Papa Francesco oggi 8 febbraio 2021 ha incontrato il Corpo Diplomatico

Papa Francesco: al Corpo diplomatico, “non bisogna avere paura delle riforme”

FacebookTwitterLinkedInWhatsAppEmailPrint 8 febbraio 2021 @ 11:16

pubblicazione su SPV da Agensir a cura di Carlo Mafera

(Foto Vatican Media/SIR)

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“Non bisogna avere paura delle riforme, anche se richiedono sacrifici e non di rado un cambiamento di mentalità”. E’ l’invito del Papa, che nel discorso al Corpo diplomatico ha fatto notare come ”ogni corpo vivo ha bisogno continuamente di riformarsi e in questa prospettiva si collocano pure le riforme che stanno interessando la Santa Sede e la Curia Romana”. “Purtroppo la crisi della politica e dei valori democratici si ripercuote anche a livello internazionale, con ricadute sull’intero sistema multilaterale e l’evidente conseguenza che Organizzazioni pensate per favorire la pace e lo sviluppo – sulla base del diritto e non della ‘legge del più forte’ – vedono compromessa la loro efficacia”, l’analisi geopolitica: “non si può tacere che nel corso degli ultimi anni il sistema multilaterale ha mostrato anche alcuni limiti”. “La pandemia è un’occasione da non sprecare per pensare e attuare riforme organiche, affinché le Organizzazioni internazionali ritrovino la loro vocazione essenziale a servire la famiglia umana per preservare la vita di ogni persona e la pace”, l’appello, unito alla constatazione che “uno dei segni della crisi della politica è proprio la reticenza che spesso si verifica ad intraprendere percorsi di riforma”. Tra i “segni incoraggianti”, il Santo Padre ha segnalato  “l’entrata in vigore, alcuni giorni fa, del Trattato per la Proibizione delle Armi Nucleari, come pure l’estensione per un ulteriore quinquennio del Nuovo Trattato sulla Riduzione delle Armi Strategiche (il cosiddetto New START) fra la Federazione Russa e gli Stati Uniti d’America”.

Sull’importanza della diplomazia vaticana negli scenari politici internazionali ecco un mio vecchio articolo sempre attuale :

La presenza della Santa Sede negli scenari internazionali : ovvero la Voce di chi non ha voce

In ricordo della lezione–conferenza dell’arcivescovo Justo Mullor presso l’Università della Santa Croce nell’aprile del 2009 – Dalla luminosa conferenza è emersa l’importanza di dare voce a chi non ha voce. La Santa Sede rappresenta spesso le istanze inascoltate dei paesi emergenti che poco peso hanno nello scenario internazionale. I piccoli, i deboli Stati del Sud spesso sono stritolati dalle logiche di potere dei paesi del Nord del mondo che per secoli li hanno affamati. Basti pensare al triste periodo storico del colonialismo. A parere di chi scrive : dare voce, consentire agli altri di parlare, è questo il compito profetico della Chiesa che lo esercita anche a livello nazionale tutelando le minoranze, per esempio quelle degli immigrati. E infine anche nel piccolo mondo familiare (perchè la pace si costruisce in famiglia), la Chiesa incoraggia il dialogo e l’accoglienza tra le persone, evitando esclusioni o chiusure preconcette dettate da logiche simbiotiche.

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L’arcivescovo Justo Mullor

“Cosa cercano gli Stati – quelli laici o confessionali, democratici oppure condizionati da diverse ideologia di sinistra o di destra – nei loro rapporti con la Santa Sede?” – si è ancora chiesto Mons. Mullor. Sarebbe interessante per un audace e prestigioso giornalista domandarlo ai partecipanti alle riunione annue del Romano Pontefice con gli Ambasciatori presso la Santa Sede. Personalmente, vi posso offrire una testimonianza. Nei miei incontri con Capi di Stato o di Governo, con Ministri di Affari esteri e con Ambasciatori, è affiorata tale domanda, alle volte in modo esplicito e spesso in modo meno esplicito. Le loro risposte mi hanno aiutato non poco nello svolgimento della mia missione diplomatica e, al tempo stesso, pastorale. Vi è un’eloquente gamma di risposte. Elencherò le più significative, anche se – per ovvi motivi – mantengo sulle medesime una prudente riserva professionale: molti dei miei interlocutori sono tuttora tra noi.” Ed ecco le varie testimonianze….

“Il primo Presidente di una Repubblica baltica, considerata per oltre mezzo secolo repubblica sovietica, e prima occupata dalle truppe di Hitler, mi disse: Il ristabilimento dei rapporti diplomatici con la Santa Sede costituisce per noi una garanzia di libertà. Prima si era dichiarato agnostico. Malgrado tutti i limiti degli uomini che possono rappresentare – aggiunse testualmente – in ultima analisi, tutti loro portano un’ondata di “aria evangelica”, e il Vangelo – anche per me, agnostico – rappresenta la massima rivoluzione della storia umana. Altre religioni insistono sulle idee, la tradizione o sulla forza; il cattolicesimo guarda all’uomo, al suo sviluppo e alle sue potenzialità di bene. La ricchezza dei santi, anche se si contano soltanto per alcune migliaia, è un invito alla perfezione anche umana. Da sempre, il cristianesimo non si è presentato come una religione intimista; il cristianesimo è anche sociale. Un’altra testimonianza: un presidente latinoamericano, anche lui dichiaratamente agnostico, mi confidò: la diplomazia della Santa Sede è una diplomazia antropologica e rappresenta un ideale anche umano: quello della fraternità universale. Mi sono sentito arricchito nei miei incontri con il Papa – che era Giovanni Paolo II – e con i suoi rappresentanti. Soltanto la Chiesa cattolica ha avuto il coraggio di indire un avvenimento di così grande portata, anche sociale e politico, come il Concilio Vaticano II. E ancora un’altra confidenza… Uno dei più prestigiosi Presidenti africani – che era stato membro di diversi governi presieduti dal Generale De Gaulle — mi fece questa sorprendente affermazione: “Privi eventualmente di rapporti diplomatici con la Sante Sede, i paesi del primo e del secondo mondo (eravamo ai tempi della “guerra fredda), possono essere guerci; senza l’aiuto della diplomazia pontificia, i paesi del terzo mondo possono diventare ciechi… Poi, mi spiegò — forse esagerando intenzionalmente – che soltanto nei contatti con la Santa Sede i paesi in via di sviluppo si sentivano pienamente membri della comunità internazionale; quasi tutti i grandi paesi li consideravano come riserva di materie prime…”

Da un Ministro europeo degli Affari Esteri ascoltai questa riflessione: Le altre diplomazie sono, fondamentalmente, ”diplomazie d’interessi nazionali o regionali”, che possono essere simili oppure contrarie ai nostri interessi nazionali commerciali, finanziari, culturali o militari. Anche esse sono una parte nella ricerca di un dialogo o di una convergenza. La vostra è anche una diplomazia d’interessi, ma di interessi spirituali ed umani. I passaggi dei Papi alle Nazioni Unite restano sempre dei punti fermi nella loro storia. Paolo VI e Giovanni Paolo II (Benedetto XVI era allora il Cardinale Ratzinger) vi hanno pronunciato parole indimenticabili: sono apparsi come “maestri di umanità” anche per i non cristiani.

Tra i colleghi Ambasciatori dei cinque continenti, ne menzionerò appena tre – ha proseguito l’arcivescovo Mullor – “Quella di un asiatico, di formazione scintoista, che mi confidò: la vostra diplomazia è atipica: non dipende tanto come altre diplomazie dalle idee esposte nel Principe di Nicolò Machiavelli. Anche quando i vostri diplomatici cercano di essere machiavellici in certe occasioni per ragioni di prudenza o di metodo, la vostra prima sorgente ideologica e pratica resta sempre il Vangelo e il Vangelo non è facilmente manipolabile. Oltre al bene della Chiesa cattolica, pensate anche al bene di ogni credente e di ogni uomo.

Quella di un russo, incontrato in due paesi diversi, uno europeo e l’altro latinoamericano, con il quale diventai pure amico. Essendo egli stato membro della diplomazia sovietica prima di quella della Russia democratica, un giorno mi disse apertamente: Ora, che anche in Russia siamo diventati democratici e che non siamo ideologicamente manipolati, constato quanto era primitiva la domanda di Stalin “quante divisioni possiede il Vaticano?” L’ex-seminarista ortodosso aveva dimenticato che le idee – e quelle evangeliche in particolare – sono più potenti che tutti gli armamenti insieme… Mai dimenticherò il compiaciuto sorriso di sua moglie, donna di grande formazione intellettuale e profonda credente ortodossa, nell’ascoltare questo pensiero di suo marito.

E ancora Mullor ha ricordato un’altra confidenza…. “quella di un amico ebreo, membro di una diplomazia occidentale, che considero particolarmente significativa. La vostra – mi disse con un sorriso intelligente e complice — è in fondo la diplomazia dei Dieci Comandamenti… Io dovetti aggiungere: Dei Dieci Comandamenti, di tutti i Profeti d’Israele e dei Quattro Vangeli!”

“Gli apprezzamenti che precedono – e tanti altri che potrebbero essere aggiunti – mostrano che la nostra diplomazia, oltre che etica, anzi ispirata alla morale ebreo-cristiana, è anche antropologica – ha più volte affermato l’emerito presidente della Pontificia Accademia – Se mi permettete, dirò pure che la nostra diplomazia funge da coscienza internazionale. Specie nel fornire in anni recenti un complemento formativo e informativo ai futuri diplomatici della Santa Sede – che ho preferito chiamare semplicemente futuri servitori petrini – molte volte mi sono domandato se la nostra diplomazia non è un mistero: una “realtà mondana ed ecclesiale” – nel senso di utile al mondo ed anche la missione della Chiesa – permessa dalla Provvidenza in vista dei tempi globali e complessi che stiamo ora vivendo.”

Altrimenti, non è agevole spiegare la complessità dei fenomeni storici, alle volte contraddittori, che hanno condotto alla nascita della diplomazia e, in particolare, della diplomazia pontificia. Durante il Concilio Vaticano II, da diverse parti, si levarono voci interrogandosi sull’utilità della nostra diplomazia e sulla possibilità di sostituirla o di riformarla. Sulla necessità di riformarla, molti sono stati d’accordo a cominciare da Paolo VI e da Giovanni Paolo II, che hanno dato impulsi importanti in tal senso: la pubblicazione del Motu proprio Sollecitudo Omnium Ecclesiarum (24.1.1969) e il Nuovo Codice di Diritto Canonico del 1983 (canoni 362-367). Nessuno ha osato pensare a sostituirla. Non si tratta di un diritto della Chiesa cattolica; si tratta di un diritto personale del Successore di San Pietro, che presiede nella carità la Chiesa cattolica. Come sopra riferito il Vangelo e la storia lo confermano. A dimostrare l’idea del fondamento evangelico del mistero petrino come forza dalla quale scaturisce la diplomazia pontificia, l’arcivescovo Justo Mullor ha dato un’ulteriore testimonianza dicendo… “Mai dimenticherò l’inizio della mia esperienza a Ginevra, come Osservatore Permanente della Santa Sede. Dovendo prendere la parola in quella seduta, ero alquanto sorpreso dell’ambiente che regnava nella sala in cui si svolgeva la sessione dei Diritti dell’Uomo: praticamente pochi seguivano gli interventi dei successivi oratori, molti di loro Ministri degli Affari Esteri o Ambasciatori di paesi ben noti. Si faceva silenzio soltanto quando presero la parola i rappresentanti degli Stati Uniti e della Russia. Eravamo all’epoca della guerra fredda. Pensavo che anche io avrei avuto pochi ascoltatori: la mia persona era praticamente sconosciuta… ed ero appena un Osservatore, e non un membro delle Nazioni Unite. La mia sorpresa fu grande nel constatare che anche quando io parlai si fece silenzio. In ultima analisi, non parlava il sottoscritto: parlava l’inviato del Papa… L’esperienza mi aiutò a capire meglio la mia missione e a cercare di migliorarla.”

Per quanto riguarda il rapporto con i mass-media, l’arcivescovo ha affermato – “Molti di voi, che ben sapete quanto di positivo e di negativo i mass-media veicolano sulla Chiesa e sulla sua azione nel mondo, forse avete constatato eventualmente questa realtà. Benché i mass-media esagerino alle volte nel riferire sul Papa e sui Vescovi, sulla Curia Romana, le Chiese particolari e gli Ordini religiosi, esiste una realtà profonda ampiamente consolidata da una storia di oltre venti secoli – ha concluso l’arcivescovo Justo Mullor. “La realtà della Chiesa, la sua complessa storia e l’informazione odierna sulla medesima non esprimono mai la visione che abbiamo di essa. Al di sopra di tutti i suoi elementi visibili e constatabili, come mostrano la lettera e lo spirito della Costituzione dogmatica Lumen Gentium, la Chiesa supera la Chiesa. Sulla strada di Damasco, la voce ascoltata da Saulo e dai suoi compagni veicolava questa sconvolgente domanda: Saulo, Saulo perché mi perseguiti? E alla domanda di Saulo, rispose in questi termini: lo sono Gesù, che tu perseguiti! Il grande mistero della Chiesa è tutto qui: noi cristiani possiamo essere buoni o cattivi, cadere e restare a terra mentre cerchiamo di seguire Cristo oppure alzarci sollecitamente o con indolenza. Cristo ha voluto legare alla fedeltà o all’abulia dei cristiani la crescita della sua parola e del suo esempio. Anche le istituzioni ecclesiali e gli uomini chiamati ad esserne sostegno possono sbagliare e perfino tradire: chiarire questa misteriosa realtà era lo scopo di Giovanni Paolo II quando chiese coraggiosamente perdono per i peccati degli uomini di Chiesa. Ma a questa Chiesa, fatta da uomini e donne peccatori ma con personale capacità di cambiare vita, come fece Saulo arrivando a Damasco, è affidata la missione di diffondere la Parola e la vita di Cristo in tutto il mondo. La diplomazia pontificia è uno degli strumenti ecclesiali che servono a mostrare il mistero di Cristo nel mondo internazionale anche laddove il mistero di Cristo è poco conosciuto. Proprio perché la Chiesa visibile supera sempre la Chiesa profonda descritta dalla Lumen gentium, nel concludere questa lezione vi invito a tenere presente questa realtà quando informate i destinatari dei vostri giornali e delle vostre emittenti di radio o televisione sugli avvenimenti ecclesiali. Mai mi sono scandalizzato di leggere o di ascoltare commenti sui difetti, errori o peccati degli uomini di Chiesa, che siamo tutti i battezzati e non soltanto i sacerdoti di diverso rango. Se corretta e oggettiva, come è spesso il caso, la vostra azione informativa può incoraggiare al pentimento e alla conversione. Tutti – anche voi nel vostro lavoro professionale — potete essere canali della grazia de Dio.”

“Mi rattristo invece quando costato che tali difetti, errori o peccati sono attribuiti alla Chiesa stessa o quando la Chiesa viene direttamente attaccata, non per ignoranza, sempre perdonabile, ma in modo cosciente e diretto. Lungo la bimillenaria storia della Chiesa, la figuradel Saulo persecutore è alle volte riapparsa con differenti sfumature.

Non tutti si sono tuttavia convertiti. Anche questo è parte del mistero della Chiesa. La conquista del bene e la vittoria sul male passa sempre dalle nostre coscienze personali. In campo internazionale, sul quale ho avuto il piacere di aiutarvi a riflettere alcuni istanti, avviene anche lo stesso: la diplomazia pontificia funge spesso da coscienza chiarificatrice. La maggioranza degli uomini di buona volontà ascoltano la voce di questa coscienza. Altri – per fortuna meno numerosi – preferiscono coltivare dubbi o silenzi più o meno pesanti. Alcuni – una minoranza – coltivano persecuzioni transitorie che offrono alla Chiesa la possibilità di esprimere la propria fedeltà al suo Dio e Signore. Anche nel Vecchio Testamento non sempre i profeti furono da tutti capiti. Ma, malgrado tutto, il messaggio è sempre riuscito ad essere trasmesso. La parola di Cristo è chiara e portatrice di speranza: La Verità vi renderà liberi. In fondo, questo è il messaggio che cerca di portare al mondo la nostra diplomazia.” Alla fine i presenti hanno sottolineato con un lungo applauso l’intervento del presidente emerito della Pontificia Accademia Justo Mullor, ringraziandolo per la interessantissima lezione.

Carlo Mafera

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