Papa Francesco a San Bartolomeo per celebrare i nuovi martiri : il San Paolino’s Voice ricorda questo evento con tre suoi precedenti articoli sull’argomento

 

 il breviario di padre Hamel in mostra a San Bartolomeo dalla comunità di Sant’Egidio 

 

Sabato 22 aprile, alle ore 17, il Santo Padre Francesco si recherà nella Basilica di San Bartolomeo all’Isola Tiberina per celebrare la Liturgia della Parola con la Comunità di Sant’Egidio, in memoria dei “Nuovi Martiri” del XX e XXI secolo.(Dichiarazione della Sala Stampa Vaticana del 12 aprile 2017)

San Giovanni Paolo II ci raccontava nel 2000 che il martirio e la persecuzione dei cristiani esistono ancora oggi ed esisteranno sempre

IL MAGISTERO DI GIOVANNI PAOLO II SUI MARTIRI DEL NOSTRO SECOLO

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Vincente Carcel Ortì

Va detto innanzi tutto che il magistero del santo Padre sul martirio, sui martiri e sulle persecuzioni religiose del nostro secolo è abbondantissimo e difficilmente sintetizzabile in un breve articolo. Basti pensare che Giovanni Paolo II ha celebrato finora una trentina di cerimonie di beatificazione e canonizzazione riguardanti soltanto i martiri del XX secolo. In tali occasioni, Egli rivolge la sua parola almeno i tre diversi momenti: nell’omelia della celebrazione eucaristica, prima della recita della preghiera mariana dell’Angelus e quando riceve in udienza i pellegrini convenuti a Roma per ogni beatificazione.

Bisogna poi aggiungere i numerosi interventi del Santo Padre in occasione dell’uccisione di vescovi, sacerdoti, religiosi o laici, che hanno dato la loro vita come testimonianza per la fede in diversi paesi, soprattutto in territori di missione: lettere, telegrammi, omelie, parole nelle udienze generali oppure all’Angelus.Cerchiamo perciò di riassumere il magistero del Santo Padre su questo argomento soffermandoci soltanto su alcuni punti essenziali.

La memoria dei martiri nella Tertio Millennio Adveniente

«Nel nostro secolo sono ritornati i martiri, spesso sconosciuti, quasi militi ignoti della grande causa di Dio». Queste parole del Santo Padre, nella lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente (TMA n.37), introducono il nostro commento sul Magistero di Giovanni Paolo II relativo ai martiri del XX secolo. Essi sono uomini e donne che, secondo le parole del Santo Padre, “hanno seguito Cristo nelle varie forme della vocazione religiosa” (ibid.).

La storia ci aiuta a scoprire la crudeltà delle persecuzioni del nostro secolo, ed, in particolare, quella nazista e l’altra comunista – nei riguardi dei credenti vescovi, sacerdoti, religiosi e laici – che operò una grande semina di martiri in numerose nazioni della vecchia Europa ed in altri continenti. Il Papa rilegge tutta la storia della Chiesa alla luce del detto di Tertulliano (Apol, So 13 – CCL I,171 – ): Sanguis martyrum, semen christianorum, affermando: «La Chiesa del primo millennio nacque dal sangue dei martiri» (TMA, n.37).

Quindi non le cosiddette “concessioni” dell’imperatore Costantino garantirono lo sviluppo successivo della Chiesa, ma furono la “la seminagione dei martiri” e “il patrimonio di santità” a caratterizzare le prime generazioni cristiane. Oggi «la Chiesa è divenuta nuovamente Chiesa dei martiri”; e la stessa Chiesa sia a livello universale che locale ha il compito di non dimenticare questi testimoni noti o militi ignoti della grande causa di Dio». Uno strumento idoneo per non dimenticare la memoria dei martiri è quella di raccogliere la necessaria documentazione sulla loro testimonianza eroica e quindi di aggiornare sempre i martirologi. Ciò potrà avere anche respiro ed eloquenza ecumenica in quanto – come scrive Giovanni Paolo II «l’ecumenismo dei santi, dei martiri, è forse il più convincente. La comunio santorum parla con voce più alta dei fattori di divisione» (ivi). Concetti simili sono stati ripetuti dal Santo Padre nel Concistoro straordinario del giugno 1994 e durante la recita dell’Angelus del 26 dicembre dello stesso anno, festa di Santo Stefano protomartire.

Le vittime del nazismo

Nel messaggio, in occasione del 50° Anniversario della fine in Europa della Seconda Guerra Mondiale (8 maggio 1995), il Santo Padre ha ripetuto la frase «Mai più la guerra! Sì alla pace!», affermando che questi erano i sentimenti comunemente manifestati all’indomani di quello storico 8 maggio 1945. Secondo il Papa, i sei terribili anni del conflitto sono stati per tutti una occasione di maturazione alla scuola del dolore: anche i cristiani hanno avuto modo di riavvicinarsi tra di loro e di interrogarsi sulle responsabilità delle loro divisioni. Sotto la croce di Cristo, membri di tutte le Chiesa e Comunità cristiane hanno saputo resistere fino al sacrificio supremo. Molti di essi hanno sfidato esemplarmente, con le armi pacifiche della testimonianza pacifica e dell’amore, i torturatori e gli oppressori. Insieme ad altri, credenti e non credenti, uomini e donne di ogni razza, religione e nazione, hanno lanciato ben alto, al di sopra della marea montante della violenza, un messaggio di fratellanza e di perdono.

«In questo anniversario – scrive Giovanni Paolo II in detto messaggio- , come non fare memoria di tali cristiani che, rendendo testimonianza contro il male, hanno pregato per gli oppressori che si sono curvati a curare le piaghe di tutti?»

I martiri del nazismo offrono a tutti noi, in un periodo che vorrebbe relegare il cristianesimo alle scelte personali e relativizzare tutti gli obblighi, la testimonianza di una lealtà alla verità di Cristo che non accetta compromessi, laddove essa sempre risplende. In tal modo essi possono essere nostri intercessori celesti in quanto Patroni del coraggio nell’annuncio e della santità del matrimonio e del servizio sacerdotale.

Nuove forme di persecuzione religiosa nel nostro secolo

In occasione del suo viaggio apostolico a Lourdes il 14 agosto 1983, al termine della fiaccolata serale, il Santo Padre pronunciò un discorso nel quale sottolineò lo speciale amore della Chiesa per tutti i sofferenti, e in particolare per le vittime delle ingiustizie, delle guerre, del terrorismo, dei rapimenti, delle torture e di tutte le miserie umane. È un discorso fondamentale per capire l’atteggiamento della Chiesa di fronte alle nuove forme di persecuzione religiosa sviluppatesi nel nostro secolo ed ancora ai nostri giorni, in numerosi paesi.

«La Chiesa – disse il Papa in tale discorso – è nata dalla croce di Cristo ed è cresciuta in mezzo alle persecuzioni. Fu così agli inizi nell’antichità romana. Fu lo stesso anche più tardi. Nel corso dei secoli, in luoghi diversi, sono scoppiate persecuzioni contro la Chiesa, e coloro che credevano al Cristo donarono la loro vita per la fede e subirono le peggiori torture. Il martirologio della Chiesa è stato scritto secolo dopo secolo». Il Papa aggiunse: «Oggi vorrei abbracciare con il pensiero e con il cuore della Chiesa tutti coloro che subiscono persecuzioni nella nostra epoca. Le persecuzioni a causa della fede sono talvolta simili a quelle che il martirologio della Chiesa ha già scritto nei secoli passati. Esse prendono diverse forme di discriminazione dei credenti, e di tutta la comunità della Chiesa. Queste forme di discriminazione sono talvolta applicate nel momento stesso in cui viene riconosciuto il diritto alla libertà religiosa, alla libertà di coscienza, e questo sia nella legislazione dei diversi Stati che nei documenti di carattere internazionale. Vogliamo precisare? Nelle persecuzioni dei primi secoli, le abituali condanne erano la morte, la deportazione e l’esilio».

I martiri del comunismo

Oggi alla prigione, ai campi di internamento e di lavori forzati, all’espulsione dalla propria patria, si sono aggiunte altre pene meno dure ma più sottili: non più la morte cruenta ma una sorte di mortecivile; non solo la segregazione in un carcere o in un campo, ma la restrizione permanente della libertà personale o la discriminazione sociale.

Ci sono oggi centinaia e centinaia di migliaia di testimoni di fede, molto spesso ignorati o dimenticati dall’opinione pubblica la cui attenzione è assorbita da fatti diversi. Essi sono spesso conosciuti solo da Dio. Sopportano privazioni quotidiane, nelle regioni più diverse di ogni continente. Si tratta di credenti costretti a riunirsi clandestinamente poiché le loro comunità religiose non sono autorizzate. Si tratta di Vescovi, di sacerdoti, di religiosi ai quali è vietato esercitare il santo ministero in chiesa o in pubbliche riunioni. Si tratta di religiose disperse, che non possono condurre la loro vita consacrata. Si tratta di giovani generosi impediti ad entrare in un seminario o in un luogo di formazione religiosa ove realizzare la propria vocazione. Si tratta di ragazze alle quali non è data la possibilità di consacrarsi in una vita comune votata alla preghiera e alla carità verso i fratelli. Si tratta di genitori che si vedono rifiutare la possibilità di assicurare ai propri figli un educazione ispirata dalla propria fede. Si tratta di uomini e donne, lavoratori manuali, intellettuali o persone che esercitano altre professioni, che per il semplice fatto di professare la propria fede affrontano il rischio di vedersi privati di un avvenire interessante per la loro carriera e i loro studi.

Queste testimonianze si aggiungono alle situazioni gravi e dolorose dei prigionieri, degli internati, degli esiliati, non soltanto presso i fedeli cattolici, e gli altri cristiani ma anche presso altri credenti (cf enciclicaRedemptor Hominis n.17). Essi costituiscono come una lode che ascende continuamente a Dio dal santuario delle loro coscienze, come una offerta spirituale certamente gradita a Dio. Nel discorso di Lourdes, il Santo Padre ha parlato anche di”altre difficoltà per vivere la fede”.

«Esse – sono le parole di Giovanni Paolo II – non provengono soltanto da restrizioni esterne di libertà, da costrizioni umane, dalle leggi o dai regimi. Esse possono derivare parimenti da abitudini e da correnti di pensiero contrarie alla tradizione evangelica e che esercitano una forte pressione su tutti i membri della società. O ancora si tratta di un clima di materialismo o di indefferentismo religioso che soffoca le aspirazioni spirituali, o di una concezione fallace o individualistica della libertà che confonde la possibilità di scegliere qualsiasi cosa assecondi le passioni con la preoccupazione di realizzare al meglio la propria vocazione umana, il proprio destino spirituale e il bene comune. Non è questa la libertà che fonda la dignità umana e favorisce la fede cristiana (cf Redemptor Hominisn.12). Ai credenti che sono immersi in tali ambienti è necessario un grande coraggio per restare limpidi e fedeli, per fare buon uso della loro libertà. Anche per loro è necessario pregare. Temete, dice Gesù coloro che hanno potere di uccidere l’anima (cf Mt 10,28). In tutte le epoche della sua storia, la Chiesa ha circondato di un attenzione e di un ricordo particolari, di un amore speciale coloro che soffrono in “nome di Cristo”. V’è qui da parte della Chiesa un ricordo imperituro e una costante sollecitudine”.

I martiri parlano il linguaggio della Croce

Il Papa ha affermato che i martiri ci parlano con il linguaggio della Croce, poiché ci riportano indietro ai tempi nei quali i cristiani venivano perseguitati. Il loro è stato un sacrificio eroico; un eredità in cui “la morte e la vita si affrontano in un prodigioso duello” (sequenza pasquale). Anche se la morte sembra aver trionfato , essi, secondo il divino disegno salvifico di liberazione, hanno sofferto a causa della propria fede, hanno partecipato in maniera eccezionale alla Croce di Cristo. La Croce porta con il suo intervento di morte il corpo di Cristo, fino a quando “tutto è compiuto”. Questo mistero continua nella storia del mondo. Allo stesso modo continua la splendida liberazione che sempre sarà legata alla Croce del calvario. Attraverso questa Croce Dio non morirà mai nella storia dell’uomo!

I martiri linfa di unità per la Chiesa

Nel discorso pronunciato a Castelgandolfo, prima della preghiera mariana dell’Angelus, il 25 agosto 1996, Giovanni Paolo II ha detto:

«In duemila anni di storia, ai cristiani è stata chiesta non poche volte la prova suprema del martirio. Restano vivi nella memoria soprattutto i martiri della prima era cristiana. Ma anche nei secoli successivi sono molti coloro che, in diverse circostanze, hanno versato il sangue per Cristo, tanto in Oriente quanto in Occidente. La divisione, che purtroppo è intervenuta tra le Chiese, non rende meno prezioso il loro sacrificio! Ai martiri si rivolge con particolare intensità la venerazione del popolo di Dio, che in essi vede rappresentata dal vivo la passione di Cristo.

E che dire della grande esperienza di martirio, in cui ortodossi e cattolici dei paesi dell’Est europeo sono stati accomunati in questo nostro secolo? Perseguitati da un implacabile potere ateistico, tanti coraggiosi testimoni del vangelo hanno “completato” nella loro carne la passione di Cristo (cfCol 1,24). Veri martiri del ventesimo secolo, essi sono una luce per la Chiesa e l’umanità: “I cristiani d’Europa e del mondo, chini in preghiera sul limitare dei campi di concentramento e delle prigioni, devono essere riconoscenti per quella loro luce: era la luce di Cristo, che essi hanno fatto risplendere nelle tenebre” (Lettera apostolica per il quarto centenario dell’unione di Brest, 12 novembre 1995, N.4).

Il sangue dei martiri, diceva Tertulliano, è seme di nuovi cristiani. Esso è anche linfa di unità per la Chiesa, mistico corpo del Cristo. Se al termine del secondo millennio, essa “è diventata nuovamente Chiesa di martiri” (TMA, N.37), possiamo sperare che la loro testimonianza, raccolta con cura nei nuovi martirologi e soprattutto la loro intercessione, affrettino il tempo della piena comunione tra i cristiani di tutte le confessioni e in special modo tra le venerate Chiese Ortodosse e la Sede Apostolica».

pubblicazione su SPV   a  cura di carlo mafera

A SEGUIRE ALTRI DUE ARTICOLI SULLO STESSO ARGOMENTO

I martiri esistono ancora oggi e testimoniano una realtà diversa da quella di chi mette in evidenza sempre i cristiani che sbagliano. Padre Hamel, ucciso da estremisti mussulmani, è già beato

Il Papa al vescovo di Rouen: padre Hamel è già beato

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2016-09-14 Radio Vaticana

Dopo la Messa a Santa Marta con il Papa in suffragio di padre Jacques Hamel, il vescovo di Rouen, mons. Dominique Lebrun, è intervenuto assieme ad una sorella del sacerdote francese al briefing presso la Sala Stampa vaticana. Il servizio di Debora Donnini:

 

Il Papa ha voluto mettere la foto di padre Jacques Hamel stamani sull’altare. Così il vescovo di Rouen, mons. Dominique Lebrun. Il vescovo racconta, infatti, che le suore e la coppia che il 26 luglio erano presenti alla Messa quando è stato ucciso padre Hamel, non sono potuti venire a Roma per motivi di salute ma hanno potuto seguire la Celebrazione Eucaristica grazie ai media:

“Volevo portare loro qualche ricordo, quindi ho fatto vedere la foto e volevo chiedere che la firmasse per portarla poi alle suore. Il Papa invece subito mi ha detto: ‘La mettiamo sull’altare’. Questo mi ha colpito. Dopo ci ha salutato molto fraternamente. Alla fine della Messa, dopo avere salutato tutti, mentre stava firmando, mi ha detto: ‘Ma tu puoi mettere questa foto in Chiesa, perché lui è beato adesso. E se qualcuno ti dice che non hai il diritto, gli dici che il Papa ti ha dato il permesso’”.

In conferenza stampa, il vescovo, rispondendo ad una domanda, ha spiegato che c’è paura dopo gli attentati, ma più gente va a Messa:

“C’è paura, questo senz’altro. Una settimana fa ho avuto una riunione con i vicari della diocesi e mi hanno detto tutti che c’è stata sempre qualche telefonata: ‘C’è ancora la Messa? Possiamo andare? Non c’è rischio?’. Domande del genere. C’è però più gente a Messa! Questo mi fa riflettere molto sulle parole di Gesù, che Giovanni Paolo II ha ribadito spesso: ‘Non abbiate paura’”.

Ad intervenire anche una delle sorelle di padre Hamel, Rosine, che sulle parole di Papa Francesco all’omelia di oggi – “e’ satanico uccidere in nome di
Dio” – ha detto: “I due assassini hanno ucciso in nome di un Dio che non è dell’Islam né del cristianesimo”.

Domani, poi, presso la Chiesa di San Bartolomeo all’Isola Tiberina,  ci sarà una celebrazione in ricordo di padre Jacques. Vi parteciperanno anche rappresentanti della diocesi di Rouen, a partire dal vescovo. E il breviario del prete ucciso sarà donato e, quindi, conservato nella Basilica insieme alle altre reliquie dei martiri contemporanei.

(Da Radio Vaticana)

1/ Le sei suore che sfidarono ebola, di Giulio Albanese 2/ Gli ultimi martiri del virus Ebola. Dopo la morte degli ultimi religiosi in Liberia non si contano più frati ospedalieri, di Corrado Paolucci

Scritto da Redazione de Gliscritti: 01 /09 /2014 – 20:29 pm | Segnala questo articolo: – pubblicato su SPV, per gentile concessione, del sitohttp://www.gliscritti.it , a cura di Carlo Mafera

 


1/ Le sei suore che sfidarono ebola, di Giulio Albanese

Riprendiamo da Avvenire del 26/3/2005 e poi del 4/8/2014 un articolo di Giulio Albanese. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (1/9/2014)

https://upload.wikimedia.org/wikipedia/it/thumb/6/65/Padre_Giulio_Albanese.jpeg/220px-Padre_Giulio_Albanese.jpeg
Padre Giulio Albanese

Tra gli eroi che hanno dato la vita per gli altri, in questo caso per curare i malati di Ebola, ci sono anche sei donne, sei donne eccezionali, coraggiose e generose, missionarie delle Poverelle di Bergamo. Fecero tutto per amore dei più poveri, nei quali vedevano Cristo. Fino a dare la vita. Per loro il 25 gennaio 2014 si è chiuso il processo diocesano di beatificazione. Riproponiamo un articolo di Giulio Albanese, pubblicato su Avvenire il 26 marzo 2005.

Le sei suore che sfidarono ebola

«Avvolte tra i poveri», proprio come raccomandava il Beato Luigi Maria Palazzolo, loro fondatore. Abituate a combattere a servizio del Regno, sei coraggiose missionarie delle Poverelle di Bergamo non abbandonarono la trincea della carità, sotto l’incubo della terribile epidemia di Ebola che nel 1995 sconvolse la loro missione congolese.

Suor Floralba Rondi, Suor Clarangela Ghilardi, Suor Danielangela Sorti, Suor Dinarosa Belle, Suor Annelvira Ossoli e Suor Vitarosa Zorza furono falciate dalla febbre emorragica. Tutto cominciò quando, il 15 marzo di quello stesso anno, un uomo tornò a casa febbricitante dopo una giornata di lavoro nei pressi di un villaggio a poca distanza dalla cittadina di Kikwit, nell’ex Zaire. Dieci giorni dopo morì, dissanguato da un male misterioso.

La stessa sorte toccò a suo figlio, a suo fratello e ad altri membri della famiglia. Nel giro di poche settimane, l’ospedale di Kikwit si riempi di moribondi. Suor Floralba fu la prima missionaria ad essere contagiata e la prima a soccombere. Le consorelle raccontarono che si ammalò mentre assisteva un paziente in gravi condizioni. La morte sopraggiunse il 25 aprile. Suor Vitarosa fu invece l’ultima a cadere tra le religiose.

Il diario della comunità ricorda che si prese cura delle consorelle contagiate dal terribile virus e le raggiunse in cielo il 28 maggio, festa dell’Ascensione. I medici capirono che la diffusione del virus era favorita dall’usanza di toccare i morti durante i funerali. Perciò venne dato l’ordine di avvolgere i cadaveri nella plastica. L’epidemia causò in tre mesi la fine di 244 persone. Tra le vittime, le sei eroiche missionarie che si erano prodigate nell’assistenza pur consapevoli della pericolosità del morbo.

2/ Gli ultimi martiri del virus Ebola. Dopo la morte degli ultimi religiosi in Liberia non si contano più frati ospedalieri, di Corrado Paolucci

Riprendiamo dal sito Aleteia un articolo di Corrado Paolucci pubblicato il del 20/8/2014. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. I neretti sono nostri ed hanno l’unico scopo di facilitare la lettura on-line.

Il Centro culturale Gli scritti (1/9/2014)

European Commission’s Humanitarian Aid and Civil Protection departmentE’ questa la verità: i frati e le suore sapevano di rischiare la vita, non erano ingenui. Ma hanno scelto di stare da cristiani ai piedi della Croce, fedeli al voto dell’Ordine dei Frati ospedalieri di San Giovanni di Dio (Fatebenefratelli) e al carisma della cura dei pazienti. «Quando si è diffuso il virus Ebola, tutti gli ospedali liberiani hanno chiuso perché il personale aveva paura di contrarre la malattia; noi abbiamo continuato ad accogliere chi lamentava febbre e diarrea, possibili sintomi dell’ebola». Sono le parole commosse del frate ospedaliere Pascal Ahodegnon riportate da Famiglia Cristiana il 12 agosto. Lui è tornato a Roma dalla Liberia, insieme alla salma di un suo confratello, fra Georges Combey, 47 anni, morto l’11 agosto. «Frequentava Farmacia e come studente avrebbe potuto non seguire i pazienti. Invece piombava in reparto non appena finiva l’università».

Con la sua morte, non rimangono più frati ospedalieri in Liberia.

Suor Chantal la madre di tutti

All’ospedale di Monrovia prestavano servizio anche le Missionarie dell’Immacolata Concezione come infermiere. Erano in 4 e tutte sono state contagiate: il 9 agosto è morta la congolese suor Chantal Pascaline di 48 anni. Era conosciuta per il suo sorriso con cui dava coraggio agli ammalati. «Voglio essere la madre di tutti», ripeteva spesso.

Il bilancio del virus

Continua, intanto, a crescere il bilancio dell’epidemia di Ebola in Africa occidentale. Tra il 14 e il 16 agosto 2014, un totale di 113 nuovi casi (confermati o sospetti) e 84 decessi sono stati segnalati in Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone. Lo ha annunciato il 19 agosto l’Oms. Dallo scoppio dell’epidemia nei 4 Paesi colpiti si contano 1.229 decessi su un totale di 2.240 casi. L’Oms ha aggiornato il suo bilancio, spiegando che i casi segnalati tra Guinea, Liberia, Nigeria e Sierra Leone sono 2.240.

La preghiera del papa

Anche Papa Francesco all’Angelus di domenica 10 agosto ha invitato a pregare «per le vittime del virus e per quanti stanno lottando per fermarlo».

 

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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