Riscoprire la cultura del limite

 Riscoprire la cultura del limite

I giovani devono imparare a non aver paura di entrare nel loro stesso nucleo per concentrarsi sulle emozioni dell’anima e sentire ciò che realmente sentono dentro senza cercarlo fuori.

 

 

Giorgio Climati su Zenit del 17 maggio scrive: “Alcuni gestori di locali chiudono gli occhi di fronte al triste mercato di morte che si consuma tra i propri clienti. Eppure, il prezzo che si paga ingerendo l’ecstasy è altissimo. Il rischio mortale è legato al possibile colpo di calore, dovuto all’eccessiva attività fisica e all’aumento critico della temperatura corporea.

L’inganno è completato dal fatto che l’ecstasy viene offerta sotto forma di pillole colorate, simili alle caramelle, con un’apparenza simpatica ed innocua. Alcune raffigurano disegni che si ispirano ai personaggi del cinema, dei fumetti e dei cartoni animati.

Il pericolo più grande è quello di diventare degli esseri non-pensanti, votati esclusivamente allo sballo e alla trasgressione. Un giovane che balla e che non pensa è più facilmente controllabile. Si può manovrare, strumentalizzare, ingozzare di spot pubblicitari. Di conseguenza, una società in cui ci si stordisce in discoteca non è più una società libera.

La migliore risposta a questo tipo di meccanismi è quella di riscoprire la cultura del limite e dell’impegno. Cultura del limite significa che è possibile divertirsi anche senza scadere nell’eccesso. Per trascorrere una serata rilassante con gli amici non è necessario fare troppo tardi, ubriacarsi o drogarsi. E’ necessario controllarsi ed imparare a gestire con intelligenza la propria libertà.

Cultura dell’impegno significa che è giusto ritagliare nella nostra vita alcune parentesi di svago. Anzi, è doveroso. Ma il divertimento non può riempire o condizionare l’intera vita di una persona. Oltre a questo, è importante non perdere mai la consapevolezza di essere cittadini del mondo.

Mentre noi ridiamo, balliamo e beviamo, da qualche altra parte della Terra potrebbe esserci qualcuno che ha bisogno di noi. Ma a volte non riusciamo ad ascoltare il suo grido, perché il volume della musica che ci circonda è troppo alto. Le luci psichedeliche sono troppo forti. Ci rendono sordi e ciechi di fronte ai disperati “S.O.S.” del nostro prossimo.

La migliore medicina per guarire queste nuove forme di solitudine indotta dev’essere quella di rompere il guscio di egoismo in cui ci troviamo. Spegnere le luci psichedeliche ed abbassare il volume della musica. Imparare a cercare l’altro. Ma cercarlo davvero. Aiutarlo, amarlo, sostenerlo, concepirlo e vederlo come un essere umano.

Siamo tutti chiamati a lasciare una traccia significativa del nostro passaggio su questa Terra. Una traccia d’amore e di luce, per illuminare la notte che spesso ci circonda.”………..

……..Il sottoscritto, spinto dalla ricerca di evitare le inutili stragi del sabato sera, scriveva quattro anni fa su questa stessa testata ( e la ripropone) una riflessione che potrebbe essere la soluzione filosofica al problema: “Il desiderio di essere sempre altrove e di incontrare l’altro è una spinta fortissima di ogni persona che vuole colmare quel senso di incompletezza dello spirito ruggente dentro ciascuno di noi (per parafrasare un po’ Ugo Foscolo). Purtroppo questa aspettativa verso l’altro e l’altrove talvolta può diventare devastante perché sembra che si faccia tutto il possibile per evitare il confronto doloroso con la nostra fondamentale solitudine, lasciandoci intrappolare dai cosiddetti “specchietti delle allodole” nei quali cadiamo inesorabilmente. Le discoteche, la musica assordante, i numerosi incontri con gli altri, la fretta di arrivare e di tornare, dopo essersi storditi con l’alcool, perché alla fine non si è incontrato nessuno e non ci si è per niente divertiti, sono i nuovi idoli su cui sacrificare tante vite umane in modo insensato e assurdo. Se si avesse invece la consapevolezza, sia pure dolorosa, della propria solitudine esistenziale, si potrebbe comprendere che questa vada elaborata e sublimata per guardare oltre i suoi confini. Infatti tale consapevolezza può essere un dono da proteggere e da difendere, perché la solitudine ci rivela un vuoto interiore, che potrebbe essere distruttivo se incompreso, ma colmo di promesse per chi riesce a tollerarne il dolore soave. Spesso siamo impazienti e vogliamo rinunciare alla solitudine cercando di superare il senso di separazione e di incompletezza mettendoci in relazione con il mondo senza riflettere e con aspettative deludenti. Vogliamo, a tutti i costi, ignorare ciò che sappiamo per conoscenza interiore e cioè che né amore, né amicizia, né uomo, né donna saranno mai in grado di soddisfare il nostro desiderio di essere liberati dalla nostra condizione solitaria. Questa realtà è tanto sconcertante da renderci propensi a fare voli pindarici, piuttosto che accettare la verità dell’esistenza.

E così speriamo che un giorno troveremo la persona che comprenderà le nostre esperienze e che porterà pace nella nostra vita irrequieta oppure il lavoro nel quale potremo dispiegare tutte le nostre potenzialità o il luogo dove ci sentiremo finalmente a nostro agio. Questa aspettativa ci indurrà a crearci pretese stancanti predisponendoci poi all’amarezza e a rovinosi sensi di ostilità. Infatti quanto prima scopriremo che niente e nessuno può corrispondere alle nostre attese. Ciò dovrebbe essere compreso dai nostri giovani che devono essere indirizzati a cercare prima dentro di se stessi prima di relazionarsi all’esterno. Devono imparare a non aver paura di entrare nel loro stesso nucleo per concentrarsi sulle emozioni dell’anima e sentire ciò che realmente sentono dentro senza cercarlo fuori. Solo scoprendo l’amore e in particolare l’Amore di Dio per noi, i giovani e non solo i giovani, sapranno donare a loro volta l’amore agli altri e liberarli perché si è stati liberati da Colui che ha un cuore più grande del nostro. Solo scoprendo gli ancoraggi e i punti fermi del loro centro interiore, i giovani non andranno ad ammazzare e a farsi ammazzare nelle stragi del sabato sera (e purtroppo di recente non solo il sabato), ma saranno in grado di incontrarsi in luoghi sani per far entrare gli altri nel vuoto creato per loro, lasciando che gli altri danzino le vere danze, che cantino le canzoni più spontanee e che comunichino con il linguaggio più semplice. E il luogo non sarà più la discoteca ma lo spazio interiore che ciascuno avrà lasciato per l’altro.”

Carlo mafera

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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