101 anni fa finiva la prima guerra mondiale: la parrocchia di San Frumenzio l’ha ricordato con un evento straordinario. Carlo Mafera del San Paolino’s Voice collaziona alcuni suoi articoli sull’argomento

Incontro commemorativo nel centenario della Grande Guerra a cura dei Laboratori di Televita. Appuntamenti: ore 10 e ore 16 di venerdì 9 novembre, ore 17 di sabato 10 novembre presso la Casa della Carità. Qui i dettagli. In fondo la recensione del responsabile della Casa della Carità.
Il San Paolino’s Voice ha il piacere di collazionare alcuni  suoi articoli sull’argomento :Interventismo e Neutralismo

I FATTI PRECEDENTI LA PRIMA GUERRA MONDIALE

Qualche anno fa apparvero dei documenti riguardanti la convulsa cronaca diplomatica delle ultime settimane che precedettero l’inizio delle ostilità con l’Austria nella prima guerra mondiale. Il prof. Alberto Monticone fece un’acuta analisi di cui qui riportiamo un breve estratto sul duca D’Avarna, ambascoatore d’Italia a Vienna : ” Testimonianza di questi mesi, ultimi della carriera, è il carteggio che intrattenne con il collega di Berlino, Bollati, che condivideva le sue posizioni filotripliciste. Il carteggio è uno dei documenti più significativi del difficile momento della nostra politica estera. I due diplomatici, che dall’autunno 1914 furono tenuti dal governo all’oscuro dei sondaggi intrapresi presso le potenze dell’Intesa, seguirono passo passo l’evolversi della situazione, consci che la decisione sarebbe stata la guerra eppure adoperandosi sino in fondo nel vano tentativo di favorire un accordo

Appare evidente, dallo scambio epistolare tra i vari ambasciatori e tra questi e i politici italiani di allora, una precisa volontà da parte di questi ultimi, di far precipitare le cose e di voler, con grande premeditazione, la guerra.

 

Certo è che l’atmosfera di quei mesi era molto conflittuale, in quanto, sia l’opinione pubblica sia il mondo politico , erano divisi tra interventisti e neutralisti; ma è altrettanto certo, ora che sono venuti alla luce questi documenti, che il Re e il Ministro degli Esteri Sonnino, senza dubbio le massime autorità per quanto riguardava le ultime decisioni, erano degli interventisti.

 

I fatti in breve si svolsero così: Furono condotte stranamente due parallele iniziative diplomatiche di cui una, quella nei confronti del governo di Londra era segreta in modo che l’altra, quella condotta con l’Austria, potesse svilupparsi positivamente. Gli ambasciatori di per sé furono in buona fede a condurre le trattative, ma c’è da chiedersi di chi fu la decisione, diciamo tutta “italiana” di percorrere nello stesso tempo due strade.

 

Comunque le trattative con Londra a favore dell’Intesa andarono in porto prima di quelle compiute a favore dell’Austria. Le concessioni di territori fatte da questa ultima a nostro favore furono molto ampie quando oramai la parola del Re e quella del Ministro degli Esteri,  Sonnino erano state impegnate con Londra e per di più  lo stesso Giolitti finse di non saperne nulla, per non far precipitare l’Italia in una guerra civile e salvare la dinastia dall’abdicazione.

 

Ci si domanda allora di come la politica venisse gestita in un modo “bestiale e poco leale”, per usare i termini del duca D’Avarna, ambasciatore d’Italia a Vienna all’epoca, e di come sarebbe potuta scoppiare una ribellione se solo il popolo avesse saputo che andava a combattere e farsi massacrare per territori che il nemico era disposto a concedere soltanto al prezzo della nostra neutralità.

 

Purtroppo prevalse l’emotività, che contò molto più della ragione e della maturità, e quindi come Stato adolescente, quale eravamo all’epoca, dovevamo dimostrare la nostra forza agli altri, spinti evidentemente da complessi di inferiorità, gli stessi che portarono all’entrata in guerra nel secondo conflitto mondiale.

Alla luce dei suddetti documenti si evince infatti che ciò che prevalse non fu la ragionevolezza, ma piuttosto l’intrigo politico, l’impuntatura di Sonnino, la parola data dal Re e la viltà di Giolitti e così il povero soldatino ci lasciò la pelle e di poveri soldatini, prevalentemente contadini e operai, ce ne furono ben seicentomila.

 

Carlo Mafera

Il sacrificio di contadini e operai

LA MIA TERRA al Teatro degli Audaci fino all’ 11 novembre

Una storia quella scritta da Antonio Bruno che parla della Sicilia e della Grande Guerra. Due scenari paralleli dove si svolge il dramma della condizione umana. Da una parte la Sicilia con i suoi personaggi senza tempo che richiamano molto le atmosfere pirandelliane.

La noia, l’abbandono di un paesino imprecisato. Una famiglia con padre e due figli e una lettera che arriva per sconvolgere questo quieto vivere. Si viene catapultati in un’assurda guerra per conquistare territori sconosciuti. Sullo sfondo una fede che cerca di lenire con la preghiera del Pater Noster la devastante drammaticità della guerra.

Rosario Blanco interpretato dall’ottimo Flavio De Paola descrive minuziosamente la vita nel paesino in Sicilia con gli incontri in piazza con tutti i personaggi che animano quel piccolo universo : il professore precisino , il prete amico della borghesia, il contadino permaloso e la giornalaia seducente.

Poi l’altro scenario quello della trincea dove si fa amicizia con i commilitoni e con i topi. Si fa amicizia con Otello che non potrà coronare il suo sogno di attore. La morte attenderà troppi  anche per una sigaretta accesa nella notte. Insomma un monologo meraviglioso quello di Flavio De Paola che trascina lo spettatore verso atmosfere oniriche e surreali anche con l’aiuto di uno schermo interattivo. Ottima questa intuizione del regista Pablo Maximo Taddei che ha manifestato così un’esperienza non comune.

Concludo con un estrapolazione di un’opera significativa  di Pirandello : Berecche

 

Così tra mille anni pensa Berecche questa atrocissima guerra che ora riempie d’orrore il mondo intero, sarà in poche righe ristretta nella grande storia degli uomini; e nessun cenno di tutte le piccole storie di queste migliaia e migliaia di esseri oscuri, che ora scompaiono travolti in essa, ciascuno dei quali avrà pure accolto il mondo, tutto il mondo in sé e sarà stato almeno per un attimo della sua vita eterno, con questa terra e con questo cielo sfavillante di stelle nell’anima e la propria casetta lontana lontana, e i proprii cari, il padre, la madre, la sposa, le sorelle, in lagrime e, forse, ignari ancora e intenti ai loro giuochi, i piccoli figli, lontani lontani. Quanti, feriti non raccolti, morenti su la neve, nel fango, si ricompongono in attesa della morte e guardano innanzi a sé con occhi pietosi e vani, e più non sanno vedere la ragione della ferocia che ha spezzato sul meglio, d’un tratto, la loro giovinezza, i loro affetti, tutto per sempre, come niente! Nessun cenno. Nessuno saprà. Chi le sa, anche adesso, tutte le piccole innumerevoli storie, una in ogni anima dei milioni e milioni di uomini di fronte gli uni agli altri per uccidersi? 

Carlo Mafera

La guerra sta solo nella testa dei governanti

Un fatto incredibile della I guerra mondiale, spesso taciuto anche dai nostri manuali di storia: la tregua del Natale 1914

The Christmas Truce, cento anni fa (da Wikipedia con breve nota di Andrea Lonardo)

– Scritto da Redazione de Gliscritti: 25 /12 /2014 – 11:35 am | Permalink
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Riprendiamo sul nostro sito una breve nota di Andrea Lonardo ed una voce da Wikipedia. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (29/6/2014)

1/ La tregua del Natale 1914. Breve nota di Andrea Lonardo

Questi non sono i ‘barbari selvaggi’ di cui abbiamo tanto letto. Sono uomini con case e famiglie, paure e speranze e, sì, amor di patria. Insomma sono uomini come noi. Come hanno potuto indurci a credere altrimenti? Siccome si faceva tardi abbiamo cantato insieme qualche altra canzone attorno al falò, e abbiamo finito per intonare insieme – non ti dico una bugia – ‘Auld Lang Syne’. Poi ci siamo separati con la promessa di rincontrarci l’indomani, e magari organizzare una partita di calcio.
da una lettera di un soldato inglese di stanza a Ypres

Soldati tedeschi e britannici, nel primo Natale di guerra, uscirono dalle trincee, cantarono insieme i canti di Natale, seppellirono i morti, si scambiarono regali, scoprirono che l’inimicizia decretata dai grandi delle nazioni non aveva senso. Che senso aveva combattere con persone con cui si festeggia insieme il Natale?

I generali ebbero paura di questo moto spontaneo che sorse in diversi luoghi del fronte occidentale e l’anno successivo vietarono qualsiasi contatto fra le truppe.

Di questo dovrebbero parlare i nostri manuali di storia. E invece tacciono.

2/ La tregua del Natale 1914 (da Wikipedia)

Per “tregua di Natale” si intendono una serie di “cessate il fuoco” non ufficiali avvenuti nei giorni attorno al Natale del 1914 in varie zone del fronte occidentale della prima guerra mondiale.

Già nella settimana precedente il Natale, membri delle truppe tedesche e britanniche schierate sui lati opposti del fronte presero a scambiarsi auguri e canzoni dalle rispettive trincee, e occasionalmente singoli individui attraversarono le linee per portare doni ai soldati schierati dall’altro lato; nel corso della vigilia di Natale e del giorno stesso di Natale, un gran numero di soldati provenienti da unità tedesche e britanniche (nonché, in misura minore, da unità francesi) lasciarono spontaneamente le trincee per incontrarsi nella terra di nessuno per fraternizzare, scambiarsi cibo e souvenir. Oltre a celebrare comuni cerimonie religiose e di sepoltura dei caduti, i soldati dei due schieramenti intrattennero rapporti amichevoli tra di loro al punto di organizzare improvvisate partite di calcio.

La tregua non fu un fatto organizzato, né universalmente diffuso: in diverse zone del fronte i combattimenti proseguirono per tutto il giorno di Natale, mentre in altri i due schieramenti negoziarono solo tregue momentanee per seppellire i caduti. Gli episodi di fraternizzazione con il nemico furono giudicati negativamente dagli alti comandi e severamente proibiti per il futuro: già l’anno successivo alcune unità organizzarono cessate il fuoco per il giorno di Natale, ma le tregue non raggiunsero il grado di intensità e di fraternizzazione di quelle del 1914; per il Natale del 1916, dopo le traumatiche esperienze delle sanguinose battaglie di Verdun e della Somme e la diffusione dell’impiego di armi chimiche, nessuna tregua venne organizzata.

[…]

Con l’approssimarsi del Natale del 1914, furono intraprese diverse iniziative a favore della pace: una Open Christmas Letter (“Lettera aperta di Natale”) fu pubblicamente sottoscritta da un gruppo di 101 suffragette britanniche e indirizzata alle “donne di Germania e Austria” come messaggio di pace tra le opposte fazioni; il 7 dicembre 1914, invece, il Papa Benedetto XV avanzò la proposta di sottoscrivere una tregua natalizia tra i governi belligeranti, chiedendo che “i cannoni possano tacere almeno nella notte in cui gli angeli cantano”, richiesta che tuttavia fu ufficialmente respinta.

La tregua del 1914

Benché nessun accordo ufficiale tra i belligeranti fosse stato pattuito, nel corso del Natale del 1914 circa 100.000 soldati britannici e tedeschi furono coinvolti in un certo numero di tregue spontanee lungo i rispettivi settori di fronte nelle Fiandre. I primi episodi ebbero luogo durante la notte della vigilia, quando soldati tedeschi iniziarono a porre decorazioni natalizie nelle loro trincee nella zona di Ypres (in particolare nel settore dei villaggi di Saint-Yvon/Saint-Yves, Plugstreet/Ploegsteert e Comines/Warneton), dove Bruce Bairnsfather (noto umorista e cartoonist britannico, all’epoca capitano di un’unità di mitraglieri del Royal Warwickshire Regiment) descrisse l’episodio: i tedeschi presero a mettere candele sul bordo delle loro trincee e su alcuni alberi nelle vicinanze, iniziando poi a cantare alcune tipiche canzoni natalizie; dall’altro lato del fronte, i britannici risposero iniziando anche loro a cantare, e dopo poco tempo soldati dell’uno e dell’altro schieramento presero ad attraversare la terra di nessuno per scambiare con la controparte piccoli doni come cibo, tabacco, alcolici e souvenir quali bottoni delle divise e berretti.

In molti casi gli episodi di fraternizzazione proseguirono anche la mattina di Natale: una forte gelata indurì il terreno e disperse l’odore di putrefazione dei cadaveri insepolti, e diversi gruppi di soldati dei due schieramenti si incontrarono nella terra di nessuno per scambiarsi doni e scattare foto ricordo; il livello di fraternizzazione fu tale che vennero persino organizzate improvvisate partite di calcio tra i militari tedeschi e quelli britannici.

La tregua fornì poi l’occasione per recuperare i caduti rimasti abbandonati nella terra di nessuno e dare loro sepoltura; durante questa fase, furono organizzate anche funzioni religiose comuni per tutti i caduti. Nei settori del fronte interessati dalla tregua l’artiglieria rimase muta e non si verificarono combattimenti su vasta scala per tutto il periodo natalizio; anche così, comunque, in alcuni casi soldati che si avvicinavano alle trincee nemiche furono presi a fucilate dagli avversari. Nella maggior parte dei settori interessati la tregua durò solo per il giorno di Natale, ma in alcuni casi si prolungò fino alla notte di Capodanno.

Bruce Bairnsfather, testimone degli avvenimenti, scrisse: “Non dimenticherò quello strano e unico giorno di Natale per niente al mondo… Notai un ufficiale tedesco, una specie di tenente credo, ed essendo io un po’ collezionista gli dissi che avevo perso la testa per alcuni dei suoi bottoni [della divisa]… Presi la mia tronchesina e, con pochi abili colpi, tagliai un paio dei suoi bottoni e me li misi in tasca. Poi gli diedi due dei miei bottoni in cambio… Da ultimo vidi uno dei miei mitraglieri, che nella vita civile era una sorta di barbiere amatoriale, intento a tagliare i capelli innaturalmente lunghi di un docile “Boche”, che rimase pazientemente inginocchiato a terra mentre la macchinetta si insinuava dietro il suo collo”.

Un altro testimone britannico, il capitano Sir Edward Hulse Bart, riferì che il primo interprete che incontrò nelle linee tedesche era originario del Suffolk, dove vi aveva lasciato la propria ragazza e la propria motocicletta; Hulse Bart descrisse anche di una canzoncina “terminata con un “Auld Lang Syne” che unì noi tutti, inglesi, scozzesi, irlandesi, prussiani, württemburghesi etc. Fu una cosa assolutamente incredibile, e se l’avessi vista in una pellicola cinematografica avrei giurato che fosse una messiscena!”. Il tenente tedesco Johannes Niemann scrisse: “afferrato il binocolo e scrutato con cautela oltre il parapetto, ebbi la vista incredibile dei nostri soldati che scambiavano sigarette, grappa e cioccolato con il nemico”.

Reazioni dell’opinione pubblica

Gli eventi della tregua del 1914 non furono riportati dai media per settimane, in una sorta di autocensura non ufficiale rotta infine il 31 dicembre 1914 dal The New York Times statunitense (paese in quel momento ancora neutrale); i giornali britannici si accodarono nei primi giorni di gennaio del 1915, riportando numerosi resoconti in prima persona degli stessi soldati, presi dalle lettere inviate alle famiglie, nonché editoriali che commentavano “una delle più grandi sorprese di una guerra sorprendente”. Dall’8 gennaio 1915 iniziarono ad essere pubblicate le prime fotografie degli eventi, in particolare dai quotidiani Daily Mirror e Daily Sketch; il tono generale degli articoli fu fortemente a favore dell’evento, con il Times che approvò la “mancanza di cattiveria” diffusa tra entrambe le parti e il Mirror che deplorò “l’assurdità e la tragedia” che sarebbe ripresa dopo la tregua.

La copertura dell’evento in Germania fu più smorzata, con molti giornali che espressero critiche nei confronti dei soldati partecipanti alla tregua, e nessuna immagine dell’evento fu pubblicata. In Francia, la forte censura assicurò che l’unico resoconto degli eventi venisse solo dai racconti dei soldati al fronte o da quelli feriti negli ospedali: a queste crescenti voci i giornali risposero ristampando un precedente avviso del governo secondo cui fraternizzare con il nemico costituiva tradimento; solo all’inizio di gennaio del 1915 furono pubblicate dichiarazioni ufficiali sulla tregua di Natale, tendenti più che altro a minimizzare la portata e la diffusione degli eventi.

Le altre tregue

Nei mesi seguenti il Natale 1914, vi furono altri sporadici tentativi di instaurare tregue non ufficiali da parte dei soldati stessi: durante la domenica di Pasqua del 1915 soldati tedeschi lasciarono le loro trincee sotto bandiera bianca nel tentativo di stipulare una tregua con le loro controparti britanniche, che tuttavia respinsero la proposta; più avanti, in novembre, un’unità sassone riuscì a stabilire una tregua e a fraternizzare con soldati britannici di un battaglione di Liverpool. Memori degli eventi del 1914, nel dicembre del 1915 gli alti comandi di entrambi gli schieramenti emisero espliciti ordini per impedire qualsiasi tentativo di instaurare una tregua: alcune unità furono incoraggiate a compiere incursioni contro le linee nemiche e a molestarne continuamente le postazioni, mentre per scoraggiare qualsiasi comunicazione tra i soldati furono organizzati sbarramenti di artiglieria lungo tutta la linea del fronte per l’intera giornata di Natale; queste misure si dimostrarono non del tutto efficaci e anche durante il giorno di Natale del 1915 si verificarono piccole e brevi tregue tra i belligeranti, sebbene in proporzioni minori rispetto al 1914.

Un testimone oculare degli eventi del 1915, lo scrittore gallese Llewelyn Wyn Griffith all’epoca in forza al 15th (London Welsh) Battalion, riportò che dopo una notte passata a scambiarsi canti tra le due linee di trincee, l’alba del giorno di Natale vide “corse di uomini di entrambi gli schieramenti… [e] un fervido scambio di souvenir” prima che i soldati venissero richiamati indietro dai loro ufficiali, con varie offerte di cessate il fuoco per la giornata per disputare un incontro di calcio; queste offerte caddero in un niente a causa dell’opposizione del comandate della brigata britannica coinvolta, che minacciò sanzioni disciplinari e insistette per una ripresa dei combattimenti per quello stesso pomeriggio. Un altro membro del battaglione di Griffith, Bertie Felstead (centenario deceduto nel 2001, probabilmente l’ultimo testimone diretto dei fatti), riferì di un incontro di calcio disputato il giorno di Natale tra tedeschi e britannici, interrotto dopo mezz’ora a causa della rabbiosa reazione degli ufficiali.

In un settore adiacente a quello dell’unità di Griffith, una breve tregua tra tedeschi e britannici provocò alcune ripercussioni ufficiali: un comandante di compagnia, Sir Iain Colquhoun delle Scots Guards (poi rettore dell’Università di Glasgow), fu sottoposto a corte marziale per aver disobbedito agli ordini che vietavano l’organizzazione di tregue con il nemico. Benché giudicato colpevole e ammonito ufficialmente, la sua condanna fu rapidamente annullata dal comandante del BEF Douglas Haig e Colquhoun restaurato nel suo incarico; l’atto di clemenza fu probabilmente dovuto alla parentela di Colquhoun con il primo ministro britannico Herbert Henry Asquith.

La tregua natalizia del 1915 non fu un evento confinato al settore britannico del fronte. Richard Schirrmann, insegnante tedesco all’epoca in servizio presso un reggimento schierato sul Bernhardstein, una montagna della regione dei Vosgi, descrisse in un resoconto gli eventi del dicembre 1915: “Quando le canzoni di Natale risuonarono nei villaggi dei Vosgi dietro le linee… qualcosa di fantasticamente poco militare accadde. Soldati tedeschi e francesi fecero spontaneamente pace e cessarono le ostilità; si visitarono gli uni con gli altri attraverso dei tunnel in disuso e scambiarono vino, cognac e sigarette con pane nero vestfaliano, biscotti e prosciutto. Questo fatto si svolse così bene che rimasero buoni amici anche dopo che il Natale ebbe termine”.

La disciplina militare fu rapidamente ristabilita, ma l’episodio fece ragionare Schirrmann sul fatto che “ai premurosi giovani di tutti i paesi dovessero essere forniti luoghi d’incontro adatti dove conoscersi gli uni con gli altri”. Schirrmann poi fu uno dei primissimi fondatori degli ostelli della gioventù, nel 1919. Più avanti nel corso della guerra, durante i Natali del 1916 e del 1917, le aperture dei tedeschi verso i britannici per una tregua natalizia si rivelarono senza successo; in alcuni settori tenuti dai francesi, scambi di doni e canzoni tra le trincee furono occasionalmente registrati, ma si trattò principalmente un’estensione dell’abituale politica del “vivi e lascia vivere” comune anche in altri periodi.

Prove di una tregua natalizia nel 1916, prima sconosciute dagli storici, sono poi emerse più recentemente, quando in una lettera a casa del soldato Ronald MacKinnon venne riportato un resoconto di una tregua tra tedeschi e canadesi nei pressi di Vimy, con scambi di canzoni e piccoli baratti tra i soldati dei due schieramenti; MacKinnon rimase poi ucciso nel corso della battaglia del crinale di Vimy dell’aprile 1917. In generale tuttavia ogni sforzo fu fatto per impedire che episodi come quelli del 1914 potessero ripetersi: bombardamenti d’artiglieria vennero organizzati per la notte della vigilia e le truppe furono fatte ruotare periodicamente tra vari settori in modo che non potessero creare legami con le loro controparti.

pubblicazione su SPV a cura di Carlo Mafera (per gentile concessione del sito http://www.gliscritti.it) – il link di riferimento è il seguentehttp://www.gliscritti.it/blog/entry/2590

Il contributo dei cattolici

24 maggio 1915: l’Italia entra in guerra. Il contributo offerto da cappellani e da religiose.

CARA SUORA, CARA SUORA SON FERITO…

IL DOTT. CARLO MAFERA INTERVISTA LO STORICO

PROF. PIER LUIGI GUIDUCCI

Il 24 maggio del 1915 l’Italia entrò in guerra contro la Germania e l’impero austro-ungarico. La prima guerra mondiale era scoppiata in Europa dieci mesi prima. Alle 3:30 le truppe italiane superarono il confine italo-austriaco. E si diressero verso le “terre irredente” del Trentino, del Friuli e della Venezia Giulia. La grande Guerra terminò l’11 novembre del 1918. Il conflitto coinvolse ventisette Paesi. Provocò 15 milioni di morti, la dissoluzione dell’impero austro-ungarico, di quello ottomano e la fine di quello degli Zar, travolto dalla rivoluzione bolscevica del 1917.

MAFERA: Prima dell’entrata in guerra dell’Italia, come si caratterizzò il dibattito politico?

Allo scoppio della prima guerra mondiale l’Italia rimase neutrale. L’orientamento politico era in linea con l’articolo 7 del trattato che univa l’Italia alla Germania e all’Austria-Ungheria (Triplice Alleanza). Si prevedeva la discussione preventiva dei territori da dare in compenso al termine della guerra. Ciò, però, non era avvenuto. Oltre a questo aspetto esistevano nel Paese delle contrapposizioni: chi era favorevole alla neutralità, e chi sosteneva l’intervento.

Nel primo gruppo c’erano i socialisti, i cattolici e i giolittiani. Nel secondo operavano gli “interventisti democratici” e i “socialisti riformisti”. I primi erano sostenitori di una pronta cessione delle terre irredente. I secondi ritenevano che una vittoria sugli imperi centrali avrebbe aiutato le aspirazioni di indipendenza nazionale e di democrazia dell’Europa. Un ruolo significativo venne svolto dagli esponenti del sindacalismo rivoluzionario. Quest’ultimo era guidato da Benito Mussolini (1883-1945). Si criticava la posizione dei socialisti italiani. Una sconfitta degli imperi centrali apriva le porte a una prospettiva rivoluzionaria.

Anche i nazionalisti vedevano nella guerra l’ora di un espansionismo, mentre i liberali conservatori erano dell’avviso che il conflitto offriva la possibilità di dare al Parlamento poteri straordinari (così da neutralizzare le riforme giolittiane). Inoltre, puntavano a riottenere i territori del Trentino e Trieste. L’Italia doveva diventare una grande potenza.

MAFERA: Come si arrivò all’entrata in guerra?

Con un mutamento di alleanze. Il 26 aprile del 1915, l’ambasciatore italiano a Londra, a nome del governo presieduto dall’on. Antonio Salandra (1853-1931), firmò nella capitale del Regno Unito un patto segreto. L’accordo, siglato senza informare il Parlamento italiano, prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Triplice Intesa (Inghilterra, Francia, Russia) contro gli Imperi Centrali. In cambio, il governo avrebbe ottenuto il Trentino e Trieste, l’Istria, la Dalmazia, il porto di Valona e altri territori da stabilire. L’Intesa prometteva, quindi, all’Italia dei benefici superiori a quelli che intendevano concedere gli Imperi Centrali

MAFERA: Occorreva, però, convincere il Parlamento a entrare in guerra…

Nel Parlamento la maggioranza era vicina a Giolitti. Furono promosse, così, nel Paese diverse manifestazioni popolari. Si spingeva per un’entrata in guerra dell’Italia. Alla fine, il re Vittorio Emanuele III (1869-1947) e Salandra individuarono una via d’uscita. Salandra finse di dare le dimissioni. Al suo posto fu convocato Giolitti. Quest’ultimo, informato in modo sommario sull’avvenuto Patto di Londra, prese atto che la propria linea politica era stata superata. Rifiutò così l’incarico. Il re, a questo punto, non accettò le dimissioni di Salandra. E il governo ebbe poteri speciali. Il 24 maggio 1915 l’Italia dichiarò guerra all’Austria.

MAFERA: Come era organizzata l’assistenza religiosa?

Durante la campagna di Libia (1913-1921) l’assistenza era stata svolta dai frati cappuccini (mobilitati dalla Croce Rossa), e da quei sacerdoti in servizio come soldati o graduati presso gli ospedali da campo.

Quando si profilò un possibile intervento italiano nella Grande Guerra, il generale Luigi Cadorna (capo di stato maggiore) ripristinò l’assistenza religiosa (circolare del 12 aprile 1915). Fu assegnato un cappellano ad ogni reggimento di fanteria, di granatieri, di bersaglieri, di artiglieria e uno ogni battaglione di alpini e guardie di finanza (quando vennero creati i reparti di arditi, anche questi ebbero il loro).

Un cappellano doveva anche essere presente negli ospedali, nei piccoli ospedali da campo, nelle sezioni sanità, nei treni ospedali, negli ospedali di riserva e territoriali (un cappellano ogni 400 posti letto). In tale contesto, è da ricordare che i cappellani non erano solo di fede cattolica, ma appartenevano anche alla Chiesa Evangelica Valdese (nove), a quella Battista e alla religione ebraica.

La disposizione di Cadorna fu confermata con decreto dal Luogotenente del Regno, duca Tommaso di Genova (27 giugno 1915). Si stabilì l’ordinamento ecclesiastico nell’esercito, e la relativa assimilazione di grado. La direzione apicale del servizio spirituale fu assegnata ad un cosiddetto “vescovo da campo” (equiparato al grado di un maggiore generale). Quest’ultimo aveva la giurisdizione sui cappellani del regio esercito (con eccezione per i sei dell’Ordine di Malta).

Il vescovo da campo era coadiuvato da tre cappellani vicari. Vi erano poi le figure del cappellano coadiuvatore, del cappellano capo d’armata, nonché quella del cappellano ordinario. La scelta dei cappellani spettava al vescovo di campo. Questi la proponeva per la nomina al ministero della Guerra.

MAFERA: Quali particolari facoltà furono attribuite ai cappellani?

In deroga alla legislazione ecclesiastica i cappellani potevano:

– dare l’assoluzione a intere compagnie di soldati,

– effettuare la compilazione degli atti di matrimonio per procura,

– apporre sulla tabellina diagnostica dei feriti le tre lettere o. c. p. (olio santo – comunione- penitenza),

– impartire l’indulgenza plenaria in articulo mortis.

MAFERA: Svolgevano altri compiti?

Celebravano l’Eucaristia. Sovente in condizioni ambientali e climatiche avverse (in montagna). Confessavano. Presenziavano ai funerali dei caduti e alle funzioni in loro suffragio. Amministravano la prima Comunione. Preparavano i soldati alla Cresima. Alle loro cure erano affidati i piccoli cimiteri di guerra. I cappellani sostenevano moralmente i soldati. Visitavano i feriti. Favorivano i contatti tra chi era al fronte e la famiglia. Tra i loro compiti umanitari vi era pure la segnalazione delle famiglie più bisognose di ufficiali e soldati, cui inviare sussidi straordinari erogati direttamente dai comandi di corpo. Per i militari che non ricevevano mai nulla da casa proponevano piccoli, ma frequenti sussidi. Nelle visite ai vari reparti nelle trincee, i cappellani si presentavano spesso con qualche dono: immagini sacre, medagliette religiose, ma anche coperte di lana, fazzoletti, sigarette, tabacco e generi di ristoro. In talune occasioni (es. Natale), organizzavano per la truppa, con il consenso dei superiori, giochi e passatempi.

MAFERA: Qual’erano i principali problemi?

Il cappellano, come uomo di Dio, si occupava (e si occupa) di anime. Ma in guerra non è semplice scindere l’aspetto spirituale da quello patriottico. Inoltre, in alcuni casi, morti gli ufficiali, furono dei cappellani a mantenere una coesione tra i soldati. E un indirizzo operativo. Evidentemente non mancarono delle criticità. Penso alle bestemmie, alla diffusione di stampa pornografica, all’ostilità degli anticlericali… Comunque per molti sacerdoti uno dei compiti più sofferti rimase quello di assistere i condannati a morte dai tribunali militari, o dalle decimazioni imposte senza processo.

MAFERA: Ci furono cappellani rimasti famosi?

Oltre a tre cappellani insigniti di medaglia d’oro (don Pacifico Arcangeli, don Annibale Carletti, don Giovanni Mazzoni), possiamo ricordare alcuni nomi.

Penso a don Primo Mazzolari (futuro parroco, notevole scrittore e predicatore), don Giovanni Minzoni (ucciso in anni successivi da una squadra fascista ad Argenta), padre Giulio Bevilacqua (futuro cardinale), don Angelo Giuseppe Roncalli (futuro Papa Giovanni XXIII), padre Agostino Gemelli ofm (fondatore dell’Università Cattolica del Sacro Cuore).

Don Giovanni Minozzi (servo di Dio) e il religioso barnabita p. Giovanni Semeria (servo di Dio), aggregati all’Ordine di Malta, furono in seguito i fondatori dell’Opera Nazionale per il Mezzogiorno d’Italia. Don Minozzi fondò, inoltre, le “Case del Soldato” e le Famiglie Religiose dei Discepoli e delle Ancelle del Signore

Tra le centinaia di preti-soldato ricordo simbolicamente almeno una figura: Giovanni Forgione (san Pio da Pietrelcina). Venne poi dichiarato inidoneo al servizio per le precarie condizioni di salute.

MAFERA: Diversi cappellani militari caddero accanto ai soldati…

Sì. Con riferimento al solo Corpo degli Alpini, furono trecento i preti mobilitati. Di questi: quindici sono da inserire tra i caduti o i dispersi. Sedici furono i sacerdoti rimasti feriti. 27 le medaglie d’argento al valore.

MAFERA: Prof. Guiducci, oltre a quello dei cappellani, anche il contributo delle religiose fu notevole…

Sì, certamente. Ho studiato al riguardo una serie di dati che riguardano le Suore della Carità di santa Giovanna Antida Thouret del Piemonte. Curarono i militari feriti nei campi militari, nei treni ospedali e negli ospedali militari e civili. Furono presenti a Torino, Sondrio, Bolzano, Alessandria, Savigliano (CN), Novara, Busto Arsizio (VA), Vercelli, Vigevano (PV) e a Pavia dove il Convitto della Snia Viscosa fu trasformato in ospedale militare di riserva. A Torino, in particolare, le Suore della Carità prestarono servizio, nell’ospedale dell’Ordine Mauriziano, e in altri suoi ospedali. Si distinse allora, tra le cinquanta religiose impegnate nel Mauriziano, la figura di suor Virginia Bolla. 

MAFERA: L’autorità militare riconobbe l’importante lavoro di queste suore?

Sì. Nel 1920 a soli trent’anni, Suor Virginia Bolla fu insignita della medaglia d’argento per la sua opera a favore dei feriti. Il 1915 vide decretata dal ministero della Guerra anche un’altra onorificenza per il servizio prestato per oltre cinquant’anni negli ospedali militari del Regno di suor Maria Rosa Gario che ricevette la medaglia d’oro soprattutto per la delicatezza e la bontà con cui seppe assistere i soldati feriti negli ospedali militari di Alessandria e di Savigliano.

MAFERA: Questa storia è poco conosciuta…

È un’affermazione esatta. Le faccio altri esempi. Suor Agata Sozzi, che prestò servizio per oltre quarant’anni nell’ospedale militare di Alessandria, si distinse, insieme alle sue suore, per singolari capacità organizzative, quando, nel 1915, l’ospedale divenne sede centrale di tutta l’organizzazione terapeutica, farmaceutica e di vettovagliamento dei trecento ospedali succursali capaci di circa diecimila degenze ospedaliere.

Nei momenti più drammatici le suore si mossero tra i feriti, di giorno e di notte. Molti urlavano. Le tecniche chirurgiche non erano quelle attuali. L’anestesia muoveva i primi passi…

Nel 1915 anche lo stabilimento balneare-termale-militare di Acqui (AL) fu adibito a convalescenziario per i feriti di guerra e, dovendo, in tal caso rimanere aperto anche in inverno, fu necessaria la permanenza stabile di tre suore: tra di esse la giovane suor Lucia Borroni che legò gran parte della sua vita a questo stabilimento militare, e che rischiò la deportazione in un campo di concentramento in Germania, alla fine della seconda guerra mondiale. Era stata accusata di aver nascosto dei soldati italiani.

MAFERA: Si conosce il numero delle suore decedute durante l’impegno infermieristico?

Esistono dei siti che stanno pazientemente ricostruendo una storia che è certamente da conoscere. Ne segnalo uno:

http://www.pietrigrandeguerra.it/voci-e-volti-dal-fronte-bis/infermiere-della-grande-guerra-2/

È possibile, anche, consultare gli archivi storici delle Suore della Carità già ricordate, delle Figlie della Carità di San Vincenzo de’ Paoli, delle Suore Terziarie Elisabettine di Padova, delle Poverelle di Bergamo, delle Terziarie Cappuccine, di Santa Dorotea di Vicenza, delle Francescane Missionarie di Maria, delle Ancelle della Carità di Brescia, delle Figlie di Maria Ausiliatrice…

In tale contesto, si deve prendere atto del fatto che a tutt’oggi manca un quadro riepilogativo completo.

MAFERA: Sembra che su tanti eroismi sia sceso un oblìo. Perché?

In linea generale gli storici hanno puntato su altre piste di ricerca: dalla questione della vittoria mutilata agli accordi di Versailles che aprirono una lunga strada di odi, rancori e volontà di rivalsa. C’è anche da dire che l’attenzione riservata ai combattenti, alle battaglie dell’Isonzo, a Caporetto (e alle successive inchieste), e al Piave, ha focalizzato maggiormente l’aspetto bellico, mentre è stato lasciato in penombra quello religioso e assistenziale. In un certo senso, l’esaltazione della vittoria ha comportato poche riflessioni su chi si è occupato dei feriti, dei moribondi, delle salme da proteggere, degli invalidi…

Un certo sistema assistenziale italiano non ha dimenticato gli orfani, le vedove, i disoccupati, gli inabili al lavoro… Sono sorti istituti di accoglienza (specie orfanotrofi). Sono state erogate pensioni di guerra. È stato riservato un trattamento speciale ai grandi invalidi. In ogni centro abitato della Penisola è stato edificato un monumento ai caduti. Negli ospedali e nei cimiteri si conservano lapidi che ricordano persone e luoghi di battaglia.

Malgrado ciò, un certo silenzio ha posto nell’ombra l’eroismo di cappellani che stavano in trincea accanto ai soldati. E non si è fatto riferimento a suore che hanno offerto i loro 23, 24, 25 anni per assistere tanti sofferenti. Siamo in presenza di una “memoria corta”? Esiste, forse, una volontà tesa a non dare importanza a preti e suore? O, al contrario, rimane un’incapacità radicale a imparare dalla storia?

Davanti a questi interrogativi (e a molti altri), la scelta rimane una sola: ripercorrere le strade di certe vocazioni che non hanno parlato alla gente con proclami o con discorsi magistrali. Ma che hanno solo raccolto l’ultimo respiro di colui che nel sacerdote o nella suora ha visto un collegamento con i propri cari. E il canto “La tradotta” ancora oggi lo ricorda:

“Cara suora, cara suora, son ferito,/

a domani non arrivo più,/

se non c’è qui la mia mamma,/

un bel fiore me lo porti tu”…

CENTENARIO DELLA FINE DELLA GRANDE GUERRA
(La serata del 10 novembre a San Frumenzio)
L’11 Novembre 1918 terminava, con la firma della resa da parte della Germania, la Prima Guerra Mondiale, chiamata comunemente “La Grande Guerra”. Iniziata il 28 Luglio1914, coinvolse nelle due fazioni opposte circa 30 nazioni, e causò 9.720.000 morti, 21.000.000 di feriti e mutilati, e la morte di circa 7.000.000 di civili.
L’Italia entrò in guerra il 24 maggio 1915. La partecipazione o meno all’evento bellico diede vita a un duro confronto/scontro tra coloro che erano favorevoli alla guerra, gli interventisti, e chi preferiva che l’Italia rimanesse fuori dal conflitto mondiale, i neutralisti.
Dopo circa dieci mesi di indecisioni sia a livello politico parlamentare che a livello sociale, l’Italia entrò in guerra al fianco della Triplice Intesa (Inghilterra, Francia e Russia) e contro gli imperi centrali della Triplice Alleanza. Le perdite della nostra nazione furono di circa 650.000 morti e 950.000 fra mutilati e feriti. Ovvero circa il 29% delle forze mobilitate. Il nostro principale nemico, l’impero Austro-Ungarico, soffrì la morte di circa 950.000 soldati e una percentuale totale di circa l’86% di perdite sul totale dei mobilitati.
Il 4 Novembre segna per noi italiani la data storica della resa dell’Impero Austro-Ungarico e, quindi, della nostra vittoria. L’esito finale fu per certi versi sorprendente, considerato che solo un anno prima l’Italia aveva subito la clamorosa e disastrosa disfatta di Caporetto (vedi Televivendo 23/17), che sembrava aver segnato i nostri destini nel conflitto. Veramente grande fu la reazione militare delle nostre forze armate a quel tragico evento. Fu di fatto ricostruito un intero esercito nazionale, con il richiamo alle armi anche dei ragazzi, poco più che adolescenti, nati alla fine del 19° secolo, i famosi ragazzi del ’99. L’Italia riuscì a rovesciare le sorti della guerra e vincere, infine, nella famosa battaglia sul fiume Piave.
Il tributo di sangue fu enorme. Per molti che avevano vissuto le vicissitudini risorgimentali questa guerra fu orgogliosamente chiamata “la 4ᵃ guerra d’indipendenza”, perché segnava vittoriosamente la fine della offensiva italiana volta a liberare tutti i territori rimasti sotto il giogo austriaco. Questi motivi ci inducono a onorare con sacro rispetto l’anniversario del 4 Novembre.
Non di meno le nostre celebrazioni devono a tutti i costi, anche, mettere l’accento sulla tragicità di quel grande conflitto, prendendo da ciò lo spunto per prendere nettamente le distanze dall’idea o dalla ideologia di guerra, e unirsi, oggi più che mai, all’articolato della nostra gloriosa Costituzione, che dichiara che l’Italia ripudia la guerra come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali.
Bene, molti sono i temi inerenti alla data del centenario della vittoria e della fine della guerra in Italia. Televita intende dare un suo contributo alle celebrazioni nazionali, con due incontri commemorativi nei giorni di Venerdì 9 Novembre e Sabato 10 Novembre. La manifestazione vedrà la partecipazione dei laboratori di “Lettura”, “Canto corale”, “Filatelia”, “Insieme con gusto” e “Alla scoperta di Roma”. Ci sarà anche una mostra documentale curata da Franca de Gregorio, aperta dal 9 all’11 novembre. (dal sito di San Frumenzio)

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