Al Teatro degli Audaci va di scena “Matto a chi?” : una commedia dove si ride e si riflette sull’attuale tema della solitudine

Ogni uomo che sta su questa terra è fondamentalmente solo e nel suo percorso di crescita umana e spirituale deve scoprire e riscoprire continuamente questa verità esistenziale che spesso e volentieri non viene accettata e riconosciuta. Invece solo attraversando questo deserto esistenziale l’uomo si realizza e diventa pienamente se stesso. Un significativo passo di un prezioso libro che si intitola “Attraversare la propria solitudine” di Carlos Maria Antunes, dice infatti : “Si, siamo solitudine e peraltro la solitudine, come esperienza vitale, ci può condurre dentro la profondità del nostro mistero. San Paolo afferma che siamo dimora dello Spirito (1Cor 3,16) e noi ci rendiamo conto che molte volte siamo stranieri nella nostra stessa casa. La solitudine, pur avendo qualcosa di vertiginoso, ci apre le porte della nostra casa; ci invita a entrare e viaggiare fino al fondo del nostro cuore. Credo che ci incammineremo per questo viaggio solo quando la sete diventerà insopportabile. Resistiamo fin dove possiamo e fuggiamo: tutti noi facciamo esperienza della fuga di fronte alla solitudine. Sprechiamo molte delle nostre energie a cercare di spegnere qualsiasi segnale di dolore  o di angoscia. Esiste in noi una paura dell’ignoto (la paura della morte ne è l’espressione per eccellenza) ma giunge un momento –  e speriamo che giunga a noi con estrema forza – in cui non ne possiamo più. Le piccole consolazioni non ci bastano più. Cominciamo ad essere consapevoli che la vita ci sta sfuggendo, ci sta passando accanto. Allora osiamo entrare nella nostra solitudine. C’è in questo movimento, una combinazione di desiderio e di resistenza. Quando ci decidiamo a entrare dentro noi stessi, è segno che Dio ci ha preceduto con la sua grazia, e che da sempre ci attende nella nostra stessa casa.

locandina matto a chi

In questa commedia, allo stesso tempo divertente e melanconica con tanti spunti di riflessione, la solitudine del protagonista prende la via dell’alienazione, della fuga, come si diceva, e cioè la via della creazione di un amico, in qualche modo terapeuta, che poi scomparirà quando avrà esaurito il suo compito. Gilberto l’invisibile  fa la parte dell’inconscio e della parte ombra del protagonista Galeazzo, che, interagendo con questo “alter ego” cresce e si misura con le parti irrisolte di se stesso. Alla fine l’amore risolve tutto con l’arrivo di una psicologa-veterinaria, anch’essa non esente da manie. Galeazzo e Rendy si innamorano partendo dai loro limiti, accettandoli e superandoli e da ciò l’autore , Stefano Longobardi mette in evidenza che non sono certo i limiti che possono arginare l’amore vero, come invece si riscontra purtroppo nella realtà. Anche la solitudine della mamma del protagonista, meravigliosamente folle,  viene finalmente colmata dalla solitudine del dirimpettaio, un personaggio bizzarro e nostalgico del suo passato. La follia, quella di cui tesseva l’elogio Erasmo da Rotterdam, la fa da protagonista in questa esilarante e nello stesso tempo profonda, commedia. Ma è proprio quella che unisce e non divide le persone perché intrisa di benevolenza e amore. Ciò che divide è l’odio, l’astio, l’indifferenza che crea un abisso di solitudine. E proprio alla fine della commedia c’è l’invito da parte dello psicoterapeuta, con la voce fuori campo, al suo paziente Galeazzo di non star mai solo perché è proprio la solitudine che genera alienazione.

Il nostro ringraziamento va, sia all’autore della commedia per gli input riflessivi, e agli attori tutti bravissimi i cui nomi sono in locandina, che al direttore artistico del Teatro degli Audaci, Flavio De Paola, che sceglie sempre dei pezzi teatrali da mandare in scena, di grande qualità.

Carlo Mafera

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