“A morte la zitella” al Palco delle Valli ha premiato la bravura della regista Morena Rastelli e quella di tutti gli allievi del laboratorio estivo

Immergermi in uno spettacolo leggero per farmi scaturire maieuticamente delle considerazioni sulla leggerezza dall’atmosfera percepita durante lo svolgersi della rappresentazione teatrale: è questo il compito che ho dato a me stesso per concludere una serata meravigliosa su questo tema a me particolarmente caro.
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 Ho scritto delle frasi mentre sul sipario si snodavano le scene e le gags molto esilaranti degli attori del laboratorio teatrale estivo del Palco delle valli ,  Ecco cosa ne è venuto fuori. La lotta impari sta tra la leggerezza e la pesantezza. Tra il desiderio spasmodico dell’uomo di trascendere la forza della gravità del suo vivere con un sorriso tra le labbra e il suo permanere nel suo stato triste e malinconico. I testi comici si scrivono per scomporre la realtà e per darle quel tono lieve che di per sé non possiede. La trama del vissuto quotidiano si presta ad essere letta in tutti i sensi: dal basso verso l’alto, da sinistra a destra e viceversa. Un linguaggio simbolico e tattile per trasmettere segreti ed esprimere relazioni amorose, tracciando ideogrammi sul palmo della mano dell’ interlocutore, con cui si vuole comunicare.
In fondo i laboratori teatrali nascono per raggiungere questo stadio dell’anima e cioè quello della leggerezza! Chi scrive ne fa parte al CCP Tufello e siamo tutti attenti per far nascere dalla nostra compresenza, come da un cilindro magico questa dimensione dell’essere sempre più rara. Anche i laboratori del Palco delle Valli nascono con questo intento e tutti i suoi partecipanti sono stati questa sera bravissimi a far assaporare ai presenti la comicità più rarefatta e impalpabile. 

Sì, perché la leggerezza segue queste strane coordinate della vita,  più che pronunciarla, si percepisce nella tattilità dei gesti, un vero e proprio tatto etico. Una tattilità forse solo in possesso dei popoli primitivi e che forse abbiamo dimenticato per sempre.I testi, sia pure esili ma non per questo banali, dovrebbero offrire però degli elementi perché ciascuno, poi, possa percorrere le sue coordinate più segrete e capire qualcosa di più di se stesso e della vita. Se penso partendo da una prospettiva filosofica, direi che la leggerezza è ciò che si avvicina di più al mistero. La parola, secondo quanto mi torna alla memoria dalle mie reminiscenze di studi classici, contiene e rivela costantemente le dimensioni segrete e più nascoste del vivere; ma, allo stesso tempo, questa parola evoca il silenzio (mistero dal greco mis, chiudere le labbra). Una qualità, un modo, che non si relaziona con ciò che è inconsistente, lieve, vaporoso, ma piuttosto qualcosa che richiama l’ incontenibilità e la mobilità più assoluta.La leggerezza evocata dal testo comico richiama a concetti molto impalpabili, simili ai movimenti dei corpi gassosi. La leggerezza è una proprietà di alcuni elementi nel mondo della natura e ricorda le rivendicazioni quotidiane di gran parte dell’umanità. Si dice leggero qualcosa senza un volume definito, capace di un movimento entropico e cioè relativo alla quantità di incertezza che esiste nella realtà. La leggerezza della comicità evoca il diritto dell’energia a trovare dei canali di esplosione creativa, per poter recuperare il senso ancora inedito della vita e riscattare le tuttora occulte possibilità umane. Infinite variabili di pensiero, di azione, di fede, non ancora considerate in questa nostra storia ufficiale. La leggerezza evoca quindi la fede e la speranza e cioè del già e del non ancora.Le battute di spirito, sia pure  un po’ superficiali, dovrebbero essere come dice Italo Calvino nel suo splendido libro “Lezioni Americane” “i granelli di polvere che turbinano in un raggio di sole in una stanza buia (II, 114-124); le minute conchiglie tutte simili e tutte diverse che l’onda mollemente spinge sulla bibula barena, sulla sabbia che s’imbeve (II, 374-376); le ragnatele che ci avvolgono senza che noi ce ne accorgiamo mentre camminiamo (III, 381-390).” Le battute di spirito sono come quei granelli, come quella polvere cosmica di cui parla Lucrezio nel “De Rerum Natura” e che Calvino esprime e spiega così: Lucrezio vuole scrivere il poema della materia ma ci avverte subito che la vera realtà di questa materia è fatta di corpuscoli invisibili. E’ il poeta della concretezza fisica, vista nella sua sostanza permanente e immutabile, ma per prima cosa ci dice che il vuoto è altrettanto concreto che i corpi solidi. La più grande preoccupazione di Lucrezio sembra quella di evitare che il peso della materia ci schiacci.”La leggerezza della comicità ha proprio questo compito: non farci schiacciare dalla pesantezza della quotidianità. Il laboratorio estivo del Palco delle Valli, con tutti i suoi componenti, ha espresso tutto ciò raggiungendo dei livelli di sublimita’ comica di grande levatura. Se si vuole ridere di cuore e fino alle lacrime si consiglia di non perdere questa splendida occasione. Si tratta semplicemente della storia di una eredità contesa tra cugine zitelle che si è sviluppata rocambolescamente in tutte le sue più diverse e colorite sfaccettature. L’effetto comico è travolgente e rievoca forse il vecchio e famoso avanspettacolo ma non solo, la dimensione demenziale dell’essere ma con qualche spunto di riflessione: la sempiterna dinamica della miseria umana rivolta sempre a desiderare di possedere sempre più e ad essere sempre meno, tant’è che, paradossalmente tutte le cugine protese a impossessarsi dell’eredità muoiono tutte delle stesse trappole che avevano teso all’unica cugina nubile che invece rimane in vita per godersi l’eredità che destinerà in beneficienza. Perchè, morale della favola, l’unica gioia e vera felicità non consiste nei beni di questo mondo ma nella coscienza tranquilla del bene fatto agli altri.

CARLO MAFERA

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