Una mostra alla Galleria Borghese di 10 anni fa dove Cranach dimostrò la vicinanza tra cattolici e protestanti

Cranach alla Galleria Borghese: l’altro Rinascimento e l’altra confessione cristiana

di Carlo Mafera
 Due mondi a confronto, due Rinascimenti che si misurano da vicino, da una parte quello dei nostri pittori “classici”, da Lorenzo Lotto a Giovanni Bellini, da Caravaggio a Raffaello, e dall’altra quello dell’artista tedesco Lucas Cranach (1472-1553), le cui opere per la prima volta vengono esposte in Italia (fino al 13 febbraio). Il quadro più rappresentativo è “Venere e Amore che reca il favo di miele”, che è il punto di partenza della mostra: da quella figura longilinea appoggiata a un tronco d’albero che raffigura una Venere sui generis potrebbe cominciare l’analisi dell’arte del pittore tedesco. La sua vena pittorica si caratterizza per le sue donne seminude (Cranach fu considerato il pittore cinquecentesco del nudo femminile per eccellenza). Tali figure muliebri sono inserite in contesti sacri e profani e sono inconfondibili: allungate, longilinee, prive di struttura ossea e anche un po’ conturbanti. E non solo le donne. Basti osservare la Vergine col Bambino messa a confronto con quella del Bellini, o il San Girolamo di Cranach posto a fianco dell’opera omonima di Lorenzo Lotto. L’atmosfera da incubo contrasta con la luminosità dei nostri pittori. L’artista tedesco con il suo stile rielabora le parabole e i miti: la sua Lucrezia, esempio di forza etica e morale, forse ripresa dallo stesso soggetto di Jacopo Palma, è priva del pathos tipico delle versioni di Dürer e Tiziano.
Ma il quadro che mi ha colpito maggiormente per la tematica religiosa è stato “Il centurione sotto la croce”. In tale dipinto viene raffigurata e messa in risalto l’importanza della fede per la salvezza eterna. Viene sviluppata la tematica protestante della giustificazione per la sola fede, che, per il credo protestante, é un atto individuale. Nel dipinto, sul cavallo impennato il centurione, elegante nell’armatura e col solito bizzarro cappello piumato sul capo, indica col dito Gesù, mentre la scritta in latino “sola fide” ribadisce l’importanza del rapporto diretto. La rappresentazione é essenziale, minimalista, moderna. Non c’é indugio sul paesaggio, solo tre croci ed il cavaliere. Quale grande differenza con la resurrezione del 1503, in cui il dramma della passione si manifesta nell’intera iconografia dal corruccio delle nuvole alla forte tensione dei corpi irrigiditi nell’ultimo spasmo!

Da tale dipinto si evince che a poco a poco Cranach abbandonò gradualmente l’esempio italiano, riprendendo pose e forme tipiche del tardo Medioevo germanico. L’incontro con Lutero cambiò per sempre l’orizzonte spirituale di Cranach, spingendolo a rivedere pesantemente i propri criteri figurativi. Dal 1520 la bottega del pittore cominciò infatti a produrre un numero impressionante di schizzi e incisioni lignee destinate alla lotta contro il malcostume morale della Chiesa romana: alternando scene bibliche con feroci caricature della corte pontificia, questa collezione rappresentò un’importante veicolo di diffusione per le idee protestanti, allargando la rivolta religiosa in ogni angolo dell’Europa centrale. Anche se non tutte le opere furono firmate da Cranach, molti di esse presentano i tratti tipici del suo stile precedente, fatto di naturalismo anatomico ed uso sapiente del chiaroscuro.

Il quadro che rappresenta il Centurione sotto la croce mi ha fatto scaturire tante riflessioni. E cioè il processo di unificazione delle due confessioni religiose, quella anglicana e quella cattolica che potrebbero avere come logo, proprio questo quadro di Cranach che in qualche modo potrebbe risultare profetico nell’ aver suggellato l’importanza della giustificazione per la sola Fede.

Se, infatti, facciamo un passo indietro dal punto di vista dottrinale scopriamo che per “giustificazione” s’intende la comprensione del rapporto che esiste fra essere umano e Dio. Una dottrina riguardante quest’argomento viene sviluppata per la prima volta in modo sistematico dall’apostolo Paolo. Nella lettera ai Romani (in special modo 3, 21–31) ed in quella ai Galati (2, 15 – 3, 29) l’apostolo afferma che l’essere umano non può essere visto da Dio come “persona giusta” (giustificata) a causa delle opere compiute. Il ragionamento può essere esemplificato nel modo seguente: chi non osserva i comandamenti divini è, in ogni caso, “non giustificato”. Ma il compiere le opere della legge porta all’insuperbirsi dell’essere umano, che ora chiede la “giustificazione” come contropartita delle sue opere. In quest’atteggiamento egli ricade nuovamente nel peccato e quindi non è giusto agli occhi di Dio. Per ovviare a questa situazione, Dio stesso ha inviato Gesù che, tramite il suo sacrificio, ha scontato il peccato di tutti gli esseri umani. Solo la fede nell’azione di Cristo porta alla giustificazione (essere giusto al cospetto di Dio). L’amore di Dio per il credente è la fonte dell’amore umano da cui scaturiscono le opere buone. Le opere sono una conseguenza della fede, ma di per sé non hanno alcun valore ai fini della giustificazione (e quindi della salvezza eterna).
Dopo che nella chiesa medioevale, l’annuncio della giustificazione per fede presentato da Paolo, era stato per lo più dimenticato o inserito nel sistema ecclesiastico della dispensazione della grazia, Lutero e i suoi collaboratori hanno reso proprio questo annuncio il punto cardinale della riscoperto del messaggio della grazia, facendone “l’articolo stantis et cadentis ecclesiae”. Il Concilio di Trento (1545–1563) ha in parte riformulato e precisato la dottrina della chiesa di Roma su questo tema, ma condannò comunque le dottrine “luterane”. I luterani, a loro volta, condannarono le dottrine cattoliche presentate dal Concilio. Le conseguenze furono un indurimento delle posizioni delle due parti.

Stando proprio a contemplare quel quadro mi è venuta in mente la Dichiarazione Congiunta sulla dottrina della giustificazione del 1999 che si basa sulla rilettura comune dei passi biblici che riguardano questa dottrina e consta di un consenso nelle verità di fede fondamentali. Su questa base le condanne espresse nel XVI secolo vengono ritenute sorpassate e non toccano la dottrina della giustificazione così come è espressa nel documento comune. Questo non significa che tutte le differenze siano state risolte, ma che – almeno in determinate cose – il consenso è stato raggiunto.
La Dichiarazione è una pietra miliare del dialogo ecumenico – senza ottenere tuttavia il pieno consenso da parte di centinaia di teologi protestanti tedeschi che espressero le loro riserve a riguardo. Essa è stata siglata ad Augusta in Germania, dove nel 1530 venne presentata la più famosa confessione di fede della Riforma. La Dichiarazione è un documento teologico che – non senza dissonanze – segnò la fine delle reciproche condanne dottrinali in materia. Nel 2006 anche l’Assemblea mondiale delle chiese metodiste riunita a Seoul in Corea del Sud, decise di sottoscriverlo.
Ora che è stato beatificato il cardinale Newman, forse questo processo di unificazione avrà un ulteriore impulso? Ai posteri l’ardua sentenza

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