Il Sabato Santo secondo il Cardinal Carlo Maria Martini

LETTERA PASTORALE DEL CARD. MARTINI

 

FORTI

NELLA SPERANZAPRE AL FUTURO

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Oggi spesso si ha l’impressione che Dio sia divenuto muto e non suggerisca più linee interpretative della storia. Sembra che manchi ogni prospettiva di futuro e non si vede come uscire da questa situazione. Cosa suggerisce la “Madonna del Sabato santo” a noi discepoli smarriti?

 

Mentre l’anno giubilare volge lentamente al declino _ si concluderà infatti il prossimo 6 gennaio, solennità dell’Epifania _ si sente la necessità di fare «una sosta nel cammino; una pausa che ci aiuti a situarci nel contesto presente, ci sostenga nel ritrovare visione e respiro nel tempo che attraversiamo».

È questa la proposta che il card. Carlo Maria Martini, arcivescovo di Milano, ha rivolto alla diocesi nella Lettera pastorale 2000-2001, dal titolo significativo La Madonna del Sabato santo, per invitare i fedeli ad assumere un atteggiamento contemplativo e trovare, assieme a Maria, le risposte agli interrogativi che maggiormente ci assillano nello scenario della fine del secolo e dell’inizio del millennio. I discepoli e Maria, nel loro Sabato santo _ scrive il cardinale _ ci aiuteranno a leggere il nostro passaggio di secolo e di millennio per rispondere alla domanda che ci portiamo dentro: dove va il cristianesimo? dove va la Chiesa che amiamo?

 

SMARRIMENTO

LORO E NOSTRO

 

L’aspetto che maggiormente traspare nel Sabato santo, osserva il card. Martini, è il grande smarrimento dei discepoli di Gesù, quale appare soprattutto nei due di Emmaus: «Il loro Maestro e Signore è stato ucciso, il suo appello alla conversione non è stato ascoltato, le autorità lo hanno condannato e non si vede via di scampo o senso positivo da dare a tale evento. Tutti i gesti rassicuranti che li avevano sinora sostenuti _ i miracoli del Maestro, il suo amore dimostrato nell’ultima Cena _ sono svaniti dalla memoria. Si ha l’impressione che Dio sia divenuto muto, che non parli, che non suggerisca più linee interpretative della storia. È la sconfitta dei poveri, la prova che la giustizia non paga… Manca ogni prospettiva di futuro, non si vede come uscire da una situazione di catastrofe e di crollo delle illusioni».

Gli smarrimenti dei discepoli, rileva il cardinale, sono in certo senso anche i nostri, quelli di tutti i credenti oggi, soprattutto in Occidente, di fronte ai cosiddetti segni della «sconfitta di Dio». Ma che cos’è che oggi ci smarrisce e sgomenta?

Anzitutto la memoria del passato che si è fatta debole. In realtà non mancano ricordi che ci potrebbero sostenere e dare fiato: esiste nel nostro contesto europeo e nazionale la memoria di un grande cammino cristiano legato a prestigiosi simboli e luoghi di grande suggestione, ecc., ma tale memoria si è indebolita sul piano del vissuto e molti non riescono più a integrarla nella loro esperienza in modo da ricavarne comprensione sicura del presente e fiducia per il futuro.

In secondo luogo, ci inquieta l’esperienza del presente sempre più frammentaria e dove prevale il senso della solitudine: solitudine che si riscontra al livello della famiglia dove i rapporti all’interno della coppia e quelli tra genitori-figli entrano facilmente in crisi. Diminuisce inoltre la capacità di aggregazione delle grandi agenzie sociali e si frammentano le aggregazioni politiche a favore degli individualismi di gruppo. Ne consegue una autoreferenzialità che chiude su di sé singoli e gruppi, per cui non ci stupisce il crescere di una generale indifferenza etica e di una cura spasmodica dei propri interessi e privilegi. Ma anche il fenomeno della gobalizzazione non è privo di inquietudini poiché avviene nel quadro di un neoliberalismo e di un neocapitalismo che punisce ed emargina i più deboli e accresce il numero dei poveri e degli affamati della terra.

La fatica di vivere e interpretare il presente si proietta sull’immagine di futuro di ciascuno, che risulta sbiadita e incerta: «Ne è segno la drammatica diminuzione delle natalità, come pure il calo delle vocazioni al sacerdozio e alla vita consacrata. Una metafora di paura del futuro si ha probabilmente nella accresciuta inclinazione dei giovani a vivere e a divertirsi nella notte. Ci si aggancia all’attimo fuggente dimenticando le incertezze e gli smarrimenti del giorno, evitando di confrontarsi con un oggi e un domani impegnativi».

Ma anche il fenomeno della mondializzazione, rileva ancora il cardinale, «fa prevedere per il domani del mondo piuttosto una unità di dominio dei più forti e dei più ricchi, una unità della torre di Babele, che non un’unità di comunione di beni, una unità della Pentecoste e della primitiva comunità di Gerusalemme».

Tutto questo è bene espresso nello smarrimento dei discepoli nel Sabato santo. Ma, si domanda il cardinale Martini, «perché fermarsi al Sabato santo? Non siamo forse già nel tempo del Risorto? Perché non lasciarci ispirare anzitutto dalla Domenica di Pasqua? Perché riflettere sullo smarrimento dei discepoli dopo la morte di Gesù e non invece sulla loro gioia quando lo incontrano vivente (cf. Gv 20,20: “E i discepoli gioirono nel vedere il Signore”)?

 

DIALOGO

CON MARIA

 

Nel dolore del Sabato santo, mentre “si fece buio su tutta la terra” (Mc 15,33) emerge come segno di attesa e di speranza per l’imminente aurora della Pasqua la figura di Maria. Ed è con lei che il cardinale intreccia un dialogo per chiederle: «Che cosa ci dici, o Madre del Signore, dall’abisso della tua sofferenza? Che cosa suggerisci ai discepoli smarriti?».

Sono tre le grandi risposte che egli ricava da questo dialogo: Maria è colei che ci ottiene la consolazione della mente, la consolazione del cuore e la consolazione della vita.

La prima si ricollega con quanto Gesù ebbe a dire un giorno: «Se avrete fede pari a un granellino di senapa…!» (Mt 17,20). Ebbene, «Tu nel sabato del silenzio di Dio sei e rimani la “Virgo fidelis” e ci ottieni la “consolazione della mente”, quella consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dio e che ci consente di «consolare coloro che si trovano in qualsiasi genere di afflizione» (cf. 2Cor 14). Consiste in «un dono molto semplice, che permette di intuire come in un unico sguardo la ricchezza, la coerenza, l’armonia, la coesione, la bellezza dei contenuti della fede…».

In secondo luogo, «Tu nel sabato della delusione sei la Madre della Speranza e ci ottieni la “consolazione del cuore”. Ti sento ripetere, come un sospiro, la parola del tuo Figlio: «Con la vostra perseveranza salverete le vostre anime» (Lc 21,19). La parola “perseveranza”, spiega il cardinale, può essere tradotta con “pazienza”: «La pazienza e la perseveranza sono le virtù di chi attende, di chi ancora non vede eppure continua a sperare… Tu o Maria hai imparato ad attendere e a sperare… Tu, o Madre della speranza, ci insegni a guardare con pazienza e perseveranza a ciò che viviamo in questo sabato della storia, quando molti, anche cristiani, sono tentati di non sperare più nella vita eterna e neppure nel ritorno del Signore. L’impazienza e la fretta caratteristica della nostra cultura tecnologica ci fanno sentire pesante ogni ritardo nella manifestazione svelata del disegno divino e della vittoria del Risorto. La nostra poca fede nel leggere i segni della presenza di Dio nella storia si traduce in impazienza e fuga, proprio come accadde ai due di Emmaus che, pur messi di fronte ad alcuni segnali del Risorto, non ebbero la forza di aspettare lo sviluppo degli eventi e se ne andarono da Gerusalemme» (cf. Lc 21,13ss.).

Infine, «Tu nel sabato dell’assenza e della solitudine sei e rimani la Madre dell’Amore e ci ottieni la “consolazione della vita”». Di fronte alla domanda, come fai a dare significato alla tragedia che stai vivendo, mi pare che tu risponda di nuovo con le parole del tuo Figlio: «Se il chicco di grano caduto in terra non muore, rinasce solo; se invece muore, produce molto frutto» (Gv 12,24).

«Il senso del tuo soffrire, o Maria, è dunque la generazione di un popolo di credenti. Tu nel Sabato santo ci stai davanti come madre amorosa che genera i suoi figli a partire dalla croce, intuendo che né il tuo sacrificio né quello del Figlio sono vani… Ci pare a volte di essere abbandonati da Dio e dagli uomini, e però, rileggendo in seguito gli eventi, ci accorgiamo che il Signore aveva continuato a camminare con noi, anzi a portarci sulle sue braccia… Una tale consolazione opera in noi e ci sostiene efficacemente; opera dandoci la forza di resistere alla prova quando tutto intorno è oscurità».

 

VERSO

L’OTTAVO GIORNO

 

«Se l’incontro con i discepoli spaventati e tristi, scrive il cardinale, ci ha permesso di riconoscere la realtà delle nostre paure, delle resistenze che avvertiamo in noi e attorno di noi e delle nostre colpe, la fede, la speranza e la carità di Maria possono aiutarci a comprendere che il tempo _ anche il nostro tempo _ è come un unico grande “sabato”, in cui viviamo il “già” della prima venuta del Signore e il “non ancora” del suo ritorno, come pellegrini verso “l’ottavo giorno”, la domenica senza tramonto che lui stesso verrà a dischiudere alla fine dei tempi».

I discepoli del Sabato santo portano in sé la memoria di quanto hanno vissuto con il Maestro. Ma si tratta di un ricordo carico di nostalgia e fonte di tristezza perché quanto era stato sperato e atteso con lui e per lui appare irrimediabilmente perduto. Anche noi, osserva il cardinale, portiamo impresse le orme di un’insopprimibile memoria cristiana. E come per i discepoli in cammino verso Emmaus, ancora immersi nel loro Sabato santo, la memoria del passato potrebbe essere semplice oggetto di nostalgia e forse di un po’ di tristezza, «una memoria quindi inoperosa, incapace di suscitare slanci e nuove imprese ricche di generosità e di passione… La Madonna del Sabato santo vive invece la memoria quale luogo di profezia: ricorda per sperare, rivisita il passato per aprirsi al futuro, nella certezza che Dio è fedele alle sue promesse e a quanto ha operato in lei per la nascita del Figlio eterno nel tempo, lo opererà analogamente per la rinascita di lui e dei suoi fratelli dalla morte alla vita senza tramonto. Maria “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2,51).

Il Sabato santo, inoltre, è vissuto dai discepoli nella paura e nel timore del peggio. Il futuro, infatti, sembra riservare loro sconfitte e umiliazioni. Maria invece vive un’attesa fiduciosa e paziente; sa che le promesse di Dio si avvereranno.

Nel sabato del tempo in cui noi viviamo, sottolinea il cardinale Martini, è necessario che abbiamo a riscoprire l’importanza dell’attesa. L’assenza di speranza è forse la malattia mortale delle coscienze nell’epoca segnata dalla fine dei sogni ideologici e delle aspirazioni ad esse connesse.

 

L’ANTIDOTO

DELLA SPERANZA

 

All’indifferenza e alla frustrazione, alla concentrazione sul puro godimento dell’attimo presente, senza attese per il futuro, può opporsi come antidoto soltanto la speranza, «non quella fondata su calcoli, previsioni e statistiche, ma la speranza che ha il suo unico fondamento nella promessa di Dio. Di nuovo la Madonna del Sabato santo getta luce sul compito che ci aspetta e che ci è reso possibile dal dono dello Spirito del Risorto, il quale ci tocca interiormente con la “la consolazione del cuore”. Si tratta di irradiare attorno a noi, con gli atti semplici della vita quotidiana _ senza forzature _ la gioia interiore e la pace, frutti della consolazione dello Spirito».

Credere in Cristo, morto e risorto per noi, significa quindi essere testimoni di speranza. In che modo? Con la parola, anzitutto, ossia non aver paura di toccare i grandi temi oggetto della speranza ultima, troppo spesso rimossi dal nostro linguaggio: la vita eterna e l’insieme dei novissimi, ossia morte, giudizio, inferno e purgatorio e paradiso. Inoltre con la vita, dando segni credibili e inequivocabili della luce che i valori umani gettano sui valori penultimi, facendo scelte di vita sobrie, povere, caste, ispirate all’umiltà e alla pazienza di Cristo. Sono proprio tali scelte che imprimono alla tendenza generale verso la globalizzazione i correttivi necessari per fare di tali processi non una radice mortifera di esclusione e di emarginazione dei sempre più poveri, ma una sorgente di inclusione progressiva di tutti nella partecipazione solidale alla scambio dei beni prodotti: «Anche qui ci è di modello e aiuto la “donna forte” (cf. Pr 31,10) del Sabato santo, che ha dimostrato di saper sperare contro ogni speranza e di credere nell’impossibile possibilità di Dio al di là di ogni evidenza della sua sconfitta».

Il Sabato santo «è per i discepoli l’esperienza di un presente gravido di tensioni ed essi lo vivono avvertendo soprattutto le grande solitudine in cui li ha lasciati la morte di Gesù, di colui che era la roccia della loro comunione».

Non è difficile riconoscere che «tale esperienza di solitudine serpeggia fra i cristiani odierni», sia a livello personale «là dove si sperimentano le lacerazioni del cuore di fronte all’assenza di futuro, alla mancanza di senso, all’incapacità di dialogo», sia a livello della vita familiare, nelle comunità parrocchiali fino alla frantumazione della vita politica. Maria invece «riesce a custodire non solo la memoria della comunione, ma la carità per viverla nel presente: sta con i discepoli, li conforta, li rimette insieme, li incoraggia facendo loro gustare i frutti della “consolazione delle vita” che genera comunione». Inoltre, «nel tempo del silenzio di Dio e dell’apparente sconfitta dell’Amore crocifisso è elemento di coesione, testimone di compassionevole amore e di prossimità operosa». Anche noi, «alla scuola di Maria non possiamo non chiederci come vivere la nostra condizione presente nella luce che il Risorto getta sul sabato del tempo in cui ci troviamo». Occorre quindi interrogarsi sul piano dell’esistenza personale per vincere la tentazione dell’angoscia e giungere a giocare la propria vita con slancio e fiducia davanti all’Eterno; sul piano della comunione familiare, e su quello della comunione della vita ecclesiale a tutti i livelli, per imparare ad «accoglierci e perdonarci», a esercitare il dialogo, compreso quello ecumenico e interreligioso, come pure nel rapporto fra società civile e rappresentanti politici e, infine, fra l’uomo e il creato».

«Siamo dunque nel sabato del tempo, incamminati verso l’ottavo giorno», conclude il card. Martini. «Siamo invitati a vivere come pellegrini nella notte rischiarata dalla speranza e riscaldata dall’autenticità dell’amore». Se vivremo così, «allora il sabato del tempo apparirà ai nostri occhi come già segnato dai colori dell’alba promessa, e la pallida luce dei giorni che passano si illuminerà dei primi raggi del giorno che non passa, l’ottavo e l’ultimo, il primo della vita eterna di tutti i risorti nel Risorto».

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A.D.

pubblicazione a cura del blogger Carlo Mafera

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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