Nell’ora della prova – La testimonianza dei martiri cristiani a Roma dal I al IV secolo – Pier Luigi Guiducci (edizioni Albatros 2017)

Il libro del prof. Pier Luigi Guiducci affronta un tema delicato e nello stesso tempo dimenticato : il martirio sembra una realtà lontana e soprattutto rimossa nella nostra società del benessere dove la sofferenza viene emarginata perchè fastidiosa. La descrizione del martirio dei primi martiri ci interpella e ci rimanda ai tanti martiri contemporanei. Sono delle persone che hanno scandalizzato gli antichi come i moderni per il loro distacco dalla vita e per l’impossibilità per loro di vivere una vita lontano da Cristo e dai valori cristiani da loro ritenuti imprescindibili.

Un pò di storia : la persecuzione vera e propria cominciò dopo il 62 d.c. e il primo fu l’imperatore Nerone, che applicò fedelmente il senatoconsulto riguardante il cristianesimo superstitio illicita. I cristiani erano accusati di empietà e di mancanza di lealismo nei confronti dello stato, infatti, non si deve però dimenticare che Svetonio sa che i cristiani furono incriminati da Nerone non per l’incendio ma perché seguaci di una superstitio nova et malefica . Ma a tale empietà non corrispondeva l’idea che il cristiano fosse un sovversivo e quindi pericoloso per le istituzioni. Soltanto durante il governo dell’imperatore Marco Aurelio si diffuse l’eresia montanista, che predicava il rifiuto dello Stato, difficilmente riconoscibile dalla maggioranza dei pagani come la vera dottrina cristiana. Ci fu però un pronto e decisivo intervento apologetico da parte degli scrittori cristiani che svolsero il duro compito di fugare ogni equivoco circa la dottrina di Cristo in merito al rapporto con lo stato, che peraltro fu sempre improntato al rispetto e mai al rifiuto.

Le persecuzioni erano altresì mitigate da un altro senatoconsulto (Non licet esse christianos), per il quale l’essere cristiani era solo una colpa individuale di tipo religioso, non riconoscendo la Chiesa come istituzione e di conseguenza non imputando ai cristiani il reato di collegium illicitum, vietando contemporaneamente la ricerca di ufficio. I cristiani potevano essere perseguiti solo attraverso denunce non anonime di privati cittadini incoraggiando così la loro clandestinità. Emerge chiaramente, nella storia delle persecuzioni, il ruolo decisivo delle masse sobillate e istigate da minoranze pagane e giudaiche intransigenti.
Dopo l’apologia cristiana di Atenagora, Melitone e Apollinare, che presero le distanze dall’eresia montanista, sotto l’imperatore Marco Aurelio troviamo il tentativo, operato da quest’ultimo, di cercare una soluzione allo stato di clandestinità in cui erano costretti i cristiani, chiedendo loro di manifestare esplicitamente un lealismo e una collaborazione nei confronti dello stato romano.

Pur rimanendo una superstitio illicita, i cristiani non venivano ricercati in quanto tali e la denuncia del privato cittadino metteva a morte sia il cristiano che l’accusatore. La Chiesa così poté uscire dalla clandestinità e gli aristocratici cristiani poterono rivestire cariche pubbliche. Infatti sotto Commodo, e poi sotto i Severi, la Chiesa poté rivendicare la proprietà dei luoghi di culto, di riunione e dei cimiteri, pur restando ancora presenti delle persecuzioni locali da parte dei governatori sobillati dalle masse. Sotto Settimio Severo, i collegia religionis causa non hanno più bisogno di riconoscimenti ufficiali, permettendo così alla chiesa di esercitare pacificamente la le sue attività. “Alla radice di questo nuovo atteggiamento dello stato, che conosce ormai la gerarchia ecclesiastica e tratta, spesso amichevolmente, con essa pur continuando a ignorarne formalmente l’esistenza, c’è la volontà, che abbiamo colto attraverso Celso in Marco Aurelio, di assicurare all’impero la collaborazione della forte minoranza cristiana e di integrare i Cristiani nella vita pubblica: Celso aveva esortato i Cristiani a partecipare alle spedizioni dell’imperatore e ad assumersi le cariche pubbliche, ed aveva promesso, in cambio di questo, la tolleranza.

A questo punto per approfondire un tema  caro allo scrivente  e all’autore del libro, sembra significativo riportare le parole del nostro amato Papa emerito Benedetto XVI, le cui parole hanno sempre splendidamente illuminato qualsiasi tema da Lui affrontato :

“Dove si fonda il martirio? La risposta è semplice: sulla morte di Gesù, sul suo sacrificio supremo d’amore, consumato sulla Croce affinché noi potessimo avere la vita (cfr Gv 10,10). Cristo è il servo sofferente di cui parla il profeta Isaia (cfr Is 52,13-15), che ha donato se stesso in riscatto per molti (cfr Mt 20,28). Egli esorta i suoi discepoli, ciascuno di noi, a prendere ogni giorno la propria croce e seguirlo sulla via dell’amore totale a Dio Padre e all’umanità: “chi non prende la propria croce e non mi segue – ci dice, – non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10,38-39). E’ la logica del chicco di grano che muore per germogliare e portare vita (cfr Gv 12,24). Gesù stesso “è il chicco di grano venuto da Dio, il chicco di grano divino, che si lascia cadere sulla terra, che si lascia spezzare, rompere nella morte e, proprio attraverso questo, si apre e può così portare frutto nella vastità del mondo” (Benedetto XVI, Visita alla Chiesa luterana di Roma [14 marzo 2010]). Il martire segue il Signore fino in fondo, accettando liberamente di morire per la salvezza del mondo, in una prova suprema di fede e di amore (cfr Lumen Gentium, 42).

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Ancora una volta, da dove nasce la forza per affrontare il martirio? Dalla profonda e intima unione con Cristo, perché il martirio e la vocazione al martirio non sono il risultato di uno sforzo umano, ma sono la risposta ad un’iniziativa e ad una chiamata di Dio, sono un dono della Sua grazia, che rende capaci di offrire la propria vita per amore a Cristo e alla Chiesa, e così al mondo. Se leggiamo le vite dei martiri rimaniamo stupiti per la serenità e il coraggio nell’affrontare la sofferenza e la morte: la potenza di Dio si manifesta pienamente nella debolezza, nella povertà di chi si affida a Lui e ripone solo in Lui la propria speranza (cfr 2 Cor 12,9). Ma è importante sottolineare che la grazia di Dio non sopprime o soffoca la libertà di chi affronta il martirio, ma al contrario la arricchisce e la esalta: il martire è una persona sommamente libera, libera nei confronti del potere, del mondo; una persona libera, che in un unico atto definitivo dona a Dio tutta la sua vita, e in un supremo atto di fede, di speranza e di carità, si abbandona nelle mani del suo Creatore e Redentore; sacrifica la propria vita per essere associato in modo totale al Sacrificio di Cristo sulla Croce. In una parola, il martirio è un grande atto di amore in risposta all’immenso amore di Dio.

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Il prof. Pierluigi Guiducci

Cari fratelli e sorelle, come dicevo mercoledì scorso, probabilmente noi non siamo chiamati al martirio, ma nessuno di noi è escluso dalla chiamata divina alla santità, a vivere in misura alta l’esistenza cristiana e questo implica prendere la croce di ogni giorno su di sé. Tutti, soprattutto nel nostro tempo in cui sembrano prevalere egoismo e individualismo, dobbiamo assumerci come primo e fondamentale impegno quello di crescere ogni giorno in un amore più grande a Dio e ai fratelli per trasformare la nostra vita e trasformare così anche il nostro mondo. Per intercessione dei Santi e dei Martiri chiediamo al Signore di infiammare il nostro cuore per essere capaci di amare come Lui ha amato ciascuno di noi.”

Carlo Mafera

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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