A proposito dell’episodio dei 58 morti negli USA ad opera di un folle armato ci si chiede un perché. Viene in soccorso il pensiero di San Giovanni Paolo II sul misterium iniquitatis

GIOVANNI PAOLO II

UDIENZA GENERALE

Mercoledì, 10 dicembre 1986

1. Nell’introduzione alla costituzione Gaudium et Spes (Gaudium et Spes, 2) del Concilio Vaticano II leggiamo: “Il mondo che [il Concilio] ha presente è quello degli uomini, ossia l’intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive; il mondo che è teatro della storia del genere umano, e reca i segni degli sforzi suoi, delle sue sconfitte e delle sue vittorie, il mondo che i cristiani credono creato e conservato nell’esistenza dall’amore del Creatore, mondo certamente posto sotto la schiavitù del peccato, ma dal Cristo crocifisso e risorto, con la sconfitta del Maligno, liberato e destinato, secondo il proposito divino, a trasformarsi e a giungere al suo compimento”.

2. È il mondo che abbiamo davanti agli occhi in queste nostre catechesi. Esse riguardano, come si sa, la realtà del male, cioè del peccato, sia all’inizio, sia durante tutta la storia della famiglia umana. Nel cercare di ricostruire un’immagine sintetica del peccato, ci serviamo anche di tutto ciò che dice di esso la varia esperienza dell’uomo lungo il corso dei secoli. Non dimentichiamo però che il peccato in se stesso è un mistero di iniquità, il cui inizio nella storia, e anche il successivo sviluppo, non possono essere compresi appieno senza riferimento al mistero di Dio-Creatore, e in particolare del Creatore degli esseri che sono fatti a immagine e somiglianza di lui. Le parole del Vaticano II già riportate, dicono che il mistero del male e del peccato, il “mysterium iniquitatis”, non può essere compreso senza riferimento al mistero della redenzione, al “mysterium paschale” di Gesù Cristo, come abbiamo osservato fin dalla prima catechesi di questo ciclo. Proprio questa “logica” di fede si esprime già nei più antichi simboli.

3. In un tale quadro della verità sul peccato, costantemente professata e annunciata dalla Chiesa, veniamo introdotti già dal primo annunzio di redenzione che troviamo nella Genesi. Infatti, dopo aver infranto il primo comandamento, sul quale Dio-Creatore ha fondato la sua più antica alleanza con l’uomo, la Genesi ci mette al corrente del seguente dialogo: “Ma il Signore Dio chiamò l’uomo e gli disse: «Dove sei?». Rispose: «Ho udito il tuo passo nel giardino: ho avuto paura, perché sono nudo, e mi sono nascosto». Riprese: «Chi ti ha fatto sapere che eri nudo? Hai forse mangiato dell’albero di cui ti avevo comandato di non mangiare? ». Rispose l’uomo: «La donna che tu mi hai posto accanto mi ha dato dell’albero e io ne ho mangiato». Il Signore Dio disse alla donna: «Che hai fatto?». Rispose la donna: «Il serpente mi ha ingannata e io ho mangiato»” (Gen 3, 9-13).

“Allora il Signore Dio disse al serpente: «Poiché tu hai fatto questo sii tu maledetto . . . Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno»” (Gen 3, 14-15).

4. Questo passo di Genesi 3 si inserisce armoniosamente nel contesto “Jahvista” di cui fa parte, per quanto riguarda sia lo stile sia il modo di presentare le verità, che conosciamo già dall’esame delle parole del tentatore, e della descrizione del primo peccato. Nonostante le apparenze che lo stile del racconto biblico può creare, le verità essenziali sono in esso sufficientemente leggibili. Si lasciano cogliere e capire in se stesse, e ancor più nel contesto di tutto ciò che su questo tema dice tutta la Bibbia, dall’inizio sino alla fine, attraverso il senso più pieno della Sacra Scrittura (“sensus plenior”).

Così dunque il passo di Gen 3, 9-15 (e anche il seguito di questo capitolo) contiene la risposta di Dio al primo peccato dell’uomo. È una risposta diretta al primo peccato, e al tempo stesso una riposta in prospettiva, perché si riferisce a tutta la storia futura dell’uomo sulla terra, fino al suo termine. Tra la Genesi e l’Apocalisse esistono una vera continuità e insieme una profonda coerenza nella verità rivelata da Dio. A questa coerenza armoniosa della Rivelazione corrisponde la parte dell’uomo, che crede consapevolmente, “la logica della fede”. La verità sul peccato rientra nello sviluppo di questa logica.

5. Secondo Gen 3, 9-15, il primo peccato dell’uomo viene descritto innanzitutto come “disobbedienza” cioè opposizione contro il comandamento che esprime la volontà del Creatore. Lo abbiamo visto. L’uomo (maschio e femmina) è responsabile di questo atto, poiché Adamo è completamente consapevole e libero nel fare quello che fa. La stessa responsabilità si ritrova in ogni peccato personale nella storia dell’uomo, che agisce per uno scopo. È significativo a questo riguardo ciò che ci fa sapere la Genesi, cioè che il Signore Dio chiede a entrambi – prima all’uomo poi alla donna – il motivo del loro comportamento: “Perché l’hai fatto?”. Se ne deduce che l’essenziale portata dell’atto è in riferimento a questo motivo, cioè allo scopo dell’agire. Nella domanda divina il “perché” significa per quale motivo?, ma significa anche a quale scopo? E qui la donna (con l’uomo) si richiama all’istigazione del tentatore: “Il serpente mi ha ingannata”. Da questa risposta bisogna desumere che il motivo suggerito dal serpente: “sarete . . . come Dio” ha contribuito in modo determinante alla trasgressione del divieto del Creatore e ha dato una dimensione essenziale al primo peccato. Tale motivo non è direttamente ripreso da Dio nella sua sentenza di castigo: ma senza dubbio è presente e domina tutto lo scenario biblico e storico come un richiamo alla gravità e alla stoltezza della pretesa di opporsi o di sostituirsi a Dio, come un’indicazione della dimensione più essenziale e profonda del peccato originale e di ogni peccato che ha in quello la sua prima radice.

6. È perciò significativo e giusto che nel seguito della risposta al primo peccato dell’uomo, Dio si rivolga attentamente al tentatore, al “serpente antico”, di cui l’autore dell’Apocalisse dirà che “tenta tutto il mondo” (Ap 12, 9: “che seduce tutta la terra”). Secondo la Genesi, infatti, il Signore Dio disse al serpente: “Poiché tu hai fatto questo, sii tu maledetto”. Le parole della maledizione rivolte al serpente riguardano colui che Cristo chiamerà: “il padre della menzogna” (cf. Gv 8, 44). Ma nello stesso tempo, in quella risposta di Dio al primo peccato, vi è l’annuncio della lotta, che durante tutta la storia dell’uomo si svolgerà tra lo stesso “padre della menzogna” e la Donna e la sua Stirpe.

7. Il Concilio Vaticano II si pronuncia su questo tema in modo molto chiaro: “Tutta intera la storia umana è infatti pervasa da una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre, lotta cominciata fin dall’origine del mondo, che durerà, come dice il Signore, fino all’ultimo giorno. Inserito in questa battaglia, l’uomo deve combattere senza soste per poter restare unito al bene, né può conseguire la sua interiore unità se non a prezzo di grandi fatiche, con l’aiuto della grazia di Dio” (Gaudium et Spes, 37). In un altro passo il Concilio si esprime in un modo ancora più esplicito, parlando della lotta “tra il bene e il male” che si combatte in ogni uomo: “L’uomo si trova incapace di superare efficacemente da se medesimo gli assalti del male, così che ognuno si sente come incatenato”. Ma a questa forte espressione il Concilio contrappone la verità sulla redenzione con un’affermazione di fede non meno forte e decisa: “Il Signore stesso è venuto a liberare l’uomo e a dargli forza, rinnovandolo nell’intimo, e scacciando fuori “il principe di questo mondo”, che lo teneva schiavo del peccato” (Gaudium et Spes, 13).

8. Queste osservazioni del magistero della Chiesa di oggi ripetono in modo preciso e omogeneo la verità sul peccato e sulla redenzione, espressa inizialmente in Gen 3, 15 e in seguito in tutta la Sacra Scrittura. Ascoltiamo ancora la Gaudium et Spes (Gaudium et Spes, 13): “Costituito da Dio . . . l’uomo fin dagli inizi della storia abusò della libertà sua, erigendosi contro Dio e bramando di conseguire il suo fine al di fuori di Dio”. Evidentemente si tratta di un peccato nel senso stretto della parola: sia nel caso del primo peccato sia in quello di ogni altro peccato dell’uomo. Ma il Concilio non omette di ricordare che quel primo peccato è stato commesso dall’uomo “tentato dal Maligno”. Come leggiamo nel Libro della Sapienza (Sap 2, 24): “. . . la morte è entrata nel mondo per invidia del diavolo; e ne fanno esperienza coloro che gli appartengono”. Sembra che in questo caso “la morte” significhi sia il peccato stesso (la morte dell’anima come perdita della vita divina conferita dalla grazia santificante), sia anche la morte corporale spogliata della speranza della risurrezione gloriosa. L’uomo che ha infranto la legge riguardante “l’albero della conoscenza del bene e del male”, è stato, dal Signore Dio, allontanato dall’“albero della vita” (Gen 3, 22), nella prospettiva di tutta la sua storia terrena.

9. Nel testo del Concilio, col richiamo al primo peccato, e al suo retaggio nella storia umana, si chiude la prospettiva della lotta annunciata dalle parole attribuite a Dio in Gen 3, 15: “Io porrò inimicizia”. Se ne deduce che se il peccato è sin dall’inizio legato alla libera volontà e alla responsabilità dell’uomo e apre una questione “drammatica” tra l’uomo e Dio, è anche vero che l’uomo, a causa del peccato, è inserito (come si esprime giustamente il Vaticano II) “in una lotta tremenda contro le potenze delle tenebre” (Gaudium et Spes, 37). È coinvolto e “come incatenato” (sempre secondo il Concilio) nel dinamismo oscuro di quel “mysterium iniquitatis”, che è più grande di lui e della sua storia terrena.

Ne parla bene a proposito la Lettera agli Efesini: “La nostra battaglia non è contro creature fatte di sangue, ma contro i Principati e le Potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebra, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti” (Ef 6, 12). Ma anche il pensiero dell’immane realtà del peccato che grava su tutta la storia con una particolare considerazione per i nostri tempi, ci risospinge alla tremenda verità di quelle parole bibliche e conciliari su “l’uomo . . . inserito nella lotta tremenda contro le potenze delle tenebre!”. Non dobbiamo però dimenticare che su questo mistero di tenebra si accende fin dall’inizio una luce che libera la storia dall’incubo di una condanna inesorabile: l’annuncio del Salvatore.

pubblicazione su SPV a cura di carlo mafera

rimovibile

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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