Le tradizioni popolari sono un patrimonio da conservare gelosamente da trasmettere alle giovani generazioni per riscoprire le proprie radici. Al Ccp Tufello un corso di danza popolare svolge, nel suo piccolo, un prezioso ruolo in questo senso

 Si apre una porta …. quella del mitico e storico Ccp Tufello e ci si tuffa nel passato delle sane tradizioni italiane : una bella danza del basso Lazio l’impicciata che si balla a Coreno Ausonio in provincia di Frosinone. La coreografa Daniela Evangelista mostra i passi agli allievi trasmettendo un grande patrimonio storico coreutico di immenso valore che altrimenti andrebbe perso. E ciò lo fa ogni mercoledì sera riportando alla luce balli tradizionali da tutta l’Italia e da tutto il mondo. E intanto le istituzioni stanno a guardare dalla finestra senza muovere un dito e senza sostenere uno scrigno di arte e di cultura quale è il CCP Tufello. Ma notizia dell’ultima ora. Sembra che  proprio oggi sia stata approvata la legge per tutelare lo spettacolo dal vivo che estende il riconoscimento, oltre che alla musica d’autore, anche alla musica tradizionale italiana. Speriamo bene.

E adesso un po’ di storia a beneficio dei lettori del SPV.

Con il nome di “Tradizioni Popolari” si definisce quel complesso di usi, costumi, danze, musiche, fiabe, canti, leggende, proverbi, ecc., che si tramandano oralmente presso i “volghi” dei “popoli civili“.
Nell’uso internazionale, la disciplina che studia il complesso di questi fenomeni viene indicata, di solito, con il nome anglosassone di “Folklore“, italianizzato con folclore, termine che viene da “volk” = popolo e “lorè” = dottrina (arcaico), proposto per la prima volta nel 1846 dall’archeologo William J. Thoms, come denominazione di quel gruppo di fenomeni, indicati allora con i nomi di “antichità popolari” o “letteratura popolare“.
Il neologismo “folclore” ha avuto larga fortuna soprattutto nell’uso corrente (nel linguaggio turistico, radiofonico, televisivo, giornalistico) dove indica un genere di spettacolo di musica o di danza a carattere regionale e di solito legato all’impiego di costumi tradizionali più o meno autentici.

stralcio dalla dispensa del corso di storia delle tradizioni pop. del Prof. Dr. Vincenzo De Rosa – corso 1999/2000 – Unitre MI

 

le Tradizioni
che cosa sono e perché dobbiamo rispettarle

Oggi giorno, ovunque sentiamo parlare di “tradizioni”, ma quasi sempre non ci rendiamo conto di che cosa, siano anche se finiamo col sentirci addosso una specie di monito: le tradizioni sono sacre e devono essere accettate come regole di vita. Specialmente, noi che facciamo parte del mondo agricolo siamo portati a vivere certe tradizioni perché le consideriamo parte essenziale di quel patrimonio morale ricevuto dai nostri avi di cui dobbiamo farne tesoro di vita, trasmettendone i contenuti ai posteri. Infatti, chi non ha sentito parlare del pranzo di S. Vitale o di S. Panfilo, delle fave cotte di S. Nicola di Pollutri o della corsa dei bovini di S. Martino in Pensilis.
Ne abbiamo citato solo alcune delle tradizioni che fanno storia nel nostro comprensorio. Vogliamo allora parlarne, non solo per approfondire il nostro sapere, ma anche per porci nelle migliori condizioni di rispondere con convinzione all’interrogativo che ci siamo preposti attraverso il titolo di questo scritto.

Le tradizioni altro non sono che le usanze, le consuetudini, i comportamenti, le leggende, i proverbi. Per i popoli culturalmente più evoluti, comprendono anche brani di letteratura,
di poesie e di opere teatrali, specialmente di quelle in vernacolo. Insomma, possono
essere definite “fonti di insegnamento e guida” rivelatrici delle dimensioni vere della
saggezza e del frutto di esperienza provenienti da un passato veramente vissuto.

Si affermarono, in epoche remote, nelle pratiche dei culti religiosi e si estesero, susseguentemente, a molti altri campi delle attività umane.
Generalmente, le tradizioni furono accettate dai più sempre acriticamente e talvolta anche senza un consapevole riferimento al contenuto storico dell’evento. Questo spiega la loro fragilità e, quindi, la loro dimenticanza. Anzi, alla crisi delle tradizioni, hanno concorso diversi fattori, quali le rapide trasformazioni di una società costantemente in evoluzione, l’individualismo, l’intellettualismo, gli influssi estranei di altre culture e civiltà. Il “vecchio”, per esempio, quale depositario di sensatezza e di ponderatezza, ebbe un ruolo di primo piano nella famiglia patriarcale. Decadde da questo suo ruolo e fu emarginato, quando si ritenne che non avesse più nulla da dire in una società tecnologicamente e socialmente trasformata. Senza pensare che vi sono settori di attività nei quali l’intelligenza e la creatività dell’uomo prevalgono sul dilagante dominio delle macchine e, per ultimo, anche dei computers, che, purtroppo, ubbidiscono solo alla cultura del profitto.
A nostro parere vi sono, oggi, valori da recuperare: i valori dello spirito, i valori morali.
Si tratta di valori tanto più necessari nella società attuale, per il fatto che essa, disponendo di mezzi formidabili e, talvolta incontrollabili, deve essere ancora più cosciente e responsabile di tali mezzi.
A questo punto, sarebbe troppo facile offrire una proposta di rimedi consistente nel richiamare alle rispettive responsabilità la società in genere, la famiglia, la scuola in particolare.
Il recupero di questi valori non si realizza con le belle parole e nemmeno con provvedimenti legislativi emanati dallo Stato. È un processo lento di recupero che deve partire da un risveglio spirituale, da una verifica introspettiva delle coscienze, da una ricerca di nuovi rapporti umani, basati sull’amore e sulla umiltà.
A conclusione, noi confermiamo di voler credere fortemente nelle tradizioni, consapevoli che esse, allorché rispolverate ed adattate opportunamente alle attuali esigenze, continueranno a farci capire bene il passato, interpretare adeguatamente il presente, precostruire prudentemente il futuro. Siamo favorevoli, quindi, alla riscoperta e alla conservazione delle tradizioni, anche perché così facendo, custodiamo gelosamente il ricordo di esperienze giovanili, vissute nel tempo ormai lontano, in cui le tradizioni avevano tantissimo significato.

stralcio da art., a firma Anronio Del Re, apparso su”la Voce ” dell’Euro-Ortofrutticola – San Salvo – anno X – n. 2 – luglio

pubblicazione su spv a cura di carlo mafera

rimovibile

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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