IL CLUB DELLE VEDOVE OVVERO IL TRIONFO DELL’AMICIZIA FEMMINILE AL TEATRO DEGLI AUDACI

DAL 09 AL 12 NOVEMBRE

 

di Ivan Menchell

regia e adattamento di Silvio Giordani

con Caterina Costantini, Lorenza Guerrieri, Marina Occhiena

assistente alla regia Vita Rosati

scene di Vera Roman

musiche di Eugenio Tassitano

 

Il club delle vedove racconta un’amicizia sincera e amorevole tra tre donne adulte rimaste vedove e che decidono di dar vita a un club in cui contemplano i loro defunti mariti. L’attività più divertente e mondana per loro è, appunto, andare al cimitero. Con tante battute e tanto sarcasmo queste tre donne condividono le loro vite, la loro solitudine e tante chiacchiere in cui irrompe a tratti e con veemenza l’amica carissima Selma che si sposa e risposa allegramente. Lucille, Ester e Doris diventano una vera squadra finché non arriva Sam, galante profumiere anche lui rimasto vedovo, che rivolge grandi attenzioni nei confronti di Ester e questo rompe l’equilibrio delle tre…

Uno spaccato di vita contemporanea nella nostra Italia del XXI secolo dove la solitudine femminile e maschile tracima da tutti i lati e viene colmata con difficoltà o rocambolescamente da entrambe le parti. Ma, guardando lo scorrere delle scene, è venuto in mente a chi scrive un articolo letto sul sito “Aleteia” dal quale il sottoscritto ha il permesso di attingere argomenti di vario tipo. E quindi, nell’ottica di approfondire il meraviglioso mondo dell’amicizia al femminile, ha stralciato da “Sororità, il punto di vista femminile di un amore” scritto da Anna Pia Viola, il seguente testo a beneficio dei lettori del  blog e degli spettatori del Teatro degli Audaci, per altro numerosi questa sera,  : “………..Se “fraternità” dice “relazione fra fratelli”, “sororità” dice “relazione fra sorelle”. Qualcuno potrebbe far notare che già nel termine fraternità è incluso la relazione fra le sorelle, in quanto nella lingua italiana si usa il maschile anche quando ci si riferisce a delle donne. E sia. Ma se esiste un altro termine, sororità, vuol dire che la parola vuol aprire un senso differente rispetto al generico ed includente termine di fraternità. 

Vorrei sostare solo su due aspetti di questa relazione indicata con il termine “sororità”. Innanzitutto, essa dice relazione fra sorelle, fra donne; poi, relazione a partire dalle donne. Riguardo al primo aspetto mi sembra evidente che la relazione umana che si istaura fra donne è diversa in quanto esse hanno un tratto, una sensibilità, un modo di sentire, vedere, toccare le cose, che non è uguale a quello maschile. Mi spiego.Un’amicizia fra donne è una relazione che mette al centro la loro capacità di sentire la vita, di coinvolgersi fino in fondo in ciò che capita loro. Le “chiacchiere” fra donne non sono dei semplici e inopportuni pettegolezzi. Anche quando le donne sono implacabili nei giudizi sulle persone, rivelano sempre un coinvolgimento totale che va al di là del semplice giudizio. Con l’altra donna, destinataria magari di un giudizio non lusinghiero, di fatto ci si sta confrontando, misurando, studiando. In questo senso, due donne o si “prendono” subito, cioè fanno subito amicizia, oppure dovranno fare fatica ad accogliersi e dovranno cercare di conoscersi bene se vorranno superare i pregiudizi. L’alternativa è ignorarsi!
E questo succede perché in una donna è vivo il suo essere fonte di vita, di energia. Sente in sé una potenzialità che è una grande risorsa, ma che può diventare un ostacolo quando entra in conflitto con un’altra potenza di vita, un’altra donna. Ecco perché la relazione fra donne non può essere mai la stessa rispetto alla relazione fra uomini, essa nasce da presupposti diversi e porta frutti differenti. Capiamo bene che qui si devono leggere tutte quelle considerazioni che riguardano la “complicità”, solidarietà o, al contrario, le furiose e distruttive espressioni di gelosia e competizione fra donne. Entrambe le espressioni ci parlano di una forza, di una vita, che la donna ha in sé e che è portata a promuovere e difendere.
Ed anche quando questa potenzialità di vita non si esprime nella generazione di un figlio, una donna diventa madre in tanti modi: genera amicizie, è capace di essere molto creativa e generosa nel lavoro, è esposta più degli uomini alla delusione in quanto è portata a dare fiducia oltre la ragionevolezza o l’affidabilità delle persone.
Se pensiamo che questo tratto del femminile non scompare nelle relazioni spirituali, allora comprendiamo che l’espressione “essere fratelli” non suona allo stesso modo rispetto a “essere sorelle”. La sororità porta in sé un carico di qualità di relazione tutta al femminile che non può essere uniformata a quella maschile.
Inoltre, ed è il secondo aspetto su cui voglio fermarmi, la sororità caratterizza le relazioni non solo fra donne, ma fra donne ed uomini. Essere sorelle di uomini, essere amiche di uomini (cosa ritenuta impossibile dalla stragrande maggioranza delle persone per le implicazioni di carattere affettivo e sessuale che sembrerebbero inevitabili), certamente dice qualcosa di diverso rispetto all’amicizia e alla relazione fra persone dello stesso sesso. Essere sorella di un uomo significa accoglierlo innanzitutto nella sua differenza profonda rispetto a noi stesse.
Le espressioni del tipo “siamo come due fratelli” detto fra un uomo e una donna amici mi sembra squalificante il rapporto e non certo un’affermazione di pregio di cui andare orgogliose. La donna, credo in maniera più immediata rispetto all’uomo, sente la profonda differenza di sensibilità con un uomo. Ed è qui che si gioca il valore, la profondità e l’eccezionalità della sororità: poter vivere una relazione a partire dalla differenza con l’altro sesso, accogliendone e non nascondendo quelle profonde differenze che, se non comprese ed adeguatamente accettate, rischiano di creare relazioni non sane.
Un grande potere, dunque, quello di relazionarci a partire dall’essere donne, una grande opportunità di accoglienza è poter dire, ad un uomo come ad un donna, sono tua sorella, sono consapevole della mia femminilità, della mia sensibilità e voglio costruire a partire da questa originalità.”
Ed è proprio tutto ciò che si è potuto vedere questa sera al Teatro degli Audaci che riesce, nella persona del suo direttore artistico Flavio Di Paola, a veicolare messaggi molto importanti in un contesto divertente e piacevolissimo, data la bravura delle attrici che hanno saputo strappare intrattenibili sorrisi. E di questi tempi saper coltivare la dote della leggerezza, che non è banalità, è un dono prezioso e raro da condividere con gioia con gli spettatori.

Carlo Mafera

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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