Al teatro Arcobaleno una “Mostellaria” di Plauto all’insegna dell’eterno gioco delle parti: il servo astuto destabilizzante con il vecchio che reclama il primato dell’ordine. Al centro la formula del perdono che ristabilisce gli equilibri

“Una delle commedie più divertenti e significative di Plauto, in cui esplode la forza dirompente dei suoi personaggi, popolari, colorati, caratterizzati all’estremo; maschere che valicano i secoli, fra cui spicca il servus callidus, il servo astuto, inventore di mille trovate esilaranti, motore dell’azione che si dipana in avvincenti intrecci drammaturgici.  Un tipico esempio di “rovesciamento sociale”, che sta alla base del teatro plautino: giovani e servi, rispettivamente sottomessi alla potestà dei padri e dei padroni nella vita, sulla scena prendono il sopravvento, ribaltando ruoli e rompendo schemi.”  E’ ciò che si legge nelle note di regia ma quel colpisce è che nuovamente e per l’ennesima volta Vincenzo Zingaro ha fatto ancora centro con il nuovo allestimento della commedia plautina. Ormai è uno specialista della classicità latina e greca e un punto di riferimento degli appassionati romani. 

Con Plauto, con l’interpretazione di Vincenzo Zingaro, con l’uso dei dialetti meridionali prende vita l’affresco di una località imprecisata del sud, una storia in cui sogni e passioni si scontrano con la spietatezza della realtà. I personaggi si trasformano in ritratti di vita familiari, più vicini di quanto potessimo immaginare, che scopriamo mai scomparsi, ma solo trasfigurati, da cui l’anima cerca di prendere le distanze con un’amara risata, perché non può non riconoscersi davanti al suo specchio.” Infatti per capire come siamo fatti bisogna guardarsi allo specchio, per capire chi siamo bisogna guardarsi dentro. Il teatro fa tutte e due le cose. Fotografia e radiografia dell’uomo di ogni tempo e delle sue società. Il teatro è una lente d’ingrandimento, uno specchio che non si limita a riflettere, ma aiuta ad analizzare, a capire meglio il riflettuto. E tutto questo Vincenzo Zingaro lo realizza tutte le volte che mette in scena le commedie classiche sviluppando un percorso di ricerca sempre più sottile e suscitando degli spunti di riflessione allo spettatore che si sorprende a riscoprire delle maschere che poi non sono tanto lontane da lui. Queste infatti sono facilmente rappresentate in un periodo storico senza tempo, senza perdere la loro autenticità, a dimostrazione che i tipi psicologici sono eterni e quelli plautini in particolare “hanno un radicato fondamento nella vita del nostro paese.” E’ chiaro che rimane centrale il tema della dipendenza dell’uomo dai suoi desideri carnali e di amore per il denaro. Un ulteriore approfondimento scaturito da una visione più attenta della commedia si può fare considerando il contesto storico in cui il testo viene scritto e cioè nel periodo immediatamente precedente la conquista di Cartagine. Plauto vuole prendere in giro con un sorriso disincantato la sete di gloria e di potenza. Già si avverte in Plauto la decadenza dei costumi che preluderà alla disfatta del potere di Roma. Tutti sintomi di decadenza che di lì a poco sarebbe cresciuta enormemente, dopo la fine di Cartagine. Plauto come Polibio avverte questi segnali, l’uno trattandola con ironia, l’altro con solennità. E’ interessante quanto Polibio osserva : Si dice che Scipione Emiliano, vedendo dall’alto che la città era finita completamente verso la distruzione finale, abbia pianto, e divenne chiaro che si lamentava per i nemici.  Si dice che, dopo che Polibio gli chiese con schiettezza (era infatti suo maestro) cosa quel discorso significasse, disse che aveva evitato di nominare la patria. Scipione pensava infatti che tale distruzione sarebbe, un giorno, capitata anche a Roma. Lo stesso Polibio scrisse queste cose dopo averle ascoltate. Anche Plauto osserva nella sua commedia la caducità della condizione umana ridicolizzando le manie, i vizi e i difetti di questi personaggi che inseguono sogni che dilegueranno presto.

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Tra tutti, però, Plauto e Vincenzo Zingaro nel suo allestimento ha chiaramente il suo favorito: il servo, ribaldo, amorale, truffatore, creatore di inganni e risolutore della situazione. Nel teatro plautino il servitore ha uno spazio del tutto eccezionale: gestisce l’intreccio, controlla, influenza e commenta, con ironia e lucidità, tutti gli avvenimenti. Dice  Zingaro “il vecchio Theopropides cede alla paura del fantasma e alle proprie superstizioni. Plauto lo rende oggetto di burla e innesca un susseguirsi di situazioni comiche ad opera del servo. Quella burla è una parte di noi stessi che la crea: quel servo è il nostro “rovescio”che attraverso una strada tutta sua, ci permette di ricongiungerci col “diritto”. La posizione del servo, infatti, che regge le redini della commedia, spesso ha un equivalente con il poeta drammatico. Non a caso il servo è il personaggio che gioca di più con le parole, è un cercatore di immagini, di metafore, di doppi sensi, di allusioni, di menzogne, di battutacce. Un funambolo della parola che non può fare a meno di svolgere la sua azione destabilizzante. E’, quindi, il vero portavoce dell’ originalità creativa di Plauto. Il lieto fine, ovviamente,è garantito con il protagonista più azzeccato, una sorta di Deus ex-machina anticipatore dell’avvento del cristianesimo: il Perdono.

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