Ricordando una delle più belle mostre organizzate a Roma : la luce di Vermeer

L’eternità e la luce nel mondo di Vermeer

Scritto da  Carlo Mafera

L’eternità e la luce nel mondo di Vermeer

 

A Roma si celebra il maestro di Delft e il secolo d’oro della pittura olandese fino al 20 di gennaio del 2013

Veermer è come un nostro contemporaneo. Infatti l’artista ha come espresso l’intenzione, nel momento in cui dipingeva i suoi quadri, di far giungere i suoi osservatori il più vicino possibile al suo universo espressivo, di accoglierli nel suo mondo interiore facendogli gustare tutta la sua fragranza. Il sereno equilibrio che traspira da ogni oggeto di ogni suo quadro è quello della grandezza della tradizione fiamminga. Veermer, richiama Spinoza, nell’esemplificazione del concetto di eternità : un’eternità sentita e immanente. Il pittore fiammingo dipinge con straordinaria concentrazione soggetti quotidiani, umili, per lo più ragazze intente a compiere azioni banali circondate da oggetti di uso comune. Ma dietro questa apparente umiltà si nasconde la specie dell’eternità.

Altro elemento significativo nei quadri di Veermer è la luce. È l’elemento che coinvolge tutti gli spazi dei suoi quadri, lo spazio simulato e lo spazio dipinto. È una luce che ha una sorgente che diventa colore e forma, distinguendoli, gli oggetti senza drammatizzare i contorni ed esaltando la visione gli conferisce un maggior senso. Nei suoi dipinti, Veermer individua la figura proprio con la luce e così costruisce l’esteriorità privandola di superficialità. La luce quindi come colore. La luce che definisce i volumi. Una luce infine che è precisamente quella corrispondente ad una determinata ora ma nello stesso tempo sempre la stessa per la potenza di definizione dello spazio. Ma soprattutto una luce che esalta il silenzio. Un silenzio che dilata la visione delle cose nell’eternità del tempo. L’osservazione degli oggetti ne rispetta la loro dignità nella percezione sensibile ma trascende il loro contenuto attraverso l’intelligenza, la ragione e l’immaginazione di chi si pone davanti ad essi.

E perciò rimanere in contemplazione dei quadri di Vermeer significa meditare sul significato profondo del quotidiano, della luce che lo pervade e del silenzio che lo avvolge. È una sorta di ritiro spirituale laico che ci mette in contatto con le nostre profondità. Veermer ci spinge a dar valore alle piccole cose che riteniamo erroneamente acquisite e ci aiuta ad osservarle con più attenzione e amore. Gli interni delle stanze possiedono un’atmosfera che trascende il tempo e la realtà. La luce che invade il luogo raffigurato dal pittore è simile a quella caravaggesca, anche se le tele di Veermer non hanno la stessa drammaticità e nessuna oscurità da illuminare. La luce è la protagonista dei quadri veermeriani . Ciò che appare sorprendente in tutti i quadri di Vermeer, è la qualità eccezionale della luce. Ogni sfumatura di colore è attentamente studiata per creare la sensazione più esatta possibile della luce reale che entra nell’ambiente. In realtà lo spazio, essendo interno, è potenzialmente buio. La luce, quindi, tende a prendere in questo spazio una sua precisa fisionomia visiva. La luce «si vede». Non sta semplicemente a «far vedere» le cose, ma si «fa vedere» lei stessa. È proprio in questa straordinaria capacità di rendere visibile e quasi tattile la luce che si ritrova uno dei maggiori fascini della pittura di Vermeer, che ritroviamo in tutti gli i quadri da lui realizzati.

Quella luce che altri artisti della stessa epoca non si sognarono minimamente di utilizzare alla stessa maniera e con la stessa profondità teologica con la quale la utilizzò Veermer. Fu allora ed è adesso ancora la luce della Verità. Era infatti l’intuizione del pittore olandese che vedeva nitidissimo e captava una luce che tutti gli altri, manieristi e barocchi, percepivano solo “fisicamente” e confusamente. La luce veermeriana tende moralmente la verità, la emancipa dalla prosaica realtà in cui è condannata, squarciandola, mettendone a nudo la dimensione terrena, ma nel caso di Veermer, a differenza del Caravaggio, tutto si svolge nella dimensione serena del quotidiano. Ma la verità-luce è comunque dramma e il dramma deve trovare comunque un approdo tranquillo nella quotidianità. L’uomo va restituito alla sua integrità e quindi fuori dall’ artificiosità.

Veermer aveva tredici figli e presumibilmente trascorreva le sue giornate intensamente immerso nella baraonda e nella presenza di tante bocche da sfamare. Dipingeva non più di tre o quattro quadri ogni anno che però gli consentivano di affrontare le spese famigliari. Ma il soggetto dei quadri non rifletteva l’atmosfera che si doveva respirare a casa sua. Piuttosto era il completo trascendimento di tale situazione. Il tempo assoluto, cioè sciolto dal presente, la luce e il silenzio erano i suoi temi preferiti e con essi, con la loro raffigurazione, paradossalmente sbarcava il lunario lui, sua moglie ed i suoi tredici figli. Veermer ha contravvenuto così alla celebre massima “Carmina non dant panem” cioè le attività culturali (i versi) non danno da mangiare.

Tutto lascia pensare che la sua conversione al cattolicesimo per poter sposare sua moglie abbia inciso non poco alla sua vena pittorica. La luce della fede cattolica ha pervaso anche i suoi quadri. Infatti non c’è nulla, neanche la più piccola, o marginale parte di ogni suo quadro, che non venga trasfigurato dalla luce sfolgorante della sua religiosità .

Ma paradossalmente nell’ultimo quadro della mostra delle Scuderie :”L’allegoria della fede” vengono in parte disattesi tutti questi concetti proprio perché non traspare una fede completamente matura ma piuttosto frutto di un sofferto percorso condizionato dalle incombenze famigliari. Veermer era infatti attratto da soggetti che gli permettessero di estraniarsi dal mondo rumoroso e invadente del banale e dell’ ordinario per entrare in una sfera esistenziale più tranquilla e misteriosa, come si è già accennato. Ma in tale quadro, forse si sentiva in debito con la Chiesa, forse, a tentarlo, fu una ricca ricompensa in un periodo di difficoltà economiche. Qualunque siano state i motivi che lo spinsero a mettersi a dipingere, il risultato fu un manifesto di slancio religioso più simulato che sinceramente sentito

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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