La testimonianza silenziosa al lavoro è la migliore modalità evangelizzatrice – Purtroppo la parola, una volta pronunciata si presta a giudizi, pregiudizi, fraintendimenti e trasmissione fuorviante

Così condivido la mia fede al lavoro senza dire una parola

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pubblicazione su SPV da Aleteia a cura di Carlo Mafera

Potete essere pienamente voi stessi sul posto di lavoro tenendo a mente queste cose…

Era il Mercoledì delle Ceneri e mi trovavo di fronte a un dilemma. Volevo mettermi le ceneri sulla fronte per commemorare l’inizio della Quaresima e il mio impegno a osservare il periodo di 40 giorni che precede la Pasqua, ma non potevo farlo.Il pensiero di comparire al lavoro con una grande macchia nera sulla fronte mi faceva sudare freddo. Cosa avrebbero pensato i miei colleghi? Cosa mi avrebbero chiesto? Le persone avrebbero iniziato a fissarmi nei meeting? Avrebbero pensato che fossi troppo pia?

Non fraintendetemi: non mi vergogno della mia fede, ma non voglio essere al centro dell’attenzione. Ho paura di offendere qualcuno, o di mettere a disagio i miei colleghi “indossando” la mia fede sulla fronte.

E allora non sono andata in chiesa, non ho sentito il sacerdote dire “Ricordati che sei polvere e polvere ritornerai” mentre mi metteva le ceneri sulla fronte. Ho mancato un rituale importante della mia fede perché avevo paura.

Lotto spesso chiedendomi quanto mostrare la mia fede al lavoro – o se sia il caso di farlo in generale.

Ho affrontato varie forme di questa lotta fin da quando ero bambina – a scuola o in altri contesti sociali più ampi. Sono cresciuta in una chiesa battista fondamentalista in cui dovevo testimoniare visite porta a porta e prendervi parte. Esortare i vicini a convertirsi al cristianesimo era l’incubo peggiore per una persona introversa, e mi ha traumatizzata. Al liceo pensavo che sarei stata una peccatrice se non avessi cercato apertamente di convincere i miei amici agnostici a passare al cristianesimo. Ricordo di aver invitato un’amica a venire in chiesa con me. Sapevo che non voleva venirci, ma si è sentita in dovere di farlo. Queste esperienze mi hanno lasciata con una sorta di disturbo da stress post-traumatico. Non stupisce che sia esitante al momento di esporre troppo le mie convinzioni religiose nel contesto lavorativo.

Allo stesso tempo, non voglio neanche vivere due vite separate – la mia vita lavorativa e l’“altra”. Voglio una vita integrata.

E allora qual è la soluzione? Come posso avere integrità – non nascondendo parti di me – quando si tratta di fede e lavoro? E quella storia di essere luce e sale? Sapendo che questa situazione conflittuale riguarda molte persone, ho deciso di cercare delle risposte da alcuni esperti spirituali.

Un equilibrio difficile

Per me non si tratta di cercare di convertire alla fede i miei colleghi, ma di sentirmi libera di esprimere liberamente le mie convinzioni attraverso le mie parole e le mie azioni. Ma è una zona grigia. La maggior parte degli impiegati e dei datori di lavoro concorderebbe sul fatto che ci si debba muovere con attenzione.

“Alcuni dei vecchi metodi per condividere il Vangelo sono poco saggi, se non del tutto privi di etica”, afferma Bill Peel, direttore del Centro per la Fede e il Lavoro presso la LeTourneau University e autore di Workplace Grace: Becoming a Spiritual Influence at Work.

“Un modello di evangelizzazione che funziona deve rispettare l’integrità e la vulnerabilità del non credente tenendo conto al contempo della responsabilità del professionista”.

E non solo. Se un impiegato calca troppo la mano al momento di cercare di convertire i colleghi, potrebbe andare contro la legge.

Il Titolo VII del Civil Rights Act del 1964, la legge federale che proibisce ai datori di lavoro di discriminare i lavoratori sulla base di sesso, colore, origine nazionale e religione, richiede che un datore di lavoro (di 15 o più lavoratori) offra condizioni religiose ragionevoli, che potrebbero includere il proselitismo, ma anche che un datore di lavoro mantenga il posto di lavoro libero da vessazioni contrarie alla legge.

I manager delle risorse umane devono quindi barcamenarsi per trovare un equilibrio delicato quando si parla di evangelizzazione al lavoro. Devono permettere ai lavoratori di godere della libertà religiosa, ma anche difenderli dalle vessazioni.

Courtney Leyes scrive su HR Professionals Magazine che “è dovere del datore di lavoro compiere passi ragionevoli per mantenere un posto di lavoro esente da vessazioni contrarie alla legge. Se la condotta criticata è un proselitismo fastidioso”, scrive, il professionista delle risorse umane non deve permettere il proselitismo a spese di altri lavoratori.

John Shore, nel suo articolo 10 Reasons It’s Wrong to Evangelize in the Workplace, aggiunge: “A meno che parte della descrizione del vostro lavoro reciti ‘Evangelizzare i colleghi’, state effettivamente derubando il vostro datore di lavoro quando trascorrete il tempo in cui siete al lavoro facendo questo. Cosa peggiore, state rendendo il vostro datore di lavoro vulnerabile a tutta una serie di problemi. Come ha affermato brevemente un esperto di risorse umane, ‘la religione, come la politica, è un argomento che sul posto di lavoro scatena sicuramente una tempesta a livello di risorse umane’”.

Attrazione, non promozione

E allora, anziché imporre la mia fede ai miei colleghi o arrivare all’estremo opposto e metterla a tacere mentre sto al lavoro, tendo ad aderire all’idea “attrazione, non promozione”. Come scrive Bill Peel, “dobbiamo in primo luogo far bene il nostro lavoro. Dobbiamo svolgerlo con integrità, e mostrare alla gente che ci teniamo”.

Mi sembra un buon consiglio.

A differenza dello stressante porta a porta che sono stata costretta a fare da bambina, ora esprimo la mia fede in modo più tranquillo. Cerco di fare bene il mio lavoro e mi preoccupo delle persone con cui lavoro. Indosso un crocifisso che mi ricorda che sono una figlia amata di Dio. Posto cose sulla mia pagina Facebook sul fatto di andare a Messa, o aggiungo un link a un articolo o a un libro che contiene temi religiosi. Ho scritto un libro sull’abbondanza della Provvidenza divina e ho invitato alcuni colleghi alla festa per l’uscita del libro. Sarei sorpresa se qualcuno a lavoro non sapesse che per me la fede è importante.

Provo a trovare “momenti di Dio” nel corso della giornata. Gli Esercizi Spirituali di Sant’Ignazio di Loyola mi ricordano di trovare Dio in ogni cosa. Come quella volta in cui un amico a lavoro voleva prendere una caffè per parlare del significato della vita, o quella in cui una collega mi ha cercato per confessarmi la sua depressione e mi ha chiesto come la mia fede riusciva a darmi speranza. O ancora la volta in cui un’amica stava piangendo in bagno perché il suo ragazzo aveva appena rotto con lei. Spero di essere stata in grado di mostrare l’amore di Cristo a tutti quei colleghi.

Diciamolo, il posto di lavoro può essere brutale. Spesso è un mondo di lupi, e i valori di chi ci circonda possono non coincidere con i nostri. Siamo chiamati ad essere luce e a brillare, ma ci sono molti modi per farlo. E quando non so come, mi metto semplicemente il crocifisso al collo e prego che Dio mi mostri la strada da seguire.

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