A ricordo di una meravigliosa mostra : Escher al Palazzo Blu di Pisa dove tra l’altro egli sottolineava in un suo dipinto l’impossibilità della convivenza o della comunicazione tra gli uomini che giacciono sulle diverse superfici, ( se solo pensiamo agli assiomi comunicativi, ciò che viene comunicato con il suo contenuto è diverso da ciò che viene interpretato)

 

Una mostra allestita con grande sapienza e maestria che accompagna il visitatore per argomenti singoli. Passo dopo passo l’appassionato di arte scopre meraviglie una dopo l’altra e lo stupore si aggiunge a quello precedente. La capacità creativa di Escher è stupefacente ma non ha effetti semplicemente estetici. Non soddisfa soltanto l’apparato visivo ma raggiunge la mente e il cuore dello spettatore che sa cogliere la storia del pensiero filosofico-matematico e i suoi cambiamenti durante il XX secolo. Per esempio in “Relatività”, Escher riesce a trasmettere un significato più profondo: per Escher esistono più piani della realtà, di cui noi nemmeno possiamo accorgerci, ma di cui dobbiamo serenamente accettare l’esistenza. E ci sono anche tanti punti di osservazione, tanti quanti ne vogliamo. L’opera, infatti, è il risultato dell’intersezione di tre superfici terrestri, che determina l’impossibilità della convivenza o della comunicazione tra gli uomini che giacciono sulle diverse superfici, ( se solo pensiamo agli assiomi comunicativi, ciò che viene comunicato con il suo contenuto è diverso da ciò che viene interpretato). E infatti, sul parallelo piano visivo, essi hanno un concetto diverso di ciò che è orizzontale o verticale, senza che ciò, peraltro, impedisca loro di usare le stesse scale, di compiere cioè lo stesso percorso: è tutta una questione di prospettiva e di punto di vista riguardo ad una stessa realtà. Escher sembra insomma dirci che il nostro concetto di ciò che è reale è sempre relativo, immaginato e creato da noi stessi, e che una maggiore apertura potrebbe farci scoprire mondi finora inesplorati, lo stesso concetto lo esprimeva mirabilmente il filosofo Giuseppe Pareyson con la teoria dell’inesauribilità delle interpretazioni: la realtà, in quanto tale, non dovrebbe avere limite alcuno, includendo tutto ciò che in questa si ra-ppresenta, avvicinandosi, in questo, moltissimo alla concezione della “surrealtà”. Forse la nostra concezione del mondo è orientabile a piacimento, ma non già il mondo stesso. Basta cambiare il punto di osservazione e cambia la prospettiva e il nostro giudizio e la nostra comprensione.

Tutti questi temi così evidenti in Escher hanno un comune denominatore matematico: le grandi scoperte del ‘900 che hanno influenzato anche la storia del pensiero in generale tra le quali : la relatività e la scoperta del moto perpetuo. Una genuina meraviglia e stupore per le leggi che governano il mondo e per la coscienza dell’infinità della possibile materia di studio fanno in modo che in Escher si sintetizzino magicamente l’arte con la scienza. Tutti pensavano che Escher fosse un matematico e Lui autoironicamente rispondeva che a scuola in matematica non aveva mai avuto la sufficienza. Insomma era un matematico ma non lo sapeva. Intuiva della matematica solo gli aspetti filosofici.

 

Escher è un pittore alquanto singolare, in verità un incisore padrone della sua tecnica al punto da avere la capacità di unire cose che almeno, a prima vista, la nostra cultura ci trasmette come in antitesi , non ultimi la forma ed il contenuto. Fu un artista isolato, non appartenente a nessuna corrente pittorica a cui fu attribuito il ruolo di antesignano dell’ Op art. Senza saperlo Escher cercò sin dagli anni ‘30 di far scaturire dai suoi quadri un effetto ottico particolare ispirandosi al pittore del Settecento Italiano, Giovanni Battista Piranesi con le sue “invenzioni delle carceri” e con le opere di artisti arabi. In effetti dagli arabeschi dell’Andalusia Escher aveva tratto l’amore per i motivi geometrici, il rigore dei colori, la forma; tuttavia, gli arabi non potevano raffigurare i luoghi sacri rappresentando elementi reali in quanto nell’islam non è previsto la raffigurazione del divino: Escher decise, così, di lavorare con degli arabi ma usando figure della realtà, contenuti reali, e ne nacquero le sue magnifiche divisioni regolari dei piani “Sempre più piccolo”, in cui la forma è subordinata al contenuto e viceversa in sostanza dettando una definizione tipologica del concetto di Bellezza nel XX secolo.

Non mancano in Escher anche altri motivi, come l’autoreferenzialità, già vista in “Natura morta con sfera riflettente”, o meglio  in “Mani che disegnano” , che apre l’opera ad un dialogo di incessante interrogazione con se stessa e l’ambiente circostante, in un circolo incommensurabilmente infinito che prelude fortemente all’arte ambientale.

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Escher a più riprese saggiamente ci accompagna in un percorso filosofico, facendo riflettere il visitatore sull’idea di quanto la vita non sia fatta di una cosa sola, ma di una variegata e intersecante alchimia di contenuti e forme, arte e scienza, verità e finzione, realtà e sogno, in cui si può stupidamente seguire una via per perdere l’altra, come accade nelle sue divisioni dei piani, in cui inseguire un colore significa perdere l’altro , oppure godere di una panoramica che è sempre più della somma delle sue parti, un po’ come la vita stessa. Escher ci vuole dire in buona sostanza che l’invisibile cioè ciò che va oltre il visibile è un’eccedenza incontrollabile che è poi quella cosa che fa muovere il mondo. La si può intuire, intravedere con l’arte di artisti sensibili ma non la si può toccare ma solo pescarla nel nostro inconscio.

Carlo Mafera

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