Che cos’è il buonismo

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La dottrina dei buonisti

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 pubblicazione a cura di carlo mafera  consentita da aleteia
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I buonisti sono lupi travestiti da agnelli. Predicano la carità, la misericordia, il dialogo, il rispetto del diverso, l’ecumenismo, la comunione fraterna, la pace. Ma se qualcuno si azzarda a confutarli, digrignano i denti

E’ ben nota la dottrina dei buonisti: secondo loro ogni uomo tende attualmente verso Dio, anche se non lo sa, anche se è un ateo; tutti sono in grazia, tutti hanno buona volontà, tutti sono in buona fede; chi pecca, non lo fa con malizia o cattiva intenzione, ma solo perché non lo sa o crede di far bene; non esiste un criterio universale di verità, ma ognuno è libero di decidere lui su ciò che è vero e ciò che è falso; ciò che a noi pare negli altri un errore è quindi una semplice diversità, è il suo modo di concepire il vero; pertanto non dev’essere confutato o corretto, ma rispettato, perché il pluralismo è una ricchezza.

La pretesa di correggere gli altri in base alla propria soggettiva verità è far loro violenza, è mancanza di carità, è uno spezzare la comunione fraterna, è un mettere zizzania, un turbare la pace. Dio pertanto perdona sempre e non castiga nessuno. L’inferno e il diavolo non esistono. Nella confessione non si devono dire i peccati ma render testimonianza della propria retta intenzione e ringraziare Dio per i doni ricevuti.

I buonisti sono lupi travestiti da agnelli. Si ritengono e sono ritenuti da molti, anche negli ambienti della Gerarchia, l’esempio del cattolicesimo moderno, più avanzato e postconciliare. Predicano la carità, la misericordia, il dialogo, il rispetto del diverso, l’ecumenismo, la comunione fraterna, la pace. Si mostrano pii, beneducati, di buone maniere. Con chi la pensa come loro sono miti agnelli, dolci, amichevoli, affabili. Ma se qualcuno si azzarda a confutarli, digrignano i denti, mostrano le zanne del lupo e lo sbranano.

Secondo i buonisti, contro l’evidente insegnamento del buon senso e del Vangelo, non esistono “buoni “ e “cattivi”, giusti ed empi, santi e peccatori, ma tutti siamo buoni e tutti siamo peccatori, peccatori perdonati, quindi tutti salvi grazie all’infinita ed incondizionata misericordia divina.

Viceversa il Vangelo non fa che riprendere la tematica veterotestamentaria, presente soprattutto nei Salmi, la quale svolge su molti toni il contrasto tra giusti ed empi, santi e peccatori, Spesso emerge la figura del giusto perseguitato dai nemici. Indubbiamente si invoca la giustizia divina, però già nell’Antico Testamento appare quella divina misericordia che risplenderà in tutto il suo fulgore nel Nuovo.

Secondo i buonisti, il voler ritenere qualcuno come malvagio, empio, eretico o cattivo è segno di una presunzione, uno “sparare” agli altri, come dicono, un voler erigersi a giudice del fratello, è un giudizio temerario, che mostra mancanza di carità, cattiveria[1] o demenza. E’ segno di una mentalità superata, ristretta, rigida e manichea, che ignora l’universale chiamata alla salvezza e il valore del dialogo interreligioso.

I buonisti si presentano come i più avanzati interpreti del Vangelo, secondo il metodo “storico-critico”, e fautori di una convivenza umana ed ecclesiale ragionevole, giusta, pacifica, serena, ottimista, rispettosa dei diritti umani soprattutto degli emarginati, dei più deboli e dei più poveri. Naturalmente c’è del buono in questa loro mentalità, ma è falso che essa rifletta veramente il Vangelo e l’insegnamento della Chiesa postconciliare.

Al contrario, ciò che emerge da un’onesta, limpida e giudiziosa coscienza morale naturale e soprattutto dagli insegnamenti della Sacra Scrittura e della Tradizione ecclesiale, compresa quella dei Santi e dei Dottori, è che in questo mondo, come dice Cristo stesso, esiste il “grano e il loglio”, tra di loro mescolati e che saranno separati definitivamente solo nel Giorno del Giudizio universale, alla fine del mondo e al Ritorno di Cristo Giudice dei vivi e dei morti.

E’ vero che Cristo ci comanda di non voler far subito noi questa separazione, per timore di commettere ingiustizie, ossia di colpire degli innocenti, e di lasciare al Padre celeste il giudizio finale riguardante chi si salva e chi non si salva. Ma intanto Cristo, in queste sue raccomandazioni, non esclude per nulla che sia almeno possibile fin da adesso saper distinguere o discernere, benchè imperfettamente e solo incoativamente, il grano dal loglio, sia pur col rischio di sbagliare.

Per questo S. Agostino osserva che Cristo non proibisce in senso assoluto di separare il grano e loglio sin da adesso, nella misura in cui ciò è possibile. Infatti, numerosi sono gli insegnamenti di Cristo nei quali Egli parla della legittimità del potere giudiziario terreno, del dovere della correzione fraterna, di seguire i buoni esempi e di fuggire i cattivi.

Ora, tutto ciò sarebbe impossibile ed illecito se dovessimo interpretare la parabola del grano e del loglio in senso così drastico e massimalista da strapparlo dal suddetto contesto. La interpreteremmo falsamente, come appunto fanno ipocritamente i buonisti, i quali invece, come ho detto, non si peritano poi affatto di condannare e perseguitare senza misericordia coloro che ricordano loro la verità del Vangelo e smascherano le loro menzogne e la loro mala fede.

Chi vuol vivere invece il Vangelo, si accorge della differenza tra i buoni e i malvagi, sa separare i buoni esempi dai cattivi, anche perché deve seguire i primi e fuggire i secondi. Se vogliamo veramente seguire Cristo, ci accorgiamo di chi ci mostra veramente il volto di Dio, di chi ci ama col cuore di Cristo, di chi ci guida al cielo, ci illumina, ci corregge, ci conforta e ci consola nel nostro cammino di fede: sono i santi del cielo e della terra, sono i giusti, è il buon grano.

E viceversa ci accorgiamo anche di chi oscura il volto di Dio, di chi ci odia e ci disprezza perché siamo di Cristo, fingendosi magari cattolico, di chi ci vuol sedurre o ingannare perché magari lui ingannato per primo, di chi ci vuol scoraggiare sulla via del Vangelo e della santità,  o della fedeltà alla Chiesa o alla sana dottrina, di chi ci mette i bastoni tra le ruote nel nostro cammino verso Cristo, di chi ci calunnia presso i buoni, di chi ci vuol separare da loro mettendoceli in cattiva luce, di chi, famoso teologo, ci presenta un Cristo falso e ingannevole, di chi ci tenta al male e vuol  condurci con lui all’inferno, magari negandone l’esistenza.

Ciò ci fa dire col Salmista: “Il giusto mi rimproveri e mi corregga, ma l’olio del peccatore non unga il mio capo”. Cristo ci dà il discernimento necessario per distinguere chi sembra buono ma non lo è e chi sembra cattivo ma è buono, per separare il bene dal male che c’è in ciascuno di noi, comprendendo che quaggiù non c’è santo che non abbia difetti e non c’è persona così malvagia che non abbia lati buoni e non possa convertirsi.

Indubbiamente tutti corriamo il rischio di separare giusti e peccatori in modo rigido, assolutista e schematico e quindi ingiusto – questo è più il vizio di un tempo delle condanne a morte degli eretici e delle leggende gonfiate sui santi. Dobbiamo fare molta attenzione ad evitare questo errore e invece dobbiamo seguire  passo a passo la condotta di ciascuno, anche perchè è sempre possibile che il malvagio si converta e ci si avvicini, e il buono si corrompa e ci abbandoni.

Una parte di verità nella dottrina dei buonisti è data dall’accorgimento, del resto oggi ben noto e praticato, di essere cauti nel giudicare delle intenzioni o addirittura di astenerci totalmente, in base all’importante avvertimento biblico che “l’uomo vede l’apparenza, mentre Dio vede il cuore”.Ciò però non vuol dire che in alcuni casi, soprattutto se abbiamo responsabilità educative o di governo o di pastori, non abbiamo la possibilità e il dovere di discernere e riconoscere, con attento esame, le intenzioni, giacchè un’opera veramente ed efficacemente educativa deve poter cogliere, per quanto è possibile, l’orientamento interiore del soggetto, onde poter suscitare e rafforzare in lui la retta intenzione e un giusto senso di responsabilità. Qui vediamo quanto è importante la funzione del confessore o del direttore spirituale, che conosce profondamente in Dio la nostra anima.

Resta comunque vero che, anche quando non c’è modo di sapere con quale intenzione uno ha peccato o ha agito bene, è sempre doveroso rilevare il fatto oggettivo, se non altro come esempio di una condotta oggettivamente sbagliata o corretta, indipendentemente da colpe o meriti. Invece il famoso “non giudicare” di evangelica memoria facilmente viene frainteso dai buonisti, come se qui Gesù facesse le lodi dell’opportunismo o dell’astensionismo o del tenersi fuori per non avere noie. Nulla di tutto questo. E’ vero tuttavia che quando non siamo sicuri del giudizio da dare, è bene che ci asteniamo dal giudicare.

Tuttavia già i filosofi sanno che la facoltà del giudizio è l’attributo più elevato che qualifica la dignità della persona. Giudicare in sé e per sè, ci dicono i logici eli psicologi, è  un atto normale, spontaneo e doveroso della ragione. Tutto sta a vedere come e perchè giudichiamo. Tutta la questione è quella di saper giudicare, essere saggi e giudiziosi nei giudizi, e questa è un’arte difficile per imparare la quale non basta una vita.

Se prendessimo invece alla lettera, fuori dal contesto, il “non giudicare” evangelico, finiremmo nell’apologia della stoltezza o addirittura della demenza e offenderemmo Dio che ci ha dato una facoltà così alta per distinguere il vero dal falso e il bene dal male, una facoltà, dall’uso della quale dipende il nostro destino eterno, nel bene come nel male.

Cristo stesso, come è noto, in quel medesimo luogo dove comanda di non giudicare, dà poi una regola ben precisa per giudicare: “Nel modo in cui voi giudicate gli altri, sarete da Dio giudicati”. Quindi bisogna ben giudicare, ovviamente sempre con giustizia, prudenza, oggettività e carità, ma si tratta di farlo appunto secondo il criterio e le modalità che ci sono insegnati da Cristo e con Lui da tutta la tradizione della Chiesa e dei santi.

Nel dubbio o nell’incertezza se dare un giudizio positivo o negativo, soprattutto di innocenza o colpevolezza, è consigliabile, se proprio ci vogliamo o dobbiamo pronunciare, cadere nell’ingenuità piuttosto che nella diffidenza: meglio infatti scusare un colpevole che diffamare un innocente.

Questo è quello che ci chiede la misericordia, la quale, come è noto, deve prevalere sulla giustizia. Diversa è la funzione dell’autorità giudiziaria, che invece deve attenersi a stretti doveri di giustizia, anche se, come insegna la saggezza romana, pure in questa sede non stona l’esercizio della clementia.

La dottrina evangelica circa questa questione del discernimento del grano e del loglio è di grande saggezza e consolazione, perché, se da una parte ci responsabilizza evitando una pigra e ipocrita fiducia nel giudizio divino, dall’altra parte ci mantiene cauti, umili e modesti, rassegnati alle temporanee ingiustizie subìte, perché sappiamo che comunque in cielo c’è un Dio che vede tutto, infallibile e sapiente, che al momento giusto farà giustizia con misericordia.

 


[1] Per l’occasione i buonisti ammettono l’esistenza della cattiveria,  che del resto essi non perdonano.

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.