Il contributo della civiltà greca e romana alla costituzione della cultura europea (tpfs*) di Marta Sordi

(tratto da M.Sordi, Storia greca e romana, Jaca Book, Milano, 1992, pp. 67-73)

Marta Sordi, docente di Storia greca e romana, presso l’Università Cattolica di Milano è una delle più note studiose italiane del mondo classico.
Presentiamo on-line una sua riflessione sul contributo più duraturo e significativo apportato dalle due distinte civiltà, greca e romana, alla costituzione del patrimonio culturale europeo e mondiale.
Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione, se la messa a disposizione di questo brano sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto. – pubblicato poi sul San Paolino’s Voice, per gentile concessione di Andrea Lonardo, disponibile alla rimozione se risultasse sgradita agli aventi diritto

L’Areopago


Cercando di individuare quello che a me sembra fondamentale e particolarmente attuale nella conoscenza della storia greca e romana, credo di poter affermare che il fattore caratterizzante della storia greca, o, almeno, della storia greca classica, è il modo di vita dell’uomo greco, un modo di vita da cui, non soltanto gli aspetti sociali, economici, politici vengono condizionati, ma anche quelli culturali, morali e religiosi della sua formazione. Il greco vive katà poleis ed è la polis che fa di lui un animale politico, un cittadino, diverso dal barbaro che è un suddito. Di qui la contrapposizione che Erodoto e Eschilo hanno colto nelle guerre persiane, una contrapposizione che, più tardi, assumerà un significato etnico e sfumature quasi razziste, ma che, nella presa di coscienza del V secolo, è solo di natura culturale e politica e significa opposizione fra l’uomo libero, perché cittadino, e l’uomo servo. Nata dalla riforma oplitica del VII secolo e dallo spirito di solidarietà che la anima, la polis è fondata sull’ isonomia , la parità di diritti di tutti gli uguali davanti alla legge, sulla partecipazione di questi uguali alla gestione della comunità, sulla adesione a culti comuni. Lo sbocco naturale di questa concezione è la democrazia, che ha in Atene la sua attuazione più piena. Essa rappresenta una esperienza di partecipazione politica e di pace sociale che nessun’altra città greca e nessuno stato moderno ha vissuto con altrettanta intensità. In un passo del famoso discorso di Pericle sui caduti del 1° anno di guerra (II, 37, 1) Tucidide afferma: “Noi abbiamo una forma di governo che non imita le costituzioni dei vicini, ma siamo noi stessi di esempio agli altri. Quanto al nome, essa è chiamata democrazia, perché è amministrata non già per il bene di poche persone, bensì per una cerchia più vasta; di fronte alla legge tutti, nelle controversie private, godono di uguale trattamento; e, secondo la considerazione di cui uno gode, poiché in qualche campo si distingue, viene onorato, non tanto per la sua parte politica, quanto per la sua virtù; né la povertà, se ha qualcosa di buono da fare per la città, trova impedimenti per l’oscurità della sua situazione sociale”. Anche se è discutibile l’affermazione che la democrazia è nel mondo antico un’invenzione ateniese, è certo che ad Atene la democrazia assume piena coscienza di sé e riceve, nel dibattito ideologico del V e IV secolo a.C., la sua definizione: la sua forza è nella pace sociale che la caratterizza, nel vastissimo consenso popolare che la sostiene. Istituita pacificamente essa si conserva pacificamente: si identifica con la tradizione, non solo politica, ma anche religiosa del popolo, è la vera patrios politéia , la costituzione dei padri. In Atene il concetto di rivoluzione ( neoterismós ) si associa non con la democrazia, ma con il suo contrario, oligarchia e tirannide. L’intensità con cui l’esperienza democratica è vissuta in Atene, resta così il massimo contributo che la esperienza politica greca ha dato alla storia del mondo ed è inscindibile dal patrimonio culturale che la Grecia ha dato alla formazione della coscienza occidentale. Essa trova peraltro il suo limite nella incapacità della polis di superarsi. Atene, la città più democratica al suo interno, è anche la città tyrannos per eccellenza nei riguardi degli alleati sudditi, ai quali impone la sua arché (impero). Gelosissimo della sua cittadinanza, il demos è imperialista. Così, nel rapporto fra greci, l’esasperazione, propria della polis degli ideali di autonomia e di eleuthería provoca le interminabili guerre egemoniche che dilaniano la Grecia nel V e IV secolo, e la ricerca affannosa di un equilibrio internazionale fondato sul diritto: la pace comune, la koiné eiréne , con cui i greci tentano, dal 386 a.C., di risolvere i loro problemi, è un tentativo, estremamente interessante nei principi che lo informano, effimero nei risultati, e ricorda da vicino, per il suo carattere di alleanza multilaterale su principi di diritto, i grandi organismi internazionali del nostro tempo.

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Il fattore caratterizzante della storia romana, troppo spesso falsata, nella cultura corrente, dai luoghi comuni dell’imperialismo e dello schiavismo, va cercato invece, a mio avviso, nella capacità, originale dei romani e anteriore a ogni influenza dei greci (che la percepivano anzi con stupore e ammirazione sin dal III secolo a.C., come sappiamo dalla lettera di Filippo V ai Larissei del 214 Syll. 543), di propagare la civitas al di là dei confini dell’ urbs , con un’indifferenza al fattore etnico che nasce dalla coscienza dei romani di essere un popolo misto, risultato dell’incontro e della fusione di popoli diversi in un’unità di natura politica e morale, non etnica. Questa coscienza, che si esprime nel mito troiano e nell’incontro, avvenuto alle origini, fra il troiano Enea, profugo dall’Asia, e gli indigeni del Lazio, ha la sua radice storica nell’incontro reale, avvenuto al tempo della monarchia dei Tarquini e poi, nel IV secolo a.C., dopo la catastrofe gallica, con l’alleanza fra Roma e Cere, fra Roma e gli etruschi. Questo felice incontro col diverso, avvenuto alle origini della sua storia e da cui Roma nasce, come urbs e come civitas , è certamente alla radice della disposizione dei romani all’assimilazione del novum e dell’alienum e della capacità unica di Roma di integrare in unità popoli diversi. Esso ha le sue realizzazioni storiche nel superamento del conflitto fra patrizi e plebei nelle civili battaglie del V e IV secolo a.C.; nella ripresa, dopo l’involuzione del III e II secolo, dell’integrazione dell’Italia nella cittadinanza romana, seguita alla guerra sociale e premessa per l’integrazione delle province, che ha il suo compimento nell’età imperiale; nell’ascesa degli homines novi e nella loro progressiva sostituzione alla vecchia nobilitas , che fu il frutto delle guerre civili e il risultato più importante del principato. L’eredità etrusca, che si manifesta anche nel concetto di pax deorum , che è il fondamento dello stato romano, e nella concezione secolare, che fonda il concetto di Roma aeterna , è fondamentale, a mio avviso, per comprendere la radice religiosa di un comportamento in cui l’amore per la concretezza si traduce in senso profondo del diritto. Fu l’ideale di questa comunità universale fondata sul diritto, che nessuno dei grandi imperi dell’antichità era riuscito a realizzare, a rendere possibile l’incontro nel mondo antico fra la romanità e il cristianesimo: è questo l’aspetto più duraturo dell’eredità di Roma e il significato stesso della sua storia.

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