20 giugno 2017 : in occasione dell’annuncio di Papa Francesco di visitare le tombe di don Milani e di don Primo Mazzolari il SPV li ricorda entrambi con due significative pubblicazioni

VIDEOMESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO
AI PARTECIPANTI ALLA PRESENTAZIONE DELL’
OPERA OMNIA DI DON MILANI
ALLA FIERA DELL’EDITORIA ITALIANA
(MILANO, 19-23 APRILE 2017)

 

«Non mi ribellerò mai alla Chiesa perché ho bisogno più volte alla settimana del perdono dei miei peccati, e non saprei da chi altri andare a cercarlo quando avessi lasciato la Chiesa». Così scrisse don Lorenzo Milani, priore di Barbiana, il 10 ottobre 1958. Vorrei proporre questo atto di abbandono alla Misericordia di Dio e alla maternità della Chiesa come prospettiva da cui guardare la vita, le opere ed il sacerdozio di don Lorenzo Milani.

Tutti abbiamo letto le tante opere di questo sacerdote toscano, morto ad appena 44 anni, e ricordiamo con particolare affetto la sua “Lettera ad una professoressa”, scritta insieme con i suoi ragazzi della scuola di Barbiana, dove egli è stato parroco. Come educatore ed insegnante egli ha indubbiamente praticato percorsi originali, talvolta, forse, troppo avanzati e, quindi, difficili da comprendere e da accogliere nell’immediato. La sua educazione familiare, proveniva da genitori non credenti e anticlericali, lo aveva abituato ad una dialettica intellettuale e ad una schiettezza che talvolta potevano sembrare troppo ruvide, quando non segnate dalla ribellione. Egli mantenne queste caratteristiche, acquisite in famiglia, anche dopo la conversione, avvenuta nel 1943, e nell’esercizio del suo ministero sacerdotale. Si capisce, questo ha creato qualche attrito e qualche scintilla, come pure qualche incomprensione con le strutture ecclesiastiche e civili, a causa della sua proposta educativa, della sua predilezione per i poveri e della difesa dell’obiezione di coscienza. La storia si ripete sempre. Mi piacerebbe che lo ricordassimo soprattutto come credente, innamorato della Chiesa anche se ferito, ed educatore appassionato con una visione della scuola che mi sembra risposta alla esigenza del cuore e dell’intelligenza dei nostri ragazzi e dei giovani.

Con queste parole mi rivolgevo al mondo della scuola italiana, citando proprio don Milani: «Amo la scuola perché è sinonimo di apertura alla realtà. Almeno così dovrebbe essere! Ma non sempre riesce ad esserlo, e allora vuol dire che bisogna cambiare un po’ l’impostazione. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E noi non abbiamo diritto ad aver paura della realtà! La scuola ci insegna a capire la realtà. Andare a scuola significa aprire la mente e il cuore alla realtà, nella ricchezza dei suoi aspetti, delle sue dimensioni. E questo è bellissimo! Nei primi anni si impara a 360 gradi, poi piano piano si approfondisce un indirizzo e infine ci si specializza. Ma se uno ha imparato ad imparare – è questo il segreto, imparare ad imparare! –, questo gli rimane per sempre, rimane una persona aperta alla realtà! Questo lo insegnava anche un grande educatore italiano che era un prete: Don Lorenzo Milani». Così mi rivolgevo all’educazione italiana, alla scuola italiana, il 10 maggio 2014.

la scuola di Barbiana

La sua inquietudine, però, non era frutto di ribellione ma di amore e di tenerezza per i suoi ragazzi, per quello che era il suo gregge, per il quale soffriva e combatteva, per donargli la dignità che, talvolta, veniva negata. La sua era un’inquietudine spirituale, alimentata dall’amore per Cristo, per il Vangelo, per la Chiesa, per la società e per la scuola che sognava sempre più come “un ospedale da campo” per soccorrere i feriti, per recuperare gli emarginati e gli scartati. Apprendere, conoscere, sapere, parlare con franchezza per difendere i propri diritti erano verbi che don Lorenzo coniugava quotidianamente a partire dalla lettura della Parola di Dio e dalla celebrazione dei Sacramenti, tanto che un sacerdote che lo conosceva molto bene diceva di lui che aveva fatto “indigestione di Cristo”. Il Signore era la luce della vita di don Lorenzo, la stessa che vorrei illuminasse il nostro ricordo di lui. L’ombra della croce si è allungata spesso sulla sua vita, ma egli si sentiva sempre partecipe del Mistero Pasquale di Cristo, e della Chiesa, tanto da manifestare, al suo padre spirituale, il desiderio che i suoi cari “vedessero come muore un prete cristiano”. La sofferenza, le ferite subite, la croce, non hanno mai offuscato in lui la luce pasquale del Cristo Risorto, perché la sua preoccupazione era una sola, che i suoi ragazzi crescessero con la mente aperta e con il cuore accogliente e pieno di compassione, pronti a chinarsi sui più deboli e a soccorrere i bisognosi, come insegna Gesù (cf Lc 10,29-37), senza guardare al colore della loro pelle, alla lingua, alla cultura, all’appartenenza religiosa.

Lascio la conclusione, come l’apertura, ancora a don Lorenzo, riportando le parole scritte ad uno dei suoi ragazzi. A Pipetta, il giovane comunista che gli diceva “se tutti i preti fossero come Lei, allora …”, Don Milani rispondeva: “Il giorno che avremo sfondato insieme la cancellata di qualche parco, istallato la casa dei poveri nella reggia del ricco, ricordati Pipetta, quel giorno ti tradirò, quel giorno finalmente potrò cantare l’unico grido di vittoria degno di un sacerdote di Cristo: Beati i poveri perché il regno dei cieli è loro. Quel giorno io non resterò con te, io tornerò nella tua casuccia piovosa e puzzolente a pregare per te davanti al mio Signore crocifisso” (Lettera a Pipetta, 1950). Accostiamoci, allora, agli scritti di don Lorenzo Milani con l’affetto di chi guarda a lui come a un testimone di Cristo e del Vangelo, che ha sempre cercato, nella consapevolezza del suo essere peccatore perdonato, la luce e la tenerezza, la grazia e la consolazione che solo Cristo ci dona e che possiamo incontrare nella Chiesa nostra Madre.

pubblicazione a cura di carlo mafera

Attualità di don Primo Mazzolari

 di Sebastiano Cesca

Pubblicato da Fausto Ferrari   con il linkhttp://dimensionesperanza.it/maestri-contemporanei/item/3724-attualita-di-don-primo-mazzolari-sebastiano-cesca-.html – pubblicato poi su SPV (parzialmente) a cura di Carlo Mafera (previa autorizzazione)

TESTIMONE E PROFETA DEL NOSTRO TEMPO

Attualità di don Primo Mazzolari

di Sebastiano Cesca


LE TRACCE, L’EREDITA’, L’ISOLAMENTO

A 40 anni dalla scomparsa del suo eccezionale “curato di campagna”, Bozzolo, un paesino agricolo della bassa mantovana di 4000 anime, conserva ancora segni significativi della presenza di don Primo Mazzolari. Il visitatore che arriva nella chiesa principale del paese, la bella parrocchiale dedicata a S. Pietro, trova in testa alla navata destra una lastra tombale che reca semplicemente scritto PRIMO MAZZOLARI – SACERDOTE e due date: quella del battesimo (1890) e quella della morte (1959). Addossato al muro c’è il nudo bassorilievo ovale di un ramoscello d’ulivo innestato su un tronco. A pochi metri di distanza, oltre la sacrestia, si trova lo studio, ove per 27 anni dal ’32 al ’59, don Primo ha letto, meditato e scritto, attorniato da cumuli di carte e libri.
Oggi quei libri sono raccolti ed ordinati nella biblioteca della “Fondazione P. Mazzolari”, sempre in Bozzolo, in un edificio ad essa dedicato ove sono sistematicamente catalogati anche i testi di centinaia d’articoli, saggi, discorsi prodotti lungo oltre un quarantennio d’intensa attività pastorale ed intellettuale. La Fondazione, costituita nel 1985 con decreto del presidente della Repubblica, è guidata da un comitato scientifico composto da docenti universitari, in prevalenza storici, sociologi e pubblicisti, fra i quali si segnalano G. Campanini, M.Guasco, A.Bergamaschi ed altri. Semestralmente è pubblicata, ormai da 10 anni, la rivista “IMPEGNO – Rassegna di religione, attualità e cultura”, che si prefigge di presentare, analizzare, studiare il messaggio mazzolariano con il contributo, anzitutto, dei componenti del comitato scientifico, ma anche di giovani studiosi: oltre una settantina di laureandi ha attinto alla documentazione raccolta a Bozzolo per i lavori di tesi.
La Fondazione cura anche la pubblicazione di QUADERNI di documentazione che raccoglie testi d’articoli apparsi su giornali e riviste; inoltre mantiene i rapporti con gli editori che pubblicano le opere postume di don Primo.
Si tratta complessivamente di un lavoro non indifferente se si considera che i 20 volumi pubblicati tra il ’32 e il ’58 sono stati seguiti da altrettante opere postume tra il ’60 e il ’91. Si tenga conto, poi, che solo sul “Nuovo Cittadino” di Genova sono apparsi 67 articoli tra il ’37 e il ’49! Si tratta quindi di un’ingente mole di materiale che ben si presta ad analisi e connessioni con l’intensa produzione saggistica e letteraria francese di quegli anni (Maritain, Mounier, De Lubac, Bernanos, Mauriac…). Don Primo leggeva correntemente il francese ed anche il tedesco, così superava i limiti di un isolamento che il regime fascista riservava ai suoi oppositori. Egli, infatti, avversò decisamente il fascismo fin dal ’25; nel ’31 fu oggetto di un attentato – tre colpi di rivoltella sparati nella notte contro la finestra, dopo averlo chiamato – a Cicognara (MN), iniziale destinazione come parroco prima di Bozzolo.
Anche la cultura letteraria ufficiale lo ignorò per lungo tempo, ma fu soprattutto l’isolamento nella Chiesa che tanto amava – e dalla quale mai si allontanò nonostante i sospetti, i richiami e i provvedimenti – a costargli un’indicibile pena. Disse di sé stesso: “Pronto all’obbedienza, ma con la schiena diritta”.

Ma prima di chiederci chi fu don Mazzolari, che cosa ci ha lasciato, lasciatemi dire di un altro segno della sua presenza colto a Bozzolo: la profonda emozione che ho avvertito nella sua chiesa quando ho ascoltato dal suo attuale successore – don Giovanni – un’omelia che echeggiava nei toni di voce, nell’essenzialità dei temi evangelici (si trattava del perdono nella vita di coppia durante una cerimonia nuziale), nella fine sensibilità psicologica, non solo lo stile, ma soprattutto l’anima, la passione apostolica di don Primo.

LA PRIMA CONTESTAZIONE E UN GIORNALE SCOMODO

Avevo conosciuto don Mazzolari attraverso il suo quindicinale “ADESSO” negli anni dell’università. Erano gli anni caldi della prima contestazione cattolica in impaziente attesa del rinnovamento conciliare che sarebbe sopravvenuto solo una decina d’anni dopo; ed era il tempo in cui Mario V. Rossi era presidente della Gioventù Cattolica – ex-GIAC – e don Arturo Paoli assistente centrale: entrambi, unitamente ad altri dirigenti del movimento – interpretando un certo disagio della “base” – si opponevano alle operazioni para-politiche di L. Gedda (fondatore e gestore incontrastato dei “comitati civici”) che sostenevano l’alleanza coi fascisti nelle elezioni comunali di Roma (1951). Ma Gedda godeva di larghe approvazioni curiali e politiche, cosicché la sua linea risultò vincente ancora per un decennio. Naturalmente M. V. Rossi, don A. Paoli ed altri dirigenti centrali furono dimissionati. Molti “reduci” da quella battaglia si ritrovavano idealmente sulle pagine di “ADESSO”, il giornale fondato nel 1949 da don Mazzolari che aveva fatta sua la frase del grande teologo svizzero Karl Barth “un cristiano con la Bibbia in una mano e nel cuore, e nell’altra il giornale” per esprimere un’attiva partecipazione ai processi culturali e agli avvenimenti del suo mondo. Il quindicinale aveva ripreso le pubblicazioni nel novembre del ’51 dopo sei mesi di sospensione su richiesta del card. Schuster sollecitato dal S. Ufficio; ma poi lo stesso cardinale revocò la sospensione affermando che ” il quindicinale fa del bene ai cattolici”.
“ADESSO” era un foglio che si rivolgeva a chi avvertiva la necessità di una formazione socio-politica autenticamente cristiana e don Primo profondeva tutta la sua passione evangelica nel cogliere i limiti e le contraddizioni di un potere che si diceva cristiano, ma l’accezione era strumentale e trionfalistica. Quelli erano ” gli anni dell’onnipotenza” democristiana, ma anche i tempi in cui René Voillaume pubblicava “COME LORO” (il titolo originale, ben più significativo, era “Au coeur des masses”), il testo della spiritualità dei Piccoli Fratelli di Ch. De Foucald, fra i quali sarebbero presto approdati Carlo Carretto (predecessore di M. V. Rossi alla guida della GIAC) e Arturo Paoli: anche questi sacrifici incruenti erano nel solco di quanto avveniva a Bozzolo.
Il piccolo gregge che si ritrovava attorno ad “ADESSO” viveva una vita sempre difficile. Mazzolari, infatti, come ha detto molto bene L. F. Riffato “inseguiva il sogno di una società autenticamente cristiana, pacifica, libera e solidale: una radicale rivoluzione sociale cristiana. Non un partito”. Evidentemente il “sistema” non poteva accettarlo; a fatica lo tollerava. In questo contesto si sono prodotti gli undici richiami della Chiesa gerarchica a don Mazzolari, soprattutto per “ADESSO”, che continuava ad essere un foglio di frontiera sul piano religioso e sociale; sul piano politico inseguiva tenacemente il centro-sinistra, un tabù per quell’epoca.

LA MISSIONE A MILANO

Ma i tempi dell’intransigenza (politica e dottrinale) stavano lentamente tramontando; di lì a poco. Alle soglie del Concilio, le opinioni su don Primo si sarebbero capovolte: “ha avuto ragione troppo presto”, “ha anticipato i tempi del Vaticano II”, che avrebbe recepito i suoi messaggi fondamentali. In realtà don Primo è stato non solo un pastore fedele al Vangelo, un educatore dei piccoli e degli adulti, un appassionato difensore dei deboli e dei valori democratici, un tenace cercatore di pace attraverso la comprensione delle ragioni altrui, un prete di vedute ecumeniche quando l’ecumene era ridotto ad un ambito ristretto; è stato un oratore affascinante ed anche un tenace polemista, un insistente annunciatore delle sue più profonde convinzioni, ma è stato soprattutto un “profeta degno di fede “(Sir. 36, 18).
Il futuro Paolo VI, allora arcivescovo di Milano, riconobbe nel 1957 a P.Mazzolari, D.M. Turoldo, E. Balducci, N. Fabretti, C. Del Piaz ed altri ancora, un’acuta capacità di discernimento, di cogliere i segni dei tempi, di saper dialogare col mondo contemporaneo: e li invitò tutti alla grande Missione cittadina. Per don Primo, come scrisse nel suo diario, “fu di grande consolazione la fiducia inattesa” espressa dall’invito di mons. Pignedoli a nome dell’arcivescovo.
Nel novembre di quell’anno ero divenuto fedele ambrosiano da pochi mesi; l’andare ad ascoltare don Mazzolari nell’ambito della Missione in via Torino, nella chiesa-tempio di S. Sebastiano, era impossibile; la folla traboccava in strada… A Bozzolo ho ritrovato i temi (le registrazioni!) di quegli incontri: sono titoli che esprimono tutta la sensibilità e la passione missionaria di don Primo: “La sofferenza nella Chiesa”, “Il tuo volto, Signore, io cerco”, “Il mistero dell’ingiustizia”, “Il mistero del dolore”,”Zaccheo”, “Il Padre nostro”.
Un altro vertice don Primo lo toccò nell’omelia del giovedì Santo 1958, un anno prima di morire; parlò di “Nostro fratello Giuda”, sul filo di una speranza che va oltre ogni limite perché fondata su un Amore sconfinato di cui egli riusciva a farci percepire l’incommensurabilità.Ma solo ascoltando le parole di don Primo si può comprendere che sorta di prete fosse:
“Io credo che se in questi giorni di Missione avessimo avuto il coraggio di aprire certe pagine del Vangelo (le voci che parlano del Padre), di ripetere certe parole, io credo che il primo a chiudere il libro sarebbe stato questo povero prete, che finora non ha avuto il coraggio di aprire con franchezza estrema, con spudorata chiarezza. Forse, vedete, la nostra Missione avrebbe un significato tremendo, qualcheduno di voi direbbe aggressivo.
E del resto, miei cari fratelli, se una verità non ha il coraggio di aggredire, vale a dire se non diventa una passione,se non ci crocifigge…”
“Quello che importa, per la mia fede e la vostra, se avete la forza di credere, è che il Figlio di Dio ci dà il volto del Padre, ci dà la misura umana della carità, perché altrimenti noi non saremmo riusciti ad accoglierla, ad accettarla …Perché non dovete dimenticare che il mistero dell’incarnazione rappresenta l’”occupazione” dell’Amore, una delle più inimmaginabili maniere di occupare il mondo da parte di Dio…”.
Ma non basta cercare il Padre: “Se noi non riusciamo, attraverso il Padre, a sentire il “fratello”, niente conta. Se non troviamo il fratello, anche il volto del Padre non esiste più. Ed è qui, vedete, dove comincia la Missione. Voi direte qui comincia l’aggressività. Può anche darsi. Io però userei un’altra parola, userei la parola impegno. E’ qui, vedete, la prova della nostra fede. E’ qui la prova se il Padre ha una consistenza, ha una realtà… Chi è mio fratello?C’è la parabola,una di quelle parabole che non si possono leggere se non in ginocchio: la parabola del Samaritano. Tutti,tutti… E’ qui, o miei cari, dove comincia la difficoltà d’essere cristiani”.
Nel tradimento di questo rapporto di fratellanza ha origine il mistero del male e dell’ingiustizia: “La nostra implacabilità non viene, molte volte, da quello che è il senso o l’esigenza della giustizia; viene da un’attenuazione, o da un oscuramento di quello che è il senso della paternità, e se volete – per quello che riguarda noi, non per quello che riguarda Dio – della corresponsabilità…Non abbiamo mai misurato quello che c’è di nostro nel male. Ad un certo momento abbiamo l’impressione che sia fuori di noi, che non ci riguardi,che la nostra mano non l’abbia mai toccato: ma non c’è nessuna manifestazione del male, non c’è nessuna ingiustizia, o miei cari fratelli, non c’è nessun delitto che non porti una piena corresponsabilità… Cuore paterno, corresponsabilità fraterna: in fondo quando gridiamo, se abbiamo il coraggio di gridare, ricordatevi che in quel momento ci dimentichiamo che l’accusato siamo noi”.
E infine le parole che attingono alle profondità della coscienza della propria ostinazione cristiana: “La storia che mantiene viva nella coscienza degli uomini il senso della giustizia, e che soprattutto dà forza alla coscienza è la parola del profeta, è la parola del resistente cristiano, del resistente umano, che non bada al costo della verità. Perché voi lo sapete, la verità non la si mette al mondo facilmente: costa tremendamente”.

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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