FATEBENEFRATELLI E COMUNITÀ EBRAICA DI ROMA. 1943-44: I fatti legati all’occupazione tedesca dell’Urbe. Il dott. Carlo Mafera intervista il prof. Pier Luigi Guiducci, storico della Chiesa

 

 

Ogni anno, il 16 ottobre,  la Comunità Ebraica di Roma fa memoria di un evento tragico: il rastrellamento (e la deportazione) di più di mille Ebrei in un campo di sterminio,  avvenuto in quel giorno (era un sabato) del 1943.  Tutto venne  deciso a Berlino, e attuato da una formazione militare tedesca. Su tale fatto storico, nel corso dei decenni, è stato scritto molto. Nei diversi testi si trovano dati storici e opinioni personali, memorie e  sottolineature di responsabilità, evidenze oggettive e libere interpretazioni. Non sono mancati autori che hanno cercato di ricostruire nei dettagli, con l’aiuto dei sopravvissuti al dramma di quei giorni, una storia dolorosa, ma ci si accorge che la ricerca storica non ha ancora terminato il proprio compito. Permangono delle zone d’ombra. Degli interrogativi. Per tale motivo ci è sembrato utile avvicinare uno storico della Chiesa, il prof. Pier Luigi Guiducci, che in qualità di docente universitario ha svolto più ricerche (in Italia e all’estero) in prima persona sulle vicende del 16 ottobre 1943. Ha inoltre diretto molteplici indagini su quanto avvenne nel periodo di Roma città aperta. In questo momento sta lavorando al prossimo convegno (ne è il direttore scientifico) promosso a Roma dalla Comunità religiosa dei Fatebenefratelli presso l’ospedale dell’Isola Tiberina (20 novembre 2019, sala Assunta, inizio alle 15,30). In tale occasione verranno presentati diversi studi sull’aiuto offerto dai frati del nosocomio agli Ebrei in fuga a causa della razzìa del 16 ottobre 1943.  Al prof. Guiducci abbiamo voluto rivolgergli delle domande molto concrete. Egli non si è tirato indietro. Ha saputo rispondere a tono, com’è nel suo stile.

Un aspetto della dinamica del 16 ottobre 1943

 

Prof. Guiducci, perché si continuano a studiare i fatti romani che colpirono la Comunità Ebraica romana il 16 ottobre del 1943?

Perché per lungo tempo si è ragionato in termine di ipotesi. C’era, certamente, la preziosa testimonianza dei sopravvissuti, ma si faticava a meglio contestualizzare l’episodio. Molti archivi non fornivano i fascicoli richiesti. Altri dossier risultavano incompleti. Inoltre si preferiva non far emergere determinati fatti noti  perché ‘scomodi’. Quindi, solo in tempi recenti si è cominciato a ‘scavare’ più in profondità, in modo meno emotivo.

Quali elementi nuovi sono emersi dagli studi effettuati negli ultimi decenni?

1] Si è compreso intanto che il primo rastrellamento tedesco, nel 1943, doveva riguardare Napoli.  Non si poté attuare per l’insurrezione popolare (27-30 settembre 1943). E si puntò a Roma. Inoltre, è stato dimostrato che gli arresti non avvennero solo nell’area dell’antico Ghetto ma anche in altri quartieri romani, e riguardarono Ebrei di ogni ceto sociale.

2] È stato poi confermato il fatto che l’intera operazione fu imposta senza mezzi termini da Berlino. Si trattò di una direttiva resa imperiosa dal cattivo andamento della guerra e dai  bombardamenti a tappeto delle città tedesche.

Tale ordine tassativo annullò le perplessità di alcuni alti ufficiali tedeschi in Italia. Quest’ultimi, per motivi di strategia militare ritenevano utile concentrare ogni risorsa sulle operazioni militari del  vicino fronte, e sui necessari lavori difensivi della Todt (l’area degli scontri era arrivata a Cassino; Roma  costituiva una retrovia; un’azione violenta nell’Urbe poteva provocare dure reazioni).

Rimanevano poi dei forti timori tedeschi su talune realtà.

Quali?

I comandi tedeschi non avevano paura del Vaticano. Quest’ultimo rimaneva un’autorità solo morale,  isolata e inascoltata. Il vero timore riguardava le formazioni dei carabinieri e quelle dei partigiani.

Per tale motivo furono deportati in Germania (il 7 ottobre) circa 1500 componenti dell’Arma. Ma altri si dettero alla macchia e sostennero la Resistenza (come già avvenuto a Napoli).

L’altro pericolo per la Wehrmacht era costituito dalle bande dei partigiani. Queste, in più occasioni, si erano già mosse e avevano portato a termine delle operazioni rischiose. Nella notte tra il 4 e il 5 ottobre, ad esempio, un nucleo di ‘Bandiera Rossa’ aveva attaccato una colonna tedesca a Ponte Milvio (saltarono in aria quattro autocarri, di cui uno carico di munizioni). Comunque Kappler, attraverso l’opera di infiltrati,  arrivò a neutralizzare i membri di ‘Bandiera Rossa’ , ritenuti  i più pericolosi.

Esistono altri dati che sono stati tenuti per lungo tempo in ombra?

1] Utilizzando i documenti che sono stati pubblicati o desecretati è stato possibile rivalutare il ruolo del rabbino  di Roma Anton Zoller. Egli ha lasciato scritte molte informazioni.  Fece forti pressioni sui responsabili della Comunità ebraica affinché tutti fossero informati sul dramma incombente. Non venne  ascoltato.  Alla fine fu costretto  a nascondersi in casa di amici  perché era il primo della lista di coloro che dovevano essere arrestati il 16 ottobre. Insieme a lui, anche altri rabbini (non solo nell’Urbe) cercarono un rifugio (esistono riscontri).

2] Altri dati posti in ombra riguardano il rapporto tra l’avvocato Ugo Foà (presidente Comunità ebraica di Roma) e la Polizia segreta fascista (l’OVRA). Foà non venne arrestato,  malgrado il fatto che il rastrellamento era applicazione di norme tedesche e non fasciste.

Su quest’ultima vicenda torna alla memoria il punto 1 del proclama di Kesserling: “Il territorio dell’Italia a me sottoposto è dichiarato territorio di guerra. In esso sono valide le Leggi Tedesche di Guerra”.

3] Non è ancora da tacere il numero di Ebrei che, già prima del 16 ottobre 1943, cercarono un riparo in luoghi lontani o comunque protetti. Sono stati ritrovati pure i nominativi  di coloro che si presentarono all’ospedale dei Fatebenefratelli dell’Isola Tiberina.

4] Solo in tempi ravvicinati si è cominciato a riconoscere il fatto che alcuni commissari di PS e altre persone inserite nella pubblica amministrazione, oltre a taluni parroci, si mossero per avvisare alcuni Ebrei  dell’imminente pericolo. I salvati non hanno sempre ricordato i loro salvatori.

5] Ci sono infine altre evidenze. I movimenti tedeschi erano noti all’intelligence alleata. Questa sapeva in anticipo della razzìa, della data di inizio, dei movimenti di specialisti da Berlino, e dei pieni poteri conferiti al capitano delle SS Theodor Dannecker. Addirittura questo ufficiale non doveva rispondere a nessuno del suo operato. Egli aveva come interlocutore solo l’Ufficio Centrale di Sicurezza del Reich.

L’intelligence alleata non volle informare gli Ebrei romani dell’imminente rastrellamento  per non rivelare ai tedeschi la propria struttura di spionaggio. Quest’ultima era ben articolata. Non si dimentichi,  ad esempio, che la stessa donna croata vicina a Kappler (Ursula Burger, appartamento sulla via Salaria) faceva il doppio gioco.

Prof. Guiducci, perché oggi la descrizione dei fatti sembra essere più estesa rispetto a tempi ormai trascorsi?

1] Perché in talune occasioni si è riusciti a superare due estremi.  Da una parte rimanevano sul 16 ottobre 1943 schemi di lettura rigidi (con conclusioni prestabilite). Dall’altra si insisteva  sulla figura di Pio XII tacendo su chi veramente lasciò gli Ebrei in balìa del proprio destino. Tale comportamento omissivo fu dovuto all’avvento di nuovi scenari politici, e alle alleanze internazionali che servivano per la ricostruzione della vita di più Paesi.

2] Inoltre, storici di nuova generazione, meno condizionati da ideologie o da centri di potere,  si sono resi conto che tutta la vicenda che coinvolge anche la Santa Sede non può essere interpretata solo e unicamente alla luce di sintetiche annotazioni diplomatiche, ma tenendo conto piuttosto di quei canali che non passavano per verbali e per vie protocollari.

Quindi, anche in questo caso, si è voluto tacere su realtà che era meglio non divulgare …

Sì, è così.

1] Lei pensi al fatto che per lungo tempo si è voluto poggiare delle affermazioni solo sul colloquio tra il Segretario di Stato vaticano Luigi Maglione e l’ambasciatore tedesco presso la Santa Sede. A nessuno, o a pochi, è venuto in mente che quel resoconto di parte vaticana rispondeva a dei canoni diplomatici. Il vero  colloquio fu più articolato e drammatico (non è stata mai riferita la durata).

2] Anche gli studi che sono stati pubblicati sul comportamento dell’ambasciatore Ernst von Weizsäcker hanno dimostrato una linea  segnata da continue bugie, e dalla preoccupazione di raccontare a Hitler solo ciò che era gradito al  Führer (per i tedeschi tutti gli italiani erano dei traditori e Pio XII, per di più, era ritenuto complice nella caduta di Mussolini).

 

E qual è la verità?

Von Weizsäcker non si incontrò solo con Maglione. Interagì pure con Montini. Inoltre egli sapeva che la Santa Sede si era mossa in più ambiti per fermare la razzìa. Perché si realizzò tale orientamento? Perché se non si bloccava il rastrellamento era impossibile pensare a una successiva interazione con esponenti del potere tedesco per trattare sulle liberazioni (un fatto che è stato ignorato da più autori).

Inoltre, mentre Maglione interagiva in modo esplicito ma tattico (e senza trascrivere i dettagli  più critici), Pio XII aveva già convocato i suoi più diretti collaboratori (Montini, i segretari, Carlo Pacelli) per studiare e attivare immediatamente  una manovra.  Le carte del tempo confermano tale iniziativa.

Il Pontefice dava scarso affidamento all’ambasciatore tedesco. Sapeva inoltre, che gli alti ufficiali germanici assegnati a Roma, o presso il Quartier Generale sito nel Monte Soratte, non avevano alcuna possibilità di modificare le direttive di Berlino.

Per tale motivo fu preparato il testo di una lettera in tedesco, e venne chiesto al vescovo austriaco  Alois Hudal  (non sgradito ai germanici) di far proprio il testo firmandolo.  Padre Pancrazio Pfeiffer, un religioso   tedesco, si incaricò di consegnare la missiva al generale Reiner Stahel (erano stati compagni di scuola). Si chiedeva di fermare il rastrellamento per evitare reazioni popolari e interventi pontifici.

Non dimentichi, poi, che siamo in presenza di una lotta  contro il tempo. Pio XII fu informato della razzia a operazione già iniziata. L’ambasciatore tedesco raggiunse il Vaticano in ritardo. Gli alti ufficiali tedeschi si rendevano irreperibili …

Che cosa avvenne dopo?

1] Come risulta  anche dai dati della Positio riguardanti Eugenio Pacelli, Stahel  riuscì a mettersi in contatto telefonico con Heinrich Himmler, e a convincerlo a fermare la razzia. Usò argomenti di strategia militare. Il capo delle SS si convinse. La razzia cessò e gli stessi militari si ritirarono da caseggiati ove avevano già individuato degli Ebrei.

Un primo risultato era stato ottenuto. Non ci fu un’ulteriore ricerca di Ebrei. E questi, in quell’ora drammatica, furono salvi. A questo punto si trattava di affrontare Dannecker.

2] Qui, il confronto fu critico. Inoltre era reso complicato dal fatto che non c’era una buona intesa tra Dannecker e Kappler, e che lo stesso generale Ernst Kaltenbrunner (Berlino) non intendeva ascoltare problemi.

Il capitano Dannecker, plenipotenziario di Berlino, non rimase sempre presso il Collegio Militare di via della Lungara (anche se nell’edificio c’erano alloggi per gli ufficiali tedeschi, oltre a una pensione  in via Po). Egli si incontrò con Stahel, con Kappler, e con altri esponenti apicali del potere tedesco. Tutti questi incontri non vennero trascritti in verbali, però Dannecker riferì costantemente sui passi compiuti ai propri superiori (Kappler relazionava invece  attraverso una radio ricetrasmittente posta a via Tasso).

3] Ora, sia la telefonata di Stahel a Himmler, sia i rapporti di Dannecker a Berlino (sempre autonomi rispetto a quelli  di Kappler),  furono seguiti dall’intelligence alleata. È da tali documenti che emerge un’evidenza: qualcosa nella razzìa venne modificato. Un fatto strano, perché il piano   stabilito non solo era minuzioso, ma era stato pure approvato dai vertici di  Berlino (quindi non era  soggetto a rettifiche) e non aveva scadenze.

4] Dannecker, che nell’agosto del 1942 aveva perfino ricevuto da Berlino l’ordine di lasciare Parigi (rastrellamento Ebrei) per gli abusi di cui si era reso responsabile, fu costretto nell’Urbe a sedere dietro a un tavolino. E cominciò a verificare le posizioni di più di mille persone (ciò spiega il trascorrere dei giorni). Alla fine, pur con l’obbligo  di applicare la normativa tedesca di guerra (che non ammetteva eccezioni riguardo agli Ebrei),  fece liberare le coppie ‘miste’ (formate da una persona  ebrea  con coniuge cattolico) e gli stessi figli di coppie ‘miste’ (gli Ebrei sono tali da  parte materna). Nell’operazione, poi, alcuni Ebrei riuscirono a liberarsi dichiarando il falso.  Con riferimento alla stazione Tiburtina, poi, il diplomatico Emilio Pinchas Lapide riferisce di un altro salvataggio.

5] Ci si è chiesto il perché di questo mutamento di prassi.  Un dato informativo è stato trovato in una affermazione  esternata nel dopoguerra, in fase processuale, da un luogotenente di Eichmann, Dieter von Wisliceny. Questo ufficiale (poi condannato a morte in Cecoslovacchia) disse che “condizioni particolarmente speciali permisero agli ebrei di Roma di porsi tempestivamente in salvo”.

6] Da tale fatto lo storico tedesco Peter Gumpel ha cercato di capire meglio i contenuti dell’asserzione arrivando alla fine a un colloquio telefonico di tre ore con  Dietrich Beelitz. Questi, nel 1943,  era ufficiale di collegamento tra il feldmaresciallo Albert Kesselring e il comando di Hitler.  Beelitz confermò il colloquio tra Stahel ed Himmler, e l’ordine di fermare la razzìa. È noto inoltre che Stahel venne alla fine punito da Himmler con un’assegnazione a Vilnius (dalle terre orientali non fece più ritorno).

7] Per lungo tempo si disse che la dinamica descritta non poteva essere  attribuita  a una silenziosa opera della Santa Sede. Vari elementi, però, orientano in altro modo:  la normativa tedesca applicata a Roma (in tempo di guerra) con eccezioni, i messaggi tedeschi decodificati, le testimonianze di alti ufficiali germanici nell’immediato dopoguerra.

Prof. Guiducci, perché – a suo avviso – si è voluto insistere, da alcune parti, su un presunto disimpegno di Pio XII?

Papa Pacelli era visto come una realtà debole. Come un soggetto inascoltato (al di là delle apparenze). Da strumentalizzare.  Concentrando  ogni attenzione su di lui, si potevano nascondere altre realtà (emerse e documentate comunque dopo decenni).

Perché fu considerato ‘realtà debole’?

Perché impotente davanti a vicende terribili, e inascoltato nei suoi appelli. Lei pensi che già prima della “Soluzione finale” riservata agli Ebrei, erano avvenuti fatti terribili. Nel 1939, con l’attacco non solo nazista ma anche russo, i polacchi subirono delle persecuzioni inaudite. Quindi, pure Mosca ha avuto fin da subito delle responsabilità molto gravi. In seguito, Stalin abbandona il III Reich e si unisce agli Alleati. Anche in questa nuova scelta  non cessarono le politiche  persecutorie.

La storia, purtroppo, registra a questo punto una catena ininterrotta di tragedie. Tra le più eclatanti si possono ricordare i bombardamenti su territori senza obiettivi militari. Si voleva solo distruggere il morale delle popolazioni.  Si pensi poi ai processi sommari, alle esecuzioni di massa, agli eccidi, alle violenze fisiche sui civili, alle navi della Croce Rossa fatte affondare, agli esperimenti con armi biologiche fatti dai giapponesi, all’uso dell’energia atomica …  Pio XII non poté fermare nessuna realtà di morte.

Ciò si verificò fino al termine del conflitto. Le ricordo che egli si attivò, ad esempio,  per non far distruggere i quartieri di Roma. La risposta  è racchiusa in 51 bombardamenti sull’Urbe. Aprì inoltre le aree vaticane  extraterritoriali dei Castelli Romani ai profughi e proprio tali aree furono bombardate con cinquecento morti.

Lei  fa riferimento anche a un Pio XII  ‘inascoltato’ …

Certo. I messaggi trasmessi a tutte le parti in guerra non ottennero i risultati sperati.  Ci furono  pure delle dinamiche equivoche. Da una parte i governi alleati spingevano ufficialmente Pio XII a preparare discorsi di condanna delle persecuzioni antiebraiche, dall’altra la cronaca del tempo è densa di fatti sfavorevoli agli Ebrei da parte proprio dei Paesi alleati.

 

Ad esempio …

Il respingimento di Ebrei sulla base di quote di accoglienza rigide, il non sostegno al movimento sionista, la decisione di non fermare la dinamica della Shoah. Nessun aereo bombardò i tratti ferroviari che conducevano i treni piombati con gli Ebrei arrestati ai campi di sterminio. Eppure i ricognitori del tempo avevano perfino fotografato questi lager. Lo stesso sistema di intelligence non venne mai utilizzato per favorire in qualche modo le fughe di Ebrei. Quando terminò la guerra, le migliori menti tedesche vennero accolte in USA e in altri Paesi per partecipare a programmi militari. Si ricordi, inoltre, che fino al 1941 la IBM degli Stati Uniti forniva i propri macchinari elettronici al III Reich (utilizzati ad Auschwitz).

 

Prof. Guiducci, a questo punto, come si mosse la Chiesa di Roma nei mesi dell’occupazione tedesca dell’Urbe?

Quando arrivarono  le formazioni tedesche a Roma nel settembre del 1943  il primo problema fu quello di trasportare i feriti negli ospedali. In seguito si cominciò a nascondere i soldati italiani che avversavano i germanici e i renitenti alla leva (per loro erano stati affissi bandi germanici e fascisti).

Si delineò in tale contesto una rete di solidarietà che attraversò le famiglie, le parrocchie, gli istituti religiosi e gli stessi organismi vaticani. Pensi, ad esempio, a quanti furono inseriti tra le guardie nobili vaticane.

Tale rete servì anche per gli Ebrei …

1] Sì, certamente. Nella diocesi di Roma, il cui Vescovo è il Papa, ci si rese conto che la situazione precipitava. Erano arrivate notizie da altri territori. Inoltre, vari dati erano stati comunicati in  Vaticano da cattolici (anche commissari di P.S.) inseriti nella pubblica amministrazione. Il momento più drammatico riguardò la deportazione dei carabinieri e l’azione repressiva svolta da Kappler a via Tasso. Oggi siamo riusciti, ad esempio, a individuare quei delatori che fornirono un contributo nella preparazione degli elenchi  utilizzati dai militari tedeschi il 16 ottobre 1943.

2] Rimaneva comunque una certa incertezza, almeno in alcuni gruppi ebraici. Si pensava che la consegna dei 50 chili d’oro avesse posto fine a manovre violente anti-ebraiche. Anche qui tutte le previsioni si rivelarono sbagliate. Accanto a questo fatto, infatti,  ci fu la confisca di preziosi documenti conservati negli archivi ebraici; la requisizione degli elenchi dei membri della  Comunità ebraica; l’apporto fornito dall’OVRA e dai suoi fiduciari; le indicazioni ricevute dai delatori.

3] Si pensò, poi, che la vicinanza con il Vaticano avrebbe garantito una tutela. Ma tale convinzione  ignorava che una rete di spionaggio era stata predisposta non solo all’esterno dell’area vaticana ma perfino all’interno.  In tempi recenti sono stati identificati coloro che avevano il compito di controllare i servizi tecnici della Radio Vaticana, l’Osservatore Romano, la stessa anticamera del Papa, le trasmissioni via etere, i cifrati, la valigia diplomatica, i movimenti dei fiduciari del Pontefice, l’ambasciatore Osborne …

Quando scattò la razzìa, comunque, una certa rete di solidarietà già esisteva.

Da dove si deduce questo?

Dai verbali delle riunioni che il clero aveva con i responsabili del Vicariato di Roma, dai verbali delle assemblee dei parroci, dalle direttive rivolte ai responsabili di parrocchie e di seminari, dai messaggi pontifici rivolti alle associazioni caritative e agli Ordini religiosi, dalle udienze private che Pio XII accordò a esponenti del mondo cattolico romano (incluso il Circolo di San Pietro) e alla Croce Rossa.

Quindi la Santa Sede si era già mossa?

Sì. Molti riscontri si trovano negli archivi dell’Azione Cattolica, del Vicariato di Roma, in quelli del movimento cattolico, nelle Positio riguardanti i processi canonici di alcune figure di cattolici, e nelle memorie del tempo conservate in più ambienti (anche case private).

In tale contesto ritroviamo pure l’azione dei frati dell’Ordine di San Giovanni di Dio …

Sì, certamente. Questi frati si trovarono al centro di una realtà drammatica. Il loro ospedale, posto sull’Isola Tiberina, si trova proprio accanto all’area dell’antico Ghetto. Unitamente a ciò, sull’Isola in questione, c’era l’Ospedale Israelitico, e sulla sponda opposta del Tevere, si trova il quartiere di Trastevere ove vivevano molti ebrei e dove c’erano istituzioni ebraiche (ad esempio, l’Orfanotrofio Israelitico).

Che avvenne il 16 ottobre del 1943?

I tedeschi fecero irruzione anche nell’area dell’antico Ghetto e tentarono un accerchiamento. Tale manovra riuscì in parte perché diversi Ebrei riuscirono a fuggire. Tra questi alcuni, oltrepassato il ponte, corsero a rifugiarsi presso l’ospedale tiberino dei Fatebenefratelli.

Qui, conoscevano da tempo un medico ebreo, il dott. Vittorio Emanuele Sacerdoti. Questo sanitario si trovava protetto dai frati perché, con l’applicazione delle leggi razziali, era stato espulso dall’ospedale civile di Ancona.

Sacerdoti, a sua volta, assisteva il primario di medicina, il prof. Giovanni Borromeo, che era un antifascista.

Nel frattempo, anche alcuni ebrei dell’Ospedale Israelitico furono nascosti nel nosocomio.

Penso all’esistere di notevoli criticità …

Sì. Esistevano criticità interne ed esterne.  Dentro l’ospedale i frati dovettero affrontare più compiti: garantire i compiti istituzionali (il pronto soccorso accoglieva anche i feriti di scontri militari e di bombardamenti), proteggere i membri dell’Ordine, nascondere gli Ebrei, dar rifugio ai ricercati militari e politici, sostenere la Resistenza (fu collocata nel nosocomio pure una radio ricetrasmittente per i collegamenti con le forze alleate) …

All’esterno della struttura c’erano i tedeschi, le milizie fasciste, i delatori. Molte dinamiche non erano passate inosservate. Da qui diverse irruzioni. Le più pericolose furono quella successiva al 16 ottobre 1943, e quella di fine maggio 1944.

 

Vi furono delle situazioni che vuole ricordare?

Senza dubbio rimane nella memoria l’irruzione successiva al 16 ottobre. In tale occasione fu necessario trovare una soluzione per tutelare un gruppo di Ebrei. Il primario Borromeo mise questi perseguitati in una parte  della sala Assunta (separata da una grande vetrata). S’inventò una malattia inesistente. E quando arrivò il medico tedesco con i militari, espose a questi i tratti caratteristi del morbo (devastante nei suoi esiti e contagioso). I soldati non andarono oltre e si ritirarono. Dopo questa vicenda, al dott. Sacerdoti (una persona umorista) gli venne spontaneo definire la malattia inventata da Borromeo: “morbo di K”. In tal modo intendeva dare un doppio senso  alla lettera ‘K’. Questa, poteva essere l’iniziale di Koch (tubercolosi). Ma in quel caso  ‘K’ era l’iniziale di Kesserling, feldmaresciallo nazista antiebraico.

In tale dinamica, prof. Guiducci, emergono quindi delle figure notevoli ….

Sì. Le prime figure, a lungo poco considerate, sono quelle dei frati. Tutti erano consapevoli dei rischi ma non si tirarono indietro. Tra queste persone spicca l’azione svolta dall’economo polacco, fra Maurizio Bialek. Si può dire che fu lui il ‘regista’ dell’intera operazione a sostegno degli Ebrei. Ebbe accanto  anche il già ricordato Borromeo (dichiarato poi ‘Giusto tra le nazioni’), il dott. Sacerdoti (cit.), e il personale medico e infermieristico che si rivelò solidale con il disegno umanitario.

Alla luce degli studi che lei ha realizzato ci sono, a suo avviso, dei dati storici che sarebbe utile rivedere?

1] Penso che dovrebbe essere meno enfatizzata la figura  del giovane (allora) Adriano Ossicini (morto nel 2019). Egli, all’interno dell’ospedale dei Fatebenefratelli, non ricoprì ruoli significativi. Era solo uno studente di medicina ormai vicino alla laurea. Inoltre, sul versante della Resistenza, operarono  anche altre figure. Ricordo, ad esempio, il generale Roberto Lordi, morto poi alle Cave Ardeatine dopo essere stato torturato a via Tasso.

2] Viceversa, non si può dimenticare il maresciallo Gennaro Lucignano,  responsabile della Polizia fluviale (con base sull’Isola Tiberina), che garantì ai tedeschi l’inesistenza di Ebrei nella propria zona. E penso all’infermiera Dora Focaroli che salvò gli Ebrei dell’ospedale Israelitico distribuendoli in tre diversi luoghi (Fatebefratelli, ospedale Littorio, e torre dell’Isola).

Ci sono poi delle evidenze che non dovrebbero essere dimenticate nei libri che riguardano le vicende dell’occupazione tedesca a Roma …

Quali?

1] Una prima evidenza riguarda il collegamento tra Pio XII e la Resistenza romana. Proprio nell’ospedale tiberino dei Fatebenefratelli troviamo presente un circuito di contatti molto interessante: i frati interagivano sia con i resistenti al nazifascismo (che a sua volta mantenevano contatti con gli Alleati attraverso una radio ricetrasmittente), sia con laici che avevano un rapporto diretto con Pio XII (il medico personale del Papa lavorava nel nosocomio), sia con personale vaticano che interveniva agli incontri con i resistenti o che comunque parlava con i frati (ad esempio il direttore dell’Osservatore Romano). Da ciò si può ricavare il fatto che il Papa poteva ricevere informazioni su dati sensibili di guerra.

2] Una seconda evidenza si riferisce al fatto che i frati avevano come cardinale protettore il Vicario di Roma. Questi interagiva con notevole frequenza con Pio XII (si davano del tu). Di conseguenza il Pontefice era costantemente informato  su quanto accadeva nel nosocomio (in primis la protezione agli Ebrei).

3] Una terza evidenza attiene al fatto che dai resoconti delle riunioni del CLN non traspare alcun riferimento alla razzìa del 16 ottobre 1943.  Ci fu una riunione proprio nelle ore pomeridiane del 16 ottobre ma non si trovano cenni alla razzìa degli ebrei.

E ci sono degli aspetti che vuole continuare ad approfondire?

Sì. Sto cercando di seguire la vicenda legata all’elenco  degli Ebrei preparato per la razzìa del 16 ottobre. Al riguardo, colpisce il fatto che dopo il 16 l’individuazione e l’arresto degli Ebrei furono affidati a delatori che si mossero in modo non coordinato. In alcuni casi quasi alla cieca. Ciò  significa che non avevano tra le mani l’elenco degli Ebrei preparato per il 16. Qualcuno l’aveva sottratto. Probabilmente distrutto.

Vorrei anche cercare di acquisire alcuni fascicoli depositati a Londra e a Mosca anche per ricostruire taluni movimenti del capitano delle SS  Dannecker. I verbali dei processi ai nazisti nell’immediato dopoguerra aiutano poco a chiarire determinati aspetti.

 

 

 

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