20 settembre 1870 e cioè 150 anni fa: ROMA CAPITALE NELL’INTERAZIONE STATO-CHIESA. RICORDANDO ANNI DIFFICILI.

 

Il Dott. Carlo Mafera intervista lo storico della Chiesa prof. Pier Luigi Guiducci

 

Nel 1860  l’area più estesa dello Stato Pontificio (Romagna, Marche, Umbria) venne annessa  al Regno di Sardegna. Al Pontefice rimasero pochi territori e Roma. Con la legge 17 marzo 1861, n. 4671 (del Regno di Sardegna), venne sancita la nascita del Regno d’Italia. Il re Vittorio Emanuele II assunse per sé e per i suoi successori il titolo di re d’Italia. Il 20 settembre del 1870, attraverso una breccia creatasi nelle mura per l’azione dell’artiglieria (a una cinquantina di metri da Porta Pia), un battaglione di fanteria, uno di bersaglieri, e alcuni carabinieri, entrarono nell’Urbe. Dal campo pontificio fu esposta la bandiera bianca. L’esercito del Regno d’Italia aveva quindi occupato militarmente Roma. Il gen. Raffaele Cadorna, d’intesa con il governo,  ordinò ai soldati di non entrare nella Città leonina, in Castel Sant’Angelo, e di non posizionarsi sui colli Vaticano e Gianicolo.  Alle 17:30 del 20 settembre fu siglata a Villa Albani la resa. Per l’esercito italiano firmò  il capo di stato maggiore Domenico Primerano, per le truppe pontificie Fortunato Rivalta. Fu presente il gen. Cadorna. Il 2 ottobre del 1870 si svolse una consultazione popolare. Venne chiesto  ai romani di rispondere a questo quesito: “Desideriamo essere uniti al Regno d’Italia, sotto la monarchia costituzionale del re Vittorio Emanuele II e dei suoi successori?”. L’indicazione fu per il sì. Tale orientamento si espresse in tal senso anche per la decisione di molti cattolici di astenersi dal voto.  In seguito, con la legge n. 33 del febbraio 1871 Roma divenne, ufficialmente, la nuova capitale del Regno d’Italia. Essendo questa fase temporale segnata da molti eventi che riguardano pure  l’interazione Stato-Chiesa, ci siamo rivolti a uno  storico della Chiesa, il  prof. Pier Luigi Guiducci, per ottenere  alcuni chiarimenti su  determinati passaggi epocali. Lo ringraziamo per questa collaborazione.

 

  1. Prof. Guiducci, con la legge del febbraio 1871 Roma divenne la nuova capitale del Regno d’Italia. Tale realtà ebbe delle ripercussioni sul tessuto urbano e delle conseguenze nell’interazione tra lo Stato e la Santa Sede. Quali furono le principali ripercussioni in ambito civile?
  2. Alla vigilia dell’irruzione armata dell’esercito sabaudo, vivevano a Roma circa   250.000 persone. Siamo quindi in presenza di un vasto abitato. In quest’area emergevano pure i resti archeologici di antichi splendori, ed erano presenti  anche pastori e mandrie. Si trattava quindi di intervenire per adeguare l’Urbe al nuovo ruolo di capitale d’Italia.

 

  1. Quali furono i primi provvedimenti?
  2. Nei primi giorni il governo provvisorio fu presieduto da Michelangelo Caetani. Poi, Giuseppe Gadda divenne prefetto di Roma  (dal 31 agosto 1871  al  30 marzo 1876).  Il sindaco dell’Urbe fu all’inizio  Francesco Rospigliosi Pallavicini (dal 16 aprile all’ottobre 1871). Nel frattempo si operò per  valorizzare il già esistente Palazzo del Quirinale (già residenza dei Papi). Nel 1871 questo notevole complesso divenne la sede ufficiale del re d’Italia. La prima grande struttura edificata in quel tempo fu il Ministero delle Finanze. Con la morte di Vittorio Emanuele II (1878), il Parlamento decise poi di innalzare un monumento, il ‘Vittoriano’, in memoria del primo re d’Italia. Nel frattempo, per lo spostamento dell’intera amministrazione centrale, aumentò il numero dei residenti. Adesso, il ceto medio della capitale era costituito da funzionari amministrativi, intellettuali, giornalisti, politici, impiegati. In questi anni iniziarono ad assumere le attuali funzioni commerciali piazza di Spagna, via del Corso, via dei Condotti. E si fece pressante l’esigenza di nuove abitazioni.

  1. Porta Pia. A destra si vede la ‘breccia’.

 

  1. Nel 1871 era Pontefice Pio IX. Come si comportò il Papa davanti alle iniziative del Regno d’Italia?

Pio IX si trovò a gestire una realtà critica. Gli erano stati sottratti territori di sua competenza. Lo Stato italiano gli concedeva solo “in uso” il Vaticano e Castel Gandolfo. Gli vennero garantite l’inviolabilità e una rendita annua di 3.250.000 lire (legge delle guarentigie). Erano situazioni difficili da accettare perché stabilivano di fatto una ‘subordinazione’ e, in un certo senso, una ‘dipendenza’. Il Pontefice rifiutò. Ebbe inizio da qui  la ’Questione romana’.

 

  1. Una situazione che precipita…

Direi una situazione molto delicata perché coesistono criticità e segni di costruzione del nuovo.

 

  1. Può chiarire…

Certamente è una criticità il fatto che nel maggio del 1873 venne istituito un tribunale regio per le questioni ecclesiastiche. Lo stesso conferimento di uffici ecclesiastici aveva bisogno del consenso dello Stato. Altra criticità è legata al fatto che Pio IX nel 1874 vietò ai cattolici la partecipazione alle elezioni politiche del Regno con il  decreto Non expedit (’Non è conveniente’). Però, già nel 1876 venne permessa la partecipazione alle elezioni amministrative. Quindi, qualcuno stava operando in modo discreto per ricucire gli strappi.

Non dimentichi poi che molti cattolici parteciparono al Risorgimento italiano. Quindi non si può parlare di un’assenza del mondo cattolico (come ha scritto qualcuno) dalle vicende dell’Unificazione. Lo Statuto Albertino venne preparato da un cattolico. Lo stesso Inno di Mameli fu impostato da un religioso, p. Atanasio Canata (dei Padri Scolopi). Diversi sistemi pedagogici furono sperimentati da cattolici fino ad arrivare a coloro che combatterono nelle guerre d’Indipendenza o che assistettero i feriti. Quindi l’interazione tra i cattolici e il sistema di governo del nuovo Stato non ebbe una vera e propria cesura.

 

  1. Che successe a Roma dopo la morte di Pio IX?

I rapporti tra lo Stato italiano e la Santa Sede continuarono ad essere regolati per quasi sessanta anni dalla legge delle guarentigie. Ciò permise di affrontare diversi problemi, ma rimasero comunque varie criticità. I rapporti tra il Papa e i governanti del Regno dovettero in più casi seguire una linea indiretta. A Roma, inoltre, molte chiese storiche erano diventate di proprietà statale e lo sono tuttora. Pensi, ad esempio, a San Lorenzo in Lucina, Santi XII Apostoli, Santissimo Nome di Gesù all’Argentina, Santa Croce in Gerusalemme, Santa Maria in Vallicella, Santa Maria sopra Minerva, Sant’Andrea delle Fratte, Santa Sabina all’Aventino.

 

  1. Con Leone XIII la situazione migliorò?

Il 23 maggio 1887 il Papa sottolineò il suo forte desiderio che venisse “tolto finalmente di mezzo il funesto dissidio col Romano Pontificato”, pur ribadendo l’esigenza di una “piena e vera libertà” della Santa  Sede. Non si trovò comunque una soluzione. In seguito, con l’enciclica sociale Rerum Novarum (1891), volle affrontare temi riguardanti la vita quotidiana dei fedeli. In tal senso il suo orientamento non fu quello di usare toni aspri verso il Regno d’Italia. Ci fu, anzi, una collaborazione. Le ricordo ad esempio  l’intervento del Pontefice presso il re Menelik,  tramite mons. Cirillo Macario, per far liberare i prigionieri italiani in Etiopia, dopo la sconfitta di Adua (1896).

 

  1. E con Pio X?

Dal 1904 in poi questo Papa dette ai vescovi una indicazione politica. Potevano permettere ai cattolici di andare a votare, nel caso la loro astensione avesse favorito un candidato socialista nei confronti di un liberale. La partecipazione ufficiosa dei cattolici alle elezioni politiche divenne un fatto sempre più esteso. Nel 1913, il conte Vincenzo Ottorino Gentiloni, direttore dell’Unione elettorale cattolica italiana, concluse una specie di patto con i candidati liberali. Venne promesso l’appoggio del voto cattolico se si fossero impegnati a non votare alcune leggi nel caso fossero state discusse in Parlamento.

Il 2 febbraio del 1906, Pio X  condannò la legge francese di separazione Stato-Chiesa con l’enciclica Vehementer nos, e poi ancora con l’enciclica Gravissimo officii munere (10 agosto 1906). Venne  interdetta la formazione delle ‘associazioni culturali’ previste dallo Stato francese. Al di là degli attriti con la Francia, si scorge comunque una convinzione: per il  Pontefice Stato e Chiesa dovevano collaborare tra loro, nel rispetto reciproco. Tale orientamento riguardò anche l’Italia.

 

  1. Benedetto XV fu poi investito dal dramma della prima guerra mondiale…

Sì, dovette affrontare continue criticità. Occorre però ricordare che mise a disposizione anche dello Stato italiano tutti gli organismi di assistenza sociale e sanitaria afferenti al mondo cattolico.

Sono anche da ricordare i colloqui segreti, avvenuti a Parigi nel giugno 1919, tra l’on. Vittorio Emanuele Orlando e mons. Bonaventura Cerretti. Ebbero per tema il superamento della ‘Questione Romana’. Tali contatti produssero delle prospettive concrete. La ‘Questione Romana’ si poteva risolvere con la creazione di un piccolo Stato vaticano territoriale, e con la stipulazione di un trattato e di un concordato. Purtroppo, l’intransigente opposizione di Vittorio Emanuele III fece fallire ogni tentativo di soluzione.

 

  1. Con Pio XI si chiuse la Questione Romana…

Subito dopo la sua elezione pontificia, Pio XI  volle affacciarsi alla loggia esterna della Basilica Vaticana. E benedisse la folla radunatasi in piazza San Pietro. Ciò non succedeva dal 1870.  In seguito, l’11 febbraio del 1929 vennero firmati i Patti Lateranensi tra la Santa Sede e il governo italiano. La ‘Questione Romana’ era risolta. Il Papa ottenne la piena sovranità sulla Città del Vaticano.  E riconobbe Roma come capitale dello Stato italiano.

 

  1. Alcuni autori ritengono inutile il Concordato del 1929…

Occorre rispettare le convinzioni di ogni persona. A mio avviso, sul piano storico, il Concordato del 1929 risolse molte questioni che erano in sospeso, e soprattutto accentuò il criterio della reciproca collaborazione tra lo Stato Italiano e la Santa Sede. Le faccio un esempio con riferimento alle  questioni in sospeso. L’articolo 27 del Concordato afferma nelle prime righe: “Le basiliche della Santa Casa in Loreto, di San Francesco in Assisi e di Sant’Antonio in Padova con gli edifici ed opere annesse, eccettuate quelle di carattere meramente laico, saranno cedute alla Santa Sede e la loro amministrazione spetterà liberamente alla medesima”.

Un altro esempio tratto dall’articolo 29 (lett. B): “Sarà riconosciuta la personalità giuridica delle associazioni religiose, con o senza voti, approvate dalla Santa Sede, che abbiano la loro sede principale nel Regno, e siano ivi rappresentate, giuridicamente e di fatto, da persone che abbiano la cittadinanza italiana e siano in Italia domiciliate. Sarà riconosciuta, inoltre, la personalità giuridica delle province religiose italiane, nei limiti del territorio dello Stato e sue colonie, delle associazioni aventi la sede principale all’estero, quando concorrano le stesse condizioni. Sarà riconosciuta altresì la personalità giuridica delle case, quando dalle regole particolari dei singoli ordini sia attribuita alle medesime la capacità di acquistare e possedere. Sarà riconosciuta infine la personalità giuridica alla Case generalizie ed alle Procure delle associazioni religiose, anche estere. Le associazioni o le case religiose, le quali già abbiano la personalità giuridica, la conserveranno”.

 

  1. Il Concordato del 1929 è stato poi rivisto…

Sì, nel 1984. Quella cattolica non è più la religione di Stato (in sintonìa con i princìpi della Costituzione). L’insegnamento della religione cattolica non è più obbligatorio per gli studenti. Viene introdotto il sistema di finanziamento dell’8X1000  a favore della Chiesa cattolica. Nel testo di revisione  si affrontano  anche altri temi: nomina dei titolari di uffici ecclesiastici, festività religiose riconosciute, assistenza spirituale alla Polizia di Stato, tutela dei beni culturali di interesse religioso e degli archivi e biblioteche ecclesiastiche. Sono state anche definite le condizioni da rispettare per attribuire a un matrimonio religioso gli effetti civili. Infine, la nomina dei vescovi non necessita dell’approvazione del governo italiano.

 

  1. Prof. Guiducci, alcuni autori – con riferimento agli anni del Risorgimento – hanno descritto una Chiesa sempre in difesa, arroccata su posizioni intransigenti. È così?

Mi sembra uno schema rigido. Ad esempio non tiene conto dei cattolici che lavorarono per ristabilire un dialogo tra Chiesa e Stato. Penso in questo momento a san Giovanni Bosco e a diversi vescovi. Ma esistono anche altri fatti interessanti. La fondazione dell’Azione Cattolica fu un segnale per muovere il laicato. Anche l’alto numero di  nuovi Istituti religiosi (impegnati anche nelle missioni)  costituì una risposta concreta alle incertezze di determinate ore storiche. Mi viene in mente pure l’enciclica di Benedetto XV del 1914, Ad beatissimi apostolorum.  Vi è criticato l’integralismo. Con tale espressione s’intendeva quello spirito ecclesiale ‘oltre le righe’ che voleva legare alle istruzioni romane non solo la dottrina della fede, ma anche il governo delle cose sociali. Nel frattempo si muoveva l’ecumenismo.

 

  1. Da talune parti, comunque, le scomuniche di Pio IX (e successive) continuano ad essere lette come una incapacità a leggere i segni dei tempi…
  2. Anche in questo caso lo schema mi sembra un po’ rigido. Il Papa si trovò davanti a una lunga serie di fatti compiuti. Pensi ai vescovi arrestati e detenuti. Alle leggi Siccardi (1850). Ma soprattutto alla legge Rattazzi n. 878 del 29 maggio 1855, e alle leggi ‘eversive’   n. 3036 del 7 luglio 1866 e n. 3848 del 15 agosto 1867. Siamo in presenza di uno Stato che incamera patrimoni di altri (incluse chiese con sepolcri di santi), e che si sente libero di abolire Congregazioni ritenute ‘inutili’. A questo punto che doveva pensare, ad esempio, la Santa Sede quando il 13 luglio del 1878 un gruppo di anticlericali tentò di gettare nel Tevere la salma di Pio IX?

 

  1. Prof. Guiducci, come leggere oggi la realtà di Roma Capitale?

Come un evento che supera le questioni politiche. Sarebbe infatti miope rimanere concentrati solo  su alcuni periodi storici. L’Urbe esprime oggi una interculturalità che la pone a un livello superiore rispetto  allo stesso ruolo di capitale di uno Stato. Il patrimonio civile e religioso presente nella città non può essere considerato un bene circoscritto, ma è una ricchezza a vantaggio di tutti.

 

 

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