Fiume/Rijeka:  capitale europea della cultura 2020 Quando la storia è fatta di voci significative e di vissuti quotidiani   (Dossier del prof. Pier Luigi Guiducci)

 

 

 

L’Unione Europea ha designato per il 2020 la città croata di Rijeka (Fiume) capitale europea della cultura. Il fatto è significativo perché nello sviluppo storico di tale località si trovano persone, avvenimenti interni, realtàterritoriali, vicende internazionali, che costituiscono un patrimonio di idee, di contributi e di iniziative da non vanificare. Per certi aspetti si è in presenza di un ‘unicum’ i cui elementi aggreganti favoriscono  non solo una ricerca storica, ma anche un approfondimento di vissuti.

 

Sarkofag, Bijaći, Kaštel Novi 018.jpg

 

Area archeologica situata nella zona dell’antica Tarsatica

 

Le origini della città e della zona

Attraverso il lavoro di diversi studiosi[1]  è stato possibile accertare la presenza di Insediamenti umani nella zona di Fiume risalenti al periodo del Paleolitico e del Neolitico. L’area venne abitata da diverse popolazioni. Tra queste, rimane nota la  gens Liburnorum la cui presenza dette il nome all’area (Liburnia). I Liburni  si distinsero anche per le loro veloci navi biremi (le saevae liburnae) di cui erano esperti costruttori.[2] Nel IV sec. a.C.,  l’espansione romana aveva ormai occupato tutto il territorio degli Etruschi. Per tale motivo, la navigazione lungo la sponda orientale adriatica divenne della massima importanza per i collegamenti tra l’Italia del Nord (la pianura padana, che allora si chiamava Gallia Cisalpina) e quella del Sud (Apulia et Calabria). Ne derivò quindi un’esigenza: neutralizzare le azioni di pirateria. Narra al riguardo lo storico latino Tito Livio, nella sua opera Ab Urbe condita[3], che “le sponde italiche a manca sono prive di porti, e sulla destra” vi sono “gli Illiri, i Liburni e gli Istri, tribù selvagge e in prevalenza famigerate per le loro rapine in mare”.

 

L’iniziativa militare romana

Dal 229 a.C. al 167 a.C. vennero combattute tre guerre contro i pirati illiri. Le legioni romane   riuscirono alla fine ad avere il sopravvento e si arrivò al controllo delle zone ribelli. Dal 167 a.C. al 60 a.C. l’intera area illirica costituì la Provincia dell’Illyricum.[4] Questa comprendeva: Illirio, Dalmatia, Liburnia, Giapidia e Istria. In tale periodo  furono fondate diverse colonie romane. Tra queste, nella Liburnia, ci fu Tarsatica[5] (60 a.C.). L’area di tale agglomerato corrisponde all’attuale centro abitato di Tersatto, moderno rione di Fiume.

La zona della Liburnia venne poi inclusa (con Histria e Kras/Carso) all’interno dei confini dell’Italia romana. Il fiume Titius (oggi Krka)[6] fu scelto come linea di confine (limes) tra la Liburnia e la Dalmatia. Tale linea, nel 16 a.C., venne arretrata fino all’Arsa (oggi Raša) per migliorare il sistema difensivo dell’Histria.[7] Con il nuovo assetto la Liburnia fu esclusa dalla regione augustea denominata Regio X Venetia et Histria[8]. Comunque, anche nelle terre  non appartenenti alla Regio X, fu applicato il diritto romano dominium ex iure Quiritium, e pure l’istituto della cittadinanza romana. Con riferimento a Tarsatica rimane  documentata l’attività di duumviri e decurioni.[9]

 

I secolo d.C.. La divisione dell’area dell’Illyricum

Al termine della rivolta dalmato-pannonica, domata dall’imperatore  Tiberio,  del 6-9 d.C.[10], si decise di dividere  l’area dell’Illyricum romano in due  province: la  Dalmatia o Illirico superiore; e la Pannonia o Illirico inferiore (in seguito diviso a sua volta in Superior e Inferior).  Nella Dalmatia, in particolare, il legato Publio Cornelio Dolabella[11] dette inizio a un vasto progetto che prevedeva  la costruzione di almeno quattro strade. In tale contesto, Tarsatica ricoprì un ruolo non debole. Nel 58 d.C. Tarsatica fu elevata a ‘Municipium’, contribuzione data alle città di maggiore popolazione. Alcune ricerche archeologiche hanno individuato nell’antica sua area fondamenta di mura e di vari edifici, resti di terme e porte, pietre tombali. Pure la via Flavia[12] passava per Tarsatica. Il suo percorso aveva inizio a Tergeste (Trieste), raggiungeva Pola (Pola), costeggiava il litorale istriano e arrivava in Dalmatia. Per circa quattro secoli, il diretto controllo di Roma favorì nelle terre illiriche un significativo  sviluppo commerciale e culturale. Fu in grado, inoltre, di far cessare i  contrasti   che esistevano tra le tribù locali. Nelle montagne del luogo, i capi dei vari clan  non persero una propria autorità. Accettarono comunque patti di alleanza con l’imperatore, e riconobbero l’autorità di chi lo rappresentava.

 

 

 

 

Fiume/Rijeka. L’arco romano.

 

IV secolo d. C.. Il Cristianesimo nell’Illyricum

Con l’espandersi del Cristianesimo in più zone dell’impero cominciarono a formarsi le prime comunità di fedeli. Tra questi, una figura significativa è rappresentata da Sofronio Eusebio Girolamo. Nato a Stridone nel 347, raggiunse in seguito Roma per ricevere un’adeguata formazione cristiana. Divenne allievo del  retore Gaio Mario Vittorino e del grammatico Elio Donato.  Dopo un periodo trascorso in più località del tempo, ricevette l’ordinazione sacerdotale. Papa Damaso I lo volle poi come segretario. Poté anche seguire nell’Urbe l’ascesi spirituale di diverse donne (tra queste la vedova Paola). In tempi successivi  si stabilì in Terra Santa. A Betlemme fondò un monastero maschile e uno femminile. Morì nel 420. Tra le sue opere si ricorda la prima traduzione completa in lingua latina della Bibbia (la ‘Vulgata’).  Altri testi significativi sono: De Viris Illustribus e il Chronicon. Nell’elenco sono da includere anche alcune opere polemiche (es.  Adversus Vigilantium). Girolamo venne in seguito proclamato santo. È anche Padre e Dottore della Chiesa.[13]

 

IV – V secolo d.C.

Alla morte dell’imperatore Teodosio I[14] (Milano, 17 gennaio 395), l’impero romano venne diviso tra i suoi due figli. La parte occidentale spettò al piccolo Onorio (con la reggenza del generale  Flavio Stilicone), quella orientale fu affidata ad Arcadio (con la reggenza del prefetto  Flavio Rufino).  In quel momento, la Liburnia e quindi Tarsatica appartenevano alla dioecesis ( “amministrazione”) d’Italia dell’impero d’Occidente.

Con la caduta dell’impero romano d’Occidente, avvenuta nel  V secolo (la data convenzionale è il 476 d.C.)[15], Tarsatica cessò di appartenere alla provincia della Dalmatia.  In seguito, negli anni dell’imperatore ostrogoto Teodorico il Grande (489-526), la città fece parte del Regno Italico.[16] Il monarca rispettò in Italia e in Istria la costituzione e la religione dei popoli vinti. Le città e i territori continuarono a reggersi anche in questo periodo d’invasione con le forme municipali, quali esistevano negli ultimi tempi dell’Impero. Tarsatica, protetta e quasi nascosta dietro il pianoro del Carso, sfuggì alle generali devastazioni (ad esempio, la distruzione di Aquileia).

Il dominio degli Ostrogoti  ebbe termine nel 553. Dopo una breve fase di restaurazione imperiale (553-568), su una vasta area  della penisola italica si insediarono i Longobardi guidati dal re  Alboino.[17]

 

VI secolo. Giustiniano il Grande

Nel contesto fin qui delineato si verificò un fatto.  Giustiniano il Grande (imperatore d’Oriente dal 527 al 565)[18]  volle rioccupare le terre d’Occidente usurpate dai barbari. Tolse quindi ai Goti varie province, tra le quali la Liburnia. In tal modo, le città marinare dell’Adriatico orientale passarono, con il  nome di Dalmazia bizantina, all’impero d’Oriente.[19] Di conseguenza, Tarsatica divenne città di quest’impero. L’abitato mantenne il proprio status  giuridico anche quando i Longobardi, al momento di estendere il proprio dominio in Italia, occuparono l’Esarcato, I’Istria e Trieste.  I nuovi arrivati mantennero tali possedimenti fino al 774. In tale anno il loro regno cadde ad opera dei Franchi.

 

VI secolo. I movimenti migratori

Nel frattempo, proseguivano in vari territori  alcuni  movimenti migratori. Alla fine del VI secolo (580 ca) alcune tribù slave si insediarono nell’area della Dalmatia, dopo la conquista della colonia romana di Sirmium[20] da parte degli Àvari nel 582. Tali nuclei di guerrieri appaiono ormai prossimi all’Adriatico ai tempi di Gregorio Magno[21].  Questo Papa era consapevole del pericolo rappresentato dalla colonizzazione dell’Istria e della costa dalmata da parte degli Slavi pagani. Ciò nonostante, nel periodo che va dall’epoca di Gregorio Magno (intorno al 600) fino a quella di Carlo Magno (intorno all’800) non si possiedono adeguate notizie sugli abitanti di quelle regioni. In questo periodo  l’abitato di Tarsatica dovette subire diverse occupazioni.

 

VII secolo. Nuovi gruppi etnici

Nel periodo dell’Alto Medioevo, alcune tribù slave (i Croati) si spinsero verso i monti del Carso, nella Dalmatia romana, cioè nella Liburnia. Cercavano pascoli per le loro mandrie. Si insediarono nella regione ad esclusione delle isole e di alcuni luoghi marittimi (che  conservarono la loro romanità e la propria lingua latina).  Queste tribù mantennero un sistema difensivo  anche nell’area di Tarsatica (cinta muraria, fortezza). A livello di lingua  non vi furono significativi mutamenti. I Croati introdussero solo un limitato numero di vocaboli. Di conseguenza, come avvenuto per i vari linguaggi d’Italia, l’odierno dialetto fiumano – veneto di tipo – trae origine dal latino volgare, formatosi per evoluzione naturale dall’idioma dei conquistatori romani.

 

VIII secolo. L’arrivo dei Franchi

Mentre l’epoca medievale era sempre più segnata da nuovi mutamenti territoriali, la città di  Tarsatica subì l’attacco (799) e la conquista dell’esercito dei Franchi. Il primo tentativo nell’area di Tersatto non ebbe esito positivo. Il secondo, invece, riuscì a superare le difese e a sconfiggere gli avversari. Fu anche demolita la fortificazione  edificata dai croati. Dopo l’800 non si trovano più riferimenti all’abitato di Tarsatica. Si è in genere dell’avviso che forse la città  subì un incendio voluto dai Franchi per vendicare la morte di Enrico di Strasburgo[22] (799), o per reagire militarmente a una ribellione contro di loro.

 

Dopo il 1000. Terra fluminis Sancti Viti

Sulle rovine dell’antica  Tarsatica  si cominciò a edificare nel tardo Medioevo  l’abitato di Terra fluminis Sancti Viti (indicato semplicemente anche come Flumen). Altre opere vennero costruite    sulla sommità della  collina, in località Tersatto. Nel 1028 (sec. XI) la diocesi di Pola ricevette in feudo dall’imperatore Corrado II il Salico tutta la parte meridionale dell’Istria, inclusa Flumen.[23] Nel XII secolo questa città divenne feudo dei Conti di Duino. Tali importanti nobili furono vassalli del Patriarcato di Aquileia, e – in seguito – dei Duchi d’Austria.[24] La dipendenza dal Casato dei Duinati (molto influente) garantì a Flumen un tempo di benessere, ma provocò anche  delle tensioni con il Senato veneziano[25] che nel 1291 stabilì il divieto di esportare merci a Flumen.

 

  1. Le “sacre pietre” a Flumen e a Tersatto

Nel 1291 una nave proveniente dalla Terra Santa approdò a Flumen. Trasportava anche  delle  pietre che avevano un valore religioso.  Queste, costituivano infatti la parte in muratura (prospiciente un luogo di transito) della Casa ove abitò la Sacra Famiglia a Nazaret (la zona posteriore era inserita in una ‘Grotta’).[26]  Il carico rimase a Tersatto  (maggio 1291 – dicembre 1294). In seguito fu trasportato in zona picena nella notte tra il 9 e il 10 dicembre del 1294.    Le “sacre pietre” furono posizionate alla fine su una modesta altura (c.d. ‘Monte Prodo’), nel territorio di Recanati.[27] Quella località avrebbe poi acquisito il nome di Loreto.  Per alcuni secoli si  indicò l’evento come una traslazione miracolosa avvenuta “per mano di angeli”. In epoca moderna, con indagini archeologiche (a Loreto e a Nazaret) e letterarie (scritti di più autori)[28], è stato possibile ricostruire un percorso  storico. Il nucleo originario della ‘Casa’ è costituito solo da tre pareti (esclusa quella a est, verso l’altare). Di queste, solo una porzione è autentica, per un’altezza di circa tre metri (la sezione superiore è di materiale in laterizio locale), e per una lunghezza di m. 9,50  con riferimento ai due muri più lunghi, e di m. 4,05 relativamente al muro breve. È documentato, inoltre, che la più antica e forse unica porta originaria era collocata nel mezzo (o quasi) del muro nord (nel XVI secolo il Nerucci la chiuse e ne aprì un’altra).

Le  “sacre pietre” vennero trasportate con i mezzi del tempo per proteggerle dalle criticità legate alla cacciata dei crociati dalla Palestina nel 1291. Dopo questo anno non si trova più citata la Casa dell’Annunciazione in documenti relativi a Nazaret. Quello che colpisce, soprattutto nella ricerca archeologica,         è il ritrovamento in “Santa Casa” di reperti significativi: monete[29], cinque croci di stoffa (da abiti di crociati), resti di un uovo di struzzo[30], graffiti (almeno tre o quattro di questi sono identici a quelli trovati in mura di case di Nazaret). La medesima ricerca ha  constatato che il piccolo edificio non ha fondamenta proprie, e che venne posizionato su una pubblica strada.

 

Periodo 1369-1471[31]

Nel 1369 Flumen/Fiume dovette subire un duro saccheggio ad opera dell’esercito di Venezia.[32] Tale episodio fu legato alla guerra  tra i Veneziani e i Duchi d’Austria. Dalla parte di quest’ultimi militava Ugo VI di Duino (detto Ugone), capitano di Trieste. Con la sua morte,  avvenuta nel 1385, si estinse il Casato. Fiume divenne feudo dei signori d’Austria, i conti Walsee. Nel 1465  fu lasciata in eredità dai conti di Walsee all’imperatore Federico III, e divenne possesso degli Asburgo. Dal 1471 al 1648 Fiume fece parte integrante del ducato di Carniola (terra ereditaria della monarchia asburgica).

Con riferimento al periodo considerato occorre ricordare che nel 1438 venne inaugurato a Fiume l’ospedale civico e, due anni più tardi, la prima farmacia.

 

L’interazione con Venezia e con le città delle Marche

Nel procedere del tempo Flumen/Fiume riuscì a migliorare l’interazione con Venezia, e con più luoghi delle Marche. In questo modo si accentuò in questa città  l’elemento italiano che si rivelò, sul piano lavorativo,  più qualificato rispetto a quello slavo. La città fu così segnata in modo non debole da un carattere italiano. Nel 1508 Venezia, in guerra con l’Austria, occupò Gorizia, Istria e Fiume. Perse comunque tali possedimenti  l’anno successivo per le conseguenze derivanti dalla sconfitta che gli venne inflitta  dalla Lega di Cambrai.[33] In seguito Fiume dovette affrontare una realtà complessa. Si trattò dell’arrivo di una nuova popolazione: gli Uscocchi.  Quest’ultimi, avevano lasciato le regioni settentrionali dei Balcani per sfuggire all’avanzata dei Turchi.  Arrivati sulle coste del Mare Adriatico decisero alla fine di dedicarsi alla pirateria.   La situazione si risolse con un Trattato (1617) che, grazie alla mediazione di Filippo III[34],  pose fine a un conflitto più ampio che vide schierati nelle opposte fazioni la Repubblica di Venezia e il ramo austriaco della famiglia Asburgo. Con il Trattato di Madrid, l’imperatore  riuscì a liberare l’area prospiciente l’attuale golfo del Carnaro dalla presenza degli Uscocchi.[35]

 

  1. Comune Libero di Fiume. I Gesuiti

Nel 1530, l’arciduca Ferdinando I d’Austria[36] emanò uno statuto che assicurava a Fiume l’autonomia. L’atto   costituì il Corpus Iuris del Comune libero di Fiume. Era diviso in quattro parti: amministrazione politico-economica, procedura giudiziaria-civile, cause criminali, polizia. In seguito,  Fiume ebbe il privilegio di rendere omaggio al sovrano in modo separato, al contrario delle altre città che erano aggregate alla provincia. Nel 1540 venne istituito a Fiume il Collegio dei Gesuiti. Nel 1627 questi religiosi fondarono la loro prima scuola (ginnasio). L’iniziativa servì a fronteggiare la diffusione del protestantesimo, e a promuovere processi educativi a favore dei giovani. Nel 1629 venne inaugurato il teatro dei Gesuiti. Fu il predecessore dei teatri professionali.[37]

 

  1. La nuova chiesa di San Vito

Nel 1638 venne posata la prima pietra per costruire la nuova chiesa di San Vito sulle macerie di quella antica (edificata nel 1296). Da tale evento ebbe inizio una particolare devozione al Crocifisso di San Vito, secondo le memorie del rettore, il padre gesuita Martino Bauzer.[38]   La costruzione del sacro edificio si protrasse per quasi cento anni, fino al 1727, con la realizzazione della cupola su progetto dell’architetto Bernardino Martinuzzi, sul modello della chiesa veneziana di Santa Maria della Salute, e la realizzazione di un basso campanile.

 

L’attuale cattedrale di San Vito a Fiume/ Rijeka

 

 

 

 

Prima metà del Settecento. I benefici concessi da Carlo VI

Nella prima metà del ‘700  Fiume ottenne da Carlo VI d’Asburgo[39] il porto franco, il tribunale cambiario e mercantile, il lazzaretto e la strada Carolina. Quest’ultima, facilitava l’avvicinamento  al retroterra del bacino danubiano.[40] Venivano così poste le basi per una nuova prosperità economica della città. In tempi successivi, Fiume riuscì a svincolarsi dalla Dieta[41] della Carniola[42], alla quale era stata unita (cit.) ed ottenne di dipendere direttamente dalla Casa d’Austria.

 

  1. La Prammatica Sanzione

Il 19 aprile del 1713 Carlo VI emanò  una Prammatica sanzione (costituzione imperiale) per assicurare la successione della figlia Maria Teresa. In tale contesto, invitò il comune di Fiume, e le altre istituzioni dell’impero, ad approvare la nuova legge di successione.

Nel 1726 i Gesuiti promossero a Fiume le facoltà di filosofia, matematica e teologia.

Nel 1748 Maria Teresa istituì la Provincia del Litorale. Fiume ne fu esclusa e assegnata invece al regno di Croazia, dipendente dall’Ungheria. Ne derivò un duro confronto tra fiumani e croati. La criticità ebbe termine nel 1779 quando l’imperatrice aggregò il comune di Fiume all’Ungheria. In tale occasione volle rispettare l’autonomia di Fiume,  dichiarandola ‘Separatum Sacrae Regni Coronae adnexum corpus’. Con atto del 14 luglio 1775  fu poi  stabilita una divisione della diocesi di Fiume  in due parti: una zona veneta con il vescovo residente in Pola,  e un’area austriaca con un arcidiacono residente in Fiume. Nell’ambito della nuova organizzazione,  l’arcidiacono di Fiume mantenne un ruolo significativo.  Poteva svolgere funzioni vescovili. La sua giurisdizione si estendeva su sedici parrocchie.[43]

Sul versante dell’economia fiumana occorre ricordare che nel 1754 iniziò a operare in città una raffineria di zucchero.

 

  1. Governatorato delle Province Illiriche

Nel 1811 Fiume entrò a far parte del Gouvernement des Provinces Illyriennes (Governatorato  delle   Province Illiriche). Queste nuove amministrazioni furono istituite da Napoleone Bonaparte[44].  Includevano:  Carniola, Carinzia, Croazia e Dalmazia. Il governo (civile e militare), con sede a Lubiana,  venne affidato al maresciallo Auguste Marmont.[45] Questi, promosse l’inizio di grandi lavori pubblici. Nel 1820, la municipalità di Fiume, per evitare continue spese di pulitura del letto della Fiumara, i cui depositi di sabbia e di ciottoli impedivano l’uso del porto, ebbe idea di scavare un canale per deviare la Fiumara. In tal modo, l’antico letto, nel quale far entrare il mare, poteva essere utilizzato come porto. Il lavoro fu realizzato  nel 1855. Comunque, gran parte dei traffici era stata spostata a Trieste.  Sempre con riferimento ad aspetti dell’economia locale occorre ricordare che nel 1821 cominciò a operare a Fiume una Cartiera.

 

 

 

 

 

1822 e succ.. La memoria storica. Kobler

Nel 1822 Fiume ritornò all’Ungheria. Nei primi anni dopo il 1840, durante il governatorato di Paolo Kiss[46], i fiumani avvertirono la necessità di non disperdere le diverse memorie che riguardavano  il proprio territorio. Tale esigenza era anche legata a un fatto:  si voleva contrapporre l’identità fiumana di ‘Corpo isolato’ della Corona Ungarica alla politica degli Stati croati-slavoni. Quest’ultimi erano intenzionati a inserire Fiume nel regno di Croazia. Il lavoro di raccolta delle memorie e la stesura di un’opera unitaria furono realizzate dall’avvocato fiumano Giovanni Kobler.[47] Quest’ultimo, studioso di storia patria, volle documentarsi  presso gli archivi di Trieste, Gorizia, Lubiana, Graz e Venezia. La sua opera (cit.) venne pubblicata nel 1896. La notevole erudizione del Kobler – che tiene conto dell’epigrafia, della storia dell’arte, dell’analisi dei costumi, dell’etnografia, dell’araldica e della toponomastica – rende le ‘Memorie’ un unicum  non facilmente  ripetibile.

 

1848 e succ..  Criticità con i croati

Nel 1848, durante la rivoluzione ungherese[48], Fiume  fu occupata dai croati fedeli all’imperatore.[49] Quest’ultimi, per un ventennio, attuarono una politica che soppresse varie libertà. La cronaca del tempo riporta notizia di violenze, soprusi, imposizione della lingua croata. Per tale motivo, il Consiglio comunale fiumano eletto nel 1861, decise di non partecipare  ai lavori della Dieta croata (Parlamento), né di inviare deputati presso tale organismo. Il governo croato, per togliere potere al Consiglio, ricorse a un voto popolare, chiedendo di indicare i nominativi dei deputati da inviare a Zagabria. Votarono  870 elettori (1222 erano gli iscritti nelle liste). Di questi, 840 votarono: ‘nessuno’.

 

  1. Il ritorno all’Ungheria

Nel 1867 Fiume poté nuovamente ritornare all’Ungheria.  Questo Paese  le riconobbe un’autonomia. Ciò  comportò anche  l’uso della lingua italiana. Essendo l’unico porto magiaro, la città svolse  un ruolo strategico chiave, il numero degli abitanti aumentò , e  migliorò il benessere economico. Nel 1873 si realizzò inoltre un collegamento di Fiume alle ferrovie austriache e ungheresi. La situazione descritta, però, registrò dei mutamenti a motivo  dell’azione di taluni esponenti di correnti di pensiero  nazionaliste ungheresi. Il nuovo orientamento cercò inizialmente di indebolire i caratteri di autonomia e di italianità di Fiume.

 

La nuova politica magiara

La politica ungherese arrivò alla fine  a contrastare in modo aperto l’autonomia politico-amministrativa di Fiume. Il disegno strategico era quello di trasformare la fisionomia nazionale della città  con l’invio di propri funzionari, professionisti, commercianti, industriali per controllare l’economia locale. Così, il governo  magiaro volle intervenire su aspetti-chiave quali ad esempio  l’amministrazione civile e il sistema scolastico. A ciò si aggiunsero imposizioni del potere centrale. Ne derivò una resistenza, guidata dal Consiglio Comunale cittadino. In tale contesto  venne meno l’antico rapporto amicale,  e mosse i primi passi l’irredentismo italiano. Nei fiumani rimaneva una convinzione:  se non difendevano i privilegi costituzionali  avrebbero perso le loro  libertà nazionali.

 

Gli autonomisti. Le elezioni del 1897

Nel 1896 venne fondato a Fiume un partito autonomista locale. Venne denominato denominato Associazione Autonoma o Partito Autonomo Fiumano. Tale organismo, fondato dall’avvocato Michele Maylender, trovò sostegno da parte di diversi politici. Tra questi si possono ricordare: Riccardo Zanella[50], Mario Blasich[51], Giuseppe Sincich[52] e Nevio Skull[53].

 

Avv. Michele Maylender

 

Nel 1897 il Partito Autonomo  registrò una vittoria nelle elezioni. Divenne così podestà l’avvocato Michele Maylender.[54] Quest’ultimo respinse le leggi che il governo centrale aveva applicato anche a Fiume per aperta irregolarità (es. tentativo nel 1898 d’imporre in città l’ordinamento scolastico ungherese). Per entrare in vigore ogni norma doveva essere accettata dal Consiglio comunale. Il governo centrale rifiutò. Maylender si dimise con il Consiglio Comunale. Rieletto l’anno seguente, questo politico rifiutò di prestare giuramento fino a quando una serie di leggi ingiuste non fossero state  abrogate.  La dinamica dimissioni/nuove elezioni/mancato giuramento si ripeté in cinque occasioni. Alla fine, il governo centrale nominò un commissario regio.  Tale situazione, incostituzionale,  si sbloccò con una nuova decisione ungherese. A Fiume, per la sua peculiarità, venne riconosciuto il diritto di esprimere il proprio parere sulle leggi governative.

Nel 1907, adducendo a motivo il fatto che Fiume era città di confine, e che nel regno la polizia politica di confine era esercitata dagli organi governativi, il governo introdusse  la polizia confinaria. Tale situazione venne utilizzata per sostituire la polizia comunale (italiana). Da qui, l’opposizione del Consiglio comunale. Seguì lo scioglimento di questo organismo con momenti di tensione tra la popolazione e la nuova polizia.

Il confronto  si estese anche in ambito culturale. Le iniziative coinvolsero le scuole e le società culturali. In contrapposizione  a quelle ungheresi, il Comune istituì scuole italiane, con insegnanti italiani. Il centro che promosse i programmi a favore dell’italianità fu la sede della Società Filarmonico – Drammatica (sorta nel 1872). Qui, artisti italiani tenevano concerti, conferenze, rappresentazioni teatrali. Nel 1893 venne fondato il Circolo Letterario che organizzò biblioteche popolari e conferenze con letterati e poeti italiani.

 

L’azione di Riccardo Zanella

Nei primi anni del secolo XX, il Partito Autonomo  ricevette significativi contributi grazie anche all’azione di Riccardo Zanella (cit.). Quest’ultimo difese l’economia locale e l’italianità di Fiume. Rimanendo in un contesto costituzionale, e conservando fiducia nelle istituzioni ungheresi, difese gli statuti cittadini così da affrontare sul piano giuridico le criticità del momento. Nello stesso periodo, si diffondevano nuove correnti di pensiero centrate su . posizioni irredentiste. Per tale motivo seguivano con interesse le posizioni espresse dal letterato Giosuè Carducci[55] e quelle di Gabriele D’Annunzio[56].

L’on. Riccardo Zanella

 

In Italia le vicende di Fiume erano parzialmente note.  Per tale motivo i fiumani decisero di informare sulle vicende della propria terra  anche la stampa italiana. Fu utilizzato, ad esempio, il periodico  ‘La Voce’ di Firenze.[57]  In tale contesto, mentre da una parte si muoveva il Partito Autonomo, dall’altra (e con diverso programma)  era attivo il Movimento della ‘Giovine Fiume’. Questo nuovo organismo  intendeva applicare a Fiume quello che Giuseppe Mazzini[58] aveva realizzato per l’Italia. Il 27 agosto 1905, Luigi Cussar[59], Marco de Santi[60] e Gino Sirola[61] costituirono con alcuni amici tale associazione.[62] Mentre ufficialmente si affermava di seguire finalità sportive e culturali, si operò di fatto per sviluppare un’azione di educazione politica e di propaganda italiana. Strumento di impegno politico fu anche il giornale ‘La Giovine Fiume’. Di fronte a tale iniziativa il governo ungherese reagì sciogliendo l’associazione (accusa di alto tradimento).

 

La situazione dell’irredentismo fiumano

L’irredentismo fiumano venne inizialmente avvertito in Italia con un’attenzione minore rispetto a quella che era stata riservata a Trieste e a Trento. Probabilmente tale realtà fu causata  dal fatto che Fiume apparteneva all’Ungheria, ritenuta da alcuni  più liberale e più vicina all’Italia, al contrario dell’Austria. Comunque, le criticità presenti a Fiume divennero verso il 1910 una cronaca  che si diffuse largamente in Italia. Il ruolo della stampa fu essenziale.  Nel 1909 Giovanni Pascoli[63] scrisse sul ‘Resto del Carlino’ un necrologio molto lungo rivolto ad un fiumano suicida: Amedeo Hornig.  In questo giovane riconobbe un esponente significativo dell’irredentismo fiumano. Unitamente a ciò il poeta criticò l’indifferenza degli italiani verso la situazione di Fiume, e dichiarò il proprio amore per questa città.

Nel 1908, i soci della ‘Giovine Fiume’ si recarono a Ravenna in pellegrinaggio alla tomba di Dante. In tale occasione, Firenze offrì una lampada votiva, le province irredente dell’Austria  consegnarono un’ampolla, e Fiume donò una corona d’argento.[64] I romagnoli accolsero con calore i giovani fiumani. Vi furono anche fischi diretti  all’Austria  e al suo imperatore. Nel 1911 la Giovine Fiume organizzò un altro pellegrinaggio senza le altre componenti giuliane. Anche in tale occasione l’accoglienza si rivelò molto positiva.

Nel frattempo, Scipio Slataper[65], attraverso ‘La Voce’ di Firenze, proponeva un irredentismo culturale. Riteneva infatti  inutili  i discorsi e i dibattiti del tempo. Nel 1910, ad esempio, commentò duramente la soppressione del giornale ‘La Giovine Fiume’ ad opera del governo magiaro. Si allineò con tale posizione anche una pedagogista fiumana:  Gemma Harasim.[66] Questa  fu l’autrice del volume: ‘Lettere da Fiume[67] (analoghe a quelle scritte da Slataper da Trieste). Tale pubblicazione  contribuì a informare sulle criticità  presenti a Fiume, superando ristretti gruppi culturali e politici.

In tale contesto, a Budapest, l’on. Zanella cercò di convincere gli studenti fiumani a non illudersi su azioni del  governo italiano a favore di Fiume. I suoi interlocutori proseguirono invece  la loro politica negli incontri presso il loro caffè (chiamato “Fiume”) e nei cori stradali che utilizzavano gli inni  di Garibaldi e di Mameli.

 

 

La pedagogista fiumana  Gemma Harasim.

 

Nel 1910, il giovane Enrico Burich (già cit. in nota), aderì a un invito di Giuseppe Prezzolini.[68]. Occorreva preparare un breve resoconto per “’a Voce’. Lo scritto ebbe come titolo:  “Studenti a Budapest”. Nel testo si descrivevano  le condizioni di vita degli studenti fiumani in quella capitale. Erano isolati, condizionati da una cultura a loro estranea, più sfortunati degli studenti triestini, trentini e dalmati a Vienna e a Graz. Quest’ultimi,  più numerosi, erano riusciti a costituire un  nucleo resistente, e potevano anche chiedere l’istituzione di una Università a Trieste. In quel periodo, venne più volte negato a Burich, per le sue idee politiche, l’accesso al tirocinio al ginnasio ungherese di Fiume (necessario per ottenere il diploma di professore). Egli continuava intanto a mandare articoli a Prezzolini. Nell’agosto del 1913 apparve su “La Voce” un suo articolo  dal titolo “La tragedia dell’italianità di Fiume”.

Con l’istituzione della polizia di confine, cessò l’autonomia di Fiume e la vita cittadina venne orientata verso una cultura magiara. I fiumani reagirono, ma le manifestazioni furono represse con la forza. Il giornale “La Voce del Popolo” subì il sequestro. Burich dovette lasciare Fiume. Alla fine riuscì a trovare un incarico di insegnamento in Sicilia.

Nel 1913, a Fiume,  una bomba venne  gettata sotto una finestra del palazzo del governatore. Seguì una pubblicazione-denuncia (1914): ‘Il calvario di una città italiana’.[69] Nel testo si spingeva Roma ad occuparsi di Fiume. Nel marzo del 1914 scoppiò un’altra bomba davanti al palazzo del governatore.[70] In questo contesto, Riccardo Gigante (cit.) ebbe il coraggio di accusare il governatore, in un numero unico intitolato ‘La Bomba’, di aver organizzato l’attentato contro se stesso. Pubblicò anche le dichiarazioni di un confidente della polizia. L’articolo di Gigante ebbe un riflesso su  altri quotidiani (‘Corriere della Sera’, ‘Il Giornale d’Italia’, il ‘Secolo’ di Milano).  Le proteste dei giornali italiani  vennero poi ristampate a Fiume dal periodico  ‘La Bilancia’,  nuovo organo di stampa della ‘Giovine Fiume’.

 

 

Senatore Riccardo Gigante

 

 Uccisione dell’arciduca Francesco Ferdinando

Il 28 giugno ‎del  1914 venne ucciso a Sarajevo  l’arciduca Francesco Ferdinando[71], erede al trono asburgico.[72] L’episodio fu alla base dello scoppio del primo conflitto mondiale (28 luglio 1914). In quel momento la vita di Fiume era condizionata  dalla politica del conte Stefano Tìsza. Questo politico  spingeva verso processi di snazionalizzazione. I fiumani  che ricoprivano in cariche pubbliche furono trasferiti in territorio ungherese. Sostituiti poi  con fiduciari del governo centrale. Nelle scuole venne introdotta la lingua ungherese. In periodo elettorale furono esercitate accentuate pressioni sui votanti. In tale contesto, i fiumani auspicavano una sconfitta degli imperi centrali. Alcuni abitanti di Fiume, fuggendo ai controlli,  riuscirono ad arruolarsi nell’esercito italiano. Tra questi, si ricordano: Mario Angheben[73], Annibale Noferi[74] e Vittorio di Marco.

 

  1. La posizione degli irredentisti

Nello stesso periodo rimaneva viva tra gli irredentisti la questione del confine orientale. Tale fatto lo si individua anche da una lettera pubblicata sul ‘Giornale d’Italia’ (26 settembre 1914). Scritta da  Flaminio E. Spinelli (Icilio Baccich, cit.) aveva per titolo: ‘A Fiume?’. Aggiungasi pure un articolo inserito nel periodico ‘Ordine’ (di Ancona). L’autore  prevedeva comunque notevoli difficoltà per Fiume (la Russia voleva uno sbocco al mare; l’Adriatico era una questione complessa perché quella parte orientale, pur abitata da italiani, risultava troppo necessaria agli interessi economici dei Paesi dell’interno). In tale fase storica alcuni italiani (es. Eugenio Vajna[75])  valutavano in positivo una cessione di Fiume. Altri, erano nettamente in disaccordo (es. Riccardo Burich[76]).  La questione fiumana divenne un tema diffuso. Anche Cesare Battisti[77], deputato socialista di Trento,  prese posizione a favore dei diritti della popolazione fiumana. Scrisse (10 dicembre 1914) al riguardo un articolo sul ‘Secolo’ dal titolo: “Fiume”. Sottotitoli: “Il calvario di una città. La politica dei magnati ungheresi. I traffici di Fiume. Interessi economici e militari. Trieste e Fiume”. Anche lo scrittore Prezzolini (cit.) si schierò a favore dell’italianità di Fiume.

A questo punto, il governatore della città,  valutati i fermenti in corso,  pretese dai cittadini una dichiarazione di lealtà all’Ungheria. I fiumani si opposero, mentre la stampa italiana insisteva per un’annessione di Fiume all’Italia.[78]

 

Il periodo bellico

Il 16 aprile 1915 venne firmato a Londra un ‘Patto’ con il quale si stabilivano le condizioni per l’intervento dell’Italia nel conflitto mondiale, a fianco delle potenze dell’Intesa. In questo documento, l’articolo IV assegnava Fiume alla Croazia. Negli anni bellici, gli ungheresi  accentuarono il proprio nazionalismo (elemento di coesione). Da qui una linea dura con i fiumani.  Di questi,  alcuni subirono l’internamento. La Rappresentanza municipale venne sostituita. Furono cancellati i nomi di emeriti italiani dalla vie. Nelle scuole e negli uffici pubblici divennero  obbligatorie  le decisioni amministrative dello Stato magiaro. La Polizia di Stato adottò metodi repressivi. Le libertà personali furono umiliate.

Tale situazione ebbe l’effetto di cancellare ogni illusione. Persero vigore le tesi di chi pensava di poter contare sull’aiuto degli ungheresi per  respingere le politiche croate. Gli irredentisti, da parte loro,    speravano in una futura riunificazione  con l’Italia. Tale linea era sostenuta da società che, malgrado il carattere italiano,  erano riuscite a sfuggire allo scioglimento: la ‘Canottieri Eneo’, e  la ‘Filarmonico-drammatica’.

Durante le operazioni militari del conflitto avvenute nei pressi di Fiume, si attuò la c.d. ‘beffa di Buccari’. Nella notte tra il 10 e l’11 febbraio del 1918 una flottiglia della Regia Marina su MAS  effettuò un’incursione contro il naviglio austro-ungarico a Buccari (Bakar). Gli effetti dell’azione furono limitati (un solo piroscafo austriaco danneggiato). L’episodio ebbe però il merito di risollevare il morale degli italiani dopo il recente sfondamento del fronte avvenuto a Caporetto.[79]

Con la battaglia di Vittorio Veneto (dal 24 ott. al 3 nov. 1918) si arrivò all’epilogo  del conflitto mondiale. A Fiume le criticità locali rimasero non risolte.  La città venne esclusa dalle rivendicazioni italiane (Patto di Londra, cit.).

 

I mutamenti del dopoguerra

Alla fine della prima guerra mondiale  si costituì, dalla dissoluzione dell’impero Asburgico e di quello Ottomano, il Regno di Jugoslavia. Quest’ultimo, incluse nel suo territorio popolazioni diverse per etnia, religione e costumi. Tale situazione fu motivo di contrasti anche accesi  tra i Serbi (ortodossi), i Croati e gli Sloveni (cattolici) ed i Bosgnacchi (musulmani).

 

1918-1919. La situazione a Fiume

Il 29 ottobre del 1918,  il governatore magiaro Zoltán Jekelfalussy[80] abbandonò la città e l’amministrazione ungherese di fatto cessò di esistere. Jekelfalussy consegnò pieni poteri al podestà Antonio Vio[81], con l’intesa di trasmetterli in seguito al Comitato cittadino di Fiume-Sušak (dipendente dal Consiglio nazionale sloveno-croato-serbo di Zagabria).  Nelle ore successive, il Consiglio nazionale croato prese possesso della capitaneria di porto, della posta, delle ferrovie e del palazzo governativo.

I fiumani, da parte loro, costituirono un Consiglio Nazionale Italiano di Fiume (ottobre 1918). Presidente il medico Antonio Grossich.[82] Nel frattempo, l’industriale Andrea Ossoinack[83], deputato di Fiume al Parlamento di Budapest, protestò (seduta del 18 ottobre 1918) contro l’assegnazione della sua città alla Croazia. Alla propria terra natìa rivendicò il diritto di decidere sullo status politico (principio dell’auto determinazione). Il 30 ottobre 1918  il Consiglio Nazionale, senza tener conto del governatore croato,  proclamò l’annessione di Fiume all’Italia.

Ebbe inizio un periodo critico. Il 31 ottobre il ‘bano’ (autorità amministrativa) della Croazia nominò l’avvocato Rikard Lenac[84] amministratore della città e del suo distretto). Fiume stava per diventare croata.

Da un punto di vista militare, dopo una breve occupazione serba, arrivarono a Fiume delle truppe italiane, parte di una forza internazionale anglo-franco-statunitense. Il 4 novembre 1918 arrivarono a Fiume le prime navi italiane.[85] Il 17 novembre presero posizione in città i granatieri del generale Enrico Asinari di San Marzano.[86]  Quest’ultimo, sollevò il dott. Rikard Lenac dal suo incarico e prese il potere. Nel frattempo Il governo italiano chiese agli alleati la revisione del ‘Trattato di Londra’ per includere anche Fiume. Woodrow  Wilson[87] (USA) e Georges Clemenceau[88] (Francia) dettero risposta negativa. La situazione divenne critica. Il Consiglio Nazionale fiumano,  con l’intento di spingere sul governo italiano, affidò pieni poteri al generale Grazioli (cit.). Quest’ultimo, però, non fu in grado di accogliere l’offerta fiumana.

Nell’aprile del 1919 il politico Giovanni Host Venturi[89] si attivò per formare una ‘Legione fiumana’. Tale formazione, composta da volontari,  doveva servire per difendere la città dal contingente francese di occupazione (ritenuto filo-jugoslavo). La criticità nasceva da un  fatto. La maggior parte del corpus separatum di Fiume[90] era di madrelingua italiana. Malgrado ciò, gli jugoslavi la ritenevano  un proprio territorio.  Sostenevano che  l’area rurale prossima all’abitato era croata.  Che l’origine di molti fiumani (anche di lingua madre italiana) era croata. Che l’italianità di Fiume era solo il risultato dell’egemonia culturale ed economica degli italiani. Unitamente a ciò, è ricordare il fatto che il confine del corpus separatum verso est era delimitato dal fiume Egeo. La foce di quest’ultimo si trovava situata lungo l’antico porto cittadino. Il sobborgo adiacente, immediatamente oltre il ponte di Sussak[91] era a maggioranza croata. Nel luglio del 1919 si registrarono dei gravi scontri tra militari italiani e francesi. Fu coinvolta anche la popolazione locale. Nove soldati francesi furono uccisi. La successiva inchiesta di una commissione internazionale propose delle misure dure: scioglimento del Consiglio Nazionale Italiano, costituzione di una polizia locale comandata da un ufficiale inglese, e la destituzione del generale Grazioli. In tale contesto, emerse nell’ala irredentista dei fiumani (il cui leader era Giovanni Host-Venturi, cit.) l’idea di chiedere a Gabriele D’Annunzio (cit.), principale sostenitore dell’annessione di Fiume all’Italia e da anni irredentista, di occupare militarmente la città.

 

  1. L’appello a D’Annunzio

La ‘questione di Fiume’ era ormai un argomento diffuso in Italia. Specie  negli ambienti dei reduci del primo conflitto mondiale si era convinti che era necessario annettere questa città all’Italia. Tale dibattito si inseriva a sua volta in una tematica ancor più vasta, quella della c.d. ‘vittoria mutilata’. L’espressione si riferiva alla mancata annessione di tutti i territori previsti dal ‘Patto di Londra’ (il Trentino, il Tirolo cisalpino, la Dalmazia settentrionale), oltre al non rispetto di altre intese (il riassetto dell’Albania, la partecipazione alla spartizione dell’Impero Ottomano e alle ricompense coloniali). È utile conoscere tale contesto  perché si possono meglio comprendere le motivazioni che spinsero i fiumani a rivolgersi a D’Annunzio. In quell’ora critica, la figura di questo militare (congedadosi dall’esercito con il grado di tenente colonnello) era molto popolare. Si era distinto durante il recente conflitto mondiale, aveva ricevuto tre promozioni per meriti di guerra, era stato insignito di più medaglie al valore. Stava inoltre offrendo significativi contributi sul piano letterario.[92]

Intanto, mentre si stava concretizzando l’intesa con D’Annunzio, il governo italiano decise di non opporsi al ritiro delle proprie formazioni militari da Fiume.

 

  1. L’impresa fiumana di D’Annunzio[93]

Il 12 settembre del 1919, D’Annunzio, assumendo il ruolo di comandante,  lasciò la località di Ronchi di Monfalcone[94] per raggiungere Fiume.  Lo seguirono alcune centinaia di granatieri, reparti di arditi (cit.) e un numero non debole di volontari (Legione Fiumana). Verso le ore 12, le formazioni  cit.  arrivarono a Fiume. L’accoglienza fu calorosa. Pochi giorni dopo gli alleati  lasciarono  la città.

 

 

 

 

 

  1. La Reggenza. La Carta del Carnaro

D’Annunzio, occupata la città, chiese l’annessione all’Italia. Il governo italiano rifiutò. A questo punto il ‘comandante’ decise di proclamare (8 settembre 1920)  la Reggenza italiana del Carnaro. La decisione venne adottata  per impedire a Roma di intraprendere nuove iniziative diplomatiche. Furono promosse nel frattempo diverse iniziative socio-politiche. Si ricorda, in particolare, la ‘Carta del Carnaro’ (8 settembre 1920).[95] Questo documento, redatto dal socialista Alceste de Ambris[96],  conteneva diverse affermazioni-chiave:

– Fiume: città-Stato fondata sul lavoro.  Diritto al lavoro correttamente retribuito, pensione di vecchiaia per tutti, l’habeas corpus, il risarcimento dei danni per abuso di potere

– comunità locale organizzata in sette corporazioni;

– valore della proprietà privata, ma questa deve avere una funzione sociale;

– parità di diritti senza distinzione di sesso, razza, lingua, classe o religione; i cittadini votano a vent’anni (democrazia diretta; suffragio universale).

In attesa dell’annessione all’Italia, il piccolo Stato fiumano doveva avere una Camera dei rappresentanti, composta da almeno trenta deputati, un Consiglio economico formato dalle sette corporazioni, un esecutivo ricalcato su quello della Confederazione elvetica, una Corte suprema chiamata a deliberare sui conflitti istituzionali e sulla correttezza costituzionale delle leggi. Con il diritto di voto nelle elezioni politiche i cittadini di Fiume avrebbero avuto anche quello di promuovere referendum e di revocare le cariche pubbliche.

Alcuni di questi principi saranno riaffermati nella Costituzione italiana del 1948.[97] Sulla ‘Carta del Carnaro’ si è sviluppato tra gli storici un dibattito ove sono emerse valutazioni tra loro difformi. Rimane comunque il fatto che tale documento presentò aspetti peculiari. Tra questi: il principio del decentramento dei poteri, l’istruzione gratuita, la tutela della libertà di espressione e di stampa, il riconoscimento del divorzio, l’abolizione dell’esercito in tempo di pace.

 

I rapporti con la Russia

Il politico russo Lenin[98] (pseudonimo di Vladimir Il’ič Ul’janov) sostenne la Reggenza del Carnaro. Quest’ultima fu la prima autorità governativa a riconoscere l’Unione Sovietica. In tale contesto può essere utile ricordare che D’Annunzio, in occasione di un’intervista pubblicata nella rivista anarchica ‘Umanità Nova’ (1920), affermò quanto segue: “[…] io sono per il comunismo senza dittatura […]. Nessuna meraviglia, poiché tutta la mia cultura è anarchica, e poiché in me è radicata la convinzione che, dopo quest’ultima guerra, la storia scioglierà un novello volo verso un audacissimo progresso. […]. È mia intenzione di fare di questa città un’isola spirituale dalla quale possa irradiare un’azione, eminentemente comunista, verso tutte le nazioni oppresse”.

 

 

 

Novembre 1920. Il Trattato di Rapallo

In tale contesto, mentre a Fiume si andava organizzando la vita cittadina, il Presidente del Consiglio  italiano Giovanni Giolitti[99] (insediatosi al governo il 15 aprile 1920) e il Ministro degli Esteri conte Carlo Sforza[100] (diplomatico di carriera), si attivarono per normalizzare i rapporti tra l’Italia e il governo jugoslavo.  Questi, si erano interrotti a seguito dell’iniziativa militare di D’Annunzio (cit.).  I rappresentanti dei due Paesi decisero di incontrarsi in territorio italiano. La prima riunione si svolse il 7 novembre 1920 a Villa Spinola, presso Rapallo. Le trattative durarono pochi giorni. Il 12 novembre 1920 fu sottoscritto l’accordo tra l’Italia e il Regno dei Serbi, Croati e Sloveni.  Le Parti riconobbero consensualmente Fiume come Stato libero e indipendente nella forma di una città-Stato (lo “Stato Libero di Fiume”). I confini vennero fissati allo spartiacque delle Alpi Giulie, con la contestuale rinuncia da parte dell’Italia alla Dalmazia settentrionale (promessa dal Patto di Londra e nel frattempo occupata), salvo l’enclave dalmata di Zara e l’isola di Lagosta, che vennero annesse all’Italia.

In base all’art. IV del ‘Trattato di Rapallo’, lo Stato libero di Fiume aveva per territorio il c.d. Corpus separatum, “(…) delimitato dai confini della città e del distretto di Fiume (…), e una striscia costiera che gli avrebbe garantito anche il confine con il Regno d’Italia. Le Parti si accordarono, inoltre, per costituire un Consorzio italo-slavo-fiumano per la gestione del porto della città adriatica.[101] Unitamente a ciò, al Regno d’Italia vennero annesse Gorizia, Trieste, Pola e Zara.

 

  1. Dopo il Trattato di Rapallo

Gabriele D’Annunzio, unitamente ai suoi militari, respinse gli accordi contenuti nel ‘Trattato di Rapallo’. Non volle lasciare Fiume. Si nominò governatore della città. Quest’ultima, comunque, dovette nel frattempo affrontare anche un periodo di relativo isolamento. Tale fatto  comportò ricadute non favorevoli sull’economia. Intanto, il  governo italiano decise di agire. Fu trasmesso a D’Annunzio un ultimatum (con scadenza 24 dicembre 1920), pena l’intervento dell’esercito. Il ‘comandante’ (governatore) di Fiume ritenne tale messaggio di limitata importanza. Roma, si pensava, non avrebbe mai attaccato una città italiana. Il 24 dicembre, alle 18, dalla corazzata ‘Andrea Doria’ fu sparato il primo colpo di cannone. La stessa residenza fiumana di D’Annunzio venne colpita. Ci fu poi l’attacco da terra. Negli scontri con l’esercito italiano quasi cinquanta uomini, tra legionari, civili e militari del regio Esercito, rimasero uccisi (‘Natale di sangue’). Il 31 dicembre, D’Annunzio e i suoi uomini si arresero. Il ‘comandante’ (governatore) di Fiume lasciò la città il 18 gennaio 1921 e raggiunse Venezia.[102]

 

1921-1922. Stato Libero di Fiume. Elezioni

Nel gennaio del 1921 venne costituito a Fiume un governo provvisorio. Ebbe il compito di preparare la Costituzione dello Stato Libero di Fiume. In Italia, nel frattempo, le reazioni suscitate dalla fine della spedizione dannunziana  spinsero, a poca distanza dai fatti fiumani,  verso l’indizione di elezioni anticipate (maggio 1921). L’on. Giolitti non venne rieletto presidente del consiglio. Il 24 aprile 1921 si svolsero a Fiume le prime elezioni parlamentari per formare un’Assemblea Costituente. Vi parteciparono gli autonomisti e i ‘Blocchi Nazionali’ pro-italiani (Partito Nazionale Fascista, Partito Liberale,  Partito Democratico).

Il  Movimento Autonomista ricevette 6558 preferenze (65%), e i ‘Blocchi Nazionali’ 3443 voti. In seguito, l’8 ottobre del 1921 iniziò a operare un governo presieduto da Riccardo Zanella (cit.). Quest’ultimo, non riuscì a ricomporre   i contrasti  non risolti tra autonomisti e nazionalisti. La situazione si aggravò.  Dopo un precedente tentativo non riuscito, il 3 marzo del 1922, un gruppo di nazionalisti (ex-legionari e fascisti), organizzati in un ‘Comitato di Difesa Cittadino’, e guidati da Francesco Giunta[103], si impadronì del potere politico con un colpo di Stato. Zanella e i suoi (esiliati) dovettero riparare a Porto Re.[104]  A Fiume il prof. Attilio Depoli[105], vice presidente dell’Assemblea Costituente, sostituì Zanella.

 

Ottobre 1922. Marcia su Roma

Intanto in Italia, in un contesto di grave instabilità politica e sociale, si attuò (27-29 ottobre 1922) quella che fu  definita: la ‘marcia su Roma’.[106] Si trattò di una manifestazione popolare  (debolmente armata), organizzata dal Partito Nazionale Fascista. Ebbe il fine di  sostenere la persona e il programma di Benito Mussolini.[107] A quest’ultimo, il re Vittorio Emanuele III[108] dette l’incarico (30 ottobre 1922) di formare un nuovo governo. L’Italia si avviava verso il regime fascista.

 

1922-1923 Gli eventi a Fiume

Il 3 novembre del 1922 gruppi di squadristi presero posizione in diversi luoghi di Fiume. Con i militari italiani non ci furono  scontri ma la situazione rimase critica.  Vennero allora  presentate diverse richieste per un intervento italiano. Era necessario mantenere l’ordine pubblico, proteggendo anche l’attività portuale. Il governo italiano inviò a Fiume il generale Gaetano Giardino.[109] Questi, dal 17 settembre 1923 divenne il governatore militare della città.

Unitamente a ciò, avvenne in Italia un altro fatto significativo. Mussolini,  per superare le tensioni non risolte con il governo jugoslavo, decise di riprendere i contatti con Belgrado.[110] I recenti avvenimenti di Fiume stavano infatti vanificando le intese raggiunte con il Trattato di Rapallo.

 

1924-1925. Il Trattato di Roma

Dopo una fase di trattative, il 27 gennaio del 1924 fu possibile arrivare alla firma del ‘Trattato di Roma’. L’intesa stabilì che Fiume doveva essere assegnata al Regno d’Italia, mentre il piccolo entroterra con alcune periferie (Porto Baross, incluso nella località di Sussak, e il basso corso del fiume Eneo, che iniziò a segnare i confini tra i due Stati), venivano ceduti al Regno di Jugoslavia. La formale annessione italiana, avvenne il 16 marzo 1924. In quel giorno, il re Vittorio Emanuele III (cit.) volle essere presente a Fiume.  Gli accordi raggiunti furono poi regolati con alcune clausole da una Commissione mista per l’applicazione del Trattato. Tali clausole vennero ratificate dalla Convenzione di Nettuno il 20 luglio 1925. Il governo dello Stato Libero di Fiume considerò tale atto inaccettabile sul piano giuridico, e continuò a operare in esilio.[111]

Sul piano ecclesiale occorre ricordare che il 25 aprile del 1925 l’Amministrazione apostolica di Fiume cessò di esistere e venne eretta la Diocesi di Fiume con la Bolla  Supremum pastorale di Papa Pio  XI.

 

 

Il ponte sul fiume Eneo. Linea di confine tra il Regno d’Italia e il Regno di Jugoslavia

 

 

La situazione socio-economica di Fiume

Dopo l’annessione al Regno d’Italia, Fiume divenne capoluogo della Provincia omonima. Quest’ultima, aveva una popolazione di 109.018 abitanti, distribuita in tredici comuni. La superficie era di 1.121 km2. La targa automobilistica fu Fm.  Dal 1930 la sua denominazione venne cambiata in Provincia di Fiume/Provincia del Carnaro.

In questo periodo la città  si rafforzò sul piano  economico. Operarono più industrie. I traffici del porto richiesero (prima metà del ‘900) nuovi lavori di ampliamento del porto, e di completamento dei suoi impianti. All’Azienda dei Magazzini Generali spettò il controllo delle operazioni portuali. La Società di Navigazione fiumana ‘Adria’ (fondata nel 1880) continuò  a garantire le linee che riguardavano il settore del Mediterraneo occidentale (da Fiume fino a Marsiglia e la Spagna), quello del Nord-Europa e del Nord-Africa (Tunisia, Algeria,  Marocco).[112] Di rilievo fu l’attività del silurificio ‘Whitehead’.  Qui, venne prodotto (e perfezionato) un tipo di siluro il cui disegno iniziale    era stato progettato dal fiumano Giovanni Biagio Luppis.[113] La Raffineria di oli minerali (R.O.M.S.A.) rappresentò un altro luogo strategico.

In città vennero riordinati i parchi, i luoghi per passeggiate, ristrutturati gli alberghi, istituita l’Orchestra dell’Azienda di soggiorno, ideata la stagione del Teatro Lirico all’aperto. Altre iniziative, quali il Tennis Club, il Golf, la Società di Canottaggio, costituirono delle valide proposte per momenti di riposo. Unitamente a ciò, la località di Abbazia si organizzò per accogliere un turismo internazionale (orchestre da ballo, locali, motonavi in giro per il golfo). Inoltre, tra Fiume e Abbazia,  la ‘Fondazione Città di Fiume per le colonie marine e montane’ (1924) garantì assistenza all’infanzia e cura.

 

  1. Seconda guerra mondiale

Il 1° settembre del 1939 ebbe inizio la seconda guerra mondiale. L’Italia entrò nel conflitto il 10 giugno del 1940, schierata a fianco dell’alleato tedesco.[114] Per i fiumani fu l’inizio di un periodo critico a motivo degli eventi che si susseguirono nel tempo. [115]

 

  1. Le vicende belliche

Il 6 aprile del 1941 le forze dell’Asse occuparono la Jugoslavia. Sul piano territoriale furono decisi  nuovi confini  territoriali. Il 10 aprile 1941 venne istituito lo Stato Indipendente di Croazia. Con un secondo Trattato di Roma, siglato il 18 maggio del 1941 tra l’Italia  e la Croazia, si decise poi di ampliare la Provincia di Fiume. L’estensione avvenne in direzione del fiume Kupa, incluse le isole di Veglia e Arbe.[116] Questo periodo bellico  fu vissuto in modo drammatico dalla popolazione  fiumana: bombardamenti, rastrellamenti, deportazione di civili tra i quali numerosi ebrei, già perseguitati dal fascismo, ed altri che si erano rifugiati nei territori italiani per sfuggire alle violente persecuzioni degli ustaše (ustascia) croati.

 

8 settembre 1943. Armistizio di Cassibile

L’8 settembre del 1943 venne comunicato per radio agli italiani l’avvenuto armistizio con gli Alleati (in realtà una resa senza condizioni).[117]  L’evento produsse incertezze,  smarrimento,  criticità. Seguì l’occupazione tedesca di una parte del territorio italiano e la costituzione della Repubblica Sociale Italiana con a capo Mussolini. Il Paese fu quindi segnato da una divisione. Da una parte il Regno del Sud e dall’altra la R.S.I.. In tale contesto, Fiume fu occupata dai tedeschi e inserita nella Zona d’Operazioni del Litorale Adriatico o OZAK (acronimo di Operationszone Adriatisches Küstenland).[118] Sul piano formale la città rimaneva nell’ambito territoriale della  R.S.I., ma il potere reale venne esercitato dai tedeschi. In questo periodo la vita di Fiume venne sfigurata dai conflitti in corso, dai confronti tra diverse correnti di pensiero interne all’abitato e all’area circostante, dai bombardamenti e dalle politiche anti-ebraiche.

 

  1. I partigiani di Tito si avvicinano a Fiume[119]

Il 1944 fu un anno critico per i fiumani perché i partigiani del generale Tito[120] erano arrivati in prossimità della città. Case e vie furono colpite da granate.

 

Aprile 1945. I tedeschi lasciano Fiume[121]

Alla fine dell’aprile del 1945 i tedeschi abbandonarono Fiume. L’avanzata dei partigiani  era arrivata al suo epilogo. Nel frattempo Churchill e Roosevelt avevano stabilito un accordo con Tito. L’intesa prevedeva la cessione al generale jugoslavo  non solo di Fiume, ma anche della Venezia Giulia fino all’Isonzo.

 

3 maggio 1945. I partigiani di Tito occupano Fiume[122]

Nel 1945, a inizio maggio, forze jugoslave riuscirono ad arrivare fino a Trieste. Fiume venne occupata  il 3 maggio, ma la cessione alla Jugoslavia fu un passaggio formalizzato solo con i Trattati di Parigi (10 febbraio 1947).[123] Con la presenza dei militari di Tito, Fiume fu sottoposta a un regime di governo militare che  si prolungò per circa due anni. In un contesto ambiguo, fiduciari di Belgrado avvicinarono un esponente degli Autonomisti, Mario Blasich (cit.; infermo alle gambe). Quest’ultimo (e altri politici) era considerato dai nuovi arrivati un ostacolo alle politiche di Belgrado. Al politico fiumano fu proposto un compromesso pro tempore per garantire una continuità amministrativa. Blasich fu attento agli interlocutori.  Non volle però sottoscrivere un accordo con Tito, subordinato al riconoscimento della cessione di Fiume e della Venezia Giulia alla Jugoslavia. Poco dopo,  il suo cadavere fu trovato (con i segni di uno strangolamento) nel letto. Anche nei confronti di Giuseppe Sincich (cit.) e di Nevio Skull (cit.) vennero  eseguite delle esecuzioni sommarie. In tal modo, fu eliminato il vertice degli autonomisti.

 

 

I drammi. Le foibe[124]

La cronaca del tempo riporta ulteriori fatti. Le milizie di Tito  ricevettero l’ordine di arrestare e di sopprimere  numerosi agenti di pubblica sicurezza, carabinieri, guardie di finanza, professionisti, piccoli proprietari, dirigenti dei cantieri del silurificio, impiegati statali, commercianti e un numero significativo di persone della borghesia fiumana. I crimini non furono mirati a eliminare solo le personalità vicine al fascismo e  ai tedeschi. Si vollero  neutralizzare  tutti coloro che si opponevano al disegno di annessione di Fiume alla Jugoslavia, e  all’attuazione  di un regime comunista legato all’Unione Sovietica di Stalin.[125]  Seguendo questo generale disegno vennero giustiziati:

– sia alcuni podestà fascisti (Riccardo Gigante[126], Carlo Colussi[127], Gino Sirola[128]);

– sia i capi del Movimento Autonomista Liburnico (Nevio Skull, Mario Blasich, Giuseppe Sincich et al.).  Quest’ultimi furono accusati di filofascismo, di attendismo (passività), di essere nemici del popolo, anche se alcuni di essi erano notoriamente antifascisti.

Nel lungo elenco dei giustiziati (circa seicento) si trovano pure i nominativi di:

– Angelo Adam (ebreo antifascista reduce da Dachau, membro del CLN fiumano),  trucidato con la moglie e la figlia diciassettenne;

– Matteo Blasich (membro del CLN fiumano); secondo i militari jugoslavi, si sarebbe ucciso nella soffitta di una palazzina sede dell’OZNA (la polizia segreta comunista jugoslava) per sottrarsi ad un arresto per furto;

– Rodolfo Moncilli (dirigente comunista fiumano), ucciso dagli agenti dell’OZNA nell’ambito del tentativo del partito comunista croato di condizionare quello fiumano.

Un elevato numero di persone uccise fu gettato dentro cavità carsiche denominate foibe. Solo in tempi successivi all’immediato dopoguerra è stato possibile riaprire tali ambienti sotterranei e riesumare molti cadaveri. Ancora oggi non tutte le foibe sono state individuate. I resti del senatore Gigante troveranno sepoltura al Vittoriale degli Italiani (Gardone Riviera).[129]

 

1945-1948. La fuga della popolazione

Davanti a continue tragedie, e in presenza di provvedimenti anti-italiani, gran parte della popolazione italiana residente a Fiume fu costretta ad abbandonare le proprie case e le attività lavorative (maggio 1945-1948). Tale esodo (oltre trentamila abitanti) costituì un dramma nel dramma. Tutto ciò causò un esteso blocco delle iniziative economiche e industriali. Per questo motivo si cercò di  colmare le carenze lavorative trasferendo a Fiume gruppi di operai specializzati di Monfalcone, di area comunista.[130]

 

La realtà degli esuli

Tra coloro che dovettero lasciare la propria terra si possono ricordare almeno alcune persone: Giovanni Cucelli (tennista, campione internazionale), Carlo Alessandro Conighi (ingegnere, costruttore, presidente della Camera di Commercio e Industria), Carlo Leopoldo Conighi (architetto, legionario fiumano), Giorgio Alessandro Conighi (ingegnere, legionario fiumano), Irma Gramatica (attrice), Ezio Loik (calciatore, mezzala del ‘Grande Torino’, deceduto nella ‘Tragedia di Superga’, con molte presenze in Nazionale), Marisa Madieri (scrittrice), Garibaldo Marussi (scrittore, letterato, editore della rivista ‘Le Arti’), Abdon Pamich (marciatore, medaglia d’oro alle Olimpiadi di Roma 1960 nella marcia 50 km), Orlando Sirola (tennista, campione di livello mondiale nella specialità del doppio), Leo Valiani (nato Leo Weiczen, politico, senatore a vita), Rodolfo Volk (calciatore), Diego Zandel (scrittore), Valentino Zeichen (poeta).

 

Fine anni Quaranta

Alla fine degli anni  Quaranta (XX sec.) il governo jugoslavo  volle trasferire a Fiume nuovi abitanti, così da colmare i vuoti lasciati dagli italiani.  Arrivarono in città persone da più regioni del Paese. Fu questo un aspetto del  primo decennio del dopoguerra che si rivelò difficile per Fiume.  Da una parte fu necessario ricostruire quanto era stato distrutto dai tedeschi ma anche dai bombardamenti alleati. Dall’altra, i responsabili territoriali  intesero imprimere alla vita sociale un’impronta croata. Tale dinamica divenne evidente, ad esempio, quando si operò per neutralizzare il ceto fiumano culturalmente più qualificato. Un numero non debole di insegnanti italiani fu imprigionato con l’accusa di essere responsabile di fatti inesistenti.

 

 

  1. Esuli in partenza: Sul carretto si vede la bandiera italiana.

 

 

 

In tale contesto critico fu, ad esempio,  eliminata Margherita Sennis[131], intellettuale di talento,  di vasta cultura, direttrice didattica del Circolo Scolastico di piazza Cambieri. e la figlia Lola. Carlo Colussi[132], mutilato della guerra italo-austriaca e amministratore delegato della società tipografica ‘La Vedetta d’Italia’, mentre si stava recando a Trieste con la famiglia (con regolare permesso del Commissariato del popolo), fu ucciso a Sussak  insieme alla moglie. Il prof. Gino Sirola (cit.), allievo di Giovanni Pascoli e preside dopo il 1918 dell’Istituto Tecnico ‘Leonardo da Vinci’, podestà di Fiume nell’ultimo anno di guerra, venne fatto ‘sparire’. Intanto nelle scuole fu introdotto l’insegnamento delle lingue croata e russa. Aboliti gli ordinamenti scolastici italiani. Sostituiti i libri di testo.

 

  1. Fiume annessa alla Jugoslavia

Il 10 febbraio del 1947 Fiume venne  definitivamente ceduta e annessa alla Jugoslavia. La città e Sussak  furono unite nel medesimo abitato (attuale Fiume). Diverse criticità non furono comunque superate. Ad  esempio, tra il 9 e il 10 ottobre del 1953, come continuazione di un comizio anti italiano, vennero prese d’assalto e poi distrutte dalla folla le insegne in lingua italiana dei negozi, delle scuole e delle vie cittadine.[133]

 

1960 e anni successivi

All’inizio degli anni Sessanta, con l’indebolimento di taluni aspetti critici, Fiume ebbe la possibilità  di migliorare l’economia locale e altre realtà socio-politiche. Il porto, in particolare, divenne il principale scalo jugoslavo.

 

Fiume nella nuova Croazia indipendente

Nel giugno 1991, in seguito alla disgregazione della Jugoslavia, Fiume entrò a far parte della nuova Croazia indipendente.[134] In tal modo, la città dovette subire le criticità derivanti dalla guerra d’indipendenza croata.[135] Fu soprattutto il porto di Fiume ad essere penalizzato dallo scontro in corso. Il traffico portuale, già segnato dalla crisi economico-finanziaria dell’ultimo periodo di esistenza della Jugoslavia unita, si indebolì visibilmente. Per anni Fiume si resse con le sovvenzioni statali, con il commercio e con ciò che rimaneva dell’industria dopo le rovine causate dalla guerra. Quando gli equilibri politici interni e internazionali resero la situazione meno difficile, il porto di Fiume tornò ad essere lo scalo principale della Croazia. La costruzione dell’autostrada Fiume-Zagabria, e  vari progetti di sviluppo,   consentirono di migliorare la crescita economica fiumana.

 

Qualche considerazione di sintesi

Sarebbe miope considerare la storia di Fiume alla luce solo di avvenimenti politici e di scontri bellici. Esistono infatti delle realtà che, sorte nella città del Carnaro, sono oggi diventate un patrimonio comune. Non possono cioè essere considerate  situazioni ‘locali’, o fatti ‘minoritari’,  perché hanno superato i confini delle entità politiche per diventare un qualcosa che è gelosamente protetto dall’intelligenza dei popoli. Su questo punto la mente dello studioso corre facilmente ad alcune realtà significative.

È possibile qui ricordare:  il valore dell’area archeologica, la storia della zona portuale (fin dai primi secoli), la vicenda legata alla chiesa dedicata alla Madonna in località Tersatto (1431; con precedente cappella), l’istituzione di una Scuola di Teologia (1632) che aprirà la strada  all’Università di Fiume, il contributo pedagogico offerto dai Gesuiti (1638), le attività del Teatro nazionale (fondato nel 1765; opere liriche, balletti, sede del ‘Dramma italiano di Fiume’), il contributo offerto da letterati[136] e da traduttori.

Tra i letterati figura Enrico Morovich (1906-1994). Autore di romanzi e racconti, scriverà un anno prima di morire: ‘Un italiano di Fiume’ (1993). Vi si trova una commossa rievocazione della propria città di origine e del proprio cammino esistenziale. È considerato un autore surrealista, o comunque vicino a tale corrente letteraria e di pensiero (molto sviluppata in Francia  negli anni Venti e Trenta del Novecento).[137]

È difficile, poi, dimenticare la bella figura dello studioso ebreo  Paolo Santarcangeli (1909-1995). Fu un poeta, scrittore, saggista. Nel 1969 vinse la cattedra di Lingua e letteratura magiara presso l’Università di Torino, che fu chiusa dopo la sua morte nel 1995.[138]

In ambito ecclesiale è doveroso ricordare Madre  Maria Crocifissa Cosulich (1852-1922), fondatrice delle Suore del Sacro Cuore di Gesù; il prof. Severino Dianich (nato nel 1934), esule dal 1948. Nel 1967 con altri teologi fondò l’Associazione Teologica Italiana, di cui è stato presidente dal 1989 al 1995.[139]

La storia di Fiume è ancora ricca di molti altri esponenti. Ci si limita ad indicarne solo alcuni: :  Giovanni de Ciotta (1824-1903),  politico di madrelingua italiana, di Fiume. Edoardo Susmel (1887-1948),  storico e politico. Enrico Fonda (1892-1929), pittore morto a Parigi.   Umberto D’Ancona (1896-1964),  biologo e naturalista. Anita Schwarzkopf Seppilli (1902-1992), antropologa e filologa classica. Nuzzi Chierego Ivancich (1905-2001), pittrice e scultrice. Athos Goidanich (1905-1987), entomologo (biologo, studioso di insetti). Osvaldo Ramous (1905-1981), poeta e scrittore. Leo Valiani (nato Leo Weiczen; 1909-1999), giornalista, antifascista, politico, storico. Lucio Susmel (1914-2006), ecologo. Mirella Karpati (1923-2017), pedagogista, studiosa del mondo zingaro e della Romanologia. Antonio Slavich (1935-2009), psichiatra e politico. Giovanni Frau (1940), linguista e filologo. Giuseppe Raimondi (1941-1997), designer.

I nominativi in precedenza citati sono serviti, a titolo di esempio, per dimostrare  che i contributi  offerti dalla comunità italiana della città,  nel corso del tempo, non solo si sono sviluppati seguendo le più diverse aree scientifiche, ma hanno – con il loro apporto – superato  le barriere ideologiche e quelle confinarie. In tal senso si assiste oggi a una realtà ove molteplici Paesi hanno beneficiato  e continuano a beneficiare della cultura fiumana. Tale contesto è poi ulteriormente arricchito dal fatto che la stessa Croazia è oggi membro dell’Unione Europea, ed è quindi spontaneamente orientata a favore di politiche multiculturali. Si tratta, adesso,  di meglio conoscere quei fiumani che sono stati presenti (e lo sono ancora oggi) negli ambiti scientifici più diversi. Non per esaltazioni mirate ad oscurare altre identità socio-politiche-culturali, ma per arricchire  un cammino di popoli segnato da una vera pace.

 

 

Alcune indicazioni bibliografiche

AA.VV., Fiume. Crocevia di popoli e culture – Rijeka. Raskrižje naroda i cultura, atti del convegno internazionale tenutosi a Roma 27 ottobre 2005, Società Studi Fiumani, Roma 2007. D. Alberi, Dalmazia. Storia, arte, cultura, Lint Editoriale, Trieste 2008. Id., Istria, storia, arte, cultura, Edizioni Lint Trieste. S. Bon, Le comunità ebraiche della Provincia italiana del Carnaro Fiume e Abbazia (1924-1945), Società di Studi Fiumani, Roma 2004. G. Dabbeni, Profilo storico di Fiume, in: ‘Arcipelago Adriatico’, Centro di Documentazione Multimediale della Cultura Giuliana Istriana Fiumana Dalmata, December 28th, 2019. M. Dassovich, Il Quarnero fra geografia e storia. Il golfo, le riviere, le isole, la città capoluogo (1896-2008), Del Bianco, Udine 2009. A. Ercolani, Da Fiume a Rijeka. Profilo storico-politico dal 1918 al 1947, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2000. M. Franzinelli – P. Cavassini, Fiume. L’ultima avventura di d’Annunzio, Mondadori, Milano 2009. I. Fried, Fiume, città della memoria 1868/1945, Del Bianco Editore, Colloredo Montalbano (Udine) 2005. W. Klinger, Un’altra Italia. Fiume 1724-1924, a cura di D. Redivo, Unione Italiana-Fiume/ Università Popolare-Trieste,  Centro Ricerche Storiche, Rovigno 2018. G. La Perna, Pola, Istria, Fiume. 1943-1945,  Mursia, Milano 2002. D.R. Nardelli – G. Stelli, Istria Fiume Dalmazia laboratorio d’Europa. Parole chiave per la cittadinanze, Editoriale Umbria, Perugia 2009. G. Parlato, Mezzo secolo di Fiume. Economia e società a Fiume nella prima metà del Novecento, Cantagalli, Siena 2009. R. Pupo, Fiume città di passione, Laterza, Bari-Roma 2018. S. Samani, Dizionario Biografico dei Fiumani, Dolo, Venezia 1975. G. Scotti, Goli Otok, italiani nel gulag di Tito, Edizioni Lint, Trieste 2002. E. Susmel, Fiume attraverso la storia. Dalle origini fino ai nostri giorni, Fratelli Treves Editori, Milano 1919. G.  Vignoli, Gli Italiani dimenticati, Giuffrè, Milano 2000.  Id., I territori italofoni non appartenenti alla Repubblica Italiana, Giuffrè, Milano, 1995.

 

[1] Cf anche i risultati presentati nella mostra: “Un secolo di ricerche archeologiche a Fiume”. École française de Rome, Roma 2019.

[2] A. Gitti, Liburni, in: ‘Enciclopedia Italiana’, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1934.  G. Kobler, Memorie per la storia della liburnica città di Fiume, I, Fiume 1896. A. Stipcevic, Gli Illiri, Il Saggiatore, Milano 1966.

[3] Traduzione: ‘Da quando la Città è stata fondata’. Prima edizione originale: tra il 27 a.C. e il 14 d.C..

[4] B. Bavant, Le province: XI. L’Illirico, in: C.  Morrisson (a cura), ‘Il mondo bizantino. I. L’Impero romano d’Oriente (330-641)’, Einaudi, Torino 2007, pp. 325-375.

[5] Tale nome, secondo alcuni, deriva probabilmente  da un’antica e celtica Tarsach.

[6] Denominato in seguito Cherca.

[7] Si voleva bloccare un tentativo di invasione da parte dei barbari della Pannonia e del Norico.

[8] Regio definita nel 7 d. C.. Cf: Università di Bologna: http://www.rassegna.unibo.it/archven.html.

[9] Corpus InscrLat., III, 3027-3029.

[10] O forse un decennio più tardi, cioè nel 14/20 d.C..

[11] Publio Cornelio Dolabella (ante 69 a.C.-43 a.C.), noto in seguito come Lentulo, fu un politico e militare romano.

[12]  Venne fatta costruire dall’imperatore Vespasiano nel 78-79 d.C..

[13] Le opere di san Girolamo sono state pubblicate anche dalla Casa Editrice Città Nuova di Roma.

[14] Teodosio I il Grande (347-395) fu imperatore romano dal 379  fino alla sua morte.

[15] Anno in cui Odoacre, re degli Eruli,  depose l’ultimo imperatore romano d’Occidente Romolo Augusto.

[16] Le notizie pervenute sulla storia di Tarsatica nella fase più antica,  nel periodo imperiale, e in quello delle invasioni barbariche,  rimangono poco documentate.

[17] Alboino (530 ca 572) fu re dei Longobardi dal 560 ca al 572, anno del suo assassinio.

[18] Flavio Pietro Sabbazio Giustiniano (482-565), noto come Giustiniano I il Grande, fu imperatore bizantino,  dal 1º agosto 527 alla morte.

[19] J̌.  Ferluga, L’amministrazione bizantina in Dalmazia, Deputazione di storia patria per le Venezie, Venezia 1978.

[20] Odierna Kosovska Mitrovica, nella Pannonia inferiore.

[21] Papa Gregorio I, detto  Magno (cioè  il Grande; 540ca-12 marzo 604), fu Pontefice dal 3 settembre 590 fino alla sua morte.

[22] Nominato da Carlo Magno duca del Friuli.

[23] Il termine ‘Flumen’ fa riferimento costante al fiume Eneo.

[24] Le dinastie del feudo di Duino. Cf il sito: http://web.tiscali.it/pecar/ledinastie.htm.

[25] I Duchi di Duino non erano in buoni rapporti con la Repubblica di Venezia.

[26] Il culto alla Casa della Madonna a Nazaret è molto antico. Risalirebbe al I secolo d.C.. Il luogo, costituito da una grotta e da una casa, fu ininterrottamente venerato. Venne prima   protetto da una chiesa di stile sinagogale (II-III secolo). Poi da una basilica bizantina (dal V secolo). E dal secolo XI da una chiesa crociata.

[27] A breve distanza dal Mare Adriatico.

[28] I risultati delle ricerche archeologiche,  letterarie ed edilizie sono stati pubblicati dal frate cappuccino Giuseppe Santarelli. I libri sono editi dalla Congregazione Universale della Santa Casa di Loreto e dalle Edizioni Terra Santa.

[29] Di cui una è di Guy de la Roche, duca di Atene, governatore di Gerusalemme. Regnò dal 1285 al 1308, esattamente nell’arco di tempo che riguarda la traslazione della Santa Casa.

[30] Erano frequenti nelle chiese di Palestina.  Nel Medioevo l’uovo di struzzo si credeva deposto dalla femmina sulla sabbia e direttamente fecondato dal sole. L’allusione è questa: il Verbo di Dio fecondato nel seno di Maria Vergine ad opera del sole, cioè dello Spirito Santo.

[31] Una fonte di dati storici è costituita dal ‘Liber Civilium’. Si tratta di una  raccolta di atti che comprende il periodo 1436-1461.

[32] Cf anche: F. Cusin, Il confine orientale d’Italia nella politica europea del XIV e XV secolo, Lint, Trieste, 1977 (1937). C. Diehl,  La Repubblica di Venezia, Newton & Compton Editori, Roma 2004.

[33] La Lega di Cambrai fu un’alleanza contro la  Repubblica di Venezia. Venne costituita il 10 dicembre 1508 da: Sacro Romano Impero, Francia e Spagna.

[34] Filippo III di Spagna (1578-1621). In carica dal 13 settembre 1598 al 31 marzo 1621.

[35] R. Caimmi, La guerra del Friuli, Libreria Editrice Goriziana, Gorizia  2007. G. Praga, Uscocchi, in: ‘Enciclopedia Italiana’, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma 1937.

[36] Ferdinando fu arciduca d’Austria dal 1521 al 1564.

[37] Grazie all’iniziativa  dei gesuiti  sarà poi possibile edificare (1676) un’opera,  ‘il Calvario’,  sul monte Vojak, denominato “Salus populi”. Cf anche: G. Kobler, Memorie per la storia della liburnica città di Fiume, pubblicate per cura del Municipio, Stabilimento Tipo-litografico Fiumano di Emidio Mohovich, Fiume 1896.

[38] Padre Martino Bauzer  fu nel 1632-33 prefetto del ginnasio dei gesuiti a Fiume (cf  Historia Collegjj Fluminensis Societas  Iesu), fu poi  rettore del collegio dei gesuiti. Scrisse l’opera: ‘Rerum Noricarum et Forojuljensium Narratio’.

[39] Carlo VI d’Asburgo (1685-1740). In carica  dal 1711 al 1740.

[40]  Cf anche: A. Metrà, Il Mentore perfetto de’ negozianti ovvero guida sicura  de’ medesimi, presso Wagk, Fleis e comp., Trieste 1797,  p. 338.

[41] Assemblea dei maggiori esponenti di  un Paese o zona politico-amministrativa.

[42] Il ducato di Carniola era terra ereditaria della monarchia asburgica.

[43] I poteri succitati si trovano indicati  già in un documento del 1499, come affermato in una dissertazione ufficiale del 12 luglio 1777 dell’arcidiacono Pietro Svilokossi.

[44] Napoleone Bonaparte (17691821). Fondatore del Primo Impero francese.

[45] Auguste Marmont (1774-1852).

[46] Paolo Kiss di Nemeskér (1799-1863). Governatore di Fiume.

[47] Giovanni Kobler (1811-1893). Fu il più importante storico dell’epoca moderna della città di Fiume.

[48] La rivoluzione  si attivò in seguito alla dichiarazione d’indipendenza del popolo ungherese, guidato dal liberale Lajos Kossuth (1802-1894), dalla dominazione asburgica.

[49] Ferdinando I d’Asburgo-Lorena (1793-1875), fu imperatore d’Austria  e re d’Ungheria   (come Ferdinando V) dal 2 marzo 1835 al 2 dicembre 1848 (giorno in cui abdicò a favore del nipote Francesco Giuseppe).

[50] Riccardo Zanella (1875-1959). Politico italiano. Fu capo del partito autonomista fiumano e presidente dello Stato Libero di Fiume. Cf al riguardo anche: AA.VV.,  L’autonomia fiumana (1896-1947) e la figura di Riccardo Zanella (Atti del Convegno tenutosi a Trieste il 3 novembre 1996), Roma 1997. A. Ballarini, L’antidannunzio a Fiume. Riccardo Zanella, Edizioni Italo Svevo, Trieste.

[51] Mario Blasich (1878-1945). Medico. Esponente del Partito Autonomista Fiumano.

[52] Giuseppe Sincich (1893-1945).

[53] Nevio Skull (1903-1945).

[54] L’avvocato Michele Maylender (1863-1911) fu podestà di Fiume dal 1897 al 1899, e ancora nel 1901.

[55] Giosuè Carducci (1835-1907). Esponente della letteratura italiana. Poeta. Critico letterario.  Accademico d’Italia. Premio Nobel per la Letteratura. Cf anche:  C. Tognarelli, Martiri dell’idea. Carducci e l’irredentismo triestino, in:  AA.VV.,  ‘La letteratura italiana e le arti’, atti XX Congresso dell’Associazioni degli Italianisti,  Adi  Editore, Roma 2018.

[56] Gabriele D’Annunzio  (1863-1938). Scrittore. Poeta. Drammaturgo. Militare. Politico. Cf anche: G. D’Annunzio, La Carta del Carnaro e altri scritti su Fiume, a cura di M. Fressura e di  P. Karlsen, Castelvecchi,  Roma 2019.

[57] La rivista venne fondata nel 1908  da Giuseppe Prezzolini e da Giovanni Papini. Gli scritti su Fiume avevano la firma di Enrico Burich (1889-1965) et al..

[58] Giuseppe Mazzini (1805-1872).

[59] Luigi Cussar fu il primo presidente.  Esponente del patriottismo risorgimentale.

[60] Marco de Santi: cf anche S. Gigante, Storia del Comune di Fiume, R. Bemporad  & Figlio Editori,  Firenze 1928, p. 139.

[61] Gino Sirola (1885-1945). Politico (Repubblicano mazziniano). Avvocato. Preside dell’Istituto Leonardo da Vinci. Fu  sindaco di Fiume.

[62] R. Gigante, Come nacque «La Giovine Fiume», in: ‘La Vedetta d’Italia’, 27 settembre 1935.

[63] Giovanni Pascoli (1855-1912). Importante esponente della letteratura italiana di fine Ottocento. Fu poeta, accademico e critico letterario.

[64] La corona fu posta sul capitello della colonna (donata dalla Società alpina delle Giulie) a sorreggere l’ampolla.

[65] Scipio Slataper (1888-1915). Scrittore. Militare.  Irredentista. Tra gli autori più noti nella storia letteraria di Trieste.

[66] Gemma Harasim (1876-1961). N. Sistoli Paoli, Da Fiume a Firenze: l’esperienza di Gemma Harasim, in: ‘Intellettuali di frontiera. Triestini a Firenze (1900 -1950)’. Atti del Convegno (18-20 marzo 1983), a cura di R.  Pertici,  Leo S. Olschki Editore, Firenze 1985,  vol. II, pp. 451-481.

[67] L. Lombardo Radice, Le “Lettere da Fiume” di Gemma Harasim, Fiume, anno IX, n.3-4, luglio-dicembre 1961.

[68] Giuseppe Prezzolini (1882-1982).  Giornalista.  Scrittore. Editore. Docente universitario.

[69] L’opuscolo venne pubblicato dalle Arti Grafiche di Bergamo. L’autore fu Icilio Bacci (nato Baccich; 1879-1945). In copertina usò lo pseudonimo di Flaminio E. Spinelli.  Bacci fu un avvocato, un docente e un politico.

[70] Qualcuno ritiene che l’iniziativa si deve attribuire ad ungheresi. Avrebbe avuto il fine di accusare gli italiani a  danno delle trattative su Fiume.

[71] Francesco Ferdinando d’Asburgo-Este (1863-1914).

[72] L. Magrini, 1914: il dramma di Sarajevo. Origini e responsabilità della Grande Guerra, Res Gestae, Milano 2014. D.  Smith, Una mattina a Sarajevo, Editrice Goriziana, Gorizia 2014.

[73] Mario Angheben (1893-1915). Cf anche: A. Marpicati, Gli irredenti. Angheben, Baccich, Noveri, Opera Nazionale dedicata agli artefici della vittoria, fascicolo XIV, Società tipografico-editoriale Porta, Piacenza 1923. Periodico ‘Delta’, a. II, n. 6-7, gennaio 1925, numero speciale dedicato a Mario Angheben.

[74] Annibale Noferi (1895-1915).

[75] Eugenio Vajna (morto nel 1918).

[76] Per Burich Fiume era italiana come Trieste. Non poteva quindi  restare austro-ungarica, né diventare serbo-croata. Inoltre, non era giusto  sacrificare tutta l’Istria orientale con Laurana, Fìanona e Albona.

[77] L’irredentista Cesare Battisti (1875-1916) fu un patriota, giornalista, geografo, politico (socialista).

[78] Articoli di: Burich sul ‘Corriere di Catania’ (‘Non è possibile sacrificare Fiume’); Attilio Tamaro sul ‘Giornale d’Italia’ (‘Le chiuse d’Italia segnate da Roma’); Gigante sul  ‘Giornale d’Italia’ (il confine della Decima Legio di Augusto includeva anche Fiume). Pure tre scrittori triestini, Ruggero Fauro, Mario Alberti e Attilio Tamaro sostennero i fiumani con un’intera pagina sull’ ‘Idea Nazionale’ (‘Contro la possibile annessione di Fiume alla Croazia’).

[79] G. D’Annunzio, La Beffa di Buccari, Treves, Milano 1918 (e succ. edizioni).

[80] Zoltán Jekelfalussy (1862 – 1945).

[81] Antonio Vio, avvocato. Massone (Venerabile della locale loggia Sirius).

[82] Antonio Grossich (1849-1926). Medico e politico. A lui si deve l’applicazione  della tintura di iodio come sterilizzazione rapida per uso esterno. Fu senatore del Regno d’Italia.

[83] Andrea Ossoinack (1876-1965). Unico rappresentante fiumano alla Conferenza di Pace di Parigi del 1919.

[84] Rikard Lenac (1868-1949). Avvocato.

[85] La nave ‘Emanuele Filiberto’ con i cacciatorpediniere ‘Sirtori’ e ‘Stocco’. La formazione partì da Venezia  per iniziativa dell’ammiraglio Thaon de Revel, in risposta alle richieste dei fiumani.

[86] Enrico Asinari di San Marzano (1869-1938). Fu poi sostituito dal generale Francesco Saverio Grazioli (1869-1951).

[87] Woodrow  Wilson (1856-1924). Fu presidente degli Stati Uniti dal 1913 al 1921.

[88] Georges Clemenceau (1841-1929). Fu primo ministro francese dal 1906 al 1909; e dal 1917 al 1920.

[89] Giovanni Host-Venturi (1892-1980). Politico. Storico.  Fu uno dei protagonisti dell’impresa di Fiume, ideata da D’Annunzio. Divenne ministro delle comunicazioni.

[90] Città e territorio circostante.

[91] Oggi quartiere di Fiume/Rijeka.

[92] In tempi successivi egli riceverà ulteriori titoli e riconoscimenti. Sulle vicende del tempo cf anche: P. Alatri, Nitti, D’Annunzio e la questione adriatica, Feltrinelli, Milano 1959.

[93] Tra le molte pubblicazioni cf anche: G. B. Guerri, Disobbedisco. Cinquecento giorni di rivoluzione. Fiume 1919-1920, Mondadori, Milano 2019. M. Franzinelli – P. Cavassini, Fiume: l’ultima impresa di D’Annunzio, LEG, Gorizia 2019.

[94] Località denominata in seguito: Ronchi dei Legionari.

[95] R. De Felice, La Carta del Carnaro nei testi di Alceste De Ambris e Gabriele d’Annunzio, il Mulino, Bologna 1973.

[96] Alceste de Ambris (1874-1934). Giornalista. Sindacalista. Politico. Cf anche: E. Serventi Longhi, Alceste De Ambris. L’utopia concreta di un rivoluzionario sindacalista, Franco Angeli, Milano  2011.

[97] G. D’Annunzio, La Carta del Carnaro e altri scritti su Fiume, a cura di M. Fressura  e P. Karlsen, Castelvecchi, Roma 2019.

[98] Lenin (1870-1924). Rivoluzionario e politico russo. Al culmine del suo percorso  politico divenne Presidente del Consiglio dei commissari  del popolo della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa.

[99] Giovanni Giolitti (1842-1928). Fu più volte presidente del Consiglio.

[100] Carlo Sforza (1872-1952). Dal 1920 al 1921 fu ministro degli esteri del Regno d’Italia, e dal 1947 al 1951 della Repubblica Italiana.

[101] La città di Fiume acquisiva uno status internazionale simile a quello del Principato di Monaco.

[102] G. Properzj, Natale di sangue. D’Annunzio a Fiume, Mursia, Milano 2010.

[103] Francesco Giunta (1887-1971). Fu segretario nazionale del Partito Nazionale Fascista dal 13 ottobre del 1923 al 23 aprile del 1924.

[104] Essendo Porto Re (Kraljevica) in territorio jugoslavo, Zanella e i suoi furono accusati di connivenza con i croati e di tradimento dello spirito italiano della città.

[105] Attilio Depoli (1887-1963).

[106]  Tra le molte pubblicazioni cf anche: E. Lussu, Marcia su Roma e dintorni, Einaudi, Torino 2002.

[107] Benito Mussolini (1883-1945). Giornalista. Politico. Fondatore del Partito Nazionale Fascista. Fu Presidente del Consiglio  del Regno d’Italia  dal 31 ottobre 1922 al 25 luglio 1943.   In seguito ricoprì  vari ruoli politici apicali. Divenne:  ‘Duce’ del fascismo, ‘Fondatore dell’impero’, Primo Maresciallo dell’Impero.  Fu capo della Repubblica Sociale Italiana dal settembre 1943 al 27 aprile 1945.

[108] Vittorio Emanuele III di Savoia (1869-1947). Re d’Italia. Imperatore d’Etiopia. Primo Maresciallo dell’Impero.  Re d’Albania.

[109] Gaetano Giardino (1864-1935).  Cf anche: G. Albanese, La marcia su Roma,  Laterza, Bari-Roma 2008. L.E. Longo, L’esercito italiano e la questione fiumana (1918-1921), Stato Maggiore dell’Esercito, Ufficio Storico, Roma 1996.

[110] Tra le molte pubblicazioni cf anche: C. Sforza, Pensiero e azione di una politica estera italiana, a cura di A. Cappa, Laterza, Bari 1924.

[111] Cf anche: G. Carocci, La politica estera dell’Italia fascista. 1925-1928, Laterza, Bari-Roma 1969.

[112] Nel 1937 avvenne la fusione tra questa società (21 navi) e le ‘Flotte Riunite Cisa Florio’. Da tale operazione derivò  la ‘Tirrenia’.

[113] Giovanni Biagio Luppis (1813-1875). L’arma (siluro) venne poi realizzata con l’apporto tecnico ed economico del direttore inglese dello Stabilimento Tecnico Fiumano (ing. Robert Whitehead;  1823-1905). Utilizzata durante la prima guerra mondiale fu in seguito perfezionata.

[114] R. De Felice, L’Italia tra tedeschi e Alleati. La politica estera fascista e la seconda guerra mondiale, Il Mulino, Bologna 1973.

[115] Su questo punto cf il notevole studio del dott. Marino Micich dal titolo: ‘La Seconda guerra mondiale a Fiume e dintorni (prima parte). La situazione politica e militare dal 25 luglio 1943 al gennaio 1944, con riferimenti alla situazione in Istria e alla prima fase delle foibe, in: Rivista di studi adriatici ‘Fiume’ n. 40, II sem., 2019. La seconda parte (‘Fiume in guerra, dal gennaio 1944 al maggio 1945’) è stata pubblicata nel numero successivo (2020).

[116] A.  Becherelli, Italia e Stato indipendente croato (1941-43), Edizioni Nuova Cultura, Roma 2012.

[117]  L. Salvaggio, L’armistizio di Cassibile, Lombardi, Siracusa 2016.

[118] S. Di Giusto, Operationszone Adriatisches Küstenland, IFSML, Udine 2005.

[119]  M. Micich, op. cit..

[120] Josip Broz (noto con il nome di battaglia ‘Tito’;  1892-1980), fu un  militare e un politico. Guidò le formazioni jugoslave contro l’occupazione nazi-fascista. Divenne presidente della Jugoslavia, trasformata in uno Stato federale. Ebbe il titolo di Maresciallo.

[121] M. Micich, op. cit..

[122] M. Micich, op. cit..

[123] Cf anche: M. Toscano, Ricordo della ratifica del Trattato di pace, in: ‘Nuova Antologia’, fasc. 2001, 1967, p. 3 ss..

[124] M. Micich, op. cit..

[125] Iosif Vissarionovič Džugašvili (1878-1953),  noto come Iosif Stalin, fu un militare e un politico sovietico. Dopo aver ricoperto diversi incarichi, arrivò ad essere il segretario generale del Partito Comunista dell’Unione Sovietica. Assunse alla fine il potere supremo nel suo Paese.

[126] Era  rimasto in città anche dopo l’arrivo delle milizie jugoslave.  Il 3 maggio 1945  venne prelevato dalla polizia segreta di Tito (OZNA) e fucilato a Castua.

[127] Carlo Colussi (1891-1945). Giornalista, politico.

[128] Gino Sirola (1885-1945). Avvocato, politico.

[129] A. Ballarini – M. Sobolevski, Le vittime di nazionalità italiana a Fiume e dintorni (1939-1947), Ministero italiano per i Beni e le Attività culturali – Direzione generale per gli archivi, Roma 2002.

[130] Tali operai vennero poi perseguitati dall’apparato jugoslavo dopo la rottura politica tra Tito e Stalin (1948): diversi furono deportati nell’isola-gulag jugoslava di Goli Otok, molti rientrarono più o meno  in modo clandestino in Italia, o fuggirono in altri Stati del blocco sovietico, o anche – in misura minore – in altre regioni della Jugoslavia.

[131] Margherita Sennis (1893-1945).

[132] Carlo Colussi (1891-1945).

[133] Nel 2019, nel centenario dell’impresa dannunziana, sono stati ripristinati i nomi delle strade precedenti il 1953.

[134]  L’indipendenza venne dichiarata il 25 giugno del 1991.

[135]  Conflitto combattuto tra il 1991 e il 1995.

[136] Cf anche: AA. VV., Le parole rimaste. La storia della letteratura italiana dell’Istria e del Quarnero nel secondo Novecento, a cura di N. Milani e R. Dobran, ‘Pietas Iulia’ – Società di Studi e Ricerche, Fiume 2010.

[137] AA.VV., Morovich oltre i confini, Atti del convegno tenutosi a Genova, presso il Palazzo dell’Accademia Linguistica di Belle Arti, in: ‘ Resine’, n. 61-62 (1994), Marco Sabatelli Editore, Savona 1995. B. Rombi, Morovich, scrittore fra gioco e sogno, Savona, Marco Sabatelli Editore, Savona 1986. E. Serra (a cura), Enrico Morovich e il surrealismo italiano, in: ‘Storia del Mondo’,  n.16, Istituto Giuliano di Storia, Cultura, Documentazione, Gorizia-Trieste, 10 novembre 2003.

[138] Nell’ambito della narrativa in italiano si ricorda di questo A.:  Il porto dell’aquila decapitata, Vallecchi, Firenze 1969. Il fuoco e altri racconti d’amore e disamore, Torino 1973. In cattività babilonese, Del Bianco, Udine 1987.

[139] Cf anche: http://www.istrianet.org/istria/people/albums/dianich/dianich_severino.htm.

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