NAZISTI IN FUGA DOPO LA SECONDA GUERRA MONDIALE

Le storie romanzate. Gli studi effettivi. I riscontri.

Prof. Pier Luigi Guiducci
(edizione marzo 2020)
Il 1945 fu l’anno che segnò il crollo del III° Reich. Dall’Est, l’esercito russo, dopo aver distrutto e superato le resistenze tedesche, puntò su Berlino (16 aprile) che conquistò (2 maggio) e saccheggiò (i soldati USA arrivarono poche settimane dopo). In tale periodo, accanto alle vicende militari, si verificò un altissimo numero di violenze di ogni genere che colpì la popolazione civile, specie le donne. Sugli eccidi commessi si stese un velo di silenzio. Tacquero i vinti per non rendere noti gli stupri subìti e le tragedie che avevano colpito migliaia di persone. Tacquero i vincitori che divulgarono solo un continuo messaggio ‘di liberazione’ (USA, GB), di ‘grande guerra patriottica’ (Russia), e che utilizzarono la cortina di ferro (dal 1945) per non far trapelare vicende segnate in più casi da azioni repressive disumane. In tale contesto, i drammi si estesero. I francesi eliminarono quanti furono ritenuti collaborazionisti con processi sommari (comportamento duramente condannato anche dal generale De Gaulle). Medesimo metodo fu usato nella Jugoslavia di Tito. Sulle violenze alle popolazioni non furono estranei neanche i soldati USA. Gli orrori post-bellici proseguirono con massacri, eliminazione di avversari, maltrattamenti dei prigionieri militari contrari alla convenzione di Ginevra, omicidi commessi anche in Italia.

L’emergere di due situazioni
È stato necessario accennare a queste coordinate storiche. La loro conoscenza fa comprendere meglio due situazioni che si verificarono prima della fine dei combattimenti, e in seguito. 1] Un primo fatto riguardò uno spostamento di almeno dodici milioni di profughi in direzione di aree territoriali considerate meno pericolose. 2] Una seconda vicenda fu legata alla fuga dei nazisti, dei loro alleati, e dei collaborazionisti, attraverso un articolato numero di iniziative, con il supporto di ex-camerati e comunque di individui anti-comunisti, sensibili all’idea della ‘grande Germania’ (Großdeutschland).

1) I milioni di profughi
Già prima della fine del secondo conflitto mondiale, e in tempi successivi, l’Europa fu segnata da un movimento di milioni di profughi che cercarono in ogni modo di fuggire da territori che erano stati luoghi di bombardamenti (es. Dresda), di battaglie sanguinose, di rastrellamenti, di eccidi di massa, di rappresaglie su vasta scala, di nuove occupazioni militari, di internamenti. Diversi storici, per più motivi, non hanno voluto focalizzare troppo il dramma dei profughi. Piuttosto, si è preferito ricondurre l’attenzione dei lettori sui responsabili delle strategie belliche (Rommel, Montgomery, Patton, Žukov, Konev et al.), sulle battaglie più significative (specie Kursk, Oder-Neiße, Berlino), sui contatti ufficiosi tra ‘nemici’ per arrivare a una cessazione dei combattimenti (Operazione Sunrise), sugli atti di resa incondizionata (Reims, Berlino), e – in ultimo – sul nuovo disegno geo-politico (che incluse una ‘guerra fredda’ tra Est ed Ovest, e lo strutturarsi di una ‘cortina di ferro’). Tutto ciò ha un’oggettiva rilevanza. Necessita, però, di essere completato da una serie di dati riguardanti i profughi. Milioni di persone, infatti, dovettero abbandonare in condizioni tragiche le zone ove risiedevano. Si trattava di una folla eterogenea che proveniva:
-dagli ex-territori della Germania trasferiti alla Polonia ed all’Unione Sovietica dopo la guerra (tra questi il Brandeburgo orientale, la Prussia orientale, la Pomerania e la Slesia). Si trattò di circa sette milioni di profughi;
-dalla Cecoslovacchia, ricostituita nei confini della Cecoslovacchia pre-bellica, che includeva le zone occupate dalla Wehrmacht dopo l’Accordo di Monaco (1938); si trattò di circa tre milioni di profughi);
-dalle aree polacche annesse (o occupate) alla Germania nazista durante la guerra; -dalla Ungheria, dalla Romania, dalla Jugoslavia settentrionale (in prevalenza dalla regione della Vojvodina), e da altri Stati dell’Europa centrale ed orientale.


Profughi tedeschi. 1945

Alcune caratteristiche
In questi spostamenti non mancarono i militari , ma fu presente anche un altissimo numero di civili. Si trattava di neonati, bambini, adolescenti, vedove, anziani, malati, disabili, sofferenti a livello mentale, donne che avevano subìto violenze. Erano profughi rimasti senza casa, apolidi in più casi, privi di reti di assistenza. Chiedevano aiuto (cibo, acqua, qualche indumento), la possibilità di dormire in qualche luogo riparato (in genere per terra), di poter usufruire di servizi igienici, di farmaci. Si rivolgevano a curie vescovili, parrocchie, conventi, associazioni cattoliche. Tale scelta era motivata. In Germania, parte del mondo evangelico-protestante aveva sostenuto il regime hitleriano. Quindi i profughi badavano a non farsi passare per evangelici, né per sostenitori del regime crollato, e nemmeno per atei (per non essere associati ai sovietici). A questo punto non restava loro che rivolgersi agli organismi cattolici. Tale flusso di persone tentò in più modi di spingersi verso territori considerati meno a rischio. Considerando le difficoltà a raggiungere la Spagna (rimasta neutrale negli anni del conflitto), o i Paesi Baltici (con aree poco abitate), si preferì in più casi raggiungere l’Italia. In questo Paese, specie da Genova e da Napoli, si effettuavano anche gli imbarchi che consentivano di attraversare l’Atlantico e di stabilirsi in altri Paesi.

2) La fuga dei nazisti
Al contrario di quanto scritto da alcuni autori, non è stato dimostrato l’esistere di un’unica rete di protezione dei nazisti in fuga verso l’America Latina o in direzione di altre terre (Regno Unito, Canada, Siria, Egitto …). Tali individui erano in genere in possesso di valuta estera, di oggetti preziosi. Si muovevano con relativa facilità. Avevano la possibilità di contare su conoscenze ed alleanze realizzate già prima della guerra, e negli stessi anni del conflitto (rif. ‘Asse Roma-Berlino-Tokyo’). Conoscevano in più casi: diverse località italiane, alcuni luoghi ove ricevere protezione (alberghi, pensioni, case private, masi), i nomi degli informatori filonazisti, i centri di spionaggio , il personale amministrativo dei Comuni. Potevano far affidamento anche sui collaborazionisti della Südtirol Ordnungsdienst (S.O.D.). Non si dimentichi che questa organizzazione poté utilizzare fino a 17mila effettivi. Per questo insieme di motivi esistevano già dei canali da utilizzare. Ogni fuggitivo poté coinvolgere (con pagamenti elevati) anche gente senza scrupoli (specie per l’attraversamento dei confini, per il superamento di posti di blocco, per l’uso di alloggi provvisori, per acquisire permessi). I nazisti si mossero con documenti falsi, soli o con la propria famiglia (comunque in piccoli gruppi), indossando abiti diversi, mischiandosi tra i profughi in fila nei locali della Croce Rossa o di altri centri assistenziali, o in attesa di imbarco verso Paesi esteri. Si presentavano in genere come cittadini tedeschi o austriaci in fuga dalle violenze dell’Armata Rossa. Furono inoltre favoriti dalle semplificazioni degli iter amministrativi (es. Croce Rossa) e dal fatto che l’amministrazione italiana, impegnata nella ricostruzione post-bellica, desiderava di fatto ‘liberarsi’ al più presto dei profughi.

Alcuni dati spuri
Nel 1972 uno scrittore britannico, Frederick Forsyth (nato nel 1938) , per un suo romanzo ideò il titolo: ‘Operazione Odessa’. L’acronimo stava a significare: Organisation Der Ehemaligen SS-Angehörigen (ODESSA, Organizzazione degli ex-membri delle SS). La tesi di questo autore era semplice: la fuga dei nazisti si realizzò grazie a un unico centro operativo . Tale organismo fu in grado – secondo Forsyth – di controllare molteplici filiali clandestine. Il libro cit. riscosse successo. Conteneva infatti mistero, suspense, delitti, azioni compiute alle spalle delle forze dell’ordine e dei militari, volti anonimi, individui dai trascorsi terribili. A questo punto un regista, Ronald Neame (1911-2010), pensò di utilizzare il cit. romanzo per realizzare un film (1974). Nel frattempo, molti articolisti utilizzarono come prova dell’esistenza di ODESSA un documento che, una volta analizzato, rivelò delle evidenti lacune. Il testo era stato scritto da un agente francese del 12° Bureau (ritenuto ‘affidabile’ dai comandanti alleati). L’informativa trattava di una riunione ‘segretissima’. Si era svolta a Strasbourg (nella Francia orientale) il 10 agosto del 1944 presso l’Hotel Rotes Haus. Vi avevano partecipato industriali e rappresentanti di ministeri. Il confronto doveva servire a pianificare trasferimenti finanziari all’estero e a dislocare industrie tedesche in più Paesi. Le verifiche effettuate dagli studiosi hanno dimostrato, però, che diversi passaggi del documento non convincono. Si annotano al riguardo alcuni esempi.
In un passaggio del report dell’agente segreto viene riferito quanto segue: “(…) D’ora in poi anche l’industria tedesca deve rendersi conto che la guerra non può essere vinta e che deve prendere misure in preparazione per una campagna pubblicitaria del dopoguerra”. Aggiungasi ancora un altro passo: “(…) Ora il partito nazista sta dietro gli industriali e li esorta a salvare se stessi cosi da ottenere fondi fuori della Germania e allo stesso tempo per far avanzare i piani del partito per il suo funzionamento nel dopoguerra”. Tali annotazioni sembrerebbero evidenziare un totale avallo del partito nazista il cui Führer era Adolf Hitler (1889-1945). Ma proprio quest’ultimo aveva, al contrario, emanato direttive intransigenti per sostenere la guerra fino all’ultimo, senza minimamente considerare la possibilità di seguire altre strategie.
C’è, ancora, un altro fatto da non dimenticare. Proprio nel periodo in cui si sarebbe svolta la riunione cit., erano in corso centinaia di arresti legati all’attentato contro Hitler avvenuto il 20 luglio 1944. E proprio il 23 luglio del 1944 il generale Walter Schellenberg aveva arrestato l’ammiraglio Wilhelm Canaris (capo del servizio segreto militare tedesco) per alto tradimento. Martin Bormann (segretario di Hitler), poi, non aveva mai lasciato il Führer (che urlava contro i ‘disfattisti’ e i ‘fuggitivi’), né aveva impartito direttive a propri fiduciari riguardo a Strasbourg.
In tale contesto, diversi studiosi (tra i quali chi scrive) hanno sostenuto in più sedi la necessità di svolgere delle ricerche sulle fughe dei nazisti cominciando da periodi precedenti lo stesso conflitto mondiale. Tale orientamento si è dimostrato valido. Ad esempio, è stato trovato un report del Dipartimento del Tesoro americano che contiene un dato chiave. Nel 1946, con capitale tedesco, risultavano già fondate all’estero ben 750 società finanziarie e industriali. Erano distribuite in prevalenza tra Spagna, Portogallo, Turchia, Argentina e Svizzera. Ricostruendo la storia di queste società (con vicende che precedono il 1939) si è arrivati alla conclusione che molti progetti (comunità tedesche all’estero, investimenti economici in più Paesi, flusso di cittadini del III° Reich in direzione dell’America Meridionale) avevano anticipato lo stesso conflitto mondiale costruendo canali stabili tra la Germania e altre nazioni.

Accoglienza e utilizzo di nazisti
A questo punto, può essere utile inserire un altro tassello al mosaico che si va componendo. Gli storici hanno dimostrato che non ci furono solo fughe di nazisti (e loro sostenitori). Si attuarono anche programmi di accoglienza, protezione e utilizzo di esponenti dell’Asse da parte degli Alleati. Sul piano della strategia politico-militare si trattò di un radicale cambiamento. Perché avvenne questo? Per più motivi. Berlino, prima e durante la guerra, aveva utilizzato grandi industrie. Queste fornirono apporti consistenti. La ditta Krupp, ad esempio, si distinse per la produzione di acciaio, e per le fabbriche di munizioni e armi. L’IG Farben fu l’azienda chimica tedesca che divenne tristemente nota per aver creato nei suoi laboratori il Zyklon B, la sostanza mortale utilizzata nelle camere a gas dei campi di sterminio. La Siemens Electric Company fu la principale azienda a sfruttare gli internati del lager di Ravensbrück. Sempre la Siemens fu in prima linea per quanto riguarda il c.d. ‘programma di arianizzazione’ (espropriazione delle imprese ebraiche sul suolo tedesco).
In tale contesto, gli scienziati del III Reich erano anche riusciti a sviluppare in tempi brevi delle ricerche avanzate in più settori militari: l’aviazione (es. Messerschmitt Me 262), la missilistica (es. V1, V2), i carri armati (es. Panzer VIII Maus), i sommergibili (es. U-Boot tipo XXI), i sistemi di crittografia (macchina ‘Enigma’, la cifratrice ‘Lorenz’). Tutto ciò interessava gli Alleati. Il motivo era preciso: nell’immediato dopoguerra, cominciarono a verificarsi radicali fratture politiche tra l’Europa dell’Est e quella dell’Ovest. Si arrivò a una ‘Guerra Fredda’ (durata 44 anni). Segni eclatanti di tale contrapposizione divennero: la ‘cortina di ferro’ e il ‘muro di Berlino’. Per l’Occidente, le criticità da affrontare inclusero anche i Paesi divenuti ‘satelliti’ dell’URSS. Nel contesto delineato, l’impiego di nazisti da parte degli USA e di altri Paesi fu ritenuto indispensabile per contrastare Mosca e i suoi alleati. I membri del III° Reich, infatti, rimanevano degli accesi anti-comunisti. Alcuni di loro, inoltre, conoscevano molto bene il territorio russo e l’ubicazione di centri strategici. Anche i sovietici vollero utilizzare la tecnologia nazista. Per questo motivo si attivò l’Operazione Osavakim. Tale iniziativa venne approvata con l’ordine n. 1017-419 del Consiglio dei Ministri dell’URSS il 13 maggio del 1946. L’NKVD dette incarico al generale Ivan Aleksandrovič Serov (1905-1990), allora responsabile dell’amministrazione militare sovietica in Germania, di organizzare il trasferimento di circa 2mila specialisti tedeschi alla fine del 1946, unitamente agli uffici di progettazione.

Il lavoro degli storici
Con il trascorrere del tempo, gli storici (specie dopo il 2000) hanno potuto accedere a più archivi chiusi da tempo, e studiare carte significative. Tale cambiamento, comunque, non ha presentato identiche modalità in tutti gli Stati. Alcuni centri hanno presentato problemi: es. Mosca (e altre città russe), Belgrado, Damasco … In altri, la consultazione è avvenuta, ma esistono fascicoli che rimangono secretati: es. Regno Unito, Germania, Svizzera, Austria, Israele, USA, Argentina, Cile, Bolivia, Paraguay. Solo nel 2016 si è arrivati a studiare i diari del gerarca nazista Heinrich Himmler (archivi del ministero della Difesa russo a Podolsk, vicino Mosca). Malgrado ciò, alcuni processi – promossi per questioni legate a risarcimenti economici e alla restituzione di beni ebraici – hanno avuto il merito di gettare luce su vicende che erano rimaste occultate per un lungo periodo di tempo.
La Svizzera, ad esempio, ha dovuto accettare di promuovere ricerche , di firmare intese per verifiche indipendenti. Sono state rese pubbliche liste di correntisti bancari depositate in Istituti di credito. Beni preziosi (es. opere d’arte) custoditi nei caveau hanno rivisto la luce. Sul piano politico, i responsabili dell’esecutivo hanno dovuto ammettere che la linea seguita negli anni bellici non sempre fu solidale con i perseguitati. Una parte di ebrei in fuga venne respinta alle frontiere. Queste persone trovarono poi la morte nei lager di sterminio in Polonia. Gli Stati Uniti hanno reso pubblici molti documenti, ma il procedimento non ha comunque riguardato atti che a tutt’oggi si ritengono ‘sensibili’. Anche in tale vicenda si è reso necessario un intervento legislativo, o comunque quello di un’autorità federale. I media americani hanno molto sostenuto il processo di desecretazione.

Una volta aperti gli armadi …
Aperti gli armadi, sono usciti gli scheletri. Si è venuti a conoscenza del fatto che gli anglo-americani protessero individui che si chiamavano Nikolaus Barbie detto Klaus (il c.d. ‘boia di Lione’), Karl Friedrich Otto Wolff (capo delle SS in Italia), et al.. Su molti altri criminali (di più Paesi) aiutati a fuggire, gli storici continuano a non possedere una documentazione completa. Comunque, è attestato il fatto che almeno mille nazisti (con le loro famiglie) trovarono protezione in territorio USA (Operazione Overcast, meglio nota come Paperclip). Lavorarono per l’esercito americano ricevendo vitto, alloggio, stipendio. Furono impiegati in più ambiti operativi, specie nel settore militare e civile della missilistica (es. l’ingegnere Wernher von Braun ) e in altri servizi. Gli archivi USA hanno fornito, inoltre, ulteriori evidenze che si era sempre voluto celare. Il nuovo servizio segreto della Germania Ovest venne organizzato utilizzando anche membri del III Reich. Fino al 1968, a livello apicale, si utilizzò il generale Reinhard Gehlen (1902-1979), già comandante dei servizi segreti nazisti sul fronte sovietico. Questi, con il tacito assenso statunitense, utilizzò diversi ufficiali delle SS. Tra questi si può ricordare il maggiore delle SS Erich Deppner. Fu responsabile della deportazione di 100mila ebrei dall’Olanda. Nel 1964 venne accusato del tribunale di Monaco per l’omicidio dei prigionieri di guerra russi, ma fu assolto, anche in appello. Altri nazisti coinvolti furono: Werner Krassowski, capitano delle SS-Totenkopf nei lager polacchi; Konrad Fiebig, comandante del Einsatzkommando 9 che aveva massacrato 11mila ebrei a Vitebsk et al..

Il documento con la lista dei 12mila nazisti e relativi conti correnti

Raduno nazista in Argentina nel 1938

Unitamente a ciò, nei report (memorandum) conservati negli archivi USA è stato riscontrato un elevato numero di errori , approssimazioni, opinioni personali comunicate come informative sicure, dispacci modificati più volte nel tempo et al.. Tutto ciò assume rilevanza per lo storico. Consiglia prudenza quando si devono annotare valutazioni e conclusioni.

Altre situazioni
Il Giappone commise dei crimini gravissimi in materia di esperimenti con agenti batteriologici. Utilizzò cavie umane. Si trattò di migliaia di prigionieri cinesi (donne e bambini inclusi), ma anche di mongoli, coreani, russi e alcuni inglesi e americani catturati). Eppure, i responsabili di tali progetti non furono dichiarati criminali di guerra, ad esempio il medico Shirō Ishii (1892-1959). Non vennero processati. Arrivarono perfino a ricoprire ruoli prestigiosi nel proprio Paese. Tale fatto si poté realizzare perché i militari USA si fecero consegnare l’intera documentazione sulle armi batteriologiche offrendo in cambio l’immunità penale.
L’Argentina ha dovuto riconoscere l’interazione con il III Reich (precedente il 1939), specie dopo la direttiva del presidente Nestor Kirchner (1950-2010) di aprire gli archivi ai ricercatori. Malgrado questo input iniziale, molti documenti del tempo non sono stati divulgati. Altri sono ufficialmente irreperibili. In alcuni archivi gli storici hanno ricevuto una fredda accoglienza. In particolare, si è cercato di non rendere noti i dati relativi al periodo pre-bellico e all’azione svolta dal presidente Juan Domingo Perón (1895-1974) e dai suoi collaboratori. A tutt’oggi rimangono inevasi molti interrogativi. La stessa vicenda collegata al criminale di guerra olandese Abraham Kipp ne rimane una prova. Membro delle Waffen-SS. e dei servizi di sicurezza, fu condannato a morte in contumacia. Si rifugiò in Argentina. Ne venne chiesta l’estradizione. Il governo argentino non la concesse.
Nel 2020 i media hanno comunicato il ritrovamento in Argentina di una lista di nazisti (considerata distrutta da tempo) arrivati in Sud America negli anni ’30 del XX sec. (circa 12mila). I soggetti indicati nell’elenco, oltre a operare a Buenos Aires e in altre zone del Paese, avevano depositato molti beni economici (sottratti quasi sicuramente a ebrei perseguitati) presso la banca Schweizerische Kreditanstalt, divenuta poi Credit Suisse. I conti bancari includevano tra i titolari Compagnie tedesche quali la Ig Farben (rif. gas Zyklon-B) ed Enti finanziari (es. il Banco Alemán Transatlántico, il Banco Germánico de América del Sur). Si è quindi arrivati a identificare una precisa manovra: dalla Germania i nazisti (dietro coperture: es. l’Unión Alemana de Gremios, l’Unione Tedesca dei Sindacati) importavano denaro a Buenos Aires e poi aprivano conti in Svizzera.
Questi riferimenti si possono ampliare ulteriormente ricordando l’azione di copertura svolta dalla stessa Spagna (es. protezione di Léon Degrelle , Otto Skorzeny et al.). In questa nazione fu molto attiva la Sociedad Financiera Industrial (SOFINDUS). Si trattò di un insieme di imprese commerciali con capitale tedesco. Durante la II guerra mondiale controllò le relazioni economiche esistenti tra la Spagna e la Germania, e fornì all’esercito tedesco materie prime spagnole e minerali strategici per l’industria bellica nazista. Il presidente della SOFINDUS fu Johannes Bernhardt (1897-1980). Veterano del partito nazista, incontrò pure il Führer a Bayreuth (Germania) negli anni Trenta. Alla fine del conflitto, gli Alleati presentarono a Madrid una lista di 104 nazisti ricercati, presenti in Spagna. Tra questi era indicato anche Bernhardt, Il governo iberico, però, protesse la gran parte degli accusati. Accettò solo di consegnare il francese Pierre Laval (ebbe un ruolo di primo piano nel governo collaborazionista di Vichy), e pochi altri individui.
Altri Paesi accoglieranno nazisti in fuga. Si pensi, ad esempio, al Cile (protezione del medico nazista Paul Schäfer , fondatore della comune agricola di immigrati tedeschi Colonia ‘Dignidad’, poi ‘Villa Baviera’ ), e ad alcuni Stati del Medio Oriente (es. Siria, rif. criminale di guerra austriaco Alois Brunner ), specie quelli ove al loro interno era accentuato un movimento avverso all’insediamento ebraico in Palestina e alla presenza del protettorato inglese.
In Germania il cancelliere tedesco Konrad Adenauer (1876-1967) si mostrò contrario ai processi interni di denazificazione. Volle garantire l’amnistia a un significativo gruppo di persone implicate anche nella Shoah. La denazificazione, a quell’epoca, era osteggiata da un numero non debole della popolazione tedesca e, con la nascita della Germania Ovest (1949) il politico cit. considerò una priorità farla terminare. In accordo con alcuni partiti tedeschi stabilì una serie di leggi di amnistia per invertire il processo di denazificazione. Nominò capo del suo staff Hans Globke (1898-1973) , un ufficiale nazista che aveva commentato le leggi razziste di Norimberga, e fece pressioni per il rilascio di soggetti accusati di gravi reati avvenuti in tempo di guerra. Al 31 gennaio del 1951 l’amnistia copriva oltre 792.176 persone. Tra queste, erano inclusi individui con una pena di sei mesi, 35mila soggetti con una sentenza di oltre un anno tra cui più di 3mila funzionari della SA, delle SS e del partito nazista che avevano partecipato alla detenzione delle vittime nelle carceri e nei lager; 20mila altri nazisti incriminati per “crimini contro la vita” (presumibilmente omicidi), 30mila per aver causato ferite corporali, e 5.200 che commisero “crimini e misfatti d’ufficio”. Nel 1958 solo una piccola parte degli imputati di Norimberga erano ancora in prigione.

Le accuse contro la Chiesa cattolica
Nel contesto delineato, mentre gli studiosi, in un arco temporale non breve, tentavano di ricostruire i tracciati delle fughe dei nazisti (valutando anche i resoconti dei testimoni del tempo), aumentarono di tono delle voci accusatorie nei confronti della Chiesa cattolica. La tesi principale, comune a più autori (Uki Goñi, Mark Aarons, John Loftus, Gitta Sereny et al.), puntava il dito su un disegno protezionista. Il progetto, mirato a coprire i nazisti (e loro alleati), e a guidarli verso rifugi sicuri, era stato sostenuto – si diceva – anche dalle più alte autorità vaticane. In determinati testi, i rilievi – ampiamente diffusi dai media – mostrarono toni aggressivi, polemici, mentre rimaneva un punto debole: non sempre si distingueva tra opinione (soggettive convinzioni) e dato storico (oggettivi riscontri). Davanti a tale realtà, che in taluni scritti ha assunto un carattere generalizzato, senza distinguere tra situazione e situazione, chi scrive ha inteso dedicare anni per poter rintracciare e studiare incartamenti e documenti di merito, per ricostruire percorsi di fughe, per individuare possibili reti di copertura, per seguire canali finanziari e investimenti esteri. Grazie a un numero significativo di referenti scientifici, presenti in più località (da Gerusalemme a Buenos Aires, da Bolzano a Madrid, da Genova a Berlino) sono stati catalogati gli scritti romanzati, ed evidenziati, al contrario, i dati storici di fonte archivistica. Tutte le evidenze sono state da me pubblicate nel volume Oltre la leggenda nera. Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti (Ugo Mursia Editore, Milano, pp. 423). Per tale motivo, può essere utile riportarle in sintesi qui di seguito.

Le evidenze emerse dagli studi più recenti
1] I percorsi scelti dai nazisti (e loro alleati). I fuggitivi utilizzarono più itinerari. Seguirono la via nordica, quella svizzera, l’itinerario iberico e il percorso italiano. In tale ambito, gli studi realizzati con molta fatica in Austria e nel Sud Tirolo (ove fu accentuato un processo di germanizzazione) hanno consentito di ricostruire, malgrado le resistenze incontrate, i reali itinerari di fuga. In questi iter fu possibile per i nazisti trovare riparo in ambienti ove erano presenti connazionali o comunque soggetti legati al mondo tedesco. Nel volume Oltre la leggenda nera è stato possibile pubblicare una mappa di tali luoghi, aggiungendo anche un elenco di uffici comunali che rilasciarono documenti falsi. In particolare, il paesino di Termeno (appartenente fino al 1948 alla provincia di Trento) fu sede dal 1933 del Völkischer Kampfring Südtirols (VKS, letteralmente, in tedesco, ‘Circolo combattente popolare del Tirolo meridionale’ o anche ‘Fronte patriottico sudtirolese’). Il VKS fu attivo con diverse sezioni nel territorio sudtirolese: Bressanone, Merano, Val Venosta, Vipiteno, Val Pusteria, Bassa Atesina e Oltradige. In tale contesto molti impiegati e funzionari comunali aderenti al movimento (risparmiati dalle fasi di epurazione) si attivarono per fornire ai nazisti in fuga documenti di identità falsi (specie a Termeno) e altro materiale utile. È interessante sottolineare anche un fatto: tra le foto esaminate da chi scrive, grazie all’aiuto di un collezionista, c’è un’immagine che risale ai primi mesi successivi alla resa senza condizioni del III° Reich. Nell’istantanea si vedono truppe naziste (armate) che sfilano a Bolzano in piena tranquillità. In tale contesto, occorre poi ricordare che nel periodo successivo al secondo conflitto mondiale si cercò di nascondere in ogni modo il ruolo dei collaborazionisti. Gli stessi nomi di alberghi e di locande furono mutati.
2] Carte del vescovo austriaco Aloys Karl Hudal (1885-1963). L’Archivio romano contenente i documenti di questo prelato è attualmente aperto al pubblico (presso il Pontificio Istituto di Santa Maria dell’Anima). Altre carte si trovano in più Paesi, e in documentazioni ebraiche (chi scrive li ha individuati presso l’Archivio dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane). Studiando queste carte è stato possibile riscontrare delle evidenze. È emerso, ad esempio, che il presule si scontrò con l’ideologo del nazismo Alfred Rosenberg (1936), condannò l’estremismo nazista (incluso il razzismo), riprovò i culti ariani (paganesimo), difese gli internati a motivo delle condizioni riprovevoli dei campi, si preoccupò anche di bambini ebrei, nascose ebrei nel proprio istituto, partecipò al tentativo di fermare il rastrellamento degli ebrei romani avvenuto il 16 ottobre 1943, presupposto necessario per passare a una fase di trattative.


3] Le lettere del sacerdote croato don Karl Petranović. Leggendo alcune sue lettere, conservate nell’Archivio della Curia genovese, si rimane colpiti dal fatto che questo sacerdote non era assolutamente vicino al cardinale Giuseppe Siri (1906-1989), ma addirittura era in contrasto con lui per non aver ricevuto dei permessi a delle richieste inoltrate. Siri sostenne le opere caritative già iniziate dal suo predecessore (il cardinale gesuita Pietro Boetto), ma si mostrò avverso al nazionalsocialismo e condannò tutto quanto era fonte di violenza e di morte.
4] Le complicità. Il volume Oltre la leggenda nera affronta pure una criticità: la rete di complicità che ostacolò (quando non riuscì a bloccare) le iniziative volte a catturare i criminali nazisti fuggiti all’estero (e i loro alleati). Queste ‘alleanze’ segrete furono diverse. Articolate. Una delle più gravi riguardò l’INTERPOL. Tale organismo di cooperazione tra le Polizie di più Paesi e di contrasto del crimine internazionale, fu diretto tra il 1938 e il 1945, dopo l’annessione dell’Austria da parte del Terzo Reich, da quattro diversi ufficiali delle SS naziste (Otto Steinhäusl, Reinhard Heydrich, Arthur Nebe e Ernst Kaltenbrunner). Anche nell’immediato dopoguerra dirigenti apicali avevano alle spalle un passato filo-tedesco. Ciò spiega le resistenze che si verificarono nei procedimenti mirati a catturare criminali di guerra. Delle complicità succitate beneficiarono ad esempio:
-Gustav Wagner (nato nel 1911), vice comandante del campo di sterminio di Sobibór (morì a San Paolo, Brasile, nel 1980);
-Josef Mengele (nato nel 1911), medico, attuò nel lager di Auschwitz molti esperimenti usando come cavie gli internati (deceduto a Bertioga, Brasile, nel 1979);
-Walther Rauff (nato nel 1906), responsabile dell’uso di furgoni e camere mobili a gas usate per uccidere con il gas di scarico, attivo nella persecuzione degli ebrei in Francia e in Africa settentrionale (morì a Santiago del Cile nel 1984).
In definitiva, fino al 1980, l’INTERPOL non è intervenuta nel perseguimento dei nazisti dichiarati criminali di guerra. Il motivo ufficiale era che l’art. 3 della Carta istitutiva dell’Organismo vietava di intervenire nelle questioni ‘politiche’. E questo, malgrado si sapesse ove si trovavano i nazisti ricercati.
5] Comitato Internazionale della Croce Rossa. Questo organismo è stato accusato da ricercatori ebrei di aver rilasciato passaporti per l’espatrio a soggetti di cui era nota l’identità nazista. Su questo punto i dirigenti dell’Organismo umanitario hanno dovuto accettare un confronto. E hanno resi noti alcuni dati fino ad acconsentire all’apertura dei propri archivi (2007). Alcuni aspetti storici rimangono comunque poco chiariti. Rappresentanti della CICR ebbero la possibilità di visitare campi di concentramento, di acquisire informative da parte di perseguitati (che non resero pubbliche). Inoltre, in alcune riunioni a Ginevra (1942) venne deciso di non condannare apertamente gli orrori avvenuti nelle aree controllate dal III Reich, specie quelli legati alle persecuzioni ebraiche. Alcuni responsabili apicali mostrarono, una certa ‘vicinanza’ al mondo hitleriano (rif. a missive intercorse). Lo stesso Carl Jacob Burckhardt (1891-1974; divenuto poi presidente del CICR nel 1945) manifestò comportamenti dettati da un orientamento: la sua avversione per il comunismo lo spinse anche a considerare il nazionalsocialismo come un male minore. Non si deve inoltre dimenticare che la Croce Rossa tedesca venne inserita da Berlino tra gli organismi pubblici nazisti, e che gli aiuti vaticani per la Polonia invasa dalla Wehrmacht furono deviati dalla stessa CR a favore dell’esercito hitleriano. Solo in tempi recenti i rappresentanti del CICR hanno ammesso delle oggettive responsabilità, anche con riferimento a passaporti rilasciati senza controlli preventivi.

L’Austria
6] L’Austria. Chi scrive ha pure ricordato in Oltre la leggenda nera alcuni Paesi, o talune aree geografiche, al cui interno il nazismo trovò un forte sostegno, e continuò a ricevere aiuti anche dopo la fine del conflitto. Un’indicazione riguarda l’Austria. A differenza di altre nazioni, questo Paese non ha voluto riesaminare la propria storia negli anni bellici e non sono state mai rilasciate dichiarazioni in grado di evidenziare almeno una presa di distanza. Ex nazisti divennero segretari generali dell’ONU e presidenti della Repubblica (Kurt Josef Waldheim ). Ed anche nella pubblica amministrazione non vi furono mutamenti sensibili dopo la fine dei combattimenti (mancò una reale de-nazificazione). Leopold Wagner , già capo della Hitlerjugend in Carinzia, potrà diventare governatore del Land. E nel primo governo monocolore socialdemocratico di Bruno Kreisky (1911-1990) verranno coinvolti quattro ministri ex nazisti. Si trattava di: Otto Rösch (Ministro degli Interni), Josef Moser (Ministro dei Lavori), Erwin Frühbauer (Ministro dei Trasporti), Hans Öllinger (Ministro dell’Agricoltura; era stato Untersturmführer delle SS). Per ‘ragioni di salute’ Öllinger si dimise quando si cominciò a far riferimento alla sua militanza nel III Reich. Kreisky lo sostituì con Oskar Weihs, un altro ex nazista, numero di tessera dello NSDAP 1089867. Simon Wiesenthal (1908-2005; noto ‘cacciatore di nazisti’) contestò pubblicamente Kreisky per le sue scelte. Quest’ultimo reagì accusandolo (falsamente) di essere stato un collaborazionista.

La figura di Pio XII
7] La figura di Pio XII. Il Pontefice, a differenza di altre autorità apicali del tempo, volle richiamare con fermezza i leader politici ad assumere delle decisioni che, per i più diversi motivi, si stavano protraendo a danno di migliaia di persone. Un altissimo numero di soggetti, infatti, continuava ad essere internato. Nei campi controllati da militari o dalla polizia, i decessi avevano assunto dimensioni allarmanti (queste morti costituirono poi materia di polemica tra la Francia e gli USA). E mentre in tanti continuavano a non conoscere il proprio destino, proseguivano dei confronti accesi. La Jugoslavia reclamava quanti erano fuggiti dal Paese (ma erano note le esecuzioni sommarie dei partigiani). La Russia voleva indietro tutti quei cittadini che avevano abbandonato le terre adesso occupate dalle sue truppe (ma si conosceva l’esistenza dei metodi repressivi adoperati e l’uso dei Gulag). In Germania rimaneva particolarmente evidente il braccio di ferro tra due zone controllate dalle Potenze vincitrici. In Italia nessuno voleva i profughi e si cercava ogni strada buona per mandarli via in fretta, senza troppe formalità (anche per le urgenze connesse a una difficile ricostruzione del Paese). Gli stessi processi ai criminali di guerra avevano dimostrato debolezze. Irregolarità. A Norimberga (1945-1946), chi accettò di presentarsi come teste a favore dei russi ottenne la protezione di Mosca. In altri casi, molti nazisti non vennero neanche processati perché divenuti nel frattempo collaboratori delle Forze Alleate. Determinate liste di criminali non ricevettero adeguata attenzione perché gli equilibri politici si erano ribaltati, perché esistevano verità scomode (che potevano ‘saltar fuori’ da eventuali processi), perché furono approvate amnistie …
Tutto ciò motiva le sollecitazioni di Pio XII sui governi del tempo a trovare soluzioni a più contenziosi: per far tornare a casa i soldati prigionieri (si ricorda che gli italiani bloccati nei campi russi arrivarono in patria per ultimi), per liberare i civili internati, per riunire i nuclei familiari divisi dal conflitto. Nel contesto delineato, il Pontefice fu comunque esplicito su alcuni punti. 1. Si doveva garantire nell’immediato un’assistenza a profughi, prigionieri, internati, sfollati, reduci (centinaia di volontari risposero all’appello). 2. La Chiesa condannava i processi privi di garanzie per gli imputati, le violenze sui vinti, e le esecuzioni sommarie. 3. I criminali di guerra dovevano essere restituiti ai loro Paesi di origine.

Le fake news
8] La leggenda nera nazista. I processi disinformativi sulle fughe dei nazisti non costituirono un fatto sorto in modo improvviso, occasionale. Derivarono da leggende nere. Una di queste proveniva dai nazisti. Fin dall’invasione della Polonia, venne diffusa la voce secondo la quale Pio XII aveva abbandonato la popolazione a sé stessa. Si voleva in tal modo distruggere il morale dei cattolici. E allontanarli da una fedeltà al Pontefice. Il messaggio manipolato si dimostrò poi spurio attraverso le carte vaticane, i dispacci delle spie naziste, e le testimonianze di chi cercò di raggiungere – per conto della Santa Sede – le diocesi dei Paesi occupati. Si constatò, così, che i nazisti erano informati sulle iniziative umanitarie di Pio XII, specie su quelle mirate a proteggere i perseguitati (ebrei in particolare). La disinformazione, però, non si fermò qui. Quando la sicurezza del regime cominciò a incrinarsi, la propaganda del III° Reich diffuse messaggi che insistevano su un sostegno ‘totale’ delle confessioni religiose allo Stato hitleriano. In tempi successivi, anche questa notizia fu smentita dai dati riguardanti le condanne di cattolici e i provvedimenti adottati contro la Chiesa. Alla fine, si giunse a una terza disinformazione. Riguardò una ‘indiscussa’ vicinanza del Pontefice alle truppe tedesche che avevano combattuto contro il demone comunista. Per questo loro impegno dovevano essere salvate (quindi: fatte fuggire) dalla furia bolscevica, dai procedimenti attivati da Paesi vincitori (URSS). Pure questa comunicazione, alla luce delle ricerche archivistiche, si è rivelata un dato spurio. Pio XII era certamente vicino a tutti coloro che avevano subìto i drammi del conflitto mondiale, ma aveva – contemporaneamente – condannato la dottrina del nazionalsocialismo e quindi le decisioni di quanti l’avevano imposta.
9] La leggenda nera comunista. Altre fake news ebbero come fonte l’area sovietica. Pio XII si era mostrato in modo esplicito un anti-comunista. Tale linea (che proseguiva quella dei suoi predecessori) provocò delle gravi criticità con Mosca e con i centri politici vicini a quest’ultima. Per questo motivo, si ritenne necessario organizzare una campagna di disinformazione per rovinare sul piano morale la figura del Pontefice. Entrarono così in azione degli autori che costruirono delle tesi accusatorie: Pio XII era rimasto ‘in silenzio’ davanti ai drammi del suo tempo (la Shoah in particolare), era stato ‘vicino’ al III° Reich, aveva ‘sostenuto le fughe’ dei nazisti (con l’aiuto dei collaboratori più vicini). La durezza delle affermazioni provocò polemiche e accesi dibattiti, ma fu solo il lavoro degli storici (Gumpel, Molinari, Riccardi, Guiducci, Hesemann, von Teuffenbach, Napolitano, et al.) a dimostrare la debolezza delle tesi avverse a Papa Pacelli.
Attraverso la pubblicazione: di quanto l’intelligence nazista aveva trasmesso a Berlino, dei messaggi decrittati dagli Alleati, delle carte vaticane, delle testimonianze di cattolici e di ebrei (non ultime quelle ritrovate dopo l’apertura dell’Archivio Segreto Vaticano inerente il periodo pacelliano), delle dichiarazioni di ex-esponenti della Wehrmacht, delle SS, e di organismi politici dell’Europa dell’Est, è stato possibile dimostrare l’esistenza di una manovra segreta che doveva infangare la memoria di Pio XII. Quest’ultimo, durante gli anni dell’ultimo conflitto mondiale, non rimase passivo, timoroso, in silenzio. Parlò ai più stretti collaboratori, agli operatori umanitari, a chi operava in modo nascosto a favore dei perseguitati, ai responsabili delle Chiese locali, al corpo diplomatico, ai responsabili dei pubblici poteri, ai militari, e alla gente che ascoltava i suoi interventi e che leggeva i documenti del magistero. Dai messaggi delle spie di Berlino si ricava un dato inequivocabile: i gerarchi nazisti consideravano Papa Pacelli un nemico con cui regolare i conti alla fine della guerra.

La rete di assistenza vaticana
10] La rete di assistenza vaticana. Tale sistema espresse l’opera umanitaria della Santa Sede. Non venne organizzata per aiutare qualcuno e per allontanare altri. Fu promossa con l’aiuto anche di volontari (tra questi diverse religiose). Si sviluppò con il supporto delle Chiese locali (che aiutarono anche sul piano economico). A questa rete si rivolse un numero altissimo di persone (cf documentazione vaticana e quella delle diocesi). Questa gente proveniva dalle realtà più diverse. Si arrivò a un numero di istanze talmente elevato che la Commissione Pontificia di Assistenza ai Profughi (istituita da Pio XII il 18 aprile del 1944), dovette aumentare il personale. Fu anche necessario istituire più comitati suddivisi per aree linguistiche, dislocati in sedi diverse. A sostegno di tale programma umanitario vennero promossi diversi Centri territoriali per fornire molteplici aiuti, specie di natura alimentare. Alle Autorità Alleate, e a quelle italiane, si chiesero i necessari permessi di accesso nei campi di internamento (che richiedevano controlli) per consegnare beni di prima necessità, e per garantire un’assistenza spirituale.


Messa celebrata in un campo profughi. Ucraina. 1945

11] Ruolo del personale di assistenza. Dalla documentazione a tutt’oggi conservata, che si può esaminare (gli archivi sono diversi), si evince che detto personale non sconfinò in competenze spettanti alle ambasciate, ai consolati, alle Forze Alleate, alla polizia italiana, alle procure militari, ai Comitati per l’emigrazione, alla Croce Rossa. Le persone vennero aiutate seguendo un criterio di sostegno verso chi versava in condizioni precarie e incerte. Non vennero svolte approfondite indagini sulle reali identità personali perché tale opera di accertamento rimaneva un dovere istituzionale delle Forze dell’ordine.
12] I silenzi sulle opere di soccorso. I riferimenti alle opere di soccorso promosse dal Papa (a livello centrale), e sviluppate in ambiti territoriali grazie alle Chiese locali, sono stati accantonati per decenni (anche dai media). In tal modo oggi rimane scarsa l’informazione. Eppure, esistono vicende ampiamente documentate che attestano interventi umanitari realizzati in modo generoso e rapido. Ad esempio, chi scrive ha ritrovato in Francia (archivio del cardinale Eugène Tisserant) l’incartamento relativo ai tentativi messi in atto per ordine di Pio XII per allontanare dall’Italia i soldati del nord Africa autori di turpi azioni (le c.d. ‘marocchinate’). Ed esistono pure degli eroismi che non possono essere lasciati all’oblio. Si pensi al parroco del frusinate che venne seviziato e ucciso per aver difeso delle donne che stavano subendo violenza , e a quei sacerdoti che furono uccisi (qualcuno dopo tortura) per aver protetto ebrei. Solo in tempi recenti sono stati scritti alcuni articoli, in occasione di cause di beatificazione e della proclamazione di diversi ‘Giusti tra le nazioni’.

Qualche nota di sintesi
Dalle ricerche che ho potuto realizzare in un arco temporale prolungato emergono delle evidenze. Quest’ultime, rimodulano coordinate storiche e risultanze. Riportano inoltre alla luce delle figure rimaste finora nell’ombra. Partendo da una serie di input (i contatti del III Reich con più Paesi , i prolungati silenzi su civili e militari che facilitarono fughe di nazisti, le difficoltà a desecretare documenti custoditi in archivi statali …) si è arrivati a focalizzare due dati che costituiscono delle chiavi di lettura. Si riportano qui di seguito.
1] La via c.d. ‘dei topi’ (rat line) fu seguita, in modo furtivo, dai nazisti (e loro alleati e collaborazionisti). Non ebbe una regìa centralizzata. Seguì i percorsi più diversi. Si attuò in periodi differenti (anche nel 1949-1950). Poté realizzarsi grazie a una rete di supporto che fu composta in prevalenza da connazionali , da soggetti vicini al mondo tedesco e croato , da gente pagata, dagli stessi Alleati, da governi interessati a usufruire di manodopera da utilizzare in più aree lavorative.
2] La via c.d. ‘dei conventi’ fu un itinerario percorso alla luce del sole da un impressionante numero di profughi (esistono molte immagini al riguardo). Si trattava di persone di ogni età, malati, disabili, soggetti affetti da gravi turbe psichiche a causa delle sevizie subìte, donne incinte, pazienti terminali. Tali soggetti ebbero necessità di un’assistenza a più livelli: farmaci, vestiario, cibo e cure ai bambini terrorizzati dall’esperienza dei bombardamenti. Erano in più casi privi di documenti. I religiosi aprirono le loro ‘foresterie’, misero a disposizione le farmacie, utilizzarono vasti locali per gruppi numerosi, facilitarono il collegamento tra i profughi e i centri di assistenza territoriali, non attivarono riconoscimenti ufficiali ma accettarono le dichiarazioni verbali rese dai profughi. Sulle attività caritative svolte da conventi, istituti religiosi, comunità ecclesiali, seminari, centri ecumenici, curie vescovili, parrocchie, gli studiosi non hanno quasi mai sviluppato ricerche.

Alcune constatazioni
In tale contesto, sulla base delle più recenti indagini, e alla luce di documenti individuati solo in tempi ravvicinati (lettere, diari, memorie di guerra, biografie, interviste rilasciate da ex-nazisti, testi di accordi politici segreti, resoconti di forze partigiane) sembra possibile annotare alcune constatazioni qui di seguito indicate.
1] I nazisti (loro alleati, e collaborazionisti) usufruirono soprattutto della solidarietà tra connazionali ma anche delle conoscenze con persone fedeli alla Repubblica Sociale Italiana. Tale dinamica riguardò tedeschi, austriaci, croati, ungheresi et al. … Il disegno di fuga ebbe il fine di sfuggire a giustizie sommarie già in atto in Russia, Jugoslavia, Francia e Italia. Su questi connazionali (o sui soggetti vicini al mondo tedesco) i dati acquisiti, con qualche eccezione, continuano ad essere parziali.
2] Non fu necessario organizzare dei canali di fuga perché questi già esistevano. Infatti, già prima della II guerra mondiale erano state attivate dai tedeschi molteplici iniziative a favore del III Reich (es. in Argentina). Tali programmi proseguirono durante il conflitto (in ambito finanziario, a livello di consegna di materie prime utili all’esercito, in area intelligence), e si prolungarono anche dopo la resa della Wehrmacht (rafforzamento di comunità tedesche già presenti in più Paesi).
3] Le autorità alleate si resero responsabili di un sostegno/copertura a favore di un significativo numero di nazisti (e loro alleati) per logiche legate alle nuove politiche internazionali e ad esigenze militari durante la “Guerra fredda”. Per questo motivo, diversi membri del III Reich furono sostenuti nelle fasi di imbarco a Genova.
4] Negli anni del dopoguerra si sviluppò anche un movimento di profughi composto in gran parte da civili (migliaia di militari rimasero internati per periodi non brevi). Tale realtà segnò una criticità difficile da affrontare in un Paese, come l’Italia, devastato dai bombardamenti e da una lotta civile, e segnato anche da un alto numero di invalidi, orfani, sfollati e reduci.


Tedeschi espulsi nella Germania nord-occidentale nel 1948

 

5] Le autorità italiane dimostrarono un vivo interesse a far allontanare al più presto i profughi dal territorio italiano. Questo spiega perché si semplificarono le procedure, e si affievolirono i controlli sulle reali identità delle persone.
6] Molti procedimenti amministrativi furono facilitati al massimo per ‘chiudere’ la questione profughi. Chiunque poteva garantire l’identità di una data persona (e questo si verificò in molteplici casi). Gli stessi passaporti rilasciati dalla Croce Rossa furono consegnati in tempi molto ravvicinati.
7] La Chiesa cattolica, attraverso i suoi responsabili di vertice e di base, intervenne: per accogliere e assistere i profughi, per offrire aiuti agli internati, per coinvolgere personale qualificato in ambito medico e infermieristico, per garantire un canale informativo. Essa agì anche presso i governi del tempo per sbloccare delle situazioni di impasse (dovute a criticità nelle intese politiche internazionali) riguardanti gente ancora internata o prigioniera.
8] Gli ecclesiastici che si assunsero ruoli non strettamente religiosi, agirono di propria iniziativa. Ogni responsabilità fu personale.

ALCUNE INDICAZIONI BIBLIOGRAFICHE
A. Carosa, Oltre la leggenda nera. Il Vaticano e la fuga dei criminali nazisti, in: ‘La Stampa’, rubrica Vatican Insider, 16 ottobre 2015. P.L. Guiducci, I progetti del Terzo Reich per l’Argentina, in: ‘Storia in Network’ (on line), 1 febbraio 2017. A. Tornielli, Il Vaticano e i nazisti in fuga, in: ‘La Stampa’, 1° agosto 2012.

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