Ecco un’intervista immaginaria a San Giovanni Paolo II sulla Madre di Dio come centro della Chiesa in cammino

Mafera: Santità ci parli del ruolo di Maria nel Cammino della Chiesa nei millenni successivi alla morte e resurrezione di Suo Figlio, Nostro Signore Gesù Cristo?

San Giovanni Paolo II: Le rispondo con la mia enciclica “Redemptoris Mater”

  1. La Chiesa, Popolo di Dio radicato in tutte le nazioni della terra
  2. «La Chiesa “prosegue il suo pellegrinaggio tra le persecuzioni del mondo e le consolazioni di Dio”, annunciando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga (1Cor11,26)». «Come già Israele secondo la carne, pellegrinante nel deserto, viene chiamato Chiesa di Dio (Es13,1); (Nm20,4); (Dt23,1), così il nuovo Israele… si chiama pure Chiesa di Cristo (Mt16,18), avendola egli acquistata col suo sangue (At20,28), riempita del suo spirito e fornita dei mezzi adatti per l’unione visibile e sociale. Dio ha convocato tutti coloro che guardano con fede a Gesù, autore della salvezza e principio di unità e di pace, e ne ha costituito la Chiesa, perché sia per tutti e per i singoli sacramento visibile di questa unità salvifica». Il Concilio Vaticano II parla della Chiesa in cammino, stabilendo un’analogia con Israele dell’Antica Alleanza in cammino attraverso il deserto. Il cammino riveste un carattere anche esterno, visibile nel tempo e nello spazio, in cui esso storicamente si svolge. La Chiesa, infatti, «dovendosi estendere a tutta la terra entra nella storia degli uomini, ma insieme trascende i tempi ed i confini dei popoli». Tuttavia, il carattere essenziale del suo pellegrinaggio è interiore: si tratta di un pellegrinaggio mediante la fede, «per virtù del Signore risuscitato», di un pellegrinaggio nello Spirito Santo, dato alla Chiesa come invisibile Consolatore (parákletos) (Gv14,26); (Gv15,26); (Gv16,7). «Tra le tentazioni e le tribolazioni del cammino la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, promessa del Signore, affinché … non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la Croce giunga alla luce che non conosce tramonto». Proprio in questo cammino-pellegrinaggio ecclesiale, attraverso lo spazio e il tempo, e ancor più attraverso la storia delle anime, Maria è presente, come colei che è «beata perché ha creduto», come colei che avanzava nella peregrinazione della fede, partecipando come nessun’altra creatura al mistero di Cristo. Dice ancor il Concilio che «Maria … per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza, riunisce per così dire l riverbera i massimi dati della fede».

Tra tutti i credenti ella è come uno «specchio», in cui si riflettono nel modo più profondo e più limpido «le grandi opere di Dio» (At2,11).

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Edificata da Cristo sugli apostoli, la Chiesa è di venuta pienamente consapevole di queste grandi opere di Dio il giorno della pentecoste, quando i convenuti nel cenacolo «furono tutti pieni di Spirito Santo e cominciarono a parlare in altre lingue, come lo Spirito dava loro il potere di esprimersi» (At2,4). Sin da quel momento inizia anche quel cammino di fede, il pellegrinaggio della Chiesa attraverso la storia degli uomini e dei popoli. Si sa che all’inizio di questo cammino presente Maria, che vediamo in mezzo agli apostoli nel cenacolo, «implorante con le sue preghiere il don dello Spirito». Il suo cammino di fede è, in un certo senso, più lungo. Lo Spirito Santo è già sceso su di lei, che è diventata la fedele sua sposa nell’annunciazione, accogliendo il Verbo di Dio vero, prestando «il pieno ossequio dell’intelletto e della volontà e acconsentendo volontariamente alla rivelazione data da lui», anzi, abbandonandosi tutta a Dio mediante «l’obbedienza della fede», per cui rispose all’angelo: «Eccomi, sono la serva del Signore; avvenga di me quello che hai detto». Il cammino di fede di Maria, che vediamo orante nel cenacolo, è, dunque, più lungo di quello degli altri ivi riuniti: Maria li «precede», «va innanzi» a loro. Il momento della pentecoste a Gerusalemme è stato preparato, oltre che dalla Croce, dal momento dell’annunciazione a Nazareth. Nel cenacolo l’itinerario di Maria s’incontra col cammino di fede della Chiesa. In qual modo? Tra coloro che nel cenacolo erano assidui nella preghiera, preparandosi per andare «in tutto il mondo» dopo aver ricevuto lo Spirito, alcuni erano stati chiamati da Gesù gradualmente sin dall’inizio della sua missione in Israele. Undici di loro erano stati costituiti apostoli e ad essi Gesù aveva trasmesso la missione che egli stesso aveva ricevuto dal Padre: «Come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi» (Gv20,21), aveva detto agli apostoli dopo la risurrezione. E quaranta giorni dopo, prima di tornare al Padre, aveva aggiunto: quando «lo Spirito Santo scenderà su di voi …. mi sarete testimoni fino agli estremi confini della terra» (At1,8). Questa missione degli Apostoli ha inizio sin dal momento della loro uscita dal cenacolo di Gerusalemme. La Chiesa nasce e cresce allora mediante le testimonianze che Pietro e gli altri apostoli rendono a Cristo crocifisso e risorto (At2,31); (At3,15); (At4,10); (At5,30). Maria non ha ricevuto direttamente questa missione apostolica. Non era tra coloro che Gesù inviò «in tutto il mondo per ammaestrare tutte le nazioni» (Mt28,19), quando conferì loro questa missione.

Mafera: Santità ci parli della centralità di Maria in questo Cammino?

San Giovanni Paolo II: proseguendo nell’esame della suddetta enciclica, possiamo dire ...

.Era, invece, nel cenacolo, dove gli apostoli si preparavano ad assumere questa missione con la venuta dello Spirito di verità: era con loro. In mezzo a loro Maria era «assidua nella preghiera» come «madre di Gesù» (At1,13), ossia del Cristo crocifisso e risorto. E quel primo nucleo di coloro che nella fede guardavano «a Gesù, autore della salvezza», era consapevole che Gesù era il Figlio di Maria, e che ella era sua Madre, e come tale era, sin dal momento del concepimento e della nascita, una singolare testimone del mistero di Gesù, di quel mistero che davanti ai loro occhi si era espresso e confermato con la Croce e la risurrezione. La Chiesa, dunque, sin dal primo momento, «guardò» Maria attraverso Gesù, come «guardò» Gesù attraverso Maria. Questa fu per la Chiesa di allora e di sempre una singolare testimone degli anni dell’infanzia di Gesù e della sua vita nascosta a Nazareth, quando «serbava tutte queste cose, meditandole nel suo cuore» (Lc2,19); (Lc2,51). Ma nella Chiesa di allora e di sempre Maria è stata ed è soprattutto colei che è «beata perché ha creduto»: ha creduto per prima. Sin dal momento dell’annunciazione del concepimento, sin dal momento della nascita nella grotta di Betlemme, Maria seguiva passo passo Gesù nel suo materno pellegrinaggio di fede. Lo seguiva lungo gli anni della sua vita nascosta a Nazareth, lo seguiva anche nel periodo del distacco esterno, quando egli iniziò a «fare ed insegnare» (At1,1) in mezzo ad Israele, lo seguì soprattutto nella tragica esperienza del Golgota. Ora, mentre Maria si trovava con gli apostoli nel cenacolo di Gerusalemme agli albori della Chiesa, trovava conferma la sua fede, nata dalle parole dell’annunciazione. L’angelo le aveva detto allora: «Concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Egli sarà grande…, e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine». I recenti eventi del Calvario avevano avvolto di tenebra quella promessa; eppure, anche sotto la Croce non era venuta meno la fede di Maria. Ella era stata ancora colei che, come Abramo, «ebbe fede sperando contro ogni speranza» (Rm4,18). Ed ecco, dopo la risurrezione la speranza aveva svelato il suo vero volto e la promessa aveva cominciato a trasformarsi in realtà. Infatti, Gesù, prima di tornare al Padre, aveva detto agli apostoli: «Andate e ammaestrate tutte le nazioni … Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt28,19). Così aveva detto colui che con la sua risurrezione si era rivelato come il trionfatore della morte, come il detentore del regno che «non avrà fine», secondo l’annuncio dell’angelo.

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  1. Ora agli albori della Chiesa, all’inizio del lungo cammino mediante la fede che cominciava con la pentecoste a Gerusalemme, Maria era con tutti coloro che costituivano il germe del «nuovo Israele».

Era presente in mezzo a loro come una testimone eccezionale del mistero di Cristo. E la Chiesa era assidua nella preghiera insieme a lei e, nello stesso tempo, «la contemplava alla luce del Verbo fatto uomo». Così sarebbe stato sempre. Infatti, quando la Chiesa «penetra più profondamente nell’altissimo mistero dell’incarnazione», pensa alla Madre di Cristo con profonda venerazione e pietà. Maria appartiene indissolubilmente al mistero di Cristo, ed appartiene anche al mistero della Chiesa sin dall’inizio, sin dal giorno della sua nascita. Alla base di ciò che la Chiesa è sin dall’inizio, di ciò che deve continuamente diventare, di generazione in generazione, in mezzo a tutte le nazioni della terra, si trova colei «che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore» (Lc1,45). Proprio questa fede di Maria, che segna l’inizio della nuova ed eterna Alleanza di Dio con l’umanità in Gesù Cristo, questa eroica sua fede «precede» la testimonianza apostolica della Chiesa, e permane nel cuore della Chiesa, nascosta come uno speciale retaggio della rivelazione di Dio. Tutti coloro che, di generazione in generazione, accettando la testimonianza apostolica della Chiesa partecipano a quella misteriosa eredità, in un certo senso, partecipano alla fede di Maria. Le parole di Elisabetta «Beata colei che ha creduto») continuano ad accompagnare la Vergine anche nella pentecoste; la seguono di età in età, dovunque si estenda, mediante la testimonianza apostolica e il servizio della Chiesa, la conoscenza del mistero salvifico di Cri sto. Così si adempie la profezia del Magnificat: «Tutte le generazioni mi chiameranno beata. Grandi cose ha fatto di me l’Onnipotente, e santo è il suo nome» (Lc1,48). Infatti, alla conoscenza del mistero di Cristo consegue la benedizione della madre sua, nella forma di speciale venerazione per la Theotókos. Ma in questa venerazione e sempre inclusa la benedizione della sua fede, perché la Vergine di Nazareth è diventata beata soprattutto mediante questa fede, secondo le parole di Elisabetta. Coloro che in ogni generazione, fra i diversi popoli e nazioni della terra, accolgono con fede il mistero di Cristo, Verbo incarnato e Redentore del mondo, non solo si volgono con venerazione e ricorrono con fiducia a Maria come a sua madre, ma cercano nella fede di lei il sostegno per la propria fede. E appunto questa viva partecipazione alla fede di Maria decide della sua speciale presenza nel pellegrinaggio della Chiesa, quale nuovo popolo di Dio su tutta la terra.

Mafera: Maria è la protagonista nella storia della salvezza dell’umanità e continua a farlo con le apparizioni nel XIX e nel XX secolo?

San Giovanni Paolo II. Certamente …sempre continuando dalla “Redemptoris Mater”

  1. Come dice il Concilio, «Maria … per la sua intima partecipazione alla storia della salvezza …, mentre viene predicata e onorata, chiama i credenti al Figlio suo, al suo sacrificio e all’amore del Padre».

Perciò in qualche modo la fede di Maria, sulla base della testimonianza apostolica della Chiesa, diventa incessantemente la fede del popolo di Dio in cammino: delle persone e delle comunità, degli ambienti e delle assemblee, e infine dei vari gruppi esistenti nella Chiesa. È una fede che si trasmette ad un tempo mediante la conoscenza e il cuore; si acquista o riacquista continuamente mediante la preghiera. Perciò, «anche nella sua opera apostolica la Chiesa giustamente guarda a colei che generò Cristo, concepito appunto dallo Spirito Santo e nato dalla Vergine per nascere e crescere anche nel cuore dei fedeli per mezzo della Chiesa». Oggi che in questo pellegrinaggio di fede ci avviciniamo al termine del secondo Millennio cristiano, la Chiesa, mediante il magistero del Concilio Vaticano II, richiama l’attenzione su ciò che essa vede in se stessa, come «un solo popolo di Dio…, radicato in tutte le nazioni della terra», e sulla verità secondo la quale tutti i fedeli, anche se «sparsi per il mondo, comunicano con gli altri nello Spirito Santo», sicché si può dire che in questa unione si realizza di continuo il mistero della pentecoste. Nello stesso tempo, gli apostoli e i discepoli del Signore in tutte le nazioni della terra sono assidui nella preghiera insieme con Maria, la madre di Gesù» (At1,14). Costituendo di generazione in generazione il «segno del Regno», che non è di questo mondo, essi sono anche consapevoli che in mezzo a questo mondo devono raccogliersi con quel Re, al quale sono state date in eredità le genti (Sal2,8), al quale il Padre ha dato «il trono di Davide, suo padre», sicché egli «regna per sempre sulla casa di Giacobbe, e il suo regno non avrà fine». In questo tempo di vigilia Maria, mediante la stessa fede che la rese beata specialmente dal momento dell’annunciazione, è presente nella missione della Chiesa, presente nell’opera della Chiesa che introduce nel mondo il Regno del suo Figlio. Questa presenza di Maria trova molteplici mezzi di espressione al giorno d’oggi come in tutta la storia della Chiesa. Possiede anche un multiforme raggio d’azione: mediante la fede e la pietà dei singoli fedeli, mediante le tradizioni delle famiglie cristiane, o «chiese domestiche», delle comunità parrocchiali e missionarie, degli istituti religiosi, delle diocesi, mediante la forza attrattiva e irradiante dei grandi santuari, nei quali non solo individui o gruppi locali, ma a volte intere nazioni e continenti cercano l’incontro con la Madre del Signore, con colei che è beata perché ha creduto, è la prima tra i credenti e perciò è diventata Madre dell’Emanuele. Questo è il richiamo della Terra di Palestina, patria spirituale di tutti i cristiani, perché patria del Salvatore del mondo e della sua Madre. Questo è il richiamo dei tanti templi che a Roma e nel mondo la fede cristiana ha innalzato lungo i secoli. Questo è il richiamo di centri come Guadalupe, Lourdes, Fatima e degli altri sparsi nei diversi paesi, tra i quali come potrei non ricordare quello della mia terra natale, Jasna Góra? Si potrebbe forse parlare di una specifica «geografia» della fede e della pietà mariana, che comprende tutti questi luoghi di particolare pellegrinaggio del popolo di Dio, il quale cerca l’incontro con la Madre di Dio per trovare, nel raggio della materna presenza di «colei che ha creduto», il consolidamento della propria fede. Infatti, nella fede di Maria, già all’annunciazione e compiutamente ai piedi della Croce, si è riaperto da parte dell’uomo quello spazio interiore, nel quale l’eterno Padre può colmarci «di ogni benedizione spirituale»: lo spazio della «nuova ed eterna Alleanza». Questo spazio sussiste nella Chiesa, che è in Cristo «un sacramento dell’intima unione con Dio e dell’unità di tutto il genere umano». Nella fede, che Maria professò annunciazione come «serva del Signore» e nella quale costantemente «precede» il popolo di Dio in cammino su tutta la terra, la Chiesa «senza soste tende a ricapitolare tutta l’umanità … in Cristo capo, nell’unità dello Spirito di lui».

Mafera: E quindi c’è una prospettiva per l’unità dei cristiani: Maria è una protagonista essenziale…..

San Giovanni Paolo II: Maria è il primo e più luminoso esempio …. ecco cosa dice la mia enciclica Redemptoris Mater a proposito ….

  1. Il cammino della Chiesa e l’unità di tutti i cristiani
  2. «Lo Spirito suscita in tutti i discepoli di Cristo desiderio e attività, affinché tutti, nel modo da Cristo stabilito, pacificamente si uniscano in un solo gregge sotto un solo pastore». Il cammino della Chiesa, specialmente nella nostra epoca, è marcato dal segno dell’ecumenismo: i cristiani cercano le vie per ricostruire quell’unità, che Cristo invocava dal Padre per i suoi discepoli il giorno prima della passione: «Perché tutti siano una sola cosa. Come tu, o Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi una sola cosa, perché il mondo creda che tu mi hai mandato» (Gv17,21). L’unità dei discepoli di Cristo, dunque, è un grande segno dato per suscitare la fede del mondo, mentre la loro divisione costituisce uno scandalo.

Il movimento ecumenico, sulla base di una più lucida e diffusa consapevolezza dell’urgenza di pervenire all’unità di tutti i cristiani, ha trovato da parte della Chiesa cattolica la sua espressione culminante nell’opera del Concilio Vaticano II: occorre che essi approfondiscano in se stessi ed in ciascuna delle loro comunità quell’«obbedienza della fede», di cui Maria è il primo e più luminoso esempio. E poiché ella «brilla ora innanzi al pellegrinante popolo di Dio, quale segno di sicura speranza e di consolazione», «per il santo Concilio è di grande gioia e consolazione che anche tra i fratelli disuniti ci siano di quelli che tributano il debito onore alla Madre del Signore e Salvatore, specialmente presso gli Orientali».

  1. I cristiani sanno che la loro unità sarà veramente ritrovata solo se sarà fondata sull’unità della loro fede. Essi debbono risolvere non lievi discordanze di dottrina intorno al mistero e al ministero della Chiesa e talora anche alla funzione di Maria nell’opera della salvezza. I dialoghi, avviati dalla Chiesa cattolica con le Chiese e le Comunità ecclesiali di Occidente, vanno sempre più concentrandosi su questi due aspetti inseparabili dello stesso mistero della salvezza. Se il mistero del Verbo incarnato ci fa intravedere il mistero della maternità divina e se, a sua volta, la contemplazione della Madre di Dio ci introduce in una più profonda comprensione del mistero dell’incarnazione, lo stesso si deve dire del mistero della Chiesa e della funzione di Maria nell’opera della salvezza. Approfondendo l’uno e l’altro, rischiarando l’uno per mezzo dell’altro, i cristiani desiderosi di fare–come raccomanda ad essi la loro Madre–ciò che Gesù dirà loro (Gv2,5), potranno progredire insieme in quella «peregrinazione della fede», di cui Maria è ancora l’esempio e che deve condurli all’unità voluta dal loro unico Signore e tanto desiderata da coloro che attentamente sono all’ascolto di ciò che oggi «lo Spirito dice alle Chiese» (Ap2,7). È intanto di lieto auspicio che queste Chiese e Comunità ecclesiali convengano con la Chiesa cattolica in punti fondamentali della fede cristiana anche per quanto concerne la Vergine Maria. Esse, infatti, la riconoscono come Madre del Signore e ritengono che ciò faccia parte della nostra fede in Cristo, vero Dio e vero uomo. Esse guardano a lei che ai piedi della Croce accoglie come suo figlio l’amato discepolo, il quale a sua volta l’accoglie come madre. Perché, dunque, non guardare a lei tutti insieme come alla nostra Madre comune, che prega per l’unità della famiglia di Dio e che tutti «precede» alla testa del lungo corteo dei testimoni della fede nell’unico Signore, il Figlio di Dio, concepito nel suo seno verginale per opera dello Spirito Santo?
  2. Desidero, d’altra parte, sottolineare quanto la Chiesa cattolica, la Chiesa ortodossa e le antiche Chiese orientali si sentano profondamente unite dall’amore dalla lode per la Theotókos. Non solo «i dogmi fondamentali della fede cristiana circa la Trinità ed il Verbo di Dio, incarnato da Maria Vergine, sono stati definiti in concili ecumenici celebrati in Oriente», ma anche nel loro culto liturgico «gli Orientali magnificano con splendidi inni Maria sempre Vergine…, santissima Madre di Dio». I fratelli di queste Chiese hanno conosciuto vicende complesse, ma sempre la loro storia è percorsa da un vivo desiderio di impegno cristiano e di irradiazione apostolica, pur se spesso segnata da persecuzioni anche cruente. È una storia di fedeltà al Signore, un’autentica «peregrinazione della fede» attraverso i luoghi e i tempi, durante i quali i cristiani orientali hanno sempre guardato con illimitata fiducia alla Madre del Signore, l’hanno celebrata con lodi e l’hanno invocata con incessanti preghiere. Nei momenti difficili della loro travagliata esistenza cristiana «essi si sono rifugiati sotto il suo presidio», consapevoli di avere in lei un aiuto potente. Le Chiese che professano la dottrina di Efeso, proclamano la Vergine «vera Madre di Dio», poiché «il Signore nostro Gesù Cristo, nato dal Padre prima dei secoli secondo la divinità, negli ultimi giorni egli stesso, per noi e per la nostra salvezza, fu generato da Maria Vergine Madre di Dio secondo l’umanità».

I Padri greci e la tradizione bizantina, contemplando la Vergine alla luce del Verbo fatto uomo, hanno cercato di penetrare la profondità di quel legame che unisce Maria, in quanto Madre di Dio, a Cristo e alla Chiesa: la Vergine è una presenza permanente in tutta l’estensione del mistero salvifico. Le tradizioni copte ed etiopiche sono state introdotte in tale contemplazione del mistero di Maria da san Cirillo d’Alessandria e, a loro volta, l’hanno celebrato con un’abbondante fioritura poetica. Il genio poetico di sant’Efrem Siro, definito «la cetra dello Spirito Santo», ha cantato instancabilmente Maria, lasciando un’impronta tuttora viva in tutta la tradizione della Chiesa siriaca. Nel suo panegirico della Theotókos, san Gregorio di Narek, una delle più fulgide glorie dell’Armenia, con potente estro poetico approfondisce i diversi aspetti del mistero dell’incarnazione, e ciascuno di essi è per lui un’occasione per cantare ed esaltare la dignità straordinaria e la magnifica bellezza della Vergine Maria, Madre del Verbo incarnato. Non stupisce, pertanto, che Maria occupi un posto privilegiato nel culto delle antiche Chiese orientali con un’incomparabile abbondanza di feste e di inni.

  1. Nella liturgia bizantina, in tutte le ore dell’Ufficio divino, la lode della Madre è unita alla lode del Figlio e alla lode che, per mezzo del Figlio, si eleva verso il Padre nello Spirito Santo. Nell’anafora, o preghiera eucaristica, di san Giovanni Crisostomo, subito dopo l’epiclèsi, la comunità adunata canta così la Madre di Dio: «È veramente giusto proclamare beata te, o Deipara, che sei beatissima, tutta pura e Madre del nostro Dio. Noi magnifichiamo te, che sei più onorabile dei cherubini e incomparabilmente più gloriosa dei serafini. Tu che, senza perdere la tua verginità, hai messo al mondo il Verbo di Dio. Tu che veramente sei la Madre di Dio». Queste lodi, che in ogni celebrazione della liturgia eucaristica si elevano a Maria, hanno forgiato la fede, la pietà e la preghiera dei fedeli. Nel corso dei secoli esse hanno permeato tutto il loro atteggiamento spirituale, suscitando in loro una devozione profonda per la «Tutta Santa Madre di Dio».
  2. Ricorre quest’anno il XII centenario del Concilio Ecumenico Niceno II (a. 787), nel quale, a conclusione della nota controversia sul culto delle sacre immagini, fu definito che, secondo il magistero dei santi Padri e la tradizione universale della Chiesa, si potevano proporre alla venerazione dei fedeli, unitamente alla Croce, anche le immagini della Madre di Dio, degli Angeli e dei Santi sia nelle chiese che nelle case e lungo le strade. Quest’uso si è conservato in tutto l’Oriente e anche in Occidente: le immagini della Vergine hanno un posto d’onore nelle chiese e nelle case. Maria vi è raffigurata o come trono di Dio, che porta il Signore e lo dona agli uomini (Theotókos), o come via che conduce a Cristo e lo mostra (Odigitria), o come orante in atteggiamento di intercessione e segno di divina presenza sul cammino dei fedeli fino al giorno del Signore (Deisis), o come protettrice che stende il suo manto sui popoli (Pokrov), o come misericordiosa Vergine della tenerezza (Eleousa). Ella è di solito rappresentata con suo Figlio, il bambino Gesù che porta in braccio: è la relazione col Figlio che glorifica la Madre. A volte ella lo abbraccia con tenerezza (Glykofilousa); altre volte ieratica, ella sembra assorta nella contemplazione di colui che è il Signore della storia (Ap5,9). Conviene anche ricordare l’Icona della Madonna di Vladimir, che ha costantemente accompagnato la peregrinazione nella fede dei popoli dell’antica Rus’. Si avvicina il primo millennio della conversione al cristianesimo di quelle nobili terre: terre di umili, di pensatori e di santi. Le Icone sono venerate tuttora in Ucraina, nella Bielorussia, in Russia con diversi titoli: sono immagini che attestano la fede e lo spirito di preghiera del buon popolo, il quale avverte la presenza e la protezione della Madre di Dio. In esse la Vergine splende come immagine della divina bellezza, dimora dell’eterna Sapienza, figura dell’orante, prototipo della contemplazione, icona della gloria: colei che sin dalla sua vita terrena, possedendo la scienza spirituale inaccessibile ai ragionamenti umani, con la fede ha raggiunto la conoscenza più sublime. Ricordo, ancora, l’Icona della Vergine del cenacolo, in preghiera con gli Apostoli nell’attesa dello Spirito: non potrebbe essa diventare come il segno di speranza per tutti quelli che, nel dialogo fraterno, vogliono approfondire la loro obbedienza della fede?.
  3. Tanta ricchezza di lodi, accumulata dalle diverse forme della grande tradizione della Chiesa, potrebbe aiutarci a far sì che questa torni a respirare pienamente con i suoi «due polmoni»: l’Oriente e l’Occidente. Come ho più volte affermato, ciò è oggi più che mai necessario. Sarebbe un valido ausilio per far progredire il dialogo in atto tra la Chiesa cattolica e le Chiese e Comunità ecclesiali di Occidente. Sarebbe anche la via per la Chiesa in cammino di cantare e vivere in modo più perfetto il suo «Magnificat».
  4. Il «Magnificat» della Chiesa in cammino
  5. Nella presente fase del suo cammino, dunque, la Chiesa cerca di ritrovare l’unione di quanti professano la loro fede in Cristo, per manifestare l’obbedienza al suo Signore, che per questa unità ha pregato prima della passione. Essa «prosegue il suo pellegrinaggio…. annunciando la passione e la morte del Signore fino a che egli venga». «Procedendo tra le tentazioni e le tribolazioni, la Chiesa è sostenuta dalla forza della grazia di Dio, promessa dal Signore, affinché per l’umana debolezza non venga meno alla perfetta fedeltà, ma permanga degna sposa del suo Signore e non cessi, con l’aiuto dello Spirito Santo, di rinnovare se stessa, finché attraverso la Croce giunga alla luce che non conosce tramonto».

La Vergine Madre è costantemente presente in questo cammino di fede del popolo di Dio verso la luce. Lo dimostra in modo speciale il cantico del «Magnificat», che, sgorgato dal profondo della fede di Maria nella visitazione, non cessa nei secoli di vibrare nel cuore della Chiesa. Lo prova la sua recitazione quotidiana nella liturgia dei Vespri ed in tanti altri momenti di devozione sia personale che comunitaria.

«L’anima mia magnifica il Signore,
e il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore,
perché ha guardato l’umiltà della sua serva.
D’ora in poi tutte le generazioni
mi chiameranno beata.
Grandi cose ha fatto in me l’Onnipotente,
e santo è il suo nome:
di generazione in generazione la sua misericordia
si stende su quelli che lo temono.
Ha spiegato la potenza del suo braccio,
ha disperso i superbi nei pensieri del loro cuore;
ha rovesciato i potenti dai troni,
ha innalzato gli umili;
ha ricolmato di beni gli affamati,
ha rimandato i ricchi a mani vuote.
Ha soccorso Israele, suo servo
ricordandosi della sua misericordia,
come aveva promesso ai nostri padri,
ad Abramo e alla sua discendenza per sempre». (Lc1,46).

  1. Quando Elisabetta salutò la giovane parente che giungeva da Nazareth, Maria rispose col Magnificat. Nel suo saluto Elisabetta prima aveva chiamato Maria «benedetta» a motivo del «frutto del suo grembo», e poi «beata» a motivo della sua fede (Lc1,42). Queste due benedizioni si riferivano direttamente al momento dell’annunciazione. Ora, nella visitazione, quando il saluto di Elisabetta rende testimonianza a quel momento culminante, la fede di Maria acquista una nuova consapevolezza e una nuova espressione. Quel che al momento dell’annunciazione rimaneva nascosto nella profondità dell’«obbedienza della fede», si direbbe che ora si sprigioni come una chiara, vivificante fiamma dello spirito. Le parole usate da Maria sulla soglia della casa di Elisabetta costituiscono un’ispirata professione di questa sua fede, nella quale la risposta alla parola della rivelazione si esprime con l’elevazione religiosa e poetica di tutto il suo essere verso Dio. In queste sublimi parole, che sono ad un tempo molto semplici e del tutto ispirate ai testi sacri del popolo di Israele, traspare la personale esperienza di Maria, l’estasi del suo cuore. Splende in esse un raggio del mistero di Dio, la gloria della sua ineffabile santità, l’eterno amore che, come un dono irrevocabile, entra nella storia dell’uomo. Maria è la prima a partecipare a questa nuova rivelazione di Dio e, in essa, a questa nuova «autodonazione» di Dio. Perciò proclama: «Grandi cose ha fatto in me…, e santo è il suo nome». Le sue parole riflettono la gioia dello spirito, difficile da esprimere: «Il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore». Perché «la profonda verità sia su Dio sia sulla salvezza degli uomini… risplende a noi in Cristo, il quale è insieme il mediatore e la pienezza di tutta la rivelazione».

Nel suo trasporto Maria confessa di essersi trovata nel cuore stesso di questa pienezza di Cristo.

È consapevole che in lei si compie la promessa fatta ai padri e, prima di tutto, «ad Abramo e alla sua discendenza per sempre»: che dunque in lei, come madre di Cristo, converge tutta l’economia salvifica, nella quale «di generazione in generazione» si manifesta colui che, come Dio dell’Alleanza, «si ricorda della sua misericordia».

La Chiesa, che sin dall’inizio conforma il suo cammino terreno su quello della Madre di Dio, ripete costantemente al seguito di lei le parole del Magnificat. Dalla profondità della fede della Vergine nell’annunciazione e nella visitazione, essa attinge la verità sul Dio dell’Alleanza: sul Dio che è onnipotente e fa «grandi cose» all’uomo: «santo è il suo nome». Nel Magnificat essa vede vinto alla radice il peccato posto all’inizio della storia terrena dell’uomo e della donna il peccato dell’incredulità e della «poca fede» in Dio. Contro il «sospetto» che il «padre della menzogna» ha fatto sorgere nel cuore di Eva, la prima donna, Maria che la tradizione usa chiamare «nuova Eva» e vera «madre dei viventi», proclama con forza la non offuscata verità su Dio: il Dio santo e onnipotente, che dall’inizio è la fonte di ogni elargizione, colui che «ha fatto grandi cose». Creando, Dio dona l’esistenza a tutta la realtà. Creando l’uomo, gli dona la dignità dell’immagine e della somiglianza con lui in modo singolare rispetto a tutte le creature terrene. E non arrestandosi nella sua volontà di elargizione nonostante il peccato dell’uomo, Dio si dona nel Figlio: «Ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito» (Gv3,16). Maria è la prima testimone di questa meravigliosa verità, che si attuerà pienamente mediante le opere e le parole (At1,1) del suo Figlio e definitivamente mediante la sua Croce e risurrezione. La Chiesa, che pur «tra le tentazioni e le tribolazioni» non cessa di ripetere con Maria le parole del Magnificat, «si sostiene» con la potenza della verità su Dio, proclamata allora con sì straordinaria semplicità e, nello stesso tempo, con questa verità su Dio desidera illuminare le difficili e a volte intricate vie dell’esistenza terrena degli uomini. Il cammino della Chiesa, dunque, al termine ormai del secondo Millennio cristiano, implica un rinnovato impegno nella sua missione. Seguendo colui che disse di sé: «(Dio) mi ha mandato per annunciare ai poveri il lieto messaggio» (Lc4,18), la Chiesa ha cercato di generazione in generazione e cerca anche oggi di compiere la stessa missione. Il suo amore di preferenza per i poveri è inscritto mirabilmente nel Magnificat di Maria. Il Dio dell’Alleanza, cantato nell’esultanza del suo spirito dalla Vergine di Nazareth, è insieme colui che «rovescia i potenti dai troni e innalza gli umili, … ricolma di beni gli affamati, e rimanda i ricchi a mani vuote, … disperde i superbi … e conserva la sua misericordia per coloro che lo temono». Maria è profondamente permeata dello spirito dei «poveri di Iahvé», che nella preghiera dei Salmi attendevano da Dio la loro salvezza, riponendo in lui ogni fiducia (Sal24,1); (Sal30,1); (Sal34,1); (Sal54,1). Ella, invero, proclama l’avvento del mistero della salvezza, la venuta del «Messia dei poveri» (Is11,4); (Is61,1). Attingendo dal cuore di Maria, dalla profondità della sua fede, espressa nelle parole del Magnificat, la Chiesa rinnova sempre meglio in sé la consapevolezza che non si può separare la verità su Dio che salva, su Dio che è fonte di ogni elargizione, dalla manifestazione del suo amore di preferenza per i poveri e gli umili, il quale, cantato nel Magnificat, si trova poi espresso nelle parole e nelle opere di Gesù. La Chiesa, pertanto, è consapevole –e nella nostra epoca tale consapevolezza si rafforza in modo particolare–non solo che non si possono separare questi due elementi del messaggio contenuto nel Magnificat, ma che si deve, altresì, salvaguardare accuratamente l’importanza che «i poveri» e «l’opzione in favore dei poveri» hanno nella parola del Dio vivo. Si tratta di temi e problemi organicamente connessi col senso cristiano della libertà e della liberazione. «Totalmente dipendente da Dio e tutta orientata verso di lui per lo slancio della sua fede, Maria, accanto a suo Figlio, è l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità e del cosmo. È a lei che la Chiesa, di cui ella è madre e modello, deve guardare per comprendere il senso della propria missione nella sua pienezza».

pubblicazione su SPV da Vatican.va a cura di Carlo Mafera

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