Un vecchio articolo del compianto Piersandro Vanzan già indicava dal 2014 la strada di regole precise e concordate a livello europeo per evitare derive terroristiche nel campo dell’immigrazione

Un problema, ma anche una risorsa

© Noborder Network / Flickr
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pubblicazione su SPV da Aleteia a cura di carlo mafera

Il problema degli immigrati necessita di soluzioni concrete, serie e realistiche, perché è in gioco non solo la società di oggi ma anche l’eredità per le future generazioni

di Piersandro Vanzan

Il nostro Paese sta cambiando: i volti delle persone che incontriamo per le strade sono diversi, le lingue che sentiamo parlare risuonano estranee, gli odori che provengono dalle case vicine ci sono sconosciuti, eppure siamo sempre nello stesso luogo, sempre in Italia, seppur trasformata, plurale, vale a dire multietnica, multiculturale e multireligiosa. Chi sono queste nuove persone? Da dove provengono? Vogliono restare o ripartire? E se rimanessero, saprebbero accettare e rispettare i valori della nostra Costituzione? Potremmo considerarli cittadini italiani soltanto dopo cinque anni?

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In occasione della Giornata mondiale del migrante, Benedetto XVI ha preso a esempio la Famiglia di Nazaret per mostrare come, attraverso il suo peregrinare, è possibile intravedere la dolorosa condizione di tanti migranti, specialmente dei rifugiati, de- gli esuli, degli sfollati, dei profughi, dei perseguitati che si trovano ad affrontare numerosi disagi, ristrettezze economiche, diffidenze e notevoli fragilità psicologiche, nella difficile ricerca di un nuovo luogo in cui vivere. Il Papa ha sottolineato che nel vasto campo delle migrazioni la persona umana dev’essere sempre al centro: «Soltanto il rispetto della dignità umana di tutti i migranti, da un lato, e il riconoscimento da parte dei migranti stessi dei valori della società che li ospita, dall’altro, rendono possibile la giusta integrazione delle famiglie nei sistemi sociali, economici e politici dei Paesi di accoglienza1 ». Solo così questo fenomeno non costituirà soltanto un problema, ma anche e soprattutto una risorsa per l’umanità.

 

Immigrazione: alla ricerca delle giuste regole

Eppure i migranti restano, sotto certi punti di vista, uno degli elementi negativi delle nostre società, la parte oscura e ignota, quella da cui ci si vuole salvaguardare, quella che si teme perché sconosciuta, diversa, a volte clandestina. Per questo è necessario in primo luogo tutelarli: sia attraverso opportuni presidi legislativi, giuridici e amministrativi specifici, sia mediante una rete di servizi, di punti di ascolto, di strutture di assistenza che ne permettano la cono5scenza e l’inserimento nei diversi contesti sociali. Di fatto, nel trattare dell’immigrazione è fondamentale, come scrive Johan Ketelers, segretario generale dell’Icmc (International catholic migration commission), considerare anzitutto i diritti umani e «l’ulteriore sviluppo di un sistema legale internazionale, volto a proteggere gli immigrati, che sia accettato, ratificato e applicato da tutti i Paesi »2 ,senza tralasciare però i doveri e gli obblighi degli stessi immigrati, e le ragionevoli aspettative che i Paesi di arrivo nutrono a tale riguardo.

Per questo tutti i protagonisti della vita pubblica, inclusi gli immigrati e le loro organizzazioni, devono contribuire a formulare regole serie e trasparenti, che permettano lo sviluppo del processo d’integrazione e di un fondamentale cambio di mentalità, volto al rinnovamento della convivenza civile. Il presidente Napolitano, in uno dei tanti suoi interventi sul tema, dopo aver sostenuto l’importanza e la valenza positiva del fenomeno immigrazione nell’Italia di oggi – per sopperire alla carenza di mano d’opera in vari settori, per combattere il decremento delle nascite; per una modernizzazione sociale e culturale -, ha aggiunto: «La strada dell’integrazione è ancora lunga e va affrontata con coerenza e rigore A tal fine è anzitutto necessario che gli ingressi avvengano per via legale. Gli immigrati non devono più avere la paura di vivere in condizione irregolare e di sopportare le conseguenze dell’emarginazione che all’irregolarità si associa. È soprattutto cruciale evitare i gravissimi rischi collegati agli ingressi clandestini. Dare certezze al percorso migratorio fin dai Paesi d’origine, con regole che tutti devono rispettare, significa far rientrare nella normalità un fenomeno che ormai contrassegna questo secolo»3 .

Un’occasione per testare le nostre capacità di accoglienza e la chiara applicazione delle regole è arrivata il 1° gennaio, con l’estensione della cittadinanza europea a bulgari e rumeni. Secondo quanto stabilito dall’articolo 18 del Trattato istitutivo della Comunità europea, è riconosciuto loro il diritto di circolare e soggiornare liberamente nel territorio di tutti gli Stati membri e, per quel che riguarda l’Italia, non saranno più sottoposti alla disciplina normativa prevista dalla Bossi-Fini(d.l. 1998,n. 286). Pertanto i cittadini rumeni e bulgari già esentati dall’obbligo del visto per soggiorni turistici, non dovranno munirsene nemmeno per altri motivi di ingresso – lavoro, famiglia, studio -, ma basterà il possesso di un normale documento di identità o di un passaporto4 . Temendo ripercussioni in ambito lavorativo, il Governo italiano nel Consiglio dei ministri del 27 gennaio 2007; analogamente a quanto previsto in altri Paesi dell’Ue, ha deciso di avvalersi di un “regime transitorio” (durata un anno), prima della completa liberalizzazione dell’accesso al lavoro subordinato, lasciando invece senza alcuna restrizione il lavoro autonomo.

Se a marzo dello scorso anno si poteva parlare di 400.000 unità per i rumeni presenti in Italia e di 30.000 per i bulgari, queste cifre hanno ovviamente subito un incremento in seguito all’apertura delle frontiere che, per quanto non ancora quantificabile, ha vieppiù alimentato la già alta diffidenza verso i Rom5 , minoranza etnica in Romania, dove costituiscono circa il 10% dei 23 milioni di quella popolazione. I Rom, proprio per il loro stile di vita nomade, sono fortemente discriminati in Romania, ottenendo presso quel Parlamento un solo rappresentante, nonostante le 40 comunità presenti nel Paese. Ebbene, questa situazione negativa in patria, unita al diritto alla libera circolazione acquisito il 1° gennaio, ha fatto temere un’invasione delle nostre città da parte dei Rom i quali, solitamente ghettizzati nelle periferie italiane, rischiano ancora una volta di diventare il “capro espiatorio” e di essere cacciati, quando invece – proprio per la loro mobilità -, sono i meno desiderosi di trattenersi in un Paese.

Va invece rilevato che, a. partire dal 1992, proprio i rumeni (non Rom) hanno decuplicato la loro presenza in Italia – sono oggi quasi tre milioni -, pur non avendo casa o residenza comunale, e rimanendo sprovvisti di iscrizione alle anagrafi comunali. Come, sottolinea la Caritas italiana, «l’andamento degli ultimi anni può far pensare a una pressione migratoria di 60.000 lavoratori». Anche la “questione nomadi” – rispetto alla quale la Caritas è molto impegnata a livello sia dell’accoglienza, sia del confronto istituzionale – evidenzia aspetti complessi, che richiedono di considerare attentamente le disposizioni europee, ricordando che l’applicazione delle leggi e la sicurezza sono valori condivisi anche dalla maggior parte degli immigrati, tanto più che in Italia, nel 2006, il 23,3% delle assunzioni, secondo i dati della Camera di commercio di Milano, è stato appannaggio di immigrati – particolarmente nel settore dei servizi, immobiliare, del noleggio, delle pulizie e della vigilanza, ma con presenze anche nella sanità, nell’istruzione, nella ristorazione e nel commercio -, evidenziando come il flusso extracomunitario, se gestito con razionalità, può diventare una preziosa, risorsa per lo sviluppo nazionale6 .

 

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