Beatificazioni Chiara Lubich e don Benzi: chiusa la fase diocesana

Si concludono le fasi diocesane delle cause di beatificazione e canonizzazione di due grandi testimoni della fede del XX secolo: Chiara Lubich e don Oreste Benzi. I rispettivi processi proseguiranno ora presso la Congregazione delle Cause dei Santi in Vaticano. Grande la soddisfazione del Movimento dei Focolari e della Comunità Papa Giovanni XXIII .
A tal proposito il San Paolino’s Voice ripubblica un vecchio articolo tratto da Aleteia

11 anni fa moriva Chiara Lubich: proclamata Serva di Dio e fondatrice dei Focolarini fu interprete e anticipatrice dell’ecumenismo del Vaticano II e della centralità dei poveri: una collana di libri ne illustra il pensiero

Chi era Chiara Lubich?

© DR
pubblicazione consentita da Aleteia su SPV a cura di Carlo Mafera

Proclamata Serva di Dio e fondatrice dei Focolarini fu interprete e anticipatrice dell’ecumenismo del Vaticano II e della centralità dei poveri: una collana di libri ne illustra il pensiero

E’ sempre attuale parlare di Chiara Lubich, specialmente adesso e specialmente laddove le sue intuizioni spirituali si sono trasformate in urgenza per la Chiesa tutta. Nata nel 1920 e tornata al Padre quasi dieci anni fa (2008) è stata una donna di incredibile umanità e spirito di servizio, ha dedicato la sua intera vita alla preghiera e all’evangelizzazione, la sua preoccupazione costante è stata quella di “allargare la famiglia di Dio”, per certi aspetti “democratizzare la Parola di Dio”, creare unità e fraternità era per lei quasi un assillo. Alla sua morte Papa Benedetto XVI fece giungere un suo messaggio, in cui affermava che la Lubich era una donna in piena sintonia col pensiero dei papi, che talvolta riusciva ad intuire ed attuare in anticipo.  Ebbene per rendere ragione di un percorso durato ben 65 anni (ella si consacrò coi voti privati a Dio di consacrarsi a Lui per tutta la vita il 7 dicembre del 1943), le edizioni Città Nuova hanno avviato un progetto di sistematizzazione e pubblicazione dell’intera sua opera: tutte le riflessioni sul Vangelo, tutti i discorsi, i documenti sociali, verranno raccolti in una collana in 14 volumi. L’opera omnia, possiamo dire così, sarà divisa in tre temi: la persona, la via spirituale, l’opera di Chiara Lubich e il mondo contemporaneo.

Il primo volume a disposizione è il numero 5, dedicato alle “Parole di Vita“, le riflessioni di Chiara sul Vangelo, anzi qualcosa di più come spiegano i curatori:

Più che un commento al Vangelo, ne è una lettura carismatica, un’intuizione, un deciso impulso a metterlo in pratica, a viverlo. Presenta un carattere immediato, incisivo, diretto. Destinata fin dal principio a un vasto pubblico, è sempre apparsa su foglietti modesti, scritti con un linguaggio alla portata delle persone più umili. Nell’ampia produzione letteraria della Lubich costituisce un genere particolare. Pur nella sua semplicità, l’iniziativa ha offerto un notevole contributo alla riscoperta della Parola di Dio nella Chiesa del Novecento, trasmettendo un “metodo” per vivere la Scrittura e condividerne i frutti.

Un breve esempio aiuterà a capire:

Aprile 1978

Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti (Mt 7, 12)

Hai mai provato una sete d’infinito? Hai mai sentito nel tuo cuore il desiderio struggente di abbracciare l’immenso? O forse: hai mai avvertito nel tuo intimo l’insoddisfazione per quello che fai, per quello che sei?

Se così è, sarai felice di trovare una formula che ti dia la pienezza che agogni: qualcosa che non lasci rimpianti di giorni che se ne vanno semivuoti…

C’è una Parola nel Vangelo che fa pensare e che, compresa appena un po’ , fa trasalire di gioia. In essa è condensato quanto dobbiamo fare nella vita. Riassume ogni legge impressa da Dio in fondo al cuore di ogni uomo. 

Sentila:

<<Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti>>

Tale frase è chiamata “regola d’oro”.

L’ha portata Cristo, ma era già conosciuta universalmente. l’Antico Testamento la possedeva. Era nota a Seneca e nell’oriente la ripeteva il cinese Confucio. E poi altri ancora. E questo dice quanto sia a cuore a Dio: come Egli voglia che tutti gli uomini la facciano norma della loro vita. 

E’ bella a leggersi e suona come uno slogan.

Sentila ancora:

<<Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la legge e i profeti>>

Ogni prossimo, che incontriamo nella giornata, amiamolo così. Immaginiamo di essere nella sua situazione e trattiamolo come vorremmo essere trattati al suo poso. 

La voce di Dio che abita dentro di noi ci suggerirà l’espressione d’amore adatta alla circostanza.

Lui ha fame? Ho fame io – pensiamo. E diamogli da mangiare. 

Subisce ingiustizia? Sono io che la subisco!

E’ nel buio e nel dubbio? Lo sono anche io. E diciamogli parole di conforto e condividiamo le sue pene e no diamoci pace finché non sarà illuminato e sollevato. Noi vorremmo essere trattati così. […]

E’ una scrittura semplice ma proprio per questo potente, diretta e adatta a tutti. Chiara scriveva per essere compresa, con consigli pratici, esempi concreti, soluzioni reali alle perplessità che ogni giorno il Vangelo pone al cuore dell’uomo. Una opera dunque utile perché permette di capire lo sforzo della Lubich di “abitare la frontiera della differenza mentre impera l’età delle identità in conflitto” come ha spiega padre Piero Coda, Preside dell’Istituto Universitario Sophia a Loppiano in provincia di Firenze. E ancora “Chiara Lubich non è una figura mediatica, forse perché tutto ciò che è più profondo – come dicevano gli antichi – resta più celato. La produzione spirituale e sociale di questo carisma sta – secondo Piero Coda – appena appena adesso a germogliare”. L’opera dunque una occasione per capire l’opera di una donna che si era stretta con tutte le sue forze al Cristo.

10 anni fa moriva il Servo di Dio Oreste Benzi Fondatore della Comunità Giovanni XXIII. La sua beatificazione sembra imminente.

Dal sito http://www.santiebeati.it/dettaglio/91554

https://i0.wp.com/www.sanclemente.it/wp-content/uploads/2015/07/benzi.jpg
Don Oreste Benzi

 

 

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San Clemente, Forlì, 7 settembre 1925 – Rimini, 2 novembre 2007

Don Oreste Benzi nasce il 7 settembre 1925 a S. Clemente, un paesino sulle colline romagnole vicino a Rimini, da una povera famiglia di operai, settimo di 9 figli. All’età di sette anni sceglie di diventare prete e appena può, nel 1937, all’età di 12 anni entra in seminario. Il 29 giugno 1949 riceve l’ordinazione sacerdotale dal Vescovo di Rimini, Mons. Luigi Santa. Fin da allora fu grande il suo interesse per gli adolescenti ed i giovani, per proporre loro “un incontro simpatico con Cristo”. Dopo il 1950, per diversi anni, è stato insegnante e padre spirituale al seminario di Rimini. Successivamente insegnò religione in diverse scuole riminesi divenendo riferimento per molti studenti liceali. Nel 1969 si dimise da ogni incarico per dedicarsi pienamente al nuovo ruolo di parroco, che mantenne fino al 2000, nel quartiere “Grotta Rossa” della periferia di Rimini. Dall’incontro con persone sole ed emarginate e con la disponibilità a tempo pieno di alcuni giovani, don Oreste guidò l’apertura della prima Casa Famiglia della Comunità Papa Giovanni XXIII a Coriano, vicino a Rimini, il 3 luglio 1973. E’ stato il fondatore della Comunità Papa Giovanni XXIII e suo Responsabile Generale fino al 2 novembre del 2007, giorno in cui è tornato al Padre. Lo abbiamo forse visto tante volte in TV, la proposta di don Oreste è davvero originale. Don Oreste, questo anziano prete romagnolo, alto e grosso, un telefonino cellulare per tasca, rosario sempre fra le mani, lunga veste nera e lisa, sguardo trafiggente e parlantina sciolta, passa per le strade della sua terra, raccoglie i tossici della piazza, incontra personalmente le prostitute mentre “lavorano” per strada, entra serenamente nelle discoteche domandando al discjockey tre minuti di intervallo per predicare il Vangelo, oggi è a Bologna, domani in Africa e dopodomani chissà dove… E tutto questo per creare delle “case-famiglia” dove delle coppie di sposi accolgano uno, due figli naturali e gli altri comperati già fatti e grandi, “acquistandoli” dall’orfanotrofio, dal manicomio, dalla piazza dei tossici o dal marciapiede. A queste persone non basta dare pane e lavoro: bisogna dare una famiglia. Ai Poveri non più servizio ma condivisione!

Dall’infanzia all’ordinazione sacerdotale.
Don Oreste Benzi nasce il 7 settembre 1925 a Sant’Andrea in Casale, una frazione del Comune di San Clemente, paesino sulle prime colline dell’entroterra romagnolo a pochi chilometri da Rimini e dal mare. È settimo di nove figli in una povera famiglia di operai.
Suo padre, Achille, mutilato della grande guerra, faceva saltuariamente l’operaio o il bracciante a giornata. “Il babbo era una persona molto buona con un grande sentimento di Dio ed elevato senso morale, però non era praticante prima della mia entrata in seminario. A volte quel poco cibo che si portava al lavoro lo riportava a casa la sera. Noi gli andavamo incontro sulla strada principale e facevamo festa intorno a lui”. Frequenti erano i periodi di disoccupazione e la numerosa famiglia faceva fatica a tirare avanti, conoscendo anche la fame. “Il babbo in quei periodi andava tutti i giorni a cercare lavoro. Per lui era un incubo tornare a casa e dire “Non l’ho trovato”. Sono i ricordi più dolorosi della mia vita”.
Sua madre, Rosa Silvagni, era invece una donna piena di fede e svolgeva il lavoro di casalinga esigendo la collaborazione da tutti i figli. “Mia madre ci ha insegnato a pregare: la domenica mattina si alzava presto per andare a Messa. Era una donna instancabile, cantava sempre e non si scoraggiava mai”. La famiglia aveva anche un piccolo campo che coltivava a grano, risorsa molto importante nei periodi di disoccupazione del padre.”Ci si alzava presto al mattino e si viveva nella gioia in una grande povertà. Il babbo e la mamma erano la sicurezza piena e la garanzia del nostro cammino”.
In prima elementare fu bocciato a causa delle cagionevoli condizioni di salute. “Avevo preso il morbillo. Sono stato malaticcio per tutto l’inverno e, non potendo andare a scuola, mi hanno fatto ripetere. Per me è stata una sofferenza grande, un’ingiustizia”. Don Oreste da bambinoQuesto fatto anziché avvilirlo lo fece reagire, invogliandolo a combattere le ingiustizie e superare le sconfitte, impegno al quale non si è mai più sottratto. Un giorno, in seconda elementare, la sua maestra, Olga Baldani, parlò in classe di tre figure umane: lo scienziato, il sacerdote e l’esploratore. Rimase molto colpito da quella lezione. “Non so cosa avessi capito, avevo solo 7 anni, però quel giorno sono tornato casa e ho detto: mamma, io mi faccio prete”. Fu una decisione irremovibile a cui rimase sempre fedele senza mai alcuna incertezza o esitazione.
Appena gli fu possibile, nel 1937 all’età di 12 anni, entra in seminario, prima ad Urbino poi a Rimini per frequentare quarta e quinta ginnasio. Nel 1943 si trasferì al seminario di Bologna a frequentare la prima liceo, perché Rimini era sotto bombardamento alleato. Il seminario di Rimini venne infatti distrutto e trasferito a Montefiore Conca. Fu lì che completò gli studi teologici, perché anche il seminario di Bologna venne chiuso a causa della guerra.
Il 29 giugno 1949 don Oreste Benzi riceve l’ordinazione sacerdotale dalle mani del vescovo di Rimini Mons. Luigi Santa e pochi giorni dopo, il 5 luglio, viene nominato cappellano nella parrocchia di San Nicolò al Porto dove rimase per 16 mesi. Riuscì, in questo breve periodo, a coinvolgere tantissimi ragazzi della parrocchia creando con loro una relazione intensa.
L’impegno tra i giovani.
Nell’ottobre 1950 don Oreste si trasferisce nuovamente in seminario, con l’incarico di insegnare francese, italiano, latino e matematica. I ragazzi della parrocchia San Nicolò continuano però a frequentarlo riconoscendo in lui una guida.
Don Oreste fin da giovane seminarista desiderava partire per la missione. A causa delle cagionevoli condizioni di salute gli viene consigliato dal suo padre spirituale di rinviare la partenza a quando avesse ricevuto l’ordinazione sacerdotale. Ritornato al seminario diocesano come insegnante, viene però nominato vice assistente della Gioventù Cattolica di Rimini di cui diventerà poi assistente nel 1952. Nel 1953 diviene direttore spirituale in seminario per i giovani nella fascia d’età fra i 12 e i 17 anni. Il sogno di partire per la missione è perciò definitivamente abbandonato.
Nel1953 don Oreste inizia ad insegnare religione fuori dal seminario: la sua prima esperienza è alla Scuola Agraria “San Giovanni Bosco” di Rimini frequentata dai preadolescenti nei tre anni successivi alle elementari. Insegnerà poi al liceo classico “Giulio Cesare” e al liceo scientifico “Serpieri” di Rimini e nel 1969 al liceo scientifico “A. Volta” di Riccione.
1967 liceo Serpieri Dal momento in cui riceve l’ordinazione, don Oreste si ritrova a svolgere il suo compito di sacerdote accanto ai giovani. Intuisce e capisce l’importanza di essere vicino ai preadolescenti e ai ragazzi ed inizia un intensissima presenza insieme a loro. Nel 1954 lascia l’incarico di assistente della Gioventù Cattolica per dedicarsi completamente al ruolo di direttore spirituale in seminario, ma non abbandona i ragazzi che ormai l’avevano incontrato. Ogni sabato li riceve dalla mattina fino a notte. Vanno da lui a confessarsi fino a una settantina di giovani ogni sabato. “È nella preadolescenza che si formano i valori pressoché definitivi. Io vedevo che i ragazzi si scontravano con tanti disvalori e non si incontravano con l’unico valore, Cristo. Bisognava perciò fare aver loro, e specialmente ai ragazzi lontani dalle parrocchie, un incontro simpatico con Cristo”. Da questa intuizione nascerà, alcuni anni dopo, nel 1961, la casa “Madonna delle Vette” ad Alba di Canazei in cui sono passati ormai migliaia di ragazzi. ” Nel 1955 andai sulle Dolomiti, ospite di un amico per motivi di salute. Mi trovavo sul Catinaccio. Vedevo che l’ambiente aiutava a spaziare verso l’infinito, quel “no limits” di cui hanno tanto bisogno gli adolescenti. In mezzo a quelle montagne mi son detto: qui bisogna fare qualcosa per gli adolescenti! Quando progettammo questa esperienza ancora non esisteva niente di simile”.
Per acquistare il terreno in Val di Fassa sul quale costruire la “casa”, occorrevano tre milioni di lire. Il progetto fu affidato ad un famoso architetto e la sua realizzazione completa prevedeva 120 milioni, una cifra enorme per quel periodo. Don Oreste decise di chiedere al vescovo di Rimini il permesso di fare un viaggio negli Stati Uniti per iniziare a raccogliere i fondi necessari. Il vescovo è d’accordo. Nel frattempo una banca riminese gli concede un prestito di dieci milioni. Don Oreste con fede e affidandosi a Maria, provvede all’acquisto del terreno e all’avvio della costruzione. Nell’agosto 1958 si depone la prima pietra, presente mons. Emilio Bianchieri, il vescovo di Rimini. Dieci giorni dopo don Oreste parte in nave per gli Stati Uniti assieme ad un seminarista. Con molte peripezie e rischi, riesce a raccogliere i primi nove milioni. In seguito don Oreste fa un secondo viaggio negli USA con don Sisto Ceccarini. Vanno dal vescovo di Boston. “Mi chiese quanto mi occorreva. Io dissi la cifra necessaria per costruire il grezzo dell’edificio: ventidue milioni, trentacinquemila dollari. Me li portò lui stesso in Italia. Con quei soldi costruimmo il grezzo. Il resto venne dalla Provvidenza, finché nel 1961 inaugurammo la casa”.
Da allora in poi alla casa “Madonna delle Vette” di Alba di Canazei si organizzano soggiorni estivi a cui parteciperanno diverse centinaia di ragazzi ogni anno, molti dei quali provenienti da bande o gruppi lontani dalla Chiesa.
Nel 1968 ci fu una svolta importante: a Rimini in marzo, si aprì un istituto per persone con handicap gravi e gravissimi fra cui anche molti giovani. Don Oreste iniziò a frequentarlo, creando un legame con queste persone. “Mi dissi: perché gli adolescenti possono andare sulle vette delle Dolomiti e gli handicappati no? Dove siamo noi, li anche loro!” 1968 Partenza dal RizzoliA maggio va ad incontrare i 50 minori ospiti del centro discinetici dell’ospedale Rizzoli di Bologna e alla suora direttrice del centro, propone di portarli sulle Dolomiti. Don Oreste insegnava al liceo scientifico. Per l’estate 1968 fa ai suoi studenti una precisa proposta: “Diamo una vacanza a chi non l’ha”. In tanti aderirono e così, a settembre, si fece il primo soggiorno estivo a Canazei, diretto da don Elio Piccari, in cui insieme ai ragazzi normodotati c’erano anche numerosi disabili.
Il direttore dell’azienda di soggiorno voleva mandare via tutti per non dare una brutta immagine della Val di Fassa. Don Oreste citando la costituzione si rifiuta. “Quella vacanza ci tolse le cateratte dagli occhi. Capimmo che l’handicappato non è un oggetto di assistenza, ma una ricchezza che crea vita, un soggetto attivo nella costruzione della storia.”1968 foto di gruppo Canazei.
Da quel momento in poi don Oreste si è sempre impegnato per portare i ragazzi disabili in qualsiasi ambiente normale di vita, fu l’inizio della lotta per la deistituzionalizzazione e per il loro inserimento lavorativo. Il gruppo di giovani liceali che partecipò a quel soggiorno estivo divenne invece la base dell’attuale Comunità Papa Giovanni XXIII.
Nel 1968 l’impegno sacerdotale di don Oreste si apriva verso una nuova esperienza: la parrocchia. Per questo motivo nel 1969 termina il suo incarico di direttore spirituale in seminario.

pubblicazione (rimuovibile) su San Paolino’s Voice a cura di Carlo Mafera : si auspica la beatificazione  imminente del Servo di Dio  : Don Oreste Benzi

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