29 GIUGNO San Pietro e San Paolo rappresentano la complementarietà del primato petrino e della collegialità apostolica …. forse nell’abbraccio di oggi tra Papa Francesco e Papa Benedetto c’è qualcosa di simile

L’abbraccio di Pietro e Paolo sulla via Ostiense, di Andrea Lonardo

– Scritto da Redazione de Gliscritti: 22 /05 /2009 – 08:10 am | Permalink
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Pubblichiamo un articolo scritto da Andrea Lonardo per la rubrica “Paolo a Roma” del sito http://www.romasette.it il 5 maggio 2009.

pubblicazione dal sito http://www.gliscritti.it su SPV a cura di carlo mafera (autorizzata)

Il Centro culturale Gli scritti (22/5/2009)

«In questo luogo si separarono S. Pietro e S. Paulo andando al martirio et disse Paulo a Pietro: la luce sia con teco fundamento de la chiesa et pastore di tutti li agnelli di Christo. Et Pietro a Paulo: va in pace predicator de buoni et guida de la salute de giusti».

Così recita l’antica lapide che era posta nella Cappella del SS. Crocifisso (o dei SS. Pietro e Paolo), poi demolita per permettere l’allargamento della via Ostiense. Il luogo sacro si trovava fuori Porta S. Paolo e l’iscrizione è ora stata trasferita all’interno del Museo della Via Ostiense, ospitato nella Porta Ostiensis, l’attuale Porta San Paolo, attigua alla Piramide di Caio Cestio.

La tradizione dell’abbraccio che si scambiarono in quel luogo Pietro e Paolo è stata fissata dal medioevo nella “Legenda Aura” di Jacopo da Varagine, dalla quale la lapide riprende testualmente le parole dei due santi.

 

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Se l’attestazione del fatto è tardiva, è però vero che Pietro e Paolo dovettero certamente incontrarsi a Roma, negli anni che precedettero il loro martirio e continuare nell’Urbe quel rapporto che avevano intessuto nel corso di tutta la loro vita.

Già il triplice racconto della conversione di Paolo, negli Atti, attesta come Paolo non fosse semplicemente il fondatore di nuove comunità cristiane, ma, prima ancora, come fosse stato accolto nella chiesa ed in essa avesse ricevuto i sacramenti la catechesi dopo l’incontro sulla via di Damasco. Il racconto lucano se, da un lato, manifesta la libera scelta di Cristo che appare all’apostolo, d’altro canto sottolinea parimenti il significativo ruolo di Anania, inviato a Paolo perché sia battezzato. Solo dopo l’incontro con la chiesa rappresentata dallo stesso Anania, l’apostolo, che era stato accecato dalla luce di Cristo, torna a vedere.

Negli Atti, la stessa predicazione ai pagani ed il loro successivo battesimo non ha inizio con le missioni paoline, bensì con Pietro che trasmette la fede al centurione Cornelio: è lui a comprendere per primo la volontà divina che Cristo fosse annunciato a tutte le genti.

Ma è poi lo stesso epistolario paolino a far comprendere il ruolo decisivo di Pietro nell’esperienza cristiana di Paolo. La lettera ai Galati è testimone della parresia, della franchezza di parola, con la quale Paolo, ad Antiochia, rimprovera Pietro per la sua debolezza di comportamento quando per un momento sembra allontanarsi dal rapporto con i pagani, per timore del giudizio dei cristiani provenienti dalla circoncisione. Ma proprio questo fatto indica la centralità del ruolo petrino nella storia di Paolo.

Egli deve procedere in accordo con il primo degli apostoli e la sua critica è un atto di amore e di ricerca della verità. La stessa lettera racconta che già precedentemente Paolo si era recato a Gerusalemme con l’esplicito intento di “consultare Cefa” (Gal 1,18) e, degli altri, non aveva visto nessun altro se non Giacomo, il fratello del Signore. Così, nell’elenco dei testimoni della resurrezione, in 1 Cor 11,5, il primo ad essere nominato è proprio Cefa.

L’epistolario paolino conserva la forma aramaica del soprannome che il Cristo dette a Simone, scegliendolo come roccia sulla quale edificare la sua chiesa: Paolo lo chiama continuamente Cefa. La voce di Paolo si unisce così a quella di tutti gli scritti neotestamentari che conservano unanimemente memoria della centralità della figura di Pietro nel collegio dei Dodici, confermando il valore simbolico del nome attribuitogli da Cristo.

Come scrive il commento italiano della Bibbia di Gerusalemme, ai versetti matteani sul primato: «Né la parola greca petros, e nemmeno, sembra, il suo corrispondente aramaico kefa (“roccia”) erano usati come nomi di persona prima che Gesù avesse chiamato così il capo degli apostoli per simboleggiare il suo compito nella fondazione della chiesa».

Il ruolo di Pietro appare con evidenza anche nel momento decisivo dell’evoluzione della missione paolina, il cosiddetto “concilio di Gerusalemme” o “concilio degli apostoli”, descritto negli Atti, quando Paolo tornò a Gerusalemme per “non correre il rischio di correre o di aver corso invano” (Gal 2,2). La sua predicazione doveva avvenire in piena comunione con Cefa e con gli altri apostoli.

Nell’abbraccio di Pietro e Paolo è così possibile scorgere, come in una splendida immagine sintetica carica di verità, la complementarietà del primato petrino e della collegialità apostolica. Paolo, che afferma con vigore la sua dignità di apostolo chiamato direttamente da Cristo stesso al suo ministero, è però ben consapevole di doverlo esercitarlo in piena comunione con Cefa che ha ricevuto un preciso compito in ordine anche al suo apostolato. Pietro, dal canto suo, evidentemente conscio del suo primato, chiaramente lo vive riconoscendo la vocazione divina di Paolo, sostenendolo ed incoraggiandolo nel suo specifico compito.

Nell’ottica della fede cristiana e dell’amore che unisce i discepoli ciò che, in un’altra logica, non sarebbe assolutamente possibile manifesta invece la sua vitalità e la sua fecondità: il reciproco e continuo richiamarsi del primato e della collegialità.

Pubblichiamo un articolo fortemente collegato scritto dopo l’insediamento di Papà Francesco.

UNA CHIESA CON DUE PAPI … NON E’ MERAVIGLIOSO ?

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È vero che il ministero e il mistero petrino è stato istituito da Gesù Cristo in persona. Come dice sant’Agostino nei suoi ‘Discorsi’: “Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la graziadi sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16, 18). E precedentemente Pietro si era rivolto a Gesù dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16, 16). E Gesù aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16, 18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro. Pietro deriva da pietra e non pietra da Pietro. Pietro deriva da pietra, come cristiano da Cristo”.

Su questo non ci piove: la radice teologica del mistero petrino risiede nel vangelo. Cristo però si è servito anche di Paolo per portare avanti la dottrina: il più grande persecutore della Parola di Dio diventa il suo più grande difensore in virtù di quel famoso disarcionamento sulla via di Damasco che rappresenta una sorta di investimento implicito di Cristo. Non a caso Benedetto XVI svolgeva la funzione di Prefetto della Dottrina della Fede che è assimilabile alla funzione paolina, estremamente importante nel governo della Chiesa.  Benedetto XVI sta svolgendo questa delicatissima funzione in qualità di “Pontefice emerito” ricalcando le orme di Paolo, che era stato investito di questo ruolo da Gesù stesso. Se si pensa alla recente lettera enciclica: Lumen Fidei dove si trova continuità nel pensiero di questi due grandi Papi c’è l’esatta esemplificazione del grande dono che lo Spirito Santo ha fatto alla Chiesa ispirando questi straordinari eventi attraverso gli uomini. Infatti S. Ecc.za Mons. Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, presentando a suo tempo questa lettera enciclica ebbe a dire : “l’Enciclica vuole riaffermare in modo nuovo che la fede in Gesù Cristo è un bene per l’uomo ed “è un bene per tutti, è un bene comune”: “la sua luce non illumina solo l’interno della Chiesa, né serve unicamente a costruire una città eterna nell’aldilà; essa ci aiuta ad edificare le nostre società, in modo che camminiamo verso un futuro di speranza” (n. 51). Sono questi dei brevi accenni che vorrebbero soltanto invogliare alla lettura di questo ricco documento ed invitare a gustarlo. Questa Lettera enciclica può ben considerarsi un “documento”: essa non ci offre solo parole ma ci documenta la positività dello sguardo – ed è questa la luce della fede – di una vita che si lascia attrarre e coinvolgere totalmente da Dio. È questa d’altronde la testimonianza per cui siamo grati sia a Papa Francesco che a Benedetto XVI, due autentiche luci di fede e di speranza per l’uomo contemporaneo.”

 E’ proprio quello che la nostra umanità sofferente aveva bisogno senza stravolgere i fondamenti teologici . Si ricorda che il dualismo nel potere temporale è stato sempre presente: famosi per esempio i due arconti nell’antica Grecia o i consoli nella Roma repubblicana; in seguito l’impero si divise in due parti, quello d’occidente e quello d’oriente, determinando due rispettivi imperatori. Forse un giorno anche nella dimensione spirituale si potrà introdurre questa possibilità rispettando però il fondamento teologico e cioè dando sempre la priorità a Pietro?

Carlo Mafera

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici “Ecclesia Mater” collegata all’Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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