Senza la messa domenicale non si può stare

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La festa apre e chiude la storia. Nella festa avviene l’incontro tra l’amore di Dio e la storia di ciascuno di noi.


Ricorda: in senso biblico è fare memoria delle meraviglie della storia della salvezza in modo che questa storia “venga a te” in senso positivo. Ricordare significa riscoprire le meraviglie di Dio per il suo popolo o quelle che Lui ha compiuto nella tua vita. Santificare significa invece “entrare nella santità” di Dio ed entrare nell’abbraccio della santità di Dio inserendo la propria vita sotto la protezione e lo sguardo di Dio. Infatti nella festa si entra, si è invitati. Le feste, secondo la concezione biblico-teologica sono la celebrazione nella storia di un evento che ha liberato la storia stessa da Kronos. E’ un’irruzione di Dio nel mondo per instaurare il progetto che Lui ha per il mondo e per l’uomo. La festa è l’iniziativa di Dio per l’uomo e l’uomo entra in questa dimensione. Si sperimenta nella festa la gratuità di Dio. Questa fa si che l’esistenza del mondo e dell’uomo inizia come festa, si sviluppa nell’attività dell’uomo e si compie e conclude nella festa. Nella festa ci viene ricordato che la vita ci viene donata. Ogni volta che noi facciamo festa ricordiamo l’inizio e ripercorriamo la nostra vita per iniziarla nuovamente. La festa apre e chiude la storia. Nella festa avviene l’incontro tra l’amore di Dio e la storia di ciascuno di noi.

La festa è poi comunitaria. Si fa festa sempre con gli altri. E’ un momento dove ci sono relazioni libere, gratuite, disinteressate. Nella festa infatti si libera l’autenticità di ciascuno e c’è solo amicizia e nessuna soggezione. E’ importante anche mettere in evidenza che non si sta insieme nella festa per fare qualcosa ma si fa qualcosa per stare insieme. La festa è per l’uomo, come afferma Gesù riguardo al sabato che è proprio per l’uomo, e non viceversa. La festa più grande è quella dell’anno sabatico (il giubileo). E’ un tempo a maggior disposizione dell’uomo, per dargli più possibilità di distensione e di relazionarsi. Il giubileo rappresenta l’irruzione di Dio nella Storia e dove Dio stesso dice di nuovo INCIPIT, e così ricomincia la Storia. Nel giubileo assaporiamo la primizia e l’anticipo del “definitivo”, nel senso che in qualche modo pregustiamo ciò che saremo. La festa è anche entrare nella Gioia. Nella festa noi rinasciamo a “nuova vita”. Noi riscopriamo Dio e il Suo progetto su di noi. In particolare la festa cristiana si distingue tra quella del vecchio testamento che è limitata perché si ferma all’esperienza terrena, e quella del nuovo testamento dove la resurrezione esprime la festa definitiva. Finisce il mondo vecchio e inizia la nuova vita con la Pasqua. Con la Resurrezione inizia la nuova storia della salvezza. E’ una festa che non conosce tramonto. E’ un futuro nuovo intriso della signoria di Cristo, ripieno di Speranza. Tutto ciò scaturisce dalla Resurrezione di Cristo e quindi la Pasqua è la festa per eccellenza. Non è uno dei tanti avvenimenti della storia ma è la sintesi della Storia stessa, è il suo compimento. Siamo compartecipi e contemporanei di quell’evento straordinario della passione, morte e resurrezione di Nostro Signore Gesù Cristo. Quell’evento raggiunge qualsiasi luogo e qualsiasi uomo nel cosmo e nella storia. E così al contrario, qualsiasi patire dell’uomo viene compartecipato da Gesù Cristo. Compartecipazione e contemporaneità di quel gesto straordinario che è la Resurrezione di Cristo : questa è la festa. Partecipare contemporaneamente della passione, morte e resurrezione. Questa esperienza si fa coscienza, si fa partecipazione con i fratelli. Non è il passato che viene a noi. E’ piuttosto l’immagine di un fuoco che si irradia contemporaneamente. Ecco, la celebrazione della Pasqua si verifica anche durante la celebrazione della domenica. E tutto questo avviene per intervento della Chiesa che è colei che apre le porte perché Gesù irrompa nella Storia. La domenica è l’ultimo giorno : è il giorno in cui consegni la tua storia a Dio (sofferenze e fatiche e lavoro) ma diventa poi lode a Dio diventando così il primo giorno, il tempo di grazia e di perdono che porta agli altri. Il cuore della domenica è l’Eucarestia nel senso che l’Agnello è in grado di sciogliere l’enigma della nostra vita. Guardando a Lui e ricevendo da Lui l’energia, la forza, anche noi possiamo trasformare la nostra vita in offerta sacerdotale, in sacrificio sacerdotale dedicato a Lui. Ciò accade la domenica, festa del Signore, nostra speranza. In conclusione la domenica si celebra il perdono di Dio. La gioia di perdonare a nostra volta (e se non lo facciamo rimaniamo nella tristezza). Ma soprattutto la gioia di essere perdonati da Dio. A proposito della centralità della domenica è importante ricordare l’episodio dei martiri di Abitene che morirono con la famosa frase “sine dominico non possumus”che divenne, per così dire lo slogan del congresso eucaristico tenuto a Bari nel maggio del 2005 di cui riporto un significativo estratto iniziando dalla testimonianza del lettore Emerito “ Questi afferma senza alcun timore di aver ospitato in casa suoi i cristiani per la celebrazione. Il proconsole gli chiede: «Perché hai accolto nella tua casa i cristiani, contravvenendo così alle disposizioni imperiali?». Ed ecco la risposta di Emerito: «Sine dominico non possumus»; non possiamo, cioè, né essere né tanto meno vivere da cristiani senza riunirci la domenica per celebrare l’Eucaristia. Il termine dominicum racchiude in sé un triplice significato. Esso indica il giorno del Signore, ma rinvia anche, nel contempo, a quanto ne costituisce il contenuto: alla Sua resurrezione e alla Sua presenza nell’evento eucaristico.
Questi 49 martiri di Abitene hanno affrontato coraggiosamente la morte, pur di non rinnegare la loro fede nel Cristo risorto e non venir meno all’incontro con Lui nella celebrazione eucaristica domenicale. Perché? non certamente per la sola osservanza di un “precetto” – visto che solo in seguito la Chiesa stabilirà il precetto festivo. Allora, perché? Perché i cristiani, fin dall’inizio, hanno visto nella domenica e nell’Eucaristia celebrata in questo giorno un elemento costitutivo della loro stessa identità. È quanto emerge con chiarezza dal commento che il redattore degli Atti dei martiri fa alla domanda rivolta dal proconsole al martire Felice: «Se sei cristiano non farlo sapere. Rispondi piuttosto se hai partecipato alle riunioni». Ed ecco il commento: «Come se il cristiano potesse esistere senza celebrare i misteri del Signore o i misteri del Signore si potessero celebrare senza la presenza del cristiano! Non sai dunque, satana, che il cristiano vive della celebrazione dei misteri e la celebrazione dei misteri del Signore si deve compiere alla presenza del cristiano, in modo che non possono sussistere separati l’uno dall’altro?Quando senti il nome di cristiano, sappi che si riunisce con i fratelli davanti al Signore e, quando senti parlare di riunioni, riconosci in essa il nome di cristiano».Alla luce della testimonianza dei martiri di Abitene acquista maggiore forza quanto scrivono i Vescovi italiani negli Orientamenti pastorali: «Ci sembra fondamentale ribadire che la comunità cristiana potrà essere una comunità di servi del Signore soltanto se custodirà la centralità della domenica, “giorno fatto dal Signore” (Sal 118,24), “Pasqua settimanale”, con al centro la celebrazione dell’Eucaristia, e se custodirà nel contempo la parrocchia quale luogo – anche fisico – a cui la comunità stessa fa costante riferimento» (Cvmc 47).”

carlo mafera

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