La famiglia Adams al cinema ci parla dell’integrazione della diversità

La famiglia Addams vive infelice e contenta nella sua magione, protetta da una fitta coltre di nebbia. Almeno fino a quando una donna di nome Margaux Needler, conduttrice di un reality televisivo, non fa desidera bonificare la palude sottostante per costruire la città color pastello di Assimilazione il cui nome è tutto un programma.  L’omologazione è l’ossessione di questa donna per cui  trasformare radicalmente la grigia casa Addams diventa imperativo categorico di Margaux. Proprio nei giorni in cui gli Addams ospitano sotto il loro tetto una riunione di famiglia, in occasione della Mazurka della Spada di Pugsley.

Ma al di là della trama e della realizzazione perfetta dell’animazione con la regia di Conrad Vernon e Greg Tiernan, ci preme sottolineare il tema fondamentale di questo film che è bene i ragazzi vedano, non tanto per l’aspetto cinematografico ma piuttosto per riflettere sulla diversità che spesso viene ritenuta negativa come la protagonista Margaux. E a questo punto ci sta tutta la riflessione che propone il blog SPV  soprattutto alle giovani generazioni, ricordando una mostra storica svoltasi qualche anno fa al Palazzo dei Congressi dei Roma, fortemente collegato con il film sulla famiglia Adams 

HOMO SAPIENS : LA GRANDE STORIA DELLA DIVERSITA’ UMANA

 

Per ricordare una mostra che ha lasciato una traccia nel panorama culturale italiano dando un messaggio straordinario, spesso disatteso : le cose che ci uniscono sono più profonde di quelle che ci rendono diversi

 

 

Che la diversità fosse una risorsa e non una condanna è cosa molto risaputa, sebbene ci siano state e ci siano tuttora tante persone che non sono d’accordo, con le nefande conseguenze che ne sono seguite. Ma in questa mostra, magistralmente coordinata da Luigi Luca Cavalli Sforza e Telmo Pievani, viene dimostrato il trionfo dell’unità nella diversità. Se non ci fosse stata la comune origine della specie, iscritta profondamente nel nostro DNA, sia pure in modo evolutivo, probabilmente non saremmo qui a parlarne. Ma, quel che conta è che comunque la diversità è un concetto un po’ aleatorio, nel senso che la scienza ha scoperto infine che c’è più unità del genere umano che differenza. Le cose che ci uniscono sono più profonde di quelle che ci rendono diversi e quindi le differenze sono più superficiali e legate solo a fattori culturali e linguistici sopravvenuti successivamente, nel corso della storia della nostra evoluzione.

La scienza dei secoli passati aveva comunque erroneamente interpretato gli effetti dell’ambiente nel determinare le differenze biologiche all’interno della nostra specie, attribuendo ai dati somatici un’importanza che non possiedono. Le conoscenze scientifiche attuali indicano che non esistono vere e proprie differenze biologiche o costituzionali tra gli uomini; ciò che ci differenzia sono sostanzialmente fattori acquisiti come la lingua, la religione, le idee, le abitudini, lo stile di vita. Su questi elementi acquisiti è necessario il confronto, ma solo dopo essersi liberati dai molti pregiudizi che ancora rendono difficile un giudizio razionale. Solo acquisendo le necessarie informazioni scientifiche i giovani potranno costruire una mentalità e una visione della realtà più aperta e disponibile, per discernere meglio l’umanità che li circonda.

Chi cercasse un’improbabile purezza della specie umana, deve subito ricredersi perché, sin dall’inizio Homo Sapiens e Homo Neandertal si ibridarono e molte altre ibridazioni seguirono (per fortuna). L’ibridazione sarebbe avvenuta in un periodo compreso fra 20.000 e 60.000 anni fa. I riscontri dell’assimilazione fra le specie, secondo lo studio, sono particolarmente evidenti nelle popolazioni di pigmei che vivono nell’Africa centro-occidentale. Il risultato contrasta con la vecchia ipotesi che gli ominidi arcaici si siano estinti senza essersi mai incrociati con l’Homo sapiens. E dato che l’Homo Sapiens si e’ incrociato anche una volta uscito dall’Africa con specie più arcaiche, come gli uomini di Neanderthal, gli autori della ricerca sono arrivati alla conclusione che tutti gli esseri umani oggi possono portare geni ereditati da specie di ominidi estinte.

Ma cos’è che ha fatto sopravvivere l’Homo Sapiens rispetto alle altre specie ominidi? Più intraprendente e astuto del Neandertal, l’Homo sapiens si diffuse rapidamente in tutto il mondo, adottando sempre nuove strategie insediative e nuovi sistemi socio-culturali, politici ed economici. Vinse con grande bravura i rigori dell’ultimo periodo glaciale, rifugiandosi in grotte dove perfezionò la propria abilità nella scheggiatura della pietra, migliorando le sue tecniche di caccia e lasciando i segni di una delle sue più straordinarie invenzioni: l’arte.

Duecentomila anni fa Homo sapiens ha iniziato così da una piccola valle dell’ Etiopia, il lungo viaggio che lo ha portato ad abitare l’intero pianeta e a relazionarsi con altre specie umane formando la grande varietà di popolazioni e di culture che conosciamo. “Per la prima volta un gruppo internazionale di scienziati, appartenenti a differenti discipline e coordinati da Luigi Luca Cavalli Sforza, – recita il documento di presentazione della mostra – ha ricostruito le radici e i percorsi del popolamento umano. Genetisti, linguisti, antropologi e paleoantropologi hanno unito i risultati delle loro ricerche in un meraviglioso affresco della storia dell’evoluzione umana. Il risultato è una mostra internazionale, interattiva e multimediale che racconta in sei sezioni le storie e le avventure degli straordinari spostamenti, in larga parte ancora sconosciuti, che hanno generato il mosaico della diversità umana.”

Carlo Mafera

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