Per la rubrica ” Amarcord”: Aprite quella porta del CCP TUFELLO e troverete il fantastico mondo di Daniela che dal suo cilindro non farà uscire un coniglio ma il pensiero sul nostro “oggetto caro”

Sembrava una sera normale quella del 19 febbraio, ma, aperta la magica porta del ccp, ho visto le mani danzare da sole e poi con un un’oggetto caro. Subito lo spirto guerrier che entro mi rugge, ha fatto un volo pindarico lungo mille anni luce e ne è scaturito questo fantasmagorico approfondimento

L’ oggetto caro, quello vero ha in sé la felicità ed è come una farfalla silenziosa. Svolazza tra le mani come un sogno, non verrà quando la si cerca. Stendiamo la mano e forse lei ci si poserà sopra. Cerchiamo di afferrarla e la faremo fuggire. Non serve a nulla correre dietro alla  felicità ( che è l’oggetto caro) consapevolmente e forzatamente: la felicità non è una meta che possa essere raggiunta facendosi largo a gomitate. È una sorpresa, qualcosa in più. Si ha un amore e odio verso l’oggetto caro e le mani che parlano e danzano meglio delle gambe e dei piedi e di tutto il resto del corpo, ce lo dicono molto meglio che le stupide parole (…anche di questo articolo). Le mani ci ricordano che possiamo fare molto per avere la felicità che ci porta l’oggetto caro. Trattandosi di un dono delicato, dobbiamo infatti essere delicati anche con noi stessi, con i nostri oggetti che sono parte di noi, la nostra storia e soprattutto la nostra memoria. Accarezzare l’oggetto, danzare con le mani significa accarezzare noi stessi, danzare con la nostra anima. Amare ed essere amati dall’oggetto. Amare ed essere aperti all’amore attraverso l’oggetto. Guardarlo ed esserne guardati e interrogati. Egli ci dice … non la volontà di possesso, ma il dono di sé rende vivi. Ci dice che  chi accetta con gratitudine ciò che l’oggetto silenziosamente gli dona diventa ricco.

La felicità è un dono…. dice l’oggetto trasmettendolo alle mani di chi lo possiede. E continua ….
“Non si può trattenere la felicità/oggetto caro. La si può solo ricevere delicatamente tra le mani, accarezzare e sfiorare. Se tengo costantemente in mano la felicità che è l’oggetto, come un bicchiere, non sono più in grado di fare nulla. E meglio metterla/o giù, come ha fatto Tiziana, deporla/o accanto a se, in modo da riuscire a fare quello che doveva o che aveva voglia di fare. E, ogni volta che ne avrebbe avuto il desiderio, poteva sempre riprendere in mano la felicità/oggetto come un calice prezioso e rimirarla/o con stupore. E tutte le danzatrici con le mani, si sono dette …. deponiamo l’oggetto/felicità perché chi vorrà sempre tenerla/o stretta/o tra le dita, sicuramente finirà per farla/o andare in mille pezzi.

Grazie Daniela and company perché mi avete fatto sognare ad occhi aperti e parafrasando Giacomo Leopardi dico  …lingua mortal non diceva quel che io avea in seno…

Carlo Mafera

e149e-labirintocentro

 

 

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