In vista delle prossime elezioni europee ecco un prezioso approfondimento del prof. Massimo Crosti su ” La sfida sovranista e le prospettive dell’Europa”

 

 

In concomitanza con le prossime elezioni europee, si sta svolgendo a Roma, presso una sala della Parrocchia Santa Maria della Speranza, con il patrocinio dell’Università Salesiana, un ciclo di conferenze dedicato ai problemi europei, dal titolo Per l’Europa. Un impegno di ieri, di oggi, di domani. Le conferenze si svolgono con cadenza settimanale, ogni lunedì, alle ore 20,30, dal 6 maggio al 3 giugno. All’iniziativa, organizzata dalla Scuola di formazione sociale e politica Buoni cristiani e onesti cittadini, diretta dall’Avvocato Professor Andrea Farina, giunta alla sua nona edizione, partecipano, in ordine cronologico, i professori Paolo Acanfora, Massimo Crosti, Sergio Fabbrini, Leonardo Becchetti, Marco Piantini. Lunedì 13 maggio, anticipando la sua relazione, nel calendario prevista per il 3 giugno, è intervenuto il professor Crosti (Crisi dell’Europa e crisi della democrazia: due crisi complementari?), con cui parliamo di alcuni problemi del difficile scenario europeo attuale: il tema Europa ieri e oggi; la straordinarietà, le ragioni, le difficoltà del percorso di integrazione europeo; il rapporto fra crisi dell’Europa e crisi della democrazia; il significato e le differenze tra sovranismo ed europeismo, distinzione cruciale della politica europea odierna; le prospettive dell’Unione dopo le prossime elezioni europee.

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Si avvicinano le elezioni europee e i temi europei dividono le forze politiche come mai prima. Cosa è cambiato rispetto al passato? 

 

Per alcuni decenni, il percorso di integrazione europea non è stato un tema divisivo tra le forze politiche. Non che fossero assenti forze politiche contrarie al processo di integrazione, ma erano marginali, eccezion fatta per i comunisti, a lungo contrari, ma, in ogni caso, erano altri i temi che dividevano. Oggi, è diverso al punto tale che sul percorso di integrazione ci si divide in modo netto e la divisione fra sovranisti ed europeisti costituisce la frattura più significativa della politica europea. Teniamo conto che, pur essendo differenziato lo scenario nei diversi Paesi europei, le forze sovraniste sono in crescita un pò ovunque e in Italia, alle ultime elezioni politiche, hanno raggiunto una netta maggioranza, in seguito alla sconfitta del Pd e del centrismo, le  forze più legate all’europeismo.

Cosa intende quando parla di sovranisti ed europeisti in relazione al percorso di integrazione europeo?

Per sovranisti, si intendono coloro che vogliono riportare a livello nazionale sfere di sovranità trasferite a livello sovranazionale, mentre per europeisti si intendono coloro che vogliono continuare tale trasferimento, coloro che intendono portare avanti l’integrazione sovranazionale in direzione di un’Unione politica, quindi verso la costruzione di una sovranità condivisa a livello sovranazionale. Questo, in linea generale, perchè ci sono differenziazioni all’interno del fronte sovranista e di quello europeista. Bisogna anche dire che i sovranisti, soprattutto dopo la Brexit, che ha mostrato la straordinaria difficoltà di uscire dall’Unione, generalmente non vogliono abbandonare l’Unione, quindi non si presentano in senso stretto come anti-europeisti, piuttosto come euroscettici, e puntano a un’Unione come area di interazione e di cooperazione economica, all’interno della quale ogni Stato mantiene la propria sovranità politica. Poi noi possiamo dire che, di fatto, questo progetto sovranista è in antitesi a quello europeista, e così è, ma le distinzioni vanno tenute presente per orientarsi nel dibattito

 

Possiamo dire che torna la distinzione destra-sinistra, in sostanza, da una parte, la destra sovranista e, dall’altra, la sinistra europeista?

Affermare che la distinzione destra-sinistra è superata costituisce una sorta di moda intellettuale, a volte lo si sostiene come se conferisse a chi lo sostiene una qualche profondità intellettuale. Salvo poi usarla ricorrentemente e a definirsi di destra o di sinistra, e non si tratta di un uso convenzionale. Personalmente, non  sono convinto sia superata, non si getta alle ortiche tanto facilmente una distinzione che ha caratterizzato la politica nel corso di un paio di secoli, vale a dire dalla Rivoluzione Francese sino alla fine della Guerra Fredda, sino alla fine del comunismo sovietico, in diverso grado e intensità. Certo, la corsa al centro che, successivamente, ha attraversato la politica, a destra come a sinistra, l’ha indebolita, l’ha resa meno marcata, ma non si è eclissata. Anche se va detto che il suo significato non è mai stato immediato, pacifico, nel senso che ci sono state tante destre e tante sinistre e una contesa, a destra, su quale fosse la destra autentica e, a sinistra, su quale fosse, la sinistra autentica. Adesso la corsa al centro è terminata, la politica si sta radicalizzando, e questa tendenza continuerà. Se pensiamo alla distinzione fra sovranismo ed europeismo, non è riconducibile interamente e meccanicamente alla distinzione destra-sinistra. Ma, anche qui, attenzione, se guardiamo allo scenario italiano il centrosinistra, diciamo pure il Pd, ha preso in mano la bandiera dell’europeismo, è il Pd la forza più europeista della politica italiana, mentre a destra domina il sovranismo, come possiamo vedere tutti i giorni nelle prese di posizione della Lega, e non solo della Lega. Quindi, se la distinzione tra sovranisti ed europeisti non si può ricondurre meccanicamente a quella fra destra e sinistra, tuttavia nella politica italiana, nella sostanza, è così, se parliamo della sinistra di governo. Se diversamente consideriamo tutta la sinistra, allora sì, anche a sinistra c’è il sovranismo, proprio di recente il leader dei comunisti italiani ha rivendicato che il proprio partito è l’unico partito della sinistra italiana contro l’euro. Ma parliamo di una forza politica molto marginale nel panorama politico attuale.  Problematico diventa il quadro se consideriamo la sinistra culturale, il vasto e variegato mondo degli intellettuali di sinistra, perchè, in questo caso, le prese di distanza rispetto al percorso di integrazione europea non mancano di certo. Prese di distanza motivate dalla convinzione che l’Unione Europea sia una costruzione neoliberista (o, in altri casi, ordoliberista). In Italia, ci sono diversi esponenti di questo orientamento, ma preferisco richiamare Wolfang Streck, autore di Tempo guadagnato, un libro che ha fatto discutere molto anche da noi.

Cosa pensa di questa posizione?

Si tratta di una posizione che ha alcune ragioni a proprio favore, basti pensare alla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione Europea, in cui vengono privilegiati alcuni diritti a scapito di altri. Poi, all’Unione sono mancate politiche sociali che l’avrebbero legittimata, e questo costituisce un altro elemento da tenere presente. Ma, detto questo, l’Unione contiene tante cose positive che oggi ci appaiono scontate ma non lo sono. Pensiamo, storicamente, a cosa ha significato per un Paese come Italia, uscito semidistrutto dalla guerra, entrare in un percorso di integrazione europea. Pensiamo oggi, all’Europa di tutti i giorni, per esempio, a quella che ha cambiato la vita di milioni di persone attraverso l’Erasmus, alla mobilità lavorativa, che ha consentito nuove esperienze e arricchimenti professionali.

 

Possono bastare questi elementi per rispondere alle obiezioni di quella posizione?

 

Occorre anche tenere presente un elemento di fondo che è il seguente: la costruzione dell’Unione Europea risponde all’esigenza di superare gli Stati nazionali in vista di un’unità politica sovranazionale. Un’esigenza che il pensiero del Novecento ha più volte affermato. Pensi a Einaudi, secondo il quale in un mondo nel quale le distanze sono state annullate, gli Stati, che in passato apparivano grandi, come Italia, Francia, e Germania, sono diventati piccoli come, nel Quattrocento, lo erano i comuni medievali, che poi via via, avevano dovuto dare luogo a signorie più ampie, che, a loro volta, hanno ceduto il passo ai grandi Stati moderni. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, questa riflessione di Einaudi, risalente agli anni Quaranta del secolo scorso, vale ancora di più e, prima o poi, attraverso percorsi che ignoriamo, si costruiranno istituzioni nuove perchè è un’esigenza storica ineludibile. Quindi, correggere la componente neoliberista che c’è si, dire no all’Unione, rigettarla, in quanto mera costruzione neoliberista, non mi pare condivisibile. Quale sarebbe poi l’alternativa concreta e concretamente perseguibile? Francamente, non mi pare vi sia.

 

Lei richiamava il fatto che il percorso di integrazione europeo, dopo aver proceduto senza particolari scossoni, a un certo punto ha incontrato difficoltà? Come mai?

Le ragioni sono diverse, recenti e meno recenti. Facile è richiamare la crisi dei migranti e quella dei debiti sovrani, ma non si tratta soltanto di questo. Dobbiamo tenere presente che il percorso di integrazione europea si è iniziato negli anni Cinquanta del secolo scorso sotto la spinta di una serie di fattori strutturali e culturali che non ci sono più. A partire dal comunismo, perchè l’esistenza e la minaccia dell’Unione Sovietica rendeva necessaria una certa compattezza dell’Europa occidentale. Questo ha favorito l’avvio di questo percorso, promosso anche dagli Stati Uniti, i quali hanno protetto l’Europa militarmente, dopo averla supportata economicamente con il Piano Marshall. Senza poi contare il fatto che, nei decenni successivi, l’integrazione è andata avanti attraverso i vari allargamenti che hanno riguardato a lungo i Paesi occidentali e poi, dal 2004 al 2007 c’è stato l’allargamento a Est, e da qui sono derivate non poche difficoltà. Si tratta di Paesi che erano stati sotto l’orbita e il dominio sovietico, e che stavano conoscendo e stanno conoscendo una fase nazionalista, comprensibile per la loro storia. Come avrebbero potuto entrare in un percorso di integrazione europea senza dare problemi? Pensarlo è stato utopistico, e adesso i problemi ci sono, come dimostra bene il caso Orban.

Si tratta di un aspetto che è stato sottovalutato…

Vede, negli anni Cinquanta del secolo scorso, si è dato avvio a un percorso di integrazione che, considerando la storia europea, è qualcosa di straordinario. Pensiamo soltanto al fatto che la prima comunità economica è stata quella del carbone e dell’acciaio, cosa  che aveva anche un valore simbolico, perchè erano stati materia di divisione fra Francia e Germania, che si erano confrontate militarmente nella prima e nella seconda guerra mondiale. Si è trattato di un percorso già difficile se esteso ai soli Stati europei occidentali, figuriamoci esteso ad altri Stati esterni all’area occidentale. E non a caso, il presidente uscente della Commissione europea, Juncker, all’inizio del suo mandato, ha dichiarato che durante la sua presidenza non ci sarebbero stati altri allargamenti, che bisognava consolidare i risultati raggiunti.

C’è una correlazione fra crisi dell’Europa e crisi della democrazia?

Come potrebbe essere altrimenti? Quello democratico è il contesto storico-politico in cui ha origine e viene portato avanti il percorso di integrazione europea. La Comunità economica europea è il risultato dell’azione di un gruppo di Paesi democratici che si mettono insieme e iniziano un percorso che, nel tempo, ha portato alla costituzione dell’Unione. Oggi, per entrare nell’Unione, occorre rispettare i criteri di Copenhagen, che, nella sostanza, sono criteri di democraticità, vale a dire istituzioni democratiche stabili, Stato di diritto, rispetto delle minoranze. Pensiamo al fatto che i soggetti politici, meglio le famiglie politiche, protagoniste del percorso di integrazione, centrali nei decenni di crescita dei sistemi democratici, sono state pesantemente ridimensionate e si sono affermati partiti sovranisti contrari a un’Europa federale. Lo abbiamo visto alle ultime elezioni politiche in Italia. E se quei risultati saranno confermati alle prossime europee, nel senso che ci sarà una chiara maggioranza sovranista, e molto probabilmente ci sarà, per la prima volta dalla nascita del Parlamento europeo, l’Italia, uno dei Paesi fondatori e protagonisti del percorso di integrazione, manderà una rappresentanza parlamentare a maggioranza euroscettica.

Quali prospettive si aprono secondo lei?

Aumenteranno le difficoltà. Dopo la Brexit, un evento la cui portata difficilmente può essere sottovalutata che rende bene  la confusione  in cui versa la politica europea  – parteciperà alle elezioni europee un paese che ha votato per la Brexit! -, ci saranno ulteriori e problematici sviluppi. Le forze sovraniste aumenteranno, avranno una rappresentanza nel Parlamento europeo più nutrita che in passato, e questo condizionerà non soltanto le politiche a livello europeo, ma anche quelle nazionali. Anche il fatto che votino gli inglesi dove il Brexit Party è dato in forte ascesa non è di buon auspicio per la prospettiva europeista. E per quanto riguarda l’Italia, l’affermazione delle forze sovraniste non faciliterà i rapporti con l’Unione, non favorirà l’acquisizione di incarichi significativi nelle istituzioni europee. Per di più, nei prossimi mesi i nodi della difficile situazione finanziaria verranno al pettine, nel senso che dovranno essere prese misure onerose da parte del governo, e  ci attende un periodo molto movimentato. Si è aperta una stagione nuova nella politica nazionale ed europea dagli esiti incerti, non conosciamo gli esiti, ma sappiamo che durerà a lungo.

Quale soluzione vede per superare le attuali difficoltà dell’Unione? Come rilanciare il progetto europeista?

L’attuale situazione non può durare a lungo se non pagando prezzi altissimi. E possiamo fare tutti i discorsi che vogliamo sull’esigenza di portare avanti il percorso di integrazione europea. E possiamo anche dire che il sovranismo non è una risposta ai grandi problemi che abbiamo davanti. Tutto questo può essere vero, ma non basta, non è una risposta politica e, soprattutto, non consente alla prospettiva europeista di difendere e rendere persuasive le proprie posizioni presso gli elettori europei. Il tempo dell’idealismo europeista è alle spalle, intendo dire che non basta più ad assicurare la condivisione di un progetto europeista. Vede, le diverse crisi – da quella dei debiti sovrani a quella migratoria – hanno rivelato un’insufficiente capacità di governo da parte dell’Unione. Ciò è avvenuto perchè, con la logica intergovernativa, i veti dell’uno o dell’altro Stato, posti al fine di far pagare agli altri i costi delle crisi, impediscono un governo efficace. Adesso, occorre andare avanti con una iniziativa politica che riformi le istituzioni europee. Non è realizzabile oggi, e chi sa se mai lo sarà, un’Unione di 27, 28 Stati che arrivino a una integrazione federale piena. No, occorre dare vita a una integrazione a diversi livelli, con un gruppo di Stati guidati da Francia e Germania che faccia da battistrada con una integrazione piena, prevedendo per gli altri diversi livelli di integrazione. Ma è difficile anche perchè l’avanzata delle forze sovraniste può indurre alcuni soggetti politici europeisti a una maggiore prudenza per non perdere il consenso degli elettori.

Questo per quanto concerne l’europeismo. E il sovranismo?

Il sovranismo non è una risposta valida e condivisibile, è il sintomo di un grande disagio, di una protesta contro questa Europa, nella migliore delle ipotesi, nella peggiore è il tentativo di minare alle fondamenta la costruzione dell’Europa come soggetto politico unitario, cosa che fa comodo a molti. E forse è tutte due le cose, vale a dire un tentativo di utilizzare la protesta, anche giusta, contro il progetti di unificazione europea. Fa comodo a Putin, certo, ma fa comodo anche agli Stati Uniti, almeno nella versione di Trump. A parte tutto questo, che non è poco, il sovranismo si è rivelato abile a intercettare un diffuso sentimento di protesta, ma incapace a esprimere una piattaforma comune. Come potrebbe? Le prospettive sovraniste, nei diversi paesi europei, portano avanti specifici interessi nazionali. I sovranisti italiani, per esempio, vorrebbero una maggiore flessibilità sui conti italiani, ma proprio i sovranisti degli altri Paesi sono rigidi su questo, e recentemente il leader di AFD si è espresso molto chiaramente dicendo che i conti devono essere in ordine.

Non crede possibile un ritorno alle sovranità nazionali?

La teoria sovranista è debole. Un ritorno alle sovranità nazionali farebbe perdere sovranità non la farebbe riacquistare. Cosa potrebbero fare gli  Stati europei rispetto ai grandi Imperi, se non subire il loro dominio? Continuerebbe, e più marcatamente di prima, il declino europeo. Teniamo poi conto che la sovranità assoluta non esiste, la sovranità nella storia è sempre limitata, l’Italia non è forse stato un Paese a sovranità limitata durante la Guerra Fredda? Se fare parte dell’alleanza occidentale ci ha dato grandi e decisivi vantaggi, sia sotto il profilo economico, sia sotto il profilo della sicurezza, ci ha dato anche alcuni inevitabili condizionamenti, certi sviluppi politici non sarebbero stati consentiti, e mi riferisco a sviluppi in senso comunista, chiaramente. Dobbiamo tenere presente che i margini di sovranità di un determinato Paese sono più o meno ampi a seconda della propria forza, sotto il profilo economico, politico, finanziario, militare. Se un Paese vuole acquistare sovranità, deve affrontare i nodi irrisolti che limitano il suo sviluppo, la sua crescita, e non parlo soltanto dell’aspetto economico, e l’Italia ne ha molti e in parte, forse in gran parte, indipendenti dall’Unione. Prendersela con l’Unione, può far comodo a imprenditori politici che sul moto protestario costruiscono le loro fortune, ma non risolve i problemi, semmai li aggrava. L’unica speranza che hanno gli europei di giocare un ruolo nello scenario internazionale ed evitare l’irrilevanza, è quello dell’Unione Europea, che, vista storicamente, è la risposta alla crisi devastante dell’Europa devastata da due guerre mondiali, è la risposta possibile, nello scenario storico del secondo dopoguerra, al declino europeo. Ma, certo, se questo tentativo andrà o non andrà a buon fine dipende da come viene portato avanti il percorso di integrazione europea, non basta dire che è necessario portarlo avanti per realizzarlo, e bisogna evitare di considerare dall’alto in basso coloro che la pensano diversamente, come se non capissero una verità evidente. Bisogna capire le ragioni della protesta, non demonizzarla. Anche evitare la Prima guerra mondiale sarebbe stato necessario, ma la guerra ci fu ugualmente e fu l’inizio dei disastri europei del Novecento. Dobbiamo augurarci che questa volta le cose vadano diversamente, che emergano élites politiche capaci di riformare le istituzioni europee, e dovranno avere non soltanto capacità, ma anche fortuna, perchè lo scenario attuale, e ancora di più quello che ci attende in un futuro più o meno prossimo, è difficile, molto difficile.

Pessimista?

No, il pessimismo non è consentito, tanto meno prima di un appuntamento importante come le prossime elezioni europee, e ancora di più, molto di più, quando ci si trova all’interno di una fase epocale della storia europea, ma realista, almeno mi sforzo di esserlo, e penso che attraversiamo un cambio d’epoca, che viviamo tempi di ferro. Ci sono cambiamenti straordinari, che aprono nuovi sentieri, impensabili anche pochi decenni fa, ma le società devono trovare un nuovo equilibrio, altrimenti le conflittualità aumenteranno, il bisogno di ordine e sicurezza aumenterà, con la conseguenza dell’affermarsi di un crescente avventurismo politico. In questi frangenti, vale il suggerimento di un grande filosofo, il quale, a chi gli chiedeva in quale direzione andasse la storia, rispose  “non chiederti dove va la storia, chiediti dove vuoi andare tu” e, così facendo, chiaramente, si contribuisce a farla.

Intervista al prof. Massimo Crosti a cura di Carlo Mafera

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