L’Eneide di Virgilio: la fatica della civiltà. Prima conferenza del prof. Guido Sacchi nel ciclo “Perché leggere i classici?”, tenuta presso L’Areopago il 9 maggio 2003

L’Eneide di Virgilio

Dunque Publio Virgilio Marone, ha tre nomi come tutti gli antichi romani, lo chiameremo Virgilio. Publio Virgilio Marone nasce a Mantova nel 70 a.C., la prima domanda che ci facciamo, quindi, è cercare di capire che cosa succedeva quando Virgilio andava a scuola, quando diventava grande e quando cominciava a scrivere, quindi nel 70, nel 50, nel 40 a. C. Succedevano delle cose molto brutte a Roma, ossia Roma era ancora una repubblica, lo era da circa cinque secoli, ma una repubblica sempre più in crisi, perchè? Perchè le istituzioni di questa repubblica erano state pensate quando Roma era piccola così, c’aveva Ostia, c’aveva Vejo, c’aveva Albalonga da governare. Ma nel primo secolo a. C., quando vive Virgilio, Roma è padrona di tutto il Mediterraneo, direttamente o indirettamente, cioè, sostanzialmente di tutto il mondo conosciuto. E’ padrona della Grecia, dell’Africa settentrionale, dell’Asia Minore, non ha l’Egitto, ma è come se ce l’avesse, della Gallia, naturalmente, Asterix e via discorrendo. Questo significa però che è molto difficile governare il mondo con le istituzioni fatte per una cittadina. Questo vuol dire per esempio che se Gneo Pompeo va, conquista la Siria e torna facendo il trionfo a Roma, e in questo trionfo porta in Senato, su un piatto d’argento, la provincia di Siria, che significa un sacco di soldi e lui l’ha conquistata tutto da solo, beh voi capite che Gneo Pompeo fa il trionfo, si rimette a sedere fra i suoi colleghi senatori, però permettete che ha un’importanza diversa dai suoi colleghi senatori che stavano a Roma a girarsi i pollici?
Questo è in soldoni il problema delle grandi personalità, che diventano sempre più un problema, sono sempre meno gestibili a Roma, cioè riscappa fuori in ogni momento il pericolo che a qualcuno non gli salti in testa di diventare re, cosa che i romani assolutamente non possono sentire neanche nominare. E’ fatale che ad un certo punto comincia un periodo di guerre civili, molto brutto: prima Mario e Silla, poi Cesare e Pompeo. Cesare ha preso la Gallia, Pompeo ha preso un sacco di altra roba e si scontrano. Vince Cesare, il quale diventa dittatore a vita: Cesare non è il primo imperatore, era dittatore a vita e essere dittatore era una carica regolare, cioè era una carica che dava il Senato a certi personaggi, solo che lui era a vita. Lo ammazzano. Seconda guerra civile, prima contro chi ammazza Cesare poi fra i due suoi eredi designati, cioè il suo generale Marcantonio e suo nipote e figlio adottivo, cioè Gaio Giulio Cesare Ottaviano, perchè era figlio della sorella Ottavia. Marcantonio commette un errore, cioè si allea con Cleopatra, regina d’Egitto, e quindi Ottaviano ha buon gioco a presentare Marcantonio come un traditore e come un alleato dei barbari, e quindi tutto il Senato, tutta la classe dirigente romana si mette con lui. C’è una grande battaglia che cambia la storia di Roma, la battaglia di Azio nel 31 a. C., vicino alla Grecia, in cui Ottaviano vince, Cleopatra si ammazza con i serpentelli, Marcantonio muore e Ottaviano rimane il padrone di Roma, in più Roma ha anche l’Egitto che scusate se è poco.
Augusto, scusate, Ottaviano a cui poi verrà dato il titolo onorifico di Augusto, che significa più o meno “colui che accresce e che fa diventare potente Roma”, non è imperatore neanche lui. Se voi aveste chiesto ad un romano “chi è Augusto?”, lui avrebbe detto: è il Principe. Che vuol dire? Questa cosa è importante perchè la furbata di Augusto sta nell’aver cambiato il meccanismo del potere senza cambiare le istituzioni. Cioè lui non fa altro che riunire in sè una serie enorme di cariche istituzionali: per esempio lui si prende la carica di censore a vita; il censore era un magistrato che aveva il compito di vigilare sulla moralità pubblica, e lui era censore a vita. Questo vuol dire che lui poteva dire come bisognava comportarsi a Roma, non solo, ma che se i signori senatori facevano qualche scappatella o si scopriva qualche scandaletto, il censore aveva l’obbligo e il compito di prendere il senatore e di buttarlo fuori dal Senato a calci. Ora non era detto che le scappatelle fossero vere per buttare fuori i senatori dal Senato. Chi aveva la carica di censore a vita poteva farlo. Quindi Augusto è uno che sfruttando nient’altro che le istituzioni della repubblica diventa il padrone di Roma. Non solo, ma che cosa dà in cambio ai romani? La pace, la pax augusta , fine delle guerre civili e inizio di un lungo periodo di pace e prosperità, celebrato da uno dei monumenti più belli di Roma antica, cioè l’Ara Pacis Augustae, l’Ara della Pace Augusta. L’Ara Pacis.
Questa è la situazione quando Virgilio comincia a scrivere. Virgilio studia a Napoli, deve essere passato per la Villa dei Papiri di Ercolano, più o meno, perchè per quello che ne sappiamo potrebbe aver conosciuto il filosofo epicureo che ha insegnato anche lì, e ad un certo punto fa l’incontro decisivo della sua vita: incontra Mecenate. Questo Mecenate era un signore, era un nobile , un aristocratico, però di origini etrusche ed era un amico, diciamo era l’amico del cuore di Augusto, ma era un altro furbone, cioè era uno che non aveva mai voluto una carica pubblica, nessuna. Lui non era nessuno: era l’amico di Augusto, ma in questa veste lui mette insieme, fa il talent scout, e mette insieme intorno a sè un gruppo che è impressionante, perchè intorno a Mecenate girano una serie di geni, la cui grandezza, il cui numero non si era mai più visto dai tempi dell’Atene di Pericle. Nel giro di quaranta anni a Roma escono una serie di capolavori da rimanere a bocca aperta. Mecenate prende questi, gli dà di che vivere, li introduce all’amicizia con Augusto, fa da mediatore fra gli intellettuali e il principe e in questo modo che risultato ha, che gli intellettuali, che fanno? Lodano Augusto, in continuazione e voi capite, in una situazione in cui, non è che Augusto fosse imperatore perchè aveva la corona in testa e quindi nessuno poteva dirgli niente, Augusto era un magistrato come tutti gli altri, c’erano i senatori che avevano il diritto in Senato di pronunciare delle orazioni contro di lui, perchè Roma formalmente era una repubblica, in questa situazione il consenso di tutti quanti, soprattutto di chi contava, era molto importante e questo si faceva anche con le opere letterarie. Quaranta opere letterarie che cantano le lodi di Augusto qualcosa vorranno dire.
Virgilio si fa conoscere con un’opera piccolina, sono dieci componimenti e si chiamano Le Bucoliche, di una bellezza incomparabile. Sono dei componimenti in cui i protagonisti sono dei pastori, fintissimi, che cantano, invece di badare alle pecore, cantano e lodano Augusto. Dopodichè compone le Georgiche, che sono un poema che vorrebbe insegnare a coltivare i campi. Finto. Lo scopo di questo poema è scrivere dei versi e lodare Augusto. A questo punto Augusto gli dice: “Virgilio mio, tu capisci, sei il poeta più grande di Roma, è ora che tu mi scrivi il poema classico di cui tutti noi abbiamo bisogno, un poema nazionale, a noi serve un poema che racconti la storia di Roma, e per favore anche la storia mia!” Ora Roma viveva in questo periodo con un enorme complesso di inferiorità, aveva sempre vissuto ma in questo periodo ancor di più, nei confronti della cultura greca. La frase celebre che si cita sempre e che è una frase di Orazio, amico di Virgilio ed altro enorme poeta di questo periodo è “Graecia capta (la Grecia catturata, conquistata) ferum victorem cepit (conquistò il vincitore selvaggio, burino diremmo noi)”. Cioè i greci benchè conquistati e inferiori politicamente, militarmente, erano enormemente superiori dal punto di vista culturale. A Roma non c’era un Eschilo, non c’era un Euripide e non c’era un Platone, non c’era un Demostene. Già Cicerone ci aveva pensato e aveva provato a fare qualcosa da par suo. Però mancava un’opera veramente indiscutibile e allora ci si mette Virgilio. Naturalmente, devo scrivere un poema, devo scrivere un poema epico, con chi me la prendo? Con Omero. Cioè lo scopo è rifare i poemi omerici romani. E nasce l’Eneide. L’Eneide quindi è un libro attesissimo, mentre Virgilio la scriveva; Virgilio muore nel 19, non la finisce, tanto è vero che se voi sfogliate il testo latino vedete dei versi fatti a metà, che Virgilio doveva proprio completare e aveva ordinato ai suoi amici “Bruciatela!”, Augusto ha detto “Non vi azzardate, la date a me ed io la pubblico così com’è!”. L’Eneide era attesa e viene da subito riconosciuta come il classico che tutti desideravano, diventa quindi immediatamente un’opera indiscutibile, perfetta, in cui tutta Roma si riconosce e riconosce la propria storia, vedremo perchè.
Come è fatta l’Eneide? Brevissimo riassunto: a monte c’è la storia della guerra di Troia. Allora non stiamo a raccontare tutta la storia della guerra di Troia: c’è questa guerra, i greci vogliono prendere Troia, perchè Paride, che è figlio del re di Troia che è Priamo, ha rapito Elena che è la moglie di Menelao che è un re greco. Dieci anni di guerra, niente, alla fine Ettore, che è il guerriero più forte dei troiani, figlio di Priamo, viene ammazzato da Achille che è il guerriero più forte fra i greci. A questo punto Troia è senza più difensori, c’è lo stratagemma del cavallo e con questa finzione, con questa brutta invenzione i greci riescono a penetrare dentro Troia e a fare un’orrenda strage. Poi se ne tornano a casa e fanno tutti una brutta fine: Ulisse, Agamennone ammazzato dalla moglie, per carità, tutte brutte fini, però scappa anche un troiano il quale è Enea, si porta dietro il babbo Anchise e il figlioletto Ascanio, non la moglie perchè provvidenzialmente gli muore nell’incendio di Troia. A questo punto cominciano tutte le peregrinazioni di Enea, che ricalcano, guarda caso, in parte le peregrinazioni di Ulisse. Andiamo per ordine: come si apre l’Eneide? C’è un proemio iniziale ed Enea arriva sulle coste della Tunisia, diremmo noi, dove trova una signora che si chiama Didone, che sta fondando una città che si chiama Cartagine. Didone, regina di Cartagine, lo ospita, bello com’è Enea se ne innamora e gli chiede “Raccontaci la tua storia”. Enea racconterà, nel secondo e nel terzo libro dell’Eneide, prima la caduta di Troia e poi i suoi viaggi. Questi viaggi, vi dicevo, ripercorrono in parte quelli di Ulisse, cioè ad un certo punto Enea incontra Polifemo ancora incavolato per la storia di Ulisse che l’ha accecato. Dopodichè però, finito questo racconto, c’è una storia d’amore fra Enea e Didone, storia d’amore che andrà a finire male, vedremo più avanti perchè, Enea deve ripartire, Didone si ammazza, Enea riparte perchè sa, tutti glielo dicono, e tutti chi? tutti gli dei, glielo dice Giove, glielo dice Mercurio, glielo dice la mamma che è Venere, che lui deve arrivare in Italia, perchè lì i suoi discendenti fonderanno Roma e perchè lì suo figlio cambierà nome, si chiamerà Julo, Julio, Julo e da lì nascerà una famiglia a caso, cioè la gens Giulia che è quella di Cesare e di Ottaviano.
Alla fine arrivano in Italia, Enea tanto per avere un’ idea più chiara, scende agli inferi, guidato dalla Sibilla Cumana , e vede il padre Anchise nel frattempo è morto, quindi sta agli inferi, lo accoglie agli inferi, e gli dice “Enea, guarda qui queste anime che andranno sulla terra nel futuro, tutte queste sono la storia di Roma, quindi tu ti rendi conto che ti devi sbrigare, devi andare, fondare questa città, perchè questo è il meraviglioso futuro di Roma”.
Le cose non sono così semplici, perchè non è che l’Italia è vuota, ci sono gli italici e gli italici non hanno nessunissima intenzione di accogliere i troiani e di fargli fare quello che vogliono. Scoppia quindi una guerra, Enea si allea diciamo con gli etruschi e dall’altra parte ci sono i latini che hanno il loro eroe in Turno. L’oggetto della contesa è ancora una volta una donna, Lavinia, che è la promessa sposa di Turno però quando arriva Enea il padre la ripromette ad Enea. Lotte, lotte a non finire, muore un sacco di gente, terribili dolori da una parte e dall’altra, alla fine duello risolutivo finale fra Enea e Turno, ovviamente muore Turno. L’Eneide si conclude all’ultimo verso con l’anima di Turno che fugge indignata fra le ombre. Basta, non sappiamo come andrà a finire la storia, ma se non lo abbiamo capito fino a questo punto, siamo cretini.
Voi capite da questo riassunto che l’Eneide è fatta così, sono sei libri più sei libri: sei libri di Odissea e sei libri di Iliade, ed ecco trovata la soluzione. In un poema che è lungo un quarto dell’Iliade e dell’Odissea messi insieme, Virgilio ha rifatto tutti e due i poemi omerici ed ha creato un poema nazionale che sta alla pari con l’Iliade e con l’Odissea.
Vi presento il primo brano: naturalmente io, nella presentazione dei brani, cerco di dire non solo che cosa ascolteremo ma anche perchè abbiamo scelto questi brani, e sono testi che vorrebbero far capire, dovrebbero essere significativi e permettere di capire un po’ il senso di tutta l’opera . I due libri più belli dell’Eneide sono il secondo e il quarto, i due brani che leggeremo sono dal secondo e dal quarto. Il primo brano è tratto dal secondo libro che è quello del racconto fatto da Enea alla cena di Didone della ultima notte di Troia. Allora la cosa più impressionante di questo racconto, è un libro proprio angosciante, spaventoso da questo punto di vista, è lo scatenamento della violenza, cioè quello a cui noi assistiamo, non solo l’inganno del cavallo, ecc. è da un lato la scemenza dei troiani che non si rendono conto di niente, sono accecati, perchè è arrivata l’ultima ora di Troia, gli dei vogliono che Troia finisca, cada e quindi loro, non so, il cavallo salendo a Troia, si muove e dentro tintinnano le armi dei guerrieri, nessuno sente niente. Enea raccontando fa notare questa cosa, perchè lui a posteriori se ne è reso conto. Dall’altra noi assistiamo ad un massacro, ad un massacro, ci vengono raccontate una serie di scene di mattanza e più i personaggi sono noti, conosciuti, venerabili, e più questa cosa è impressionante, sconvolgente. Allora la domanda è: ma perchè Virgilio deve perdere un libro di dodici, che è tanto, del suo poema per raccontarci la fine di Troia che tutto sommato è un antefatto, e con questo enorme scatenamento di violenza? Perchè? La risposta è: anzitutto che Enea, troiano scamperà a questa strage, e che Roma è la discendente di Troia. Allora la storia di Roma sarà una specie di rivincita dei troiani sui greci, e noi ci ricordiamo che dietro c’è quel complesso di inferiorità della cultura latina nei confronti di quella greca. Allora, primo punto, bisogna chiarire bene la storia di Troia e quello che hanno fatto i greci ai troiani. Secondo, però c’è un altri discorso: Enea parte da Troia con la coda fra le gambe, vinto, sconfitto, senza una casa, con i tetti in fiamme alle sue spalle, con il padre a cavacecio e con le statue dei Penati sotto braccio, alla ricerca di una terra che non sa qual’è, quindi in una situazione di miseria, però diventerà il vincitore in Italia, diventerà colui che può mettere un piede sulla testa di Turno ed ammazzarlo. Enea sarà vincitore, ma è stato vinto in questo modo e i greci a loro volta sono stati vincitori, ma sono stati vinti in altre situazioni.
Virgilio tende sempre a mostrare le due facce della medaglia, non c’è mai uno che ha ragione ed uno che ha torto in Virgilio, uno che vince sempre e uno che perde sempre; chi vince perderà in altre occasioni, o ha perso in altre occasioni, e chi perde è lo stesso, il che vuol dire però che vincere e perdere sono azioni che si fanno con consapevolezze diverse, gli sconfitti meritano sempre la nostra pietà. Voi capite che in un poema nato per celebrare la gloria di Roma, perchè l’Eneide è nata per questo, questa è già una scelta niente male, perchè vuol dire che Virgilio non si rassegna a celebrare solo la gloria di Roma, vuole celebrare la gloria di Roma, però, però farci vedere anche qualcos’altro. La fine di Troia è una macchia nel passato di Enea, è un dolore grandissimo che lui si porta dietro, che lui deve riscattare, però è la sua sconfitta iniziale, allora perchè raccontarla? Perchè Enea è anche colui che ha sofferto, per fondare Roma bisognava che Troia finisse in quel modo orrendo che noi ascolteremo. La scena che leggeremo è forse la più sconcertante, cioè quella in cui, ricordate alla fine dell’Iliade, morto Ettore, Priamo, il vecchio re, si reca da Achille, colui che ha ammazzato il figlio, e gli chiede per piacere se gli ridà il corpo del figlio ed Achille ha pietà di lui, si abbracciano e gli ridà il corpo di Ettore. Stavolta Achille è morto (quando cade Troia anche Achille è morto nel frattempo), il figlio di Achille, Pirro, si ritrova davanti Priamo, prima gli ammazza un figlio davanti e poi ammazzerà anche lui non mostrando più la pietà che aveva mostrato suo padre, anzi insultandolo. A questo punto io lascio la parola ad Angiola Baggi.

Lettura dell’attrice Angiola Baggi
Eneide., libro II, vv. 431-568: traduzione di Rosa Calzecchi Onesti, Torino, Einaudi

Questo è un brano che tutte le volte che lo leggo o lo sento leggere sono sempre sulla soglia delle lacrime, è veramente un capolavoro incredibile! E però vi sarete resi conto che è quello che vi dicevo: è uno scatenamento di violenza che forse nemmeno ci aspetteremmo da un autore che noi consideriamo così classico, così perfetto, così olimpico, invece Priamo che scivola nel sangue del figlio giovane gli è stato sgozzato sotto gli occhi, insomma è una scena niente male.
Adesso io vorrei direttamente presentarvi la seconda lettura, perchè il brano tratto dal quarto libro è davvero uno snodo talmente importante in tutta l’opera che se noi capiamo bene qual’è il significato di questo brano abbiamo buone speranze di aver capito l’Eneide. Di che cosa si tratta? Enea e Didone si sono innamorati reciprocamente, e si sono sposati. Quindi Enea che già era naufrago, non sapeva dove andare perchè ancora non aveva ben idea di quale fosse la sua destinazione finale, se ne sta tranquillo a Cartagine e fa il principe consorte, felice, innamorato e tranquillo. A questo punto intervengono gli dei, non un dio così, il padre degli dei, Giove, che ha a cuore non tanto la vita di Enea, quanto tutto quello di cui sarà padre, cioè Roma. Giove vede questa situazione e dice “Così non va” e incarica Mercurio, il suo messaggero, di scendere da Enea e di rimproverarlo. Mercurio scende da Enea e gli dice “Enea, tu stai dimenticando i tuoi doveri, e quali sono questi doveri? Non di stare qui a darti buon tempo con Didone, ma di recarti in Italia e di pensare al futuro di questa nuova Troia che dovrà sorgere in Italia.” Questo è il volere degli dei. Allora Enea non è un eroe tipo Achille, diciamo tutto d’un pezzo, Enea è dispiaciuto, da una parte è spaventato di questo rimprovero che gli viene direttamente da Giove, secondo, lui con Didone ci sta bene, la ama, lui per quel che ne capiamo, da quel che ci dice Virgilio, poteva aver pensato di aver finito il suo viaggio e di restare lì per sempre insieme alla donna di cui si era innamorato. Ma Enea è Enea, è il pius Aeneas, cioè colui che prima di tutto rispetta la volontà degli dei e quindi mette tra parentesi i suoi desideri personali, prende e parte. Cerca di non farglielo sapere, naturalmente lei se ne accorge e gli fa una scenata. Lui risponde con la verità “Guarda, Didone, a me dispiace ma questa è la volontà degli dei!” Didone risponde ancora più infuriata, che a lei della volontà degli dei non gliene importa niente, anzi non ci crede. Didone risponde in un modo ironico, dicendo “Ma figuriamoci se gli dei stanno a pensare a te e a quello che devi fare! Gli dei se ne stanno tranquilli in cielo e pensano ai fatti loro”. Questo era più o meno quello che dicevano i filosofi epicurei , (Virgilio era stato epicureo in gioventù), non lo era più a questa data, i quali dicevano che gli dei facevano i fatti loro, invece no, gli dei hanno a cuore le sorti degli uomini, guidano la storia.
Naturalmente la scenata di Didone non ferma Enea, che parte, e Didone, dopo essersi infuriata come possono le donne abbandonate, si ammazza. Ci sarà un epilogo ancora più tremendo di questa storia, nel sesto libro quando Virgilio scende agli inferi, dove incontra Didone e le richiede perdono di averla fatta morire in quel modo, ma Didone, che è tornata e si è ricongiunta al suo primo marito che era morto, è come se dicesse “Lui sì che mi amava veramente!”, non gli risponde, gli passa davanti senza dirgli una parola. Che è una scena agghiacciante.
Allora la storia d’amore di Enea e Didone non è solo una storia d’amore. Nei poemi epici non è normale che ci siano le storie d’amore, questo tanto per chiarire, e non è normale che siano così importanti, perchè qui veramente, come dire, cambia la storia. Da una parte sicuramente hanno ragione gli dei, perchè il futuro lo dimostra, Enea andrà in Italia e effettivamente si realizzerà quello che loro hanno promesso. Però ha ragione pure Didone, questo è il problema centrale. Cioè noi lettori dell’Eneide, questo Virgilio lo sapeva, questo è tutto calcolo di chi scrive, noi lettori da una parte ci dobbiamo mettere dalla parte di Giove, perchè è Giove, e Giove non si discute, noi lettori romani. Però noi lettori, che leggiamo i lamenti di Didone, leggiamo del suo suicidio e leggiamo anche del dolore di Enea che se ne va, beh ci commuoviamo e questo non è previsto. In un poema in cui conta soltanto la volontà degli dei e la provvidenza che guida la storia di Roma, noi ce ne dovremmo fregare di quello che fa Didone, invece no, Didone soffre e noi soffriamo con lei.
Allora, dietro questa storia c’è appunto il fine, lo scopo, del poema che è quello che dicevo prima scherzando sull’invito di Augusto a Virgilio a scrivere, che è quello di fare una specie di filosofia della storia. Perchè Roma è così potente? Perchè Roma domina il mondo? Risposta: perchè lo vogliono gli dei. E’ la risposta più semplice, ma bisogna dimostrarla. Virgilio a suo modo ci riesce, incominciando dall’inizio, dimostrando che tutta la storia che ha portato alla fondazione di Roma è stata guidata passo passo dagli interventi degli dei. Ad un certo punto nel sesto libro, quello stesso in cui Enea incontra Didone, vi dicevo incontra anche Anchise, il padre. Il padre gli mostra il futuro di Roma, e ad un certo punto gli dice, un gruppetto di versi molto famosi e molto importanti, che sono un po’ il messaggio politico dell’Eneide, lui gli dice “Questo è il futuro di Roma, mettitelo in testa. Lascia che gli altri popoli pensino a trovare le cause delle cose, perchè si muovono le stelle, lascia che siano bravi a fare le statue di bronzo, tu romano, ricordati di fare queste cose: portare la pace nel mondo, imporre delle regole a questa pace”, e poi il verso famoso “Parcere subiectis et debellare superbos” (risparmiare, avere pietà di chi si sottomette e sterminare i superbi, chi ti resiste). Allora, questo che vuol dire? La prima parte: lascia che siano gli altri popoli…, è lo schiaffo morale ai greci, cioè “lascia che i greci abbiano Platone, Fidia, Prassitele, ecc. tu pensa a queste cose; il tuo compito storico, romano, è questo qui.”. E qual’è? E’ quello di conquistare il mondo. Ma voi capite che questa è una teologia dell’imperialismo: cioè l’impero romano non poteva ricevere che una fondazione migliore. Tanto è vero che pochi decenni dopo, quando gli intellettuali romani cominciavano ad essere sempre meno contenti che ci fosse un impero, ci fu chi scrisse un poema contro l’Eneide, per dimostrare che l’impero di Roma non era guidato dagli dei manco per niente, ma anzi era guidato da potenze infernali, demoniache, cattivissime. La soluzione di Virgilio però è quella che prevale sempre.
Se però noi avessimo solo questo nell’Eneide, l’Eneide non sarebbe l’Eneide ma sarebbe una specie di pamphlet politico, sarebbe un comunicato di Bush. Invece Virgilio ci mostra sempre appunto il rovescio della medaglia ed è per questo che il poema è così grande. Virgilio come dire non si vende l’anima ad Augusto, questo è molto importante da dire, di solito si dice sempre “Sì ma questi sono poeti cortigiani!”. Questa è un’espressione stupida, perchè i poeti sono stati cortigiani fino alla metà dell’800 e vorrei sapere chi al posto loro avrebbe fatto diversamente, questi dovevano pur mangiare in qualche modo. Allora se trovavano qualcuno che gli dava da mangiare e loro intanto potevano scrivere, beh tanto di guadagnato. In più Virgilio aveva motivi di riconoscenza personale per Augusto, perchè dalla pace di Augusto lui aveva per esempio riacquistato le terre della sua famiglia che gli erano state confiscate durante la guerra civile. Quindi, per dire che il legame che c’era fra i due era sincero. Virgilio non è uno stipendiato che più viene pagato e più loda, questo sarebbe sciocco pensarlo. In ogni caso Virgilio non è nemmeno uno che celebra le glorie di Roma e basta. Virgilio celebra le glorie di Roma ma insieme ci mostra che queste glorie, che questi successi, questo impero, pagano un prezzo e questo prezzo sono le morti, sono i dolori, sono il suicidio di Didone, sono il dolore di Enea che se ne deve andare, sono tutte queste ferite sanguinanti. E’ giusto fondare Roma, è voluto dagli dei, è il compito storico dei romani e così via, ma ricordiamoci sempre, (per questo che avevo pensato come sottotitolo di questo incontro “La fatica della civiltà”) che per fare queste cose grandi, che Virgilio non discute, perchè Virgilio non è un no-global, uno che non crede all’impero romano e non crede alla missione storica di Roma, ci mancherebbe altro, Virgilio che ne è il profeta, ne è il profeta convinto. Quindi Virgilio, che crede nell’Impero Romano, crede veramente che Giove abbia voluto questa missione storica di Roma, però ci dice contemporaneamente “Cari ragazzi, ricordiamoci sempre che contemporaneamente queste cose si pagano” cioè non passano senza lacrime e sangue.
Da una parte quindi noi abbiamo l’epica, dall’altra il sentimento, che è la grande novità che Virgilio introduce e che è la cifra specifica del suo poema, ci sono un sacco di morti commoventi nell’Eneide. Nell’Iliade si ammazza con molta più facilità d’animo, diciamo.
Vi voglio proporre, per concludere, (il brano che noi leggeremo è precisamente questo, che noi leggeremo, anzi che leggerà Angiola Baggi, è questo dell’invito di Mercurio ad Enea e del dialogo con Didone). Volevo proporvi per concludere un parallelo che vi sembrerà forse pazzesco ma secondo me non lo è: Virgilio capisce nel primo secolo avanti Cristo, una cosa che avrebbe dimostrato con altri strumenti ed in altro modo Sigmund Freud, nel 1929. Nel ’29 Freud scrive un saggio, ma in realtà queste cose si trovano un po’ dappertutto nella sua opera, che si intitola “Il disagio della civiltà” e cerca di rispondere a questa domanda: noi abbiamo una società moderna molto progredita, tecnologia, un sacco di belle cose, però stiamo male, siamo stressati, siamo pieni di nevrosi, così, com’è, come mai? La risposta che si dà Freud è che l’uomo di per sè non è che, come dire, nasce in società con gli altri uomini, l’uomo vorrebbe, l’uomo quando è bambino e quando è primitivo, diciamo, pensa solo a se stesso, è nel regno del cosiddetto “principio di piacere”, quindi vuole quello che lo fa star bene. Ad un certo punto però le cose che gli stanno intorno e gli altri che gli stanno intorno, la mamma per esempio che non sta sempre lì a dargli il seno per allattarlo, come lui vorrebbe magari, gli insegnano che non c’è soltanto il “principio di piacere”, ma c’è anche il “principio di realtà”, che le cose possono essere diverse da come uno le vuole. Allora questo vuol dire che ad un certo punto l’uomo impara che deve rinunciare a delle cose: deve rinunciare quindi a lasciare libero sfogo ai suoi desideri sessuali, per esempio, e quindi una serie di tabù sessuali vanno a delimitare quello che l’uomo può fare e non può fare, e che non può ammazzare chi gli capita a tiro. Una serie di tabù che riguardano l’aggressività dell’uomo: questa serie di divieti fanno la civiltà. Non c’è civiltà senza queste cose: non è che l’uomo starebbe meglio se non avesse questi divieti; non è che Freud è un celebratore dello stato di natura, anzi lo dimostra, che lo stato di natura è uno stato animale, uno stato ferino, o quasi, quindi la civiltà è una bellissima cosa, però ricordiamoci sempre che per avere la civiltà noi dobbiamo rinunciare al paradiso perduto, al mondo in cui noi facevamo quello che ci pareva. Questa, che è una grande verità, in realtà Virgilio, come dire, la scopre nel suo piccolo o nel suo grande nella storia di Roma, e la dimostra fra le altre cose con la storia d’amore di Enea e Didone, che va a finir male perchè, purtroppo, per fare le cose grandi nella storia bisogna che qualcuno stia male e soffra.
Io qui finisco e ascoltiamo di nuovo Angiola Baggi.

Lettura dell’attrice Angiola Baggi
Eneide., libro IV, vv. 259-392.

pubblicazione autorizzata dalla redazione de Gliscritti.it a cura di Carlo Mafera

rimovibile a richiesta

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