Queenquiet, compagnia Atlantide di Diletta Brancatelli al Teatro Greco ovvero il trionfo della donna che danza.


Danza e Fede

Dalle scene coreografiche della serata del 18 ottobre chi scrive  si è ricordato di una propria vecchia pubblicazione tratta da una meditazione del vescovo di Molfetta, in odore di santità, Don Tonino Bello, che ha voluto celebrare la sublimita’ della donna che danza e che oltrepassa il muro della materialità e della razionalità. Tutto ciò riporto integralmente. Con stupore e meraviglia, auguro a tutta la compagnia di trasmettere sempre emozioni trascendenti ed estatiche all’insegna del trionfo del femminile nella danza.

Maria, donna che conosce la danza

Che Maria fosse esperta di danza sta a dircelo una parola-spia, presente nel suo vocabolario: ‘esultare’. Viene dal latino ex-saltare, che significa appunto: saltellare qua e là. Sicché, quando lei esclama: «il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore», non solo tradisce la sua straordinaria competenza musicale, ma ci fa sospettare che il Magnificat deve averlo cantato danzando.

Ho cambiato il titolo all’ultimo momento. Ma vi parlerò lo stesso di quel che avevo progettato: del rapporto, cioè, di Maria con la morte.

Che cosa c’entri la morte con la danza, ve lo voglio spiegare subito.

Mi sono messo a leggere in questi giorni un libro sulla Madonna, scritto da una nota docente di antropologia, e sono riuscito ad andare avanti, quasi fino al termine, senza turbarmi granché, quando, proprio nelle ultimissime pagine, ho colto una frase che mi è sembrata pesante come un’ingiuria: «Maria non potrà mai danzare».

O Dio: nel libro c’è di peggio, perché vengono scardinate le verità più salde che i credenti hanno sempre professato sul conto della Madonna.

Però, mentre non mi ha scandalizzato più che tanto il sorriso di sufficienza sul suo immacolato concepimento o sulla sua verginale maternità, mi ha dato invece un fastidio incredibile l’insinuazione che lei non sapesse danzare.

Mi è parso, insomma, un enorme sacrilegio. Un oltraggio alla sua umanità. Un delitto contro ciò che ce la rende più cara: l’irresistibile dolcezza comune alle figlie di Eva.

Che cosa si nasconde, infatti, sotto questa frase, se non l’affermazione che Maria non ha avuto un corpo come le altre donne, e che la sua era una femminilità per modo di dire, o, comunque, così disincarnata ed evanescente, da renderle impossibile il prolungarsi gestuale nel vortice della danza? E non vi sembra una bestemmia il solo sospetto che Maria fosse una creatura svigorita di passioni, povera di slanci, priva di calore umano, macerata solo da digiuni e astinenze, genuflessa sugli specchi frigidi delle contemplazioni, incapace di quegli struggimenti interiori che esplodono appunto nella grazia del canto e nella dilatazione corporea del ritmo?

Diletta Brancatelli

Che Maria fosse esperta di danza sta a dircelo una parola-spia, presente nel suo vocabolario: ‘esultare’. Viene dal latino ex-saltare, che significa appunto: saltellare qua e là. Sicché, quando lei esclama: «il mio spirito esulta in Dio, mio salvatore», non solo tradisce la sua straordinaria competenza musicale, ma ci fa sospettare che il Magnificat deve averlo cantato danzando.

Qualcuno forse si chiederà perché mai mi sia tanto ostinato a sottolineare questa particolare attitudine ‘artistica’ di Maria. La risposta è semplice: non può sostenere la morte chi non sa sostenere la danza!

Dire, perciò, che Maria non potrà mai danzare, significa ritenerla estranea a ciò che morte e danza hanno in comune: l’affanno del respiro, lo spasimo dell’ agonia, la contrazione dolorosa del corpo.

Significa svuotare di valore salvifico la sofferenza della Madonna, e ridurre il mistero dell’ Addolorata, nonostante le sette spade confitte nel cuore, a uno spettacolo appariscente, allestito da Dio per funzionali ragioni scenografiche.

Significa considerarla partner impassibile di un Altro, esperto pure lui di danza, che però Isaia chiama «Uomo dei dolori che ben conosce il patire».

Significa, insomma, radiare Maria dallo scenario del Venerdì santo, sul quale recita da protagonista, accanto a Gesù, il dramma dell’umana redenzione giunto ormai alle ultime battute.

Santa Maria, donna che ben conosci la danza, ma anche donna che ben conosci il patire, intenta, già sotto la croce, a come trasporre nei ritmi della festa i rantoli di tuo figlio, aiutaci a comprendere che il dolore non è l’ultima spiaggia dell’uomo. È solo il vestibolo obbligato da cui si passa per deporre i bagagli: non si danza col guardaroba in mano!

Noi non osiamo chiederti né il dono dell’anestesia, né l’esenzione dalle tasse dell’ amarezza. Ti preghiamo solo che, nel momento della prova, ci preservi dal pianto dei disperati.

Santa Maria, donna che ben conosci la danza, se ti imploriamo di starci vicino «nell’ora della nostra morte corporale» è perché sappiamo che tu, la morte, l’hai sperimentata davvero.

Non tanto quella tua: quella l’hai ‘vissuta’ per poco, poiché essa ha fermato le tue membra per pochi attimi appena, prima dell’ultimo leggerissimo slancio verso il Cielo. Ma la morte assurda, violenta, di tuo figlio.

Ti supplichiamo: rinnova per noi, nell’attimo supremo, la tenerezza che usasti per Gesù, quando «da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio si fece gran buio su tutta la terra». In quelle ore tenebrose, disturbate solo dai rantoli del condannato, forse danzasti attorno alla croce i tuoi lamenti di madre, implorando il ritorno del sole.

Ebbene, donna dell’ eclisse totale, ripeti la danza attorno alle croci dei tuoi figli. Se ci sei tu, la luce non tarderà a spuntare. E anche il patibolo più tragico fiorirà come un albero in primavera. Santa Maria, donna che ben conosci la danza, facci capire che la festa è l’ultima vocazione dell’uomo.

Accresci, pertanto, le nostre riserve di coraggio.

Raddoppia le nostre provviste di amore.

Alimentaci le lampade della speranza.

E fa’ che, nelle frequenti carestie di felicità che contrassegnano i nostri giorni, non smettiamo di attendere con fede colui che verrà finalmente a «mutare il lamento in danza e la veste di sacco in abito di gioia.

Inoltre a beneficio dei lettori del blog San Paolino’s Voice desidero citare il meraviglioso studio di Clara Sinibaldi che racconta, a proposito sempre del rapporto stretto tra Danza e Fede, la straordinaria esperienza di vita di Mireille Negre, ballerina e vergine consacrata a Dio.

Ecco il link

https://danzaericerca.unibo.it/article/view/1621/996

pubblicazione a cura di Carlo Mafera

rimovibile

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Autore: carlomafera

Mafera Carlo Nasce a Milazzo (ME) il 7 giugno del 1957, è laureato in scienze politiche con indirizzo storico. Vive a Roma, è impiegato presso un Ente Pubblico. Carlo è giornalista della Free Lance International Press. Ha frequentato il corso di giornalismo alla Luiss di Roma (biennale 1988-89), ed il corso di aggiornamento per giornalisti presso la Pontificia Università della Santa Croce, nel 2009. Ha anche partecipato alla scuola di teologia per laici "Ecclesia Mater" collegata all'Università Lateranense dal 2004 al 2007. Ha collaborato con LaPerfettaLetizia quotidiano cattolico on line.

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