Il film “Il campione” è un vero e proprio grande spunto di riflessione antropologico sulla nostra vita quotidiana e sulla grave crisi delle relazioni interpersonali. Ecco però l’ aspetto positivo con un articolo correlato

Le grandi lezioni del calcio

Ciò che conta davvero è dare tutto ad ogni passo, dare la vita sul campo, anche se alla fine perdiamo; sicuramente perdere fa male, ma ci rende anche più forti e più maturi

Se Gesù fosse qui oggi, utilizzerebbe il calcio come immagine per insegnarci qualcosa della vita. Dopo un mese di tanto calcio con i Mondiali, ci sono molte immagini che parlano della vita. Delusioni e gioie, frustrazioni e disprezzo, odio e stanchezza.
Il calcio muove passioni. Risveglia gioie e tristezze. Amori incondizionati o violenza. Allontana e avvicina, unisce e separa. Il calcio non ci lascia indifferenti. Competere, lottare per la vittoria, vincere o perdere.
Sono molte le cose che Gesù potrebbe insegnarci se si servisse del calcio come parabola. Il calcio è uno sport di squadra. Tutti hanno un posto. È più importante lavorare per l’insieme che cercare la propria gloria. Una squadra può avere molte stelle, ma se non si lavora per l’insieme il valore delle stelle si può perdere.
Lavorare in squadra richiede rinuncia, sacrificio, umiltà. Esige la rinuncia al proprio beneficio se ciò va a beneficio di tutti. Non si raggiunge nulla senza contare sugli altri. Da soli non possiamo.
Afferma papa Francesco nella sua esortazione: «Nessuno si salva da solo, come individuo isolato, ma Dio ci attrae considerando la complessa trama di relazioni interpersonali che si realizzano nella comunità umana. Dio entra in questa dinamica popolare».
Nel gruppo tutti sono importanti. Se io non apporto del mio, quello che so fare bene, gli altri si perdono qualcosa. Non è facile. Perché possiamo risparmiarci e lasciare che siano gli altri a dare il proprio apporto. Possiamo risparmiarci e lasciare che si sforzino gli altri. Tutti, però, siamo necessari.
Per questo, quando perdiamo perdiamo tutti, e quando vinciamo vinciamo tutti. È la comunione per raggiungere il fine sognato. Sì, il calcio parla della vita e ci mostra le cose importanti.
Camminiamo uniti, siamo intrecciati in questa vita. Giochiamo in squadra, abbiamo bisogno gli uni degli altri, abbiamo bisogno di persone che ci aiutino a scoprire il nostro posto nel campo, che confidino e credano in ciò che possiamo fare quando giochiamo. Il nostro apporto è fondamentale. L’apporto di tutti costruisce.
Il calcio ci insegna inoltre che nella vita le sconfitte e le vittorie sono passeggere. Una linea molto sottile separa il successo dal fallimento. Un secondo, un errore, un po’ di fortuna, un miracolo.
Diceva un allenatore: «Molte volte ci insegnano che vincere è tutto, la cosa più importante, l’unica. Io devo essere il primo. Ma la gente che ti sostiene ti fa vedere che non esiste solo quella parte del calcio. Esiste anche l’altra, in cui la partita non merita neanche una lacrima, perché quando nella vita si dà tutto si può vincere, si può perdere, ma importa meno. Possiamo perdere con la tranquillità di aver dato tutto. È la vita, in un momento hai tutto, e all’improvviso non hai nulla».
Come in molte cose nella vita, la fine non è la cosa più importante. Imparare a vivere significa valorizzare il momento, la tappa del cammino, e vedere che vincere non è tutto. Perché in un momento tutto può cambiare. Si può perdere ciò che era a portata di mano.
Quello che conta davvero è dare tutto ad ogni passo, dare la vita sul campo, anche se alla fine perdiamo. Perdere fa sicuramente male, ma ci rende anche più forti e più maturi.
Dopo la sconfitta ci resta solo una cosa da fare: alzare la testa e rimetterci in cammino. Lottare un’altra volta fino alla fine anche se non avremo ancora successo. Guardare alla prossima meta e anelare all’impossibile. E credere, sì, credere sempre che sia possibile. Sì, è come la vita.
Gesù, parlando di calcio, avrebbe parlato del gioco pulito, evitando la violenza. Avrebbe sottolineato l’onestà di dire sempre la verità, senza fingere né mentire con i gesti cercando di ingannare l’arbitro.
Avrebbe esaltato chi tratta con rispetto l’avversario, chi non insulta né aggredisce, chi non ridicolizza né ride del male altrui, chi ammira l’avversario prima e dopo la partita. Avrebbe elogiato il calciatore che accetta la missione di costruire senza essere colui che spicca di più, senza occupare alla fine i titoli dei giornali.
Avrebbe sottolineato il lavoro del buon allenatore. Di colui che sa tirar fuori il meglio dai suoi e riesce a sfruttare tutto il loro potenziale, come un vero padre. Conoscendo i loro limiti, sognando le loro possibilità, amandoli nella sua missione. Senza umiliare chi fallisce, ma incoraggiandolo ad andare avanti e confidando di nuovo nelle sue capacità.
Gesù loderebbe l’allenatore che uniforma l’abbigliamento, crea ponti, accoglie tutti, sa mettere ciascuno al proprio posto e chiarisce sempre che nessuno è imprescindibile nell’allineamento iniziale, ma tutti sono fondamentali nel corso della stagione.
Loderebbe sempre l’allenatore che si assume le colpe nelle sconfitte e non attacca i suoi non prendendosi mai la responsabilità. Un allenatore capace di unire, di integrare, di trarre il meglio da ciascuno.
Loderebbe il calcio come un gioco, in cui ci si diverte e si dà tutto. Ma un gioco che si prende sul serio, come la vita.
Ci sono partite amichevoli, allenamenti, partite poco importanti e partite fondamentali. Poi ci sono quelle partite che si giocano solo una volta nella vita. In cui si decide tutto. Ora o mai più. Sì, nella vita ci sono alcune partite di questo tipo. Sono momenti in cui la decisione che prenderemo, anche se sarà difficile e dolorosa, potrà cambiare tutto. Ora o mai più.
Nella vita, come nel calcio, bisogna imparare a vivere. È questo che rende bella la vita e rende bello il calcio, perché nella vita, come nel calcio, il nostro lavoro spesso non ottiene successo, ma non importa, ci rialziamo e continuiamo a lottare. Vale la pena di sforzarsi e dare tutto. A volte la sfortuna e gli errori possono spezzare i nostri desideri, ma non è la fine, perché la partita della vita si gioca per sempre.
[Traduzione a cura di Roberta Sciamplicotti]

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