Aspettando Godot al Teatro degli Audaci ci ricorda quanto sia forte la ricerca di senso e il desiderio di salvezza eterna iscritto nel cuore dell’uomo di tutti i tempi

Forse non c’è stata opera letteraria e teatrale che abbia mai espresso il desiderio di eternità e di salvezza che si nasconde nel cuore dell’uomo. Proprio in un passaggio del primo atto si esprime esplicitamente con Vladimir questo concetto quando egli fa riferimento all’episodio del buon ladrone che in un solo vangelo e non negli altri tre, racconta in modo preciso questo episodio. Solo il buon ladrone si salva, l’altro si perde per non aver riconosciuto la divinità di Cristo. E poi Lucky, il servo di Pozzo, strapazzato dal suo padrone, in un monologo, indossando il cappello magico, parla di un Dio personale. Insomma Aspettando Godot è un testo di antropologia filosofica, teologica, esistenziale e i temi trattati sono tanti e tali che, per ognuno di essi, si può scrivere una tesi di laurea. Vogliamo parlare per esempio del tema dell’incomunicabilità che affiora continuamente nei dialoghi un pò demenziali e assurdi? Vogliamo parlare del desiderio di essere altrove con quel “andiamo” reiterato fino all’ossessione. Vogliamo  parlare di quel “intanto che facciamo” E parliamo anche di quel “aspettiamo”. E’ la parafrasi della condizione umana, della sua precarietà rappresentata da due vagabondi : Vladimir e Estragon che gestiscono un’esistenza almeno paritaria e solidale nell’accettazione della reciproca sofferenza. Mentre l’altra coppia rappresenta la parte dell’umanità che ha attraversato i secoli rappresentando le classi sociali dei padroni e degli schiavi e cioè Pozzo e Lucky. Samuel Beckett interpreta la ricerca di senso e di eternità dell’uomo moderno non sconosciuta già nell’epoca antica quando Catullo, Virgilio e Seneca già scrivevano prefigurando che Qualcuno stava arrivando nella storia dell’uomo. Mi permetto di citare il significativo pensiero del Cardinale Bagnasco sul sito “www.gliscritti.it” .   ” …. scopro che tanta gente è in ricerca e in attesa. Spera. Attende. Magari in modo oscuro, ma vero. Perché l’uomo è nella sua essenza un desiderio. L’uomo è una domanda, l’uomo è un paradosso, è un desiderio di bene, di felicità, di vita piena. Ma la vita è come la sabbia tra le dita. La prendi e sfugge. E’ come l’acqua che ti scivola via fra le mani. Che senso ha il mio lottare, il mio gioire? Ognuno sa bene che non sono le cose che riempiono, ma l’anima. L’uomo è anche una linea di confine fra il finito e l’Infinito, tra il tempo e l’eternità. E sente di appartenere all’uno e all’altro. Noi sentiamo di appartenere alla terra, ma anche di desiderare il cielo. (Forse il riferimento alla notte nel testo di Samuel Beckett con l’astro lucente ne è un riferimento.) Maritain ha scritto una volta che l’uomo è un mendicante di Assoluto. L’uomo è un poveretto, cerca il cielo. (Guarda caso Vladimir e Estragone sono la perfetta esemplificazione). Noi dobbiamo semplicemente non soffocare, lasciarla parlare, lasciarla emergere questa sete di Infinto. Il mondo di oggi vuole soffocarla, metterla a tacere. Ma non si può. Perché questa “cosa” siamo noi. E’ la nostra carne, il nostro cuore! La sete di Infinito non viene dalle condizioni culturali, non proviene dall’esterno. Non si uccide, perché siamo noi. Ucciderla sarebbe uccidere noi stessi. Mi torna in mente un’opera teatrale di Samuel Beckett, Aspettando Godot. I due protagonisti attendono una salvezza. E si interrogano: “E se non venisse? Potremmo impiccarci”. Ma non c’è la corda. E si ripetono: “Allora andiamo, andiamo”. E non si muovono. Quanta gente aspetta!”. Ma chi aspetta? Godot e guarda caso Godot dovrebbe essere il francesismo del termine God che in inglese significa nientepopodimeno che Dio! Insomma possiamo dire che, dopo l’irruzione di Cristo nella storia dell’umanità, non c’è arte figurativa, non c’è teatro o cinema che non ne sia stato felicemente contaminato. Qualche anno fa se ne andava un gigante della cultura : Padre Pier Ferdinando Castelli che era un vero segugio nel cercare Cristo nella letteratura mondiale, nell’arte o nel teatro o nel cinema , come si diceva. Era difficile che trovasse un’opera che non ne facesse un piccolo riferimento. Altre invece come questo Aspettando Godot erano imbevute fino all’inverosimile. Dobbiamo ringraziare questi autori che hanno riportato sulle scene le Verità essenziali della nostra esistenza umana.

Dalle note di regia estrapoliamo il testo per inquadrare la trama e il testo :

di Samuel Beckett

regia di Flavio De Paola

con Flavio De Paola, Gianluca delle Fontane, Giuseppe Abramo, Emiliano Ottaviani

“Aspettando Godot è senza dubbio la più celebre opera teatrale di Samuel Beckett nonché uno dei testi più noti del teatro del Novecento. Due uomini vestiti come vagabondi, Estragone e Vladimiro, si trovano sotto un albero in una strada di campagna. Sono lì perché un certo Godot ha dato loro appuntamento. Il luogo e l’orario dell’appuntamento sono vaghi. I due non sanno neanche esattamente chi sia questo Godot, ma credono che quando arriverà li porterà a casa sua, gli darà qualcosa di caldo da mangiare e li farà dormire all’asciutto. Mentre attendono passa sulla stessa strada una strana coppia di personaggi: Pozzo, un proprietario terriero, e il suo servitore, Lucky, tenuto al guinzaglio dal primo. Pozzo si ferma a parlare con Vladimiro ed Estragone. I due sono ora incuriositi dall’istrionismo del padrone, ora spaventati dalla miseria della condizione del servo. Lucky si rivela tuttavia una sorpresa quando inizia un delirante monologo erudito che culmina in una rovinosa zuffa tra i personaggi. Pozzo e Lucky riprendono il loro cammino. Intanto è calata la sera. Godot non si è fatto vivo. Arriva però un ragazzo, un giovane messaggero di Godot, il quale dice a Vladimiro e a Estragone che il signor Godot si scusa, ma che questa sera non può proprio venire. Arriverà però sicuramente domani. I due prendono in considerazione l’idea di suicidarsi, ma rinunciano. Poi pensano di andarsene, ma restano. Il primo atto finisce qui. Nel secondo atto accadono esattamente le stesse cose. Vladimiro ed Estragone attendono sotto l’albero l’arrivo di Godot. Di nuovo vedono passare Pozzo e Lucky (Pozzo nel frattempo è diventato cieco, sull’albero sono spuntate due o tre foglie). Di nuovo si intrattengono con il padrone e il servo. Di nuovo Pozzo e Lucky se ne vanno. Di nuovo arriva il messaggero a dire che Godot stasera non può venire ma verrà sicuramente domani. Di nuovo prendono in considerazione l’idea di mollare tutto. Di nuovo rinunciano. Fine”

Ringraziamo sempre Flavio De Paola per averci dato l’opportunità su tutti questi temi forti che fanno crescere a dismisura la nostra umanità desiderosa di conoscere le profondità dell’animo umano che non può accontentarsi delle briciole di pane quotidiano ma che si ciba soprattutto, per vivere e sopravvivere, di Verità e Bellezza.

Carlo Mafera

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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