughi ebrei, e curarono anche me.

– Le numerose spontanee proteste nell’esercito italiano contro
un’eventuale consegna degli ebrei ai croati, ma anche contro l’interna-
mento degli ebrei in campi italiani (v. supra pp. 37 sg.).

Negli esempi suddetti, e ce ne sono molti altri, si rispecchia lo sta-
to d’animo predominante. Molti italiani avevano sinceri sentimenti di
simpatia per gli ebrei sofferenti e che si trovavano in pericolo di vita.

Ancora la Natterman: “questa forma che prende il ricordo di molti
sopravvissuti fa sembrare lo stato di cose nel settore dominato dai fasci-

173 Ibidem.
174 Ibid., p. 324.

70

sti italiani addirittura positivo, se confrontato con l’estrema crudeltà del-
la persecuzione nazista contro gli ebrei […] questa forma a volte porta
così lontano da far sembrare la prassi italiana di internamento come re-
lativamente innocua ed anche da far sembrare in un certo senso un’oasi
il famigerato campo di Ferramonti in confronto ai campi dei tedeschi e
degli ustascia”175.

La Nattermann si contraddice: parla di estrema crudeltà della
persecuzione nazista e d’altra parte considera Ferramonti un campo
“famigerato”. In quale posto dovremmo collocare nella “gerarchia dei
campi di concentramento” il campo di Ferramonti confrontato con Au-
schwitz, Treblinka e altri campi? Nei campi tedeschi di sterminio
vennero uccisi più di un milione e mezzo di bambini, a Ferramonti
nacquero bambini.

Anche Knox nel già citato saggio su L’Italia fascista e la «soluzione
finale» 1942-1943 avalla la nuova valutazione delle azioni italiane per la
salvezza degli ebrei. In un allegato, apparentemente della Redazione del-
la rivista Vierteljahrshefte für Zeitgeschichte, si dice: “Non è soggetto ad
alcun dubbio che diplomatici e ufficiali italiani in Grecia, in Croazia e
nel sud della Francia occupate hanno protetto migliaia di ebrei dalla de-
portazione nei campi di sterminio tedeschi. Fortemente controversi
sono però i motivi che portarono a questo. MacGregor Knox, uno dei
migliori conoscitori della materia, fa qui chiarezza e mostra che il mito
dei ‘bravi italiani’ non può più a lungo essere mantenuto”.

Quest’ultima affermazione pone però un problema. Nel suo saggio
manca ogni prova di questa affermazione così importante. Con grande
precisione vengono descritti gli avvenimenti che riguardano la salvezza
degli ebrei croati nella parte della Croazia occupata dalle truppe italia-
ne, con pochi aspetti negativi in relazione al comportamento degli italiani
nei confronti degli ebrei.

Ci sono anche alcune inesattezze: così a p. 56 si afferma: “nel mag-
gio 1942 il Governatore della Dalmazia su ordine di Mussolini ha espulso
1.000 ebrei in Croazia, che andarono a finire nel campo della morte di
Jasenovac.” Non è esatto. Una parte degli ebrei, circa 270, venne effetti-
vamente espulsa dalla provincia di Dalmazia nella zona di occupazione
italiana e confinata a Dubrovnik nella seconda zona. (v. Fiume. Rivista di
studi adriatici, n. 27, 2013, p. 90). Questa zona si trovava dal settembre
1941 sotto amministrazione italiana e gli “espulsi” si unirono ai più di
2.000 profughi ebrei dalla Croazia, che godevano della protezione del-

175 Ibid., p. 325.

71

l’esercito italiano. Non è esatto neanche che gli ebrei nei campi di in-
ternamento aspettavano di essere consegnati ai croati. Dapprima il Duce
aveva disposto l’internamento per realizzare il “censimento”. Successi-
vamente il Duce aveva concesso a Roatta di non consegnare gli ebrei
fino alla primavera e “poi si vedrà …”. Nel febbraio 1943, quando Mus-
solini promise a Ribbentrop la consegna, la situazione ridiventò critica.
Ma anche questa volta il generale Robotti, successore di Roatta, e il se-
gretario di Stato Bastianini furono capaci di far cambiare idea a Mussolini
(v. supra pp. 40 sg.). Si legge poi: “Nella primavera 1943 i rapporti peg-
giorarono ulteriormente, quando la II Armata stipò gli ebrei croati in
un unico grande campo sull’isola di Rab, che si trovava in un comples-
so destinato a civili jugoslavi, che lì erano trattati con brutale disumanità”.
Da questa frase si potrebbe ricavare l’impressione che gli ebrei fossero
internati nello stesso campo con gli sloveni lì detenuti e fossero anche
abbandonati allo stesso trattamento brutale176. Era certamente il mede-
simo complesso, ma con ciò finisce ogni confronto tra il famigerato
accampamento per gli sloveni e il posto completamente separato in cui
vennero sistemati gli ebrei e dove nessuno venne maltrattato. È vero che
le condizioni di vita erano peggiori di quelle nei campi precedenti.

Non vorrei in nessun modo allargare la discussione sugli ebrei
croati sotto l’occupazione italiana a quella sulla situazione degli ebrei
in Italia. Mi limito alla conclusione dello storico serbo prof. Milan Ri-
stović : “Nonostante tutto agli ebrei italiani rimase uno spazio
incomparabilmente più ampio per una vita più o meno sopportabile in
confronto alla vita degli ebrei in altri Stati europei, i quali, uno dopo l’al-
tro, seguirono il modello tedesco”177.

Raccomandazione: lasciate che i bravi italiani restino bravi italiani!

(Traduzione dal tedesco di Claudia Stelli)

176 In tale errore sono incorsi diversi storici. Cfr., per esempio, Davide Rodogno, La re-
pressione nei territori occupati dall’Italia fascista tra il 1940 e il 1943, in Brunello Mantelli
(a cura di), L’Italia fascista potenza occupante: lo scacchiere balcanico (Qualestoria, n. 1,
2002, pp. 56 sg.). La diversità nelle condizioni di internamento tra civili sloveni ed ebrei
ad Arbe è invece chiaramente messa in luce da Menahmen Shelah. Cfr. M. Shelah, Un
debito di gratitudine … cit., pp. 151-158.
177 M. Ristović, U potrazi za utočištem. Jugoslavenski Jevreji u bekstvu od holokausta, 1941-
1945, Beograd 1998, Službeni List SRJ, p. 13.

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