Sinodo per l’Amazzonia, pubblicato l’Instrumentum laboris

AMAZZONIA FORESTA PLUVIALE

Filipe Frazao/Shutterstock
La Foresta Amazzonica
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Pubblicato pochi minuti fa il testo del documento preparatorio dei lavori: “Nuovi cammini per la Chiesa e per una ecologia integrale” è il titolo programmatico, efficace sintesi dei contenuti del testo.

Affermando che il celibato è un dono per la Chiesa, si chiede che, per le zone più remote della regione, si studi la possibilità di ordinazione sacerdotale di anziani, preferibilmente indigeni, rispettati e accettati dalla loro comunità, sebbene possano avere già una famiglia costituita e stabile, al fine di assicurare i Sacramenti che accompagnano e sostengono la vita cristiana.

Non è un tiro alla fune sul celibato

Questo è il solo paragrafo dell’Instrumentum laboris del Sinodo sull’Amazzonia di cui oggi e per i mesi a venire buona parte della stampa occidentale scriverà, contrapponendo e polarizzando le solite due stanche fazioni – da una parte gli eversori, dall’altra i reazionari –.  Si otterrà così l’unico e medesimo effetto di ridurre (nell’informazione) l’assemblea sinodale del prossimo ottobre a un tiro alla fune sul celibato sacerdotale.

Alcuni dei media occidentali – quelli intellettualmente più onesti – ricorderanno contestualmente che l’instrumentum laboris non afferma in questo punto altro che quanto già aveva dichiarato il 28 gennaio scorso lo stesso Papa Francesco sul volo che dalle GMG di Panama lo riportava a Roma:

Nella Chiesa cattolica di rito orientale possono farlo, si fa l’opzione celibataria o di sposo prima del diaconato. Per quanto riguarda il rito latino, mi viene alla mente una frase di san Paolo VI: «Preferisco dare la vita prima di cambiare la legge del celibato». Questo mi è venuto in mente e voglio dirlo perché è una frase coraggiosa, lo disse nel 1968-1970, in un momento più difficile di quello attuale. Personalmente penso che il celibato sia un dono per la Chiesa e non sono d’accordo a permettere il celibato opzionale. No. Soltanto rimarrebbe qualche possibilità nei posti lontanissimi, penso alle isole del Pacifico, ma è qualcosa da pensare quando c’è necessità pastorale. Il pastore deve pensare ai fedeli. La mia decisione è: no al celibato opzionale prima del diaconato.

«Darò la mia vita, piuttosto». «Questa è la mia decisione». Due frasi che si pongono accanto alle considerazioni sulle necessità pastorali delle popolazioni più remote come le colonne d’Ercole, «acciò che l’uom più oltre non si metta». Sarebbe però un vero peccato limitare a quest’unica tematica la variegata complessità degli argomenti su cui verterà l’assemblea speciale del sinodo sulla regione panamazzonica (convocata dal Papa da domenica 6 ottobre a domenica 27 ottobre 2019). Nell’ultimo dei 147 paragrafi che in una quarantina di pagine offrono ai Padri Sinodali la base da cui partire per i lavori, la Segreteria per il Sinodo riassume così le istanze del documento:

In questo lungo percorso dell’Instrumentum Laboris, la voce dell’Amazzonia è stata ascoltata alla luce della fede (Parte I), si è cercato di rispondere al grido del popolo e del territorio amazzonico per una ecologia integrale (Parte II) e per nuovi cammini al fine di favorire una capacità di profezia in Amazzonia (Parte III). Queste voci amazzoniche ci interpellano a dare una nuova risposta alle diverse situazioni e a cercare nuovi cammini che rendano possibile un kairósper la Chiesa e per il mondo. Concludiamo sotto la protezione di Maria, venerata con vari titoli in tutta l’Amazzonia. Ci auguriamo che questo Sinodo sia espressione concreta della sinodalità di una Chiesa in uscita, affinché la vita piena che Gesù è venuto a portare nel mondo (cf. Gv 10,10) possa raggiungere tutti, specialmente i poveri.

È giunto “il kairòs” dell’ecologia integrale

E si può dire che “kairòs” è forse la chiave di volta del testo, che appare integralmente proteso ad osservare e ascoltare che cosa l’Amazzonia in sé e in particolare le Chiese di Amazzonia hanno da comunicare all’esperienza dell’unica Chiesa di Cristo: benedizioni e critiche, necessità e risorse, offerte e preghiere.

120. Lo Spirito creatore che riempie l’universo (cf. Sap 1,7) è lo Spirito che per secoli ha nutrito la spiritualità di questi popoli anche prima dell’annuncio del Vangelo e li spinge ad accettarlo a partire dalle loro culture e tradizioni. Tale annuncio deve tener conto dei “semi del Verbo”56 presenti in esse. Riconosce inoltre che in molti di loro il seme è già cresciuto e ha dato frutti. Presuppone un ascolto rispettoso che non imponga formulazioni di fede espresse da altri riferimenti culturali che non rispondono al loro contesto vitale. Ma al contrario, ascolta “la voce di Cristo che parla attraverso l’intero popolo di Dio” (EC 5). 

121. È necessario cogliere ciò che lo Spirito del Signore ha insegnato a questi popoli nel corso dei secoli: la fede in Dio Padre-Madre Creatore, il senso di comunione e di armonia con la terra, il senso di solidarietà con i propri compagni, il progetto del “buon vivere”, la saggezza di civiltà millenarie che gli anziani possiedono e che ha effetti sulla salute, sulla convivenza, sull’educazione e sulla coltivazione della terra, il rapporto vivo con la natura e la ‘Madre Terra’, la capacità di resistenza e resilienza delle donne in particolare, i riti e le espressioni religiose, i rapporti con gli antenati, l’atteggiamento contemplativo e il senso di gratuità, di celebrazione e di festa e il senso sacro del territorio. 

122. L’inculturazione della fede non è un processo dall’alto verso il basso o un’imposizione esterna, ma un arricchimento reciproco delle culture in dialogo (interculturalità).57 Il soggetto attivo dell’inculturazione sono gli stessi popoli indigeni. Come ha affermato Papa Francesco, “la grazia suppone la cultura” (EG 115).

L’antica dottrina dei “semina Verbi” viene declinata in un contesto spesso considerato off limits e conseguentemente ridotto a deposito di risorse naturali da sfruttare. In realtà, l’impressione è che la vera tematica dominante del Instrumentum laboris sia l’ecologia – nel senso più lato e al contempo più radicale del termine – ossia quell’ecologia che il Magistero cattolico definisce “integrale”. In essa trova spazio la giusta considerazione delle normative volte a tutelare il “polmone verde” del mondo dall’impatto dell’inquinamento; in essa trovano spazio le analisi sugli auspicati progressi politici dei governi locali; in essa trovano spazio le immutabili posizioni dei cristiani sulla tutela della vita (dal concepimento alla fine naturale) e sulla dignità della persona (di ogni persona, in qualunque stato o condizione).

La storia del Sinodo ha sempre insegnato, però (e questo fin nelle assemblee più recenti) che i lavori hanno ampio spazio di manovra sulla materia, naturalmente entro i confini che il Romano Pontefice – quale arbitro supremo e ministro dell’unità della Chiesa – impone alla discussione.

IL FUTURO DEL NOSTRO PIANETA E’ NELLE MANI DEI POPOLI INDIGENI

Nel lontano 2010 scrissi in un altro blog questa presentazione editoriale e contestualmente frequentavo un corso di diritti umani. Data la perenne stretta attualità del tema, mi preme rilanciarlo su San Paolino’s Voice, anche alla luce del recente INSTRUMENTUM LABORIS per l’Amazzonia sopra pubblicato. 
Il futuro è indigenoLuciano Vasapollo ha presentato il suo libro, FUTURO INDIGENO (ed.Jaka Book) che ha scritto insieme a Rita Martufi, sabato 15 maggio nel centro di cultura ecologica all’interno del parco di Aguzzano a Roma. Questa opera, a cui hanno partecipato autori di vari paesi dell’America Latina dando voce a esperienze di largo respiro, apre un orizzonte fondamentale per concepire il futuro del pianeta. Ritrovare il rapporto tra l’uomo e la terra, non ridurre la terra a una merce di cui il più forte si può appropriare per usarla contro la sua stessa natura, riguarda tutto il mondo: Americhe, Africa, Asia, Oceania e certamente anche Europa. Luciano Vasapollo ha fatto riferimento al vertice mondiale di Cochabamba in Bolivia svoltosi il 20-22 aprile dove si sono espressi i popoli in via di sviluppo dell’America latina che desiderano vivere e si ribellano a questo stravolgimento del clima causato dal conflitto “capitale-ambiente” che è il vero conflitto del XXI secolo che si è sostituto al vecchio conflitto “capitale- lavoro”

Il mondo indio e contadino delle Americhe, pur nella sua povertà, ha oggi da dare un contributo culturale e politico di grande prospettiva. Le popolazioni originarie delle Americhe, oltre ad avere in comune condizioni di forte emarginazione sociale, si distinguono anzitutto per la loro antica cultura solidaristica, comunitaria, per il rapporto privilegiato che hanno avuto da sempre con la natura, con la terra, la Madre Terra, Pacha Marna; e proprio per questo lottano per evitare lo sfruttamento senza regole dei loro territori da parte delle grandi imprese multinazionali del mondo cosiddetto “emancipato”, quello dello sviluppismo quantitativo e consumista del capitale. Nell’altro libro (ALLERTA CHE CAMMINA a cura di Luciano Vasapollo e Carlos Lazo Vento edizione : Natura Avventura Edizioni) il relatore ha messo in evidenza l’importanza dei movimenti politici di base che hanno una forza autenticamente rivoluzionaria di democrazia partecipativa e parlamentare che si sta sostituendo alla vecchia classe politica capitalistica. Da tempo contro la globalizzazione neoliberista, e più in generale in alternativa al capitalismo, si sta sviluppando la concezione dello sviluppo locale autodeterminato, come elemento fondamentale per le aspirazioni dei movimenti di classe contro la povertà e per accedere più rapidamente al progresso sociale. Il principio dell’autodeterminazione dei popoli si sta affermando in modo efficace attraverso questi movimenti di base dell’America latina che mettono, nei loro programmi, la centralità della persona umana, la centralità del popolo e della natura. Al contrario dello sviluppismo capitalista, basato sulla crescita quantitativa, l’economia locale a compatibilità socio-ambientale cerca di potenziare le risorse proprie di ciascuna località, attivando le forze produttive, lo sviluppo qualitativo economico, quello sociale e naturale. E’ insomma il trionfo del “piccolo”qualitativo sul “grande” quantitativo. Questa tematica è entrata anche nell’agenda internazionale dei movimenti sociali di base e dei sindacati di classe, per la sua rilevanza intrinseca e per il suo legame con altri temi che sono ora sul tappeto, come l’attenzione e la difesa degli ecosistemi, i diritti umani, la lotta contro la povertà, il diritto ad essere differenti mantenendo forme culturali proprie, come complessivi diritti in difesa dell’umanità. Tutto ciò sarà possibile grazie all‘adozione di nuovi metodi di pianificazione e sviluppo, che assumono come centrale l’ordinamento socio-naturale del territorio, la creazione di strutture e reti socio-ecologiche, con il proposito di favorire il funzionamento e la sostenibilità dei sistemi ambientali, migliorando al contempo l’impatto sociale. È stato fatto riferimento anche al corretto uso dei beni anzi al giusto uso delle risorse della terra e in particolare a quello dell’acqua (per la quale si raccoglievano le firme per il referendum abrogativo contro la legge che propone la sua privatizzazione). L’acqua è un bene di tutti e tutti possono e devono accedere liberamente al suo corretto uso. Anzi dobbiamo pensare in modo che anche i popoli in via di sviluppo possano goderne in maggior quantità, se consideriamo che per produrre un’automobile ci vogliono circa 2400 litri di acqua a fronte di soli 5 litri al giorno a disposizione di un abitante del terzo mondo. Dopo il fallimento della conferenza di Copenaghen sul clima, conferenza dominata dalla logica delle multinazionali, non ci resta che sperare nella conferenza di Cochabamba di cui riporto le linee fondamentali ….”””” L’Accordo dei Popoli parte dal presupposto che, per poter affrontare il problema del cambiamento climatico, è necessario “riconoscere la Madre Terra come fonte di vita e creare un nuovo sistema basato sui principi di : armonia ed equilibro di tutti con il tutto; complementarietà, solidarietà ed equità; benessere collettivo e soddisfazione dei bisogni fondamentali di tutti, in armonia con la Madre Terra; rispetto dei Diritti della Madre Terra e dei Diritti Umani; riconoscimento dell’essere umano per ciò che è e non per ciò che ha; abolizione di ogni forma di colonialismo, imperialismo ed interventismo; pace tra i popoli e con la Madre Terra”.
La Conferenza di Cochabamba, in maniera condivisa, ha ritenuto inaccettabile il principio che un gruppo ristretto di paesi prenda decisioni su temi come il clima e l’ambiente, che interessano tutti i popoli della terra Tra le istanze contenute nell’Accordo dei Popoli, che i paesi in via di sviluppo indirizzano all’ONU e ai paesi industrializzati, spiccano : il riconoscimento del debito climatico dei paesi ricchi verso i paesi più poveri e il riconoscimento di tale debito climatico come parte di un debito più grande che essi hanno contratto con la Madre Terra;- l’assunzione di responsabilità, da parte dei paesi industrializzati, delle centinaia di milioni di esseri umani che sono e saranno costretti a migrare a causa del cambiamento climatico; – il ripensamento dell’agricoltura come produzione sostenibile ed ecologica, secondo i modelli contadini e indigeno-originari, e la tutela della sovranità alimentare, intesa come diritto dei popoli al controllo delle proprie sementi, terre, acque e produzioni alimentari in armonia con la Madre Terra; – la creazione di un tribunale internazionale per la giustizia climatica e ambientale, al quale partecipino tutti i paesi membri dell’ONU, nessuno escluso; – la promozione di un referendum mondiale (o plebiscito o consulta popolare) sul cambiamento climatico, nel quale tutti i popoli della terra vengano ascoltati e presi in considerazione, affinché le soluzioni al problema siano condivise. Ora, l’Accordo dei Popoli è stato appena consegnato alle Nazioni Unite e, nelle prossime settimane, verrà trasmesso anche al governo spagnolo, in quanto presidente di turno dell’Unione Europea. Evo Morales Ayma, accompagnato da una delegazione formata da esperti dei cinque continenti che hanno partecipato alla Conferenza di Cochabamba, ha consegnato a Ban Ki-Moon anche la Dichiarazione Universale dei Diritti della Madre Terra, chiedendone l’applicazione in tutti i trattati internazionali. In essa si richiamano, tra gli altri, i seguenti diritti inviolabili della terra: – il diritto di vivere e di esistere; – il diritto di essere rispettata; – il diritto di rigenerasi secondo la propria bio-capacità e di continuare a farlo secondo i propri cicli e processi vitali, libera da manipolazioni umane; – il diritto di mantenere la propria identità ed integrità, costituita da esseri viventi tra loro differenziati, auto-regolamentati e inter-dipendenti tra loro; – il diritto all’acqua in quanto fonte di vita; – il diritto all’aria pulita; il diritto alla salute globale; – il diritto di essere libera da avvelenamento e inquinamento, da rifiuti tossici e radioattivi. – il diritto di non essere modificata geneticamente né alterata nella propria struttura, di non subire minacce alla propria integrità o al proprio funzionamento vitale e alla propria salute; – il diritto ad un risarcimento totale ed immediato dei danni causati dalle attività umane in violazione dei diritti contenuti nella presente Dichiarazione. Per questo motivo, tutte le realtà presenti a Cochabamba si sono date appuntamento in Messico a fine anno, per monitorare da vicino i lavori del COP16 e per riaffermare le istanze contenute nell’Accordo dei Popoli, consapevoli che si tratterà di un passaggio cruciale nel cammino verso la giustizia climatica.” Dopo aver riportato fedelmente i principi della conferenza epocale di Cochabamba, desidero concludere con una battuta di Luciano Vasapollo “O mettiamo al centro il popolo e la sua terra o ci sarà la distruzione del pianeta”. E inoltre estrapolo dal sito “Unimondo” un piccolo ed interessante estratto per suffragare le tesi da me sostenuto nel presente articolo : ” C
ome rileva l’ultimoreport dell’organizzazione non governativa Minorities rights group (MRG) molte di queste comunità stanno già affrontando l’estensione di siccità, alluvioni, inondazioni e scioglimento dei ghiacci. Accade, per esempio, nella regione dell’Artico, dove il surriscaldamento mette a rischio la cultura dei pastori di renne, i Sami. In molte aree sono invece paradossalmente vittime degli sforzi per contrastare il riscaldamento globale. L’espansione delle piantagioni di palma da olio destinate alla produzione di biodiesel, denuncia APM, minaccia centinaia di popoli in Indonesia, Birmania o Colombia. “Cacciare la gente dalla propria terra per consentirne l’uso per la produzione di biocarburanti – spiega Ishbel Matheson di MRG – non solo non sta aiutando l’ambiente, ma sta privando molte persone delle proprie risorse. Non c’è cosa più urgente che far sentire la loro voce nell’ambito del dibattito sui cambiamenti climatici”.Un appello a cui si è associato Sha Zukang, sottosegretario generale Onu per gli Affari economici e sociali: “Dovremmo ascoltare i popoli indigeni: con la loro vasta conoscenza dell’ambiente in cui vivono, possono e devono giocare un ruolo cruciale negli sforzi globali per contrastare i cambiamenti climatici”. Un altro allarme di particolare attualità minaccia conoscenze e risorse biogenetiche dei popoli indigeni, vittime del furto e della brevettabilità autorizzata dagli accordi Wto sulla commerciabilità dei diritti di proprietà intellettuali: piante coltivate e da sempre utilizzate come alimenti o medicinali dagli indigeni sono state brevettate in Europa, Giappone e Stati Uniti, depredando ulteriormente queste tribù del loro patrimonio ancestrale.”

                                                      CARLO MAFERA

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