“Nozze di Rame” al Teatro degli Audaci, una commedia all’insegna di una gioiosa ed esilarante allegria. Risate a catinelle!

 

di Tiziano Lepone

Regia Enrico Vanzina

Con Tiziano Lepone, Barbara Mecucci, Alessandro Coccoli, Cristina Cristilli, Aldo Minghelli, Marco Di lotti, Giuseppe Rombolà

Dalle note di regia riprendiamo : “Cosa accadrebbe se alla vigilia dell’anniversario del decimo anno di matrimonio, due coniugi venissero a scoprire che il prete che ha celebrato il loro matrimonio, in realtà non era un prete?
È quanto accade a Gino ed Adele i quali, alla vigilia della cena organizzata per festeggiare le nozze di rame (10 anni di matrimonio), vengono sopraffatti da una notizia sconvolgente: si sono “bevuti” Don Alfio, sacerdote che alcuni anni prima aveva sposato la coppia. Dopo un primo momento nel quale i due coniugi rimangono sbigottiti, inizia una diversa conflittuale interpretazione della nuova realtà: per il marito nasce la convinzione di essere tornato celibe, libero e quindi semplice convivente, per la moglie, il matrimonio resta valido e la realtà non cambia.”

Mi venivano alla mente delle riflessioni, durante lo svolgersi della commedia. La prima riguardava la famiglia stessa : La famiglia è in se stessa una buona notizia per tutti, per la chiesa e per la società. La famiglia è una stupenda risorsa per l’umanità, in quanto amore, vita, solidarietà, fedeltà, generosità, fecondità. Ma essa è chiamata ad elaborare al suo interno tutti gli stimoli di educazione e di impegno affinché si realizzi l’immagine di Dio. La famiglia deve essere spazio in cui vivere l’uno per l’altro dove si deve realizzare la reciprocità attraverso una buona comunicazione.

La seconda considerazione riguardava l’importanza della leggerezza : raccontare temi importanti con semplicità e ironia e in questo Tiziano Lepone è stato un maestro. Infatti la lotta impari sta tra la leggerezza e la pesantezza. Tra il desiderio spasmodico dell’uomo di trascendere la forza della gravità del suo vivere con un sorriso tra le labbra e il suo permanere nel suo stato triste e malinconico. I testi comici si scrivono per scomporre la realtà e per darle quel tono lieve che di per sé non possiede. La trama del vissuto quotidiano si presta ad essere letta in tutti i sensi: dal basso verso l’alto, da sinistra a destra e viceversa. Un linguaggio simbolico e tattile per trasmettere segreti ed esprimere relazioni amorose, tracciando ideogrammi sul palmo della mano dell’ interlocutore, con cui si vuole comunicare. Questo è stato l’intento del regista Vanzina.

E ancora altre riflessioni mentre guardavo il pezzo teatrale, mi venivano in mente le considerazioni che Italo Calvino faceva sulla leggerezza: “Come la melanconia è la tristezza diventata leggera, così lo humour è il comico che ha perso la pesantezza corporea”. Viviamo in un’epoca dove regna sovrana la pesantezza, che è uno stato d’animo più nobile rispetto a quello della leggerezza. Sembra che non si possa vivere senza necessariamente il pesante fardello della tristezza. Ma il problema è un altro: come si può alleggerire la gravità della condizione umana senza sentirci in colpa? So bene che le obiezioni di coloro che sono pesanti sarebbero tante e molto di esse metterebbero in evidenza come non è proprio possibile essere leggeri quando si hanno problemi seri, in famiglia o sul lavoro, o quando alcune relazioni sono in crisi. Mi permetto di dissentire e affermare decisamente che non solo è possibile, ma, anzi, sottolineo che è proprio in quei momenti che diamo prova della nostra capacità di slancio intellettuale, emotivo, relazionale. Del resto sarebbe troppo facile essere leggeri quando tutto va bene. La leggerezza è un dono di Dio che si conquista anche con lacrime e fatica ed esige che rimettiamo in discussione l’elenco delle nostre priorità esistenziali. Essere leggeri vuol dire aver ben chiaro dove è il significato, il senso, il centro della nostra esistenza interiore, così come delle nostre attività, e avvicinarsi ad esse senza appesantirsi o appesantire gli altri.

Nel partecipare ad una rappresentazione come questa ho preso le distanze dalla cruda realtà e ho preso coscienza che la vita si può condurre solo se abbiamo in tasca una moneta decisiva: che ha, su una faccia, la leggerezza e, sull’altra, l’umorismo.

Sì, perché la leggerezza segue queste strane coordinate della vita, perché la leggerezza più che pronunciarla, si percepisce nella tattilità dei gesti, un vero e proprio tatto etico. Una tattilità forse solo in possesso dei popoli primitivi e che forse abbiamo dimenticato per sempre. Mentre guardavo la commedia mi venivano alla mente proprio queste  considerazioni che ho esposto.

Carlo mafera

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