La forza di ridere anche nei lager: il segreto di Victor Frankl

Mother teaching his little girl to pray © Denis Kuvaev / Shutterstock
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La Pontifica Facoltà Auxilium anima il confronto sull’umorismo perduto

Ridere è tutt’altro che un “mestiere” per stolti. Anzi ha delle proprietà benefiche che in molti ignorano. E sopratutto aiuta ad accogliere la sofferenza, il turbamento in maniera molto più serena. Come fece lo psicologo Victor Frankl, che usò l’arma dell’umorismo per allietare la sua permanenza nei lager nazisti.

Un tema che sarà approfondito il 21 marzo alla Pontificia Facoltà di Scienze dell’Educazione «Auxilium» Roma. «“Alla ricerca dell’umorismo perduto. Promuovere la resilienza nella prospettiva di Victor Frankl”», questa la tavola rotonda promossa in sinergia da “Auxilium” e ALAEF (Associazione di Logoterapia e Analisi Esistenziale Frankliana).

IL TIMORE DI ESSERE SCAMBIATI PER STOLTI
«”Il riso abbonda sulla bocca degli stolti”». Quante volte lo abbiamo sentito dire! E quante volte abbiamo perciò rinunciato, senza che neanche ce ne accorgessimo, a coltivare una delle più significative risorse dell’essere umano: la capacità di autodistanziarsi, secondo quanto Viktor Frankl affermava, ovvero la capacità, tutta umana, di poter fare dell’umorismo», spiega Paola Versari, psicoterapeuta e coordinatrice Gruppo Logoumoristi dell’Alaef.

SINONIMO DI VITA VACUA E SUPERFICIALE
La fatica del ridere, evidenzia la psicoterapeuta, «rimanda senz’altro a questa resistenza – appresa fin dai tempi dei banchi di scuola – a fare dell’umorismo». Tutto questo «perché il ridere è stato spesso confuso con una modalità di approccio alla vita vacua e superficiale, visto come un elemento di distrazione, più che di costruzione. Un inciampo stupidotto da evitare, al fine di poter davvero prendere la vita sul serio».

AGELASTI CONTRO COMICI
Un grande compositore, Chopin, prosegue Versari, «sosteneva però il contrario, e cioè ‘che chi non ride non è una persona seria’. Come lui in diversi, per fortuna, l’hanno pensata allo stesso modo. Ma molti altri, gli agelasti, i nemici giurati del ridere, si sono accaniti con tutte le forze contro di esso, ieri come oggi. Unica eccezione: i comici. Un ridere a senso unico, un produttore e un consumatore. Non una circolarità del ridere, dove ognuno è attore e spettatore».

UNA “SCUOLA” DI UMORISMO
Il ridere, o meglio, il saper fare dell’umorismo, «in realtà, è una cosa molto seria, che purtroppo nessuno insegna. L’umorismo infatti si può imparare, ed è un atteggiamento cognitivo ed esistenziale nei confronti della vita, ancor prima che emozionale: si dovrebbe imparare a fare dell’umorismo per la semplice ragione che … di ogni cosa si può e si deve ridere«.

L’UMORISMO ADDOLCISCE LA SOFFERENZA
Il ridere, il fare dell’umorismo, evidenzia Versari, è «uno sguardo sulla vita, e su quanto ci accade, cristallino che consente di vedere al di là della miseria umana, del limite nel quale siamo immersi. Si ride della fragilità umana e mentre si ride di essa, ci si eleva oltre di essa. L’umorismo è uno slancio che consente di volare più alto. Si ride della sofferenza. Anzi: l’umorismo si genera dalla sofferenza. Non allontana né fa dimenticare il dolore, ma consente di affrontarlo con uno sguardo più nitido, capace di prendere le distanze, anche solo per un attimo, da uno stato d’animo distruttivo che rischierebbe di tenerci sotto scacco».

L’ESEMPIO DI FRANKL NEI LAGER
Viktor Frankl, prigioniero per tre anni nei campi di sterminio, aveva capito bene questo e sosteneva che l’umorismo è capace di dischiudere anche l’orizzonte della vera libertà dell’uomo. «L’uomo – scriveva – non potrà mai essere “libero da” i condizionamenti, ma l’uomo è “libero per” assumere un atteggiamento nei confronti dei condizionamenti». Si può allora imparare a stravolgere, con lo sguardo aperto dell’umorismo, «quanto ci travolge, trovando nuovi significati alle sofferenze», sentenzia la psicoterapeuta.

LA RISATA DEI SANTI
Può sembrare un paradosso, ma persino i santi spesso hanno utilizzato l’ironia e in particolare l’autoironia «quale modalità privilegiata per combattere le tendenze narcisistiche, così spesso in agguato nell’animo umano».  San Filippo Neri, il santo fiorentino vissuto a Roma, il santo della Gioia, «utilizzava l’autoironia su se stesso come forma di mortificazione e imponeva a molti dei suoi discepoli delle penitenze umoristiche per evitare la trappola dell’autocompiacimento, per rivolgersi verso l’Altro, l’Oltre».

UN VIAGGIO DENTRO SE STESSI
Frankl sostiene che l’uomo trova il suo compimento nella misura in cui, uscendo da se stesso, dandosi a qualcosa o qualcuno, realizza dei significati di vita. Come diceva Ionesco: «Dove non c’è umorismo non c’è umanità, dove non c’è umorismo – questa libertà che ci si prende, questo distacco di fronte a noi stessi – c’è il campo di concentramento». L’umorismo, chiosa Versari, aiuta la persona proprio a fare questo «viaggio di senso e significato«.

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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