Ritrovare la propria identita’

«Ravviva il dono che è in te» (2 Tim 1,6) (Piera Grignolo)

Pubblicato da Fausto Ferrari con il  link http://dimensionesperanza.it/aree/spiritualita/psicologia-e-spiritualita/item/7603-ravviva-il-dono-che-è-in-te-2-tim-16-piera-grignolo.html su DS e pubblicato su SPV a cura di carlo mafera

«Ravviva il dono che è in te» (2 Tim 1,6) (Piera Grignolo)

Per iniziare un cammino di riappropriazione della propria vita e della propria scelta vocazionale è necessario fermarsi, guardarsi dentro, iniziare un viaggio nella vita interiore per cogliere la realtà profonda e per riprendere slancio e vigore.

«Seconda metà dell’esistenza:
senso e fecondità di una vita religiosa ritrovata»

Il tema proposto è suggestivo e ricco di interesse, perché tocca un concreto aspetto della realtà che stiamo vivendo – essere dono – e mi auguro che in ogni persona ci sia il desiderio di viverlo al meglio.

Ritengo che il punto di partenza, per poter raggiungere l’obiettivo, sia quello di aiutare ogni persona e ogni comunità a ritrovare la propria identità di donne/uomini, che hanno donato la loro vita a Cristo, per annunciare la volontà di Dio nel presente e nella situazione odierna, là dove ciascuno vive ed opera.

Siamo tutti consapevoli dell’importanza di avere il coraggio di trasformarsi, di cambiare, poiché viviamo in una situazione di smarrimento, di erranza, di incertezza, per cui diventa necessario ripensare l’intero impianto educativo-formativo sia per i giovani, sia per le persona di terza-quarta età.

Per iniziare un cammino di riappropriazione della propria vita e della propria scelta vocazionale è necessario fermarsi, guardarsi dentro, iniziare un viaggio nella vita interiore per cogliere la realtà profonda e per riprendere slancio e vigore.

Per tutti arriva il momento di lasciare le responsabilità e le situazioni di “potere” e di riconoscimento: se a parole si dice “finalmente”, nel profondo si sperimenta la difficoltà di accettare che le persone della comunità facciano riferimento ad altri. È duro perdere il controllo delle situazioni e delle persone, accettare l’esperienza di morte rappresentata dalla fine di attività spesso frenetiche attraverso cui si dimostrava il proprio valore e la propria importanza.

Questo fatto crea un senso di vuoto, di abbandono e di tristezza. A volte si vivono momenti di aggressività e di collera, perché ci si sente messi da parte, sminuiti, poco riconosciuti e si diventa vittime dei nostri bisogni inconsci di centralità, di egoismo ed egocentrismo, di essere stimati, dimenticando di essere persone donate a Dio sempre, anche nei momenti di lutto e di cambiamento.

Nella terza età le forze calano, la salute è compromessa, la memoria si indebolisce: si è meno capaci di gestire i conflitti, si perdono gli amici ecc….

A volte ci si identifica ancora con le immagini archetipe, per esempio con l’immagine del salvatore e del soccorritore: si proiettano sugli altri i propri bisogni di essere soccorsi e salvati. È il periodo della crisi, della non accettazione, della ribellione: che fare? Iniziare a pensare, a riflettere sulla propria storia e ritrovare il senso di ciò che ci sta succedendo.

Il cammino verso lo spazio interiore passa attraverso la meditazione e il silenzio, ma anche attraverso le emozioni e le passioni. Posso per esempio combattere contro la paura; risveglio in me una così grande forza contraria che la paura mi preoccupa e mi assale continuamente.

Ma posso anche prendere la paura come guida verso la mia vita interiore. La paura che ho di fare figuracce mi conduce a comprendere che io tendo a definirmi a partire dalle idee che gli altri hanno di me; mi costruisco in base alle attesa degli altri.

Nel momento in cui la paura mi risveglia questo bisogno, essa mi conduce più profondamente nella profondità del mio cuore.

La mia rabbia, la mia inquietudine, il mio bisogno di riconoscimento, la mia invidia, la mia gelosia sono emozioni che possono condurmi verso l’interno di me.

Le guardo, sono dentro di me, non le reprimo, ma cerco di capire soprattutto che voglio imparare a gestirle e ad accettarle. Voglio imparare ad accogliermi con la storia della mia vita.

La prima scelta, che sta alla base della crescita umana, è quella di accettare se stessi, con i nostri doni e le nostre capacità, ma anche con i nostri limiti, le nostre ferite, i nostri sensi di colpa, le nostre nostalgie.

La crescita comincia quando superiamo il lutto di ciò che sognavamo di essere, quando accettiamo la nostra umanità, limitata, povera, ma anche bella.

A volte il rifiuto di noi stessi nasconde i nostri veri doni e le nostre vere capacità.

Un segno della maturità umana consiste nel rallegrarsi di ciò che si ha invece di lamentarsi di ciò che non si ha più e del tempo che passa inesorabilmente.

Nelle comunità religiose facilmente si nutre risentimento e rancore per le persone giovani, che ci hanno sostituito, che svolgono i servizi, in cui eravamo riconosciuti e spesso si critica per invidia l’operato di coloro che svolgono incarichi con modalità diverse.

Penso ai Superiori di comunità che devono gestire al meglio le dinamiche relazionali, ma soprattutto aiutare ogni persona a vivere la chiamata vocazionale sino al termine dei giorni, favorendo ogni persona nel vivere al meglio la propria vocazione personale e comunitaria. È altamente formativo favorire il dialogo comunitario dove ognuno ha la possibilità di raccontarsi, soprattutto di dire come sta vivendo, offrendo anche agli altri una possibilità di confronto e di crescita insieme.

Favorire relazioni positive nella comunità diventa allora un impegno educativo ineludibile di chi ha il compito di essere guida. Aiutare i religiosi a ravvivare il dono della chiamata significa far rinascere nel cuore la motivazione profonda e il senso del vivere: cambiano indubbiamente le modalità, ma non la bellezza della vocazione.

La motivazione iniziale va in qualche modo ricuperata: è importante, perché, secondo Allport (in Psicologia della personalità, LAS Roma) “la motivazione è quella condizione interna che induce una persona ad agire e a pensare“.

Credo si debba stimolare la persona a ricuperare il significato profondo dell’ESSERE COMUNIONE, che è diverso dall’essere generosi e collaborativi….

La generosità consiste nel seminare gesti di bontà, nel far del bene a qualcuno, nel dedicarsi agli altri: l’uomo generoso è forte; ha un potere: ha un compito da svolgere ed è riconosciuto. Spesso nelle comunità si privilegia la generosità dell’impegno e si diventa anche attivissimi: il senso della vocazione è fare, darsi…

Spesso l’impegno a volte frenetico è legato al carisma. Quando l’attività viene meno, si perde il senso del vivere e alcuni dicono “non vivo più il carisma”. A questo punto, sollecitata anche da ciò che ho ascoltato nel recente Seminario della Commissione Mista in Roma, sostengo che c’è un carisma alto che supera i carismi particolari, che è quello della comunione-amore, che si può vivere sempre, ed è quello che ci riporta alla PAROLA, l’unico DONO che, accolto con consapevolezza e responsabilità, può ravvivare veramente la vita, anche a cento anni.

Ciò che conta è l’amore, è superamento del proprio bisogno per aprirsi al desiderio comunionale, che si deve vivere sempre: non c’è età che possa impedirmi di essere comunione, soprattutto in comunità.

In un rapporto di comunione si diventa vulnerabili, ci si lascia “toccare” dall’altro.

C’è reciprocità: una reciprocità che passa attraverso lo sguardo, la benevolenza verso l’altro, la comprensione, la circolazione dell’amore.

La comunione si fonda su una fiducia reciproca in cui ciascuno dà e riceve nella dimensione più profonda e più silenziosa del suo essere.

È stare insieme, è stima dell’altro per quello che fa, è camminare accanto e avere interesse per l’altro, è superamento della competitività, è rispetto vero della persona.

Si crea una situazione relazionale di comunione dove la comunità scopre la gioia dello stare insieme e dove ogni componente trova il suo spazio.

Il religioso della terza età spesso vive male la sua non efficienza, la presenza di uno o due giovani, che hanno idee nuove e diventano punti di riferimento, mentre gli altri scompaiono. “Con tutto quello che abbiamo fatto, adesso siamo messi da parte, non serviamo più”.

È il momento di riscoprire il valore della comunione, che è il fondamento della psicologia umana ed è il valore evangelico per eccellenza.

Se la persona ha il coraggio di riscoprire il valore della sua vita donata, crescerà in lei un forte desiderio di vita e di comunione e ricupererà il senso profondo della sua vita, non legato al fare, ma all’essere.

Ricordo una frase di Grün che diceva: “I tre voti sono tre passi del diventare persone e cioè: accogliere, lasciar andare, accettare“.

Non si diventa PERSONE se non si dà amore e non si è disponibili a riceverlo. Diventa allora significativo orientare se stessi verso l’altro nella sua specificità personale, l’altro come realtà misteriosa, ricca, inaccessibile in un certo senso, che reclama meraviglia, ammirazione, stupore, tenerezza.

Alleghiamo anche un estratto dell’Enciclica “Salavifici Doloris” per un cammino consapevole alla ricerca delle risposte ultime sul dolore umano.

ALLA RICERCA DELLA RISPOSTA ALL’ INTERROGATIVO
SUL SENSO DELALA SOFFERENZA

9. All’interno di ogni singola sofferenza provata dall’uomo e, parimenti, alla base dell’intero mondo delle sofferenze appare inevitabilmente l’interrogativo: perché? E’ un interrogativo circa la causa, la ragione, ed insieme un interrogativo circa lo scopo (perché?) e, in definitiva, circa il senso. Esso non solo accompagna l’umana sofferenza, ma sembra addirittura determinarne il contenuto umano, ciò per cui la sofferenza è propriamente sofferenza umana.

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Ovviamente il dolore, specie quello fisico, è ampiamente diffuso nel mondo degli animali. Però solo l’uomo, soffrendo, sa di soffrire e se ne chiede il perché; e soffre in modo umanamente ancor più profondo, se non trova soddisfacente risposta. Questa è una domanda difficile, così come lo è un’altra, molto affine, cioè quella intorno al male. Perché il male? Perché il male nel mondo? Quando poniamo l’interrogativo in questo modo, facciamo sempre, almeno in una certa misura, una domanda anche sulla sofferenza.

L’uno e l’altro interrogativo sono difficili, quando l’uomo li pone all’uomo, gli uomini agli uomini, come anche quando l’uomo li pone a Dio. L’uomo, infatti, non pone questo interrogativo al mondo, benché molte volte la sofferenza gli provenga da esso, ma lo pone a Dio come al Creatore e al Signore del mondo. Ed è ben noto come sul terreno di questo interrogativo si arrivi non solo a molteplici frustrazioni e conflitti nei rapporti dell’uomo con Dio, ma capiti anche che si giunga alla negazione stessa di Dio. Se, infatti, l’esistenza del mondo apre quasi lo sguardo dell’anima umana all’esistenza di Dio, alla sua sapienza, potenza e magnificenza, allora il male e la sofferenza sembrano offuscare quest’immagine, a volte in modo radicale, tanto più nella quotidiana drammaticità di tante sofferenze senza colpa e di tante colpe senza adeguata pena. Perciò, questa circostanza – forse ancor più di qualunque altra – indica quanto sia importante l’interrogativo sul senso della sofferenza, e con quale acutezza occorra trattare sia l’interrogativo stesso, sia ogni possibile risposta da darvi.

10. L’uomo può rivolgere un tale interrogativo a Dio con tutta la commozione del suo cuore e con la mente piena di stupore e di inquietudine; e Dio aspetta la domanda e l’ascolta, come vediamo nella Rivelazione dell’Antico Testamento. Nel Libro di Giobbe l’interrogativo ha trovato la sua espressione più viva.

E’ nota la storia di questo uomo giusto, il quale senza nessuna colpa da parte sua viene provato da innumerevoli sofferenze. Egli perde i beni, i figli e le figlie, ed infine viene egli stesso colpito da una grave malattia. In quest’orribile situazione si presentano nella sua casa i tre vecchi conoscenti, i quali – ognuno con diverse parole – cercano di convincerlo che, poiché è stato colpito da una così molteplice e terribile sofferenza, egli deve aver commesso una qualche colpa grave. La sofferenza – essi dicono – colpisce infatti sempre l’uomo come pena per un reato; viene mandata da Dio assolutamente giusto e trova la propria motivazione nell’ordine della giustizia. Si direbbe che i vecchi amici di Giobbe vogliano non solo convincerlo della giustezza morale del male, ma in un certo senso tentino di difenderedavanti a se’ stessi il senso morale della sofferenza. Questa, ai loro occhi, può avere esclusivamente un senso come pena per il peccato, esclusivamente dunque sul terreno della giustizia di Dio, che ripaga col bene il bene e col male il male.

Il punto di riferimento è in questo caso la dottrina espressa in altri scritti dell’Antico Testamento, che ci mostrano la sofferenza come pena inflitta da Dio per i peccati degli uomini. Il Dio della Rivelazione è Legislatore e Giudice in una tale misura, quale nessuna autorità temporale può avere. Il Dio della Rivelazione, infatti, è prima di tutto il Creatore, dal quale, insieme con l’esistenza, proviene il bene essenziale della creazione. Pertanto, anche la consapevole e libera violazione di questo bene da parte dell’uomo è non solo una trasgressione della legge, ma al tempo stesso un’offesa al Creatore, che è il primo Legislatore. Tale trasgressione ha carattere di peccato, secondo il significato esatto, cioè biblico e teologico, di questa parola. Al male morale del peccato corrisponde la punizione, che garantisce l’ordine morale nello stesso senso trascendente, nel quale quest’ordine è stabilito dalla volontà del Creatore e supremo Legislatore. Di qui deriva anche una delle fondamentali verità della fede religiosa, basata del pari sulla Rivelazione: che cioè Dio è giudice giusto, il quale premia il bene e punisce il male: « Tu, Signore, sei giusto in tutto ciò che hai fatto; tutte le tue opere sono vere, rette le tue vie e giusti tutti i tuoi giudizi. Giusto è stato il tuo giudizio per quanto hai fatto ricadere su di noi … Con verità e giustizia tu ci hai inflitto tutto questo a causa dei nostri peccati »(23).

Nell’opinione espressa dagli amici di Giobbe, si manifesta una convinzione che si trova anche nella coscienza morale dell’umanità: l’ordine morale oggettivo richiede una pena per la trasgressione, per il peccato e per il reato. La sofferenza appare, da questo punto di vita, come un « male giustificato ». La convinzione di coloro che spiegano la sofferenza come punizione del peccato trova il suo sostegno nell’ordine della giustizia, e ciò corrisponde all’opinione espressa da un amico di Giobbe: « Per quanto io ho visto, chi coltiva iniquità, chi semina affanni, li raccoglie »(24).

11. Giobbe, tuttavia, contesta la verità del principio, che identifica la sofferenza con la punizione del peccato. E lo fa in base alla propria opinione. Infatti, egli è consapevole di non aver meritato una tale punizione, anzi espone il bene che ha fatto nella sua vita. Alla fine Dio stesso rimprovera gli amici di Giobbe per le loro accuse e riconosce che Giobbe non è colpevole. La sua è la sofferenza di un innocente; deve essere accettata come un mistero, che l’uomo non è in grado di penetrare fino in fondo con la sua intelligenza.

Il Libro di Giobbe non intacca le basi dell’ordine morale trascendente, fondato sulla giustizia, quali son proposte dalla Rivelazione, nell’Antica e nella Nuova Alleanza. Al tempo stesso, però, il Libro dimostra con tutta fermezza che i principi di quest’ordine non si possono applicare in modo esclusivo e superficiale. Se è vero che la sofferenza ha un senso come punizione, quando è legata alla colpa, non è vero, invece, che ogni sofferenza sia conseguenza della colpa ed abbia carattere di punizione. La figura del giusto Giobbe ne è una prova speciale nell’Antico Testamento. La Rivelazione, parola di Dio stesso, pone con tutta franchezza il problema della sofferenza dell’uomo innocente: la sofferenza senza colpa. Giobbe non è stato punito, non vi erano le basi per infliggergli una pena, anche se è stato sottoposto ad una durissima prova. Dall’introduzione del Libro risulta che Dio permise questa prova per provocazione di Satana. Questi, infatti, aveva contestato davanti al Signore la giustizia di Giobbe: « Forse che Giobbe teme Dio per nulla? … Tu hai benedetto il lavoro delle sue mani, e il suo bestiame abbonda sulla terra. Ma stendi un poco la mano e tocca quanto ha, e vedrai come ti benedirà in faccia »(25). E se il Signore acconsente a provare Giobbe con la sofferenza, lo fa per dimostrarne la giustizia. La sofferenza ha carattere di prova.

I1 Libro di Giobbe non è l’ultima parola della Rivelazione su questo tema. In un certo modo esso è un annuncio della passione di Cristo. Ma, già da solo, è un argomento sufficiente, perché la risposta all’interrogativo sul senso della sofferenza non sia collegata senza riserve con l’ordine morale, basato sulla sola giustizia. Se una tale risposta ha una sua fondamentale e trascendente ragione e validità, al tempo stesso essa si dimostra non solo insoddisfacente in casi analoghi alla sofferenza del giusto Giobbe, ma anzi sembra addirittura appiattire ed impoverire il concetto di giustizia,che incontriamo nella Rivelazione.

12. Il Libro di Giobbe pone in modo acuto il « perché » della sofferenza, mostra pure che essa colpisce l’innocente, ma non dà ancora la soluzione al problema.

Già nell’Antico Testamento notiamo un orientamento che tende a superare il concetto, secondo cui la sofferenza ha senso unicamente come punizione del peccato, in quanto si sottolinea nello stesso tempo il valore educativo della pena sofferenza. Così dunque, nelle sofferenze inflitte da Dio al popolo eletto è racchiuso un invito della sua misericordia, la quale corregge per condurre alla conversione: « Questi castighi non vengono per la distruzione, ma per la correzione del nostro popolo »(26).

Così si afferma la dimensione personale della pena. Secondo tale dimensione, la pena ha senso non soltanto perché serve a ripagare lo stesso male oggettivo della trasgressione con un altro male, ma prima di tutto perché essa crea la possibilità di ricostruire il bene nello stesso soggetto sofferente.

Questo è un aspetto estremamente importante della sofferenza. Esso è profondamente radicato nell’intera Rivelazione dell’Antica e, soprattutto, della Nuova Alleanza. La sofferenza deve servire alla conversione, cioè alla ricostruzione del bene nel soggetto, che può riconoscere la misericordia divina in questa chiamata alla penitenza. La penitenza ha come scopo di superare il male, che sotto diverse forme è latente nell’uomo, e di consolidare il bene sia in lui stesso, sia nei rapporti con gli altri e, soprattutto, con Dio.

13. Ma per poter percepire la vera risposta al « perché » della sofferenza, dobbiamo volgere il nostro sguardo verso la rivelazione dell’amore divino, fonte ultima del senso di tutto ciò che esiste. L’amore è anche la fonte più ricca del senso della sofferenza, che rimane sempre un mistero: siamo consapevoli dell’insufficienza ed inadeguatezza delle nostre spiegazioni. Cristo ci fa entrare nel mistero e ci fa scoprire il « perché » della sofferenza, in quanto siamo capaci di comprendere la sublimità dell’amore divino.

Per ritrovare il senso profondo della sofferenza, seguendo la Parola rivelata di Dio, bisogna aprirsi largamente verso il soggetto umano nella sua molteplice potenzialità. Bisogna, soprattutto, accogliere la luce della Rivelazione non soltanto in quanto essa esprime l’ordine trascendente della giustizia, ma in quanto illumina questo ordine con l’amore, quale sorgente definitiva di tutto ciò che esiste. L’Amore è anche la sorgente più piena della risposta all’interrogativo sul senso della sofferenza. Questa risposta è stata data da Dio all’uomo nella Croce di Gesù Cristo.

IV

GESU’ CRISTO: LA SOFFERENZA VINTA DALL’AMORE

14. « Dio infatti ha tanto amato il mondo che ha dato il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna »(27).

Queste parole, pronunciate da Cristo nel colloquio con Nicodemo, ci introducono nel centro stesso dell’azione salvifica di Dio. Esse esprimono anche l’essenza stessa della soteriologia cristiana, cioè della teologia della salvezza. Salvezza significa liberazione dal male, e per ciò stesso rimane in stretto rapporto col problema della sofferenza. Secondo le parole rivolte a Nicodemo, Dio dà il suo Figlio al « mondo » per liberare l’uomo dal male, che porta in sé la definitiva ed assoluta prospettiva della sofferenza. Contemporaneamente, la stessa parola « dà » («ha dato ») indica che questa liberazione deve essere compiuta dal Figlio unigenito mediante la sua propria sofferenza. E in ciò si manifesta l’amore, l’amore infinito sia di quel Figlio unigenito, sia del Padre, il quale « dà » per questo il suo Figlio. Questo è l’amore per l’uomo, l’amore per il « mondo »: è l’amore salvifico.

Ci troviamo qui – occorre rendersene conto chiaramente nella nostra comune riflessione su questo problema – in una dimensione completamente nuova del nostro tema. E’ dimensione diversa da quella che determinava e, in un certo senso, chiudeva la ricerca del significato della sofferenza entro i limiti della giustizia. Questa è la dimensione della Redenzione , alla quale nell’Antico Testamento già sembrano preludere, almeno secondo il testo della Volgata, le parole del giusto Giobbe: « Io so infatti che il mio Redentore vive, e che nell’ultimo giorno… vedrò il mio Dio… »(28). Mentre finora la nostra considerazione si è concentrata prima di tutto e, in un certo senso, esclusivamente sulla sofferenza nella sua molteplice forma temporale (come anche le sofferenze del giusto Giobbe), invece le parole, ora riportate dal colloquio di Gesù con Nicodemo, riguardano la sofferenza nel suo senso fondamentale e definitivo. Dio dà il suo Figlio unigenito, affinché l’uomo « non muoia », e il significato di questo « non muoia » viene precisato accuratamente dalle parole successive: « ma abbia la vita eterna ».

L’uomo « muore », quando perde « la vita eterna ». Il contrario della salvezza non è, quindi, la sola sofferenza temporale, una qualsiasi sofferenza, ma la sofferenza definitiva: la perdita della vita eterna, l’essere respinti da Dio, la dannazione. Il Figlio unigenito è stato dato all’umanità per proteggere l’uomo, prima di tutto, contro questo male definitivo e contro la sofferenza definitiva. Nella sua missione salvifica egli deve, dunque, toccare il male alle sue stesse radici trascendentali, dalle quali esso si sviluppa nella storia dell’uomo. Tali radici trascendentali del male sono fissate nel peccato e nella morte: esse, infatti, si trovano alla base della perdita della vita eterna. La missione del Figlio unigenito consiste nelvincere il peccato e la morte. Egli vince il peccato con la sua obbedienza fino alla morte, e vince la morte con la sua risurrezione.

15. Quando si dice che Cristo con la sua missione tocca il male alle sue stesse radici, noi abbiamo in mente non solo il male e la sofferenza definitiva, escatologica (perché l’uomo « non muoia, ma abbia la vita eterna »), ma anche – almeno indirettamente – il male e la sofferenza nella loro dimensione temporale e storica. Il male, infatti, rimane legato al peccato e alla morte. E anche se con grande cautela si deve giudicare la sofferenza dell’uomo come conseguenza di peccati concreti (ciò indica proprio l’esempio del giusto Giobbe), tuttavia essa non può essere distaccata dal peccato delle origini, da ciò che in san Giovanni è chiamato « il peccato del mondo »(29), dallo sfondo peccaminoso delle azioni personali e dei processi sociali nella storia dell’uomo. Se non è lecito applicare qui il criterio ristretto della diretta dipendenza (come facevano i tre amici di Giobbe), tuttavia non si può neanche rinunciare al criterio che, alla base delle umane sofferenze, vi è un multiforme coinvolgimento nel peccato.

Similmente avviene quando si tratta della morte. Molte volte essa è attesa persino come una liberazione dalle sofferenze di questa vita. Al tempo stesso, non è possibile lasciarsi sfuggire che essa costituisce quasi una definitiva sintesi della loro opera distruttiva sia nell’organismo corporeo che nella psiche. Ma, prima di tutto la morte comporta la dissociazione dell’intera personalità psicofisica dell’uomo. L’anima sopravvive e sussiste separata dal corpo, mentre il corpo viene sottoposto ad una graduale decomposizione secondo le parole del Signore Dio, pronunciate dopo il peccato commesso dall’uomo agli inizi della sua storia terrena: « Tu sei polvere e in polvere ritornerai »(30). Anche se dunque la morte non è una sofferenza nel senso temporale della parola, anche se in un certo modo si trova al di là di tutte le sofferenze, contemporaneamente il male, che l’essere umano sperimenta in essa, ha un carattere definitivo e totalizzante. Con la sua opera salvifica il Figlio unigenito libera l’uomo dal peccato e dalla morte. Prima di tutto eglicancella dalla storia dell’uomo il dominio del peccato, che si è radicato sotto l’influsso dello Spirito maligno, iniziando dal peccato originale, e dà poi all’uomo la possibilità di vivere nella Grazia santificante. Sulla scia della vittoria sul peccato egli toglie anche il dominio della morte, dando, con la sua risurrezione, l’avvio alla futura risurrezione dei corpi. L’una e l’altra sono condizione essenziale della « vita eterna », cioè della definitiva felicità dell’uomo in unione con Dio; ciò vuol dire, per i salvati, che nella prospettiva escatologica la sofferenza è totalmente cancellata.

In conseguenza dell’opera salvifica di Cristo l’uomo esiste sulla terra con la speranza della vita e della santità eterne. E anche se la vittoria sul peccato e sulla morte, riportata da Cristo con la sua croce e risurrezione, non abolisce le sofferenze temporali dalla vita umana, né libera dalla sofferenza l’intera dimensione storica dell’esistenza umana, tuttavia su tutta questa dimensione e su ogni sofferenza essa getta una luce nuova, che è la luce della salvezza. E’ questa la luce del Vangelo, cioè della Buona Novella. Al centro di questa luce si trova la verità enunciata nel colloquio con Nicodemo: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito »(31). Questa verità cambia dalle sue fondamenta il quadro della storia dell’uomo e della sua situazione terrena: nonostante il peccato che si è radicato in questa storia e come eredità originale e come « peccato del mondo » e come somma dei peccati personali, Dio Padre ha amato il Figlio unigenito, cioè lo ama in modo durevole; nel tempo poi, proprio per quest’amore che supera tutto, egli « dà » questo Figlio, affinché tocchi le radici stesse del male umano e così si avvicini in modo salvifico all’intero mondo della sofferenza, di cui l’uomo è partecipe.

16. Nella sua attività messianica in mezzo a Israele Cristo si è avvicinato incessantemente al mondo dell’umana sofferenza. « Passò facendo del bene »(32), e questo suo operare riguardava, prima di tutto, i sofferenti e coloro che attendevano aiuto. Egli guariva gli ammalati, consolava gli afflitti, nutriva gli affamati, liberava gli uomini dalla sordità, dalla cecità, dalla lebbra, dal demonio e da diverse minorazioni fisiche, tre volte restituì ai morti la vita. Era sensibile a ogni umana sofferenza, sia a quella del corpo che a quella dell’anima. E al tempo stesso ammaestrava, ponendo al centro del suo insegnamento le otto beatitudini, che sono indirizzate agli uomini provati da svariate sofferenze nella vita temporale. Essi sono « i poveri in spirito » e « gli afflitti », e « quelli che hanno fame e sete della giustizia » e « i perseguitati per causa della giustizia », quando li insultano, li perseguitano e mentendo, dicono ogni sorta di male contro di loro per causa di Cristo(33)… Così secondo Matteo; Luca menziona esplicitamente coloro « che ora hanno fame »(34).

Ad ogni modo Cristo si è avvicinato soprattutto al mondo dell’umana sofferenza per il fatto di aver assunto egli stessoquesta sofferenza su di se’. Durante la sua attività pubblica provò non solo la fatica, la mancanza di una casa, l’incomprensione persino da parte dei più vicini, ma, più di ogni cosa, venne sempre più ermeticamente circondato da un cerchio di ostilità e divennero sempre più chiari i preparativi per toglierlo di mezzo dai viventi. Cristo è consapevole di ciò, e molte volte parla ai suoi discepoli delle sofferenze e della morte che lo attendono: « Ecco, noi saliamo a Gerusalemme e il Figlio dell’uomo sarà consegnato ai sommi sacerdoti e agli scribi: lo condanneranno a morte, lo consegneranno ai pagani, lo scherniranno, gli sputeranno addosso, lo flagelleranno e lo uccideranno; ma dopo tre giorni risusciterà »(35). Cristo va incontro alla sua passione e morte con tutta la consapevolezza della missione che ha da compiere proprio in questo modo. Proprio per mezzo di questa sua sofferenza egli deve far sì « che l’uomo non muoia, ma abbia la vita eterna ». Proprio per mezzo della sua Croce deve toccare le radici del male, piantate nella storia dell’uomo e nelle anime umane. Proprio per mezzo della sua Croce deve compiere l’opera della salvezza. Quest’opera, nel disegno dell’eterno Amore, ha un carattere redentivo.

E perciò Cristo rimprovera severamente Pietro, quando vuole fargli abbandonare i pensieri sulla sofferenza e sulla morte di Croce(36). E quando, durante la cattura nel Getsemani, lo stesso Pietro tenta di difenderlo con la spada, Cristo gli dice: « Rimetti la spada nel fodero… Ma come allora si adempirebbero le Scritture, secondo le quali così deve avvenire? »(37). Ed inoltre dice: « Non devo forse bere il calice che il Padre mi ha dato? »(38). Questa risposta – come altre che ritornano in diversi punti del Vangelo – mostra quanto profondamente Cristo fosse penetrato dal pensiero che già aveva espresso nel colloquio con Nicodemo: « Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non muoia, ma abbia la vita eterna »(39). Cristo s’incammina verso la propria sofferenza, consapevole della sua forza salvifica, va obbediente al Padre, ma prima di tutto è unito al Padre in quest’amore, col quale Egli ha amato il mondo e l’uomo nel mondo. E per questo San Paolo scriverà di Cristo: « Mi ha amato e ha dato se stesso per me »(40).

17. Le Scritture dovevano adempiersi. Erano molti i testi messianici dell’Antico Testamento che preludevano alle sofferenze del futuro Unto di Dio. Tra tutti particolarmente toccante è quello che di solito è chiamato il quarto Carme del Servo di Jahvé, contenuto nel Libro di Isaia. Il profeta, che giustamente viene chiamato « il quinto evangelista », presenta in questo Carme l’immagine delle sofferenze del Servo con un realismo così acuto quasi le vedesse con i propri occhi: con gli occhi del corpo e dello spirito. La passione di Cristo diventa, alla luce dei versetti di Isaia, quasi ancora più espressiva e toccante che non nelle descrizioni degli stessi evangelisti. Ecco, si presenta davanti a noi il vero Uomo dei dolori:

« Non ha apparenza né bellezza
per attirare i nostri sguardi…
Disprezzato e reietto dagli uomini,
uomo dei dolori che ben conosce il patire,
come uno davanti al quale ci si copre la faccia,
era disprezzato e non ne avevamo alcuna stima.
Eppure, egli si è caricato delle nostre sofferenze,
si è addossato i nostri dolori,
e noi lo giudicavamo castigato,
percosso da Dio e umiliato.
Egli è stato trafitto per i nostri delitti,
schiacciato per le nostre iniquità.
Il castigo che ci dà salvezza si è abbattuto su di lui;
per le sue piaghe noi siamo stati guariti.
Noi tutti eravamo sperduti come un gregge,
ognuno di noi seguiva la sua strada;
il Signore fece ricadere su di lui
l’iniquità di noi tutti »
(41).

Il Carme del Servo sofferente contiene una descrizione nella quale si possono, in un certo senso, identificare i momenti della passione di Cristo in vari loro particolari: l’arresto, l’umiliazione, gli schiaffi, gli sputi, il vilipendio della dignità stessa del prigioniero, l’ingiusto giudizio, e poi la flagellazione, la coronazione di spine e lo scherno, il cammino con la croce, la crocifissione, l’agonia.

Più ancora di questa descrizione della passione ci colpisce nelle parole del profeta la profondità del sacrificio di Cristo.Ecco, egli, benché innocente, si addossa le sofferenze di tutti gli uomini, perché si addossa i peccati di tutti. « Il Signore fece ricadere su di lui l’iniquità di tutti »: tutto il peccato dell’uomo nella sua estensione e profondità diventa la vera causa della sofferenza del Redentore. Se la sofferenza « viene misurata » col male sofferto, allora le parole del profeta ci permettono di comprendere la misura di questo male e di questa sofferenza, di cui Cristo si è caricato. Si può dire che questa è sofferenza « sostitutiva »; soprattutto, però, essa è « redentiva ». L’Uomo dei dolori di quella profezia è veramente quell’« agnello di Dio, che toglie il peccato del mondo »(42). Nella sua sofferenza i peccati vengono cancellati proprio perché egli solo come Figlio unigenito poté prenderli su di sé, assumerli con quell’amore verso il Padre che supera il male di ogni peccato; in un certo senso annienta questo male nello spazio spirituale dei rapporti tra Dio e l’umanità, e riempie questo spazio col bene.

Tocchiamo qui la dualità di natura di un unico soggetto personale della sofferenza redentiva. Colui, che con la sua passione e morte sulla Croce opera la Redenzione, è il Figlio unigenito che Dio « ha dato ». E nello stesso tempo questoFiglio consostanziale al Padre soffre come uomo. La sua sofferenza ha dimensioni umane, ha anche – uniche nella storia dell’umanità – una profondità ed intensità che, pur essendo umane, possono essere anche incomparabili profondità ed intensità di sofferenza, in quanto l’Uomo che soffre è in persona lo stesso Figlio unigenito: « Dio da Dio ». Dunque, soltanto Lui – il Figlio unigenito – è capace di abbracciare la misura del male contenuta nel peccato dell’uomo: in ogni peccato e nel peccato « totale », secondo le dimensioni dell’esistenza storica dell’umanità sulla terra.

18. Si può dire che le suddette considerazioni ci conducono ormai direttamente al Getsemani e sul Golgota, dove si è adempiuto il Carme del Servo sofferente, contenuto nel Libro d’Isaia. Ancora prima di andarvi, leggiamo i successivi versetti del Carme, che danno un’anticipazione profetica della passione del Getsemani e del Golgota. Il Servo sofferente – e questo a sua volta è essenziale per un’analisi della passione di Cristo – si addossa quelle sofferenze, di cui si è detto, in modo del tutto volontario:

« Maltrattato, si lasciò umiliare
e non aprì la sua bocca;
era come agnello condotto al macello,
come pecora muta di fronte ai suoi tosatori,
e non aprì la sua bocca.
Con oppressione e ingiusta sentenza
fu tolto di mezzo;
chi si affligge per la sua sorte?
Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi,
per l’iniquità del mio popolo fu percosso a morte.
Gli si diede la sepoltura con gli empi,
con il ricco fu il suo tumulo,
sebbene non avesse commesso violenza,
né vi fosse inganno nella sua bocca »(43).

Cristo soffre volontariamente e soffre innocentemente. Accoglie con la sua sofferenza quell’interrogativo, che – posto molte volte dagli uomini – è stato espresso, in un certo senso, in modo radicale dal Libro di Giobbe. Cristo, tuttavia, non solo porta con sé la stessa domanda (e ciò in modo ancor più radicale, poiché egli non è solo un uomo come Giobbe, ma è l’unigenito Figlio di Dio), ma porta anche il massimo della possibile risposta a questo interrogativo. La risposta emerge, si può dire, dalla stessa materia, di cui è costituita la domanda. Cristo dà la risposta all’interrogativo sulla sofferenza e sul senso della sofferenza non soltanto col suo insegnamento, cioè con la Buona Novella, ma prima di tutto con la propria sofferenza, che con un tale insegnamento della Buona Novella è integrata in modo organico ed indissolubile. E questa è l’ultima, sintetica parola di questo insegnamento: « la parola della Croce », come dirà un giorno San Paolo(44).

Questa « parola della Croce » riempie di una realtà definitiva l’immagine dell’antica profezia. Molti luoghi, molti discorsi durante l’insegnamento pubblico di Cristo testimoniano come egli accetti sin dall’inizio questa sofferenza, che è la volontà del Padre per la salvezza del mondo. Tuttavia, un punto definitivo diventa qui la preghiera nel Getsemani. Le parole: « Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu! »(45), e in seguito: « Padre mio, se questo calice non può passare da me senza che io lo beva, sia fatta la tua volontà »(46), hanno una multiforme eloquenza. Esse provano la verità di quell’amore, che il Figlio unigenito dà al Padre nella sua obbedienza. Al tempo stesso, attestano la verità della sua sofferenza. Le parole della preghiera di Cristo al Getsemani provano la verità dell’amore mediante la verità della sofferenza. Le parole di Cristo confermano con tutta semplicità questa umana verità della sofferenza, fino in fondo: la sofferenza è un subire il male, davanti al quale l’uomo rabbrividisce. Egli dice: « passi da me », proprio così, come dice Cristo nel Getsemani.

Le sue parole attestano insieme quest’unica ed incomparabile profondità ed intensità della sofferenza, che poté sperimentare solamente l’Uomo che è il Figlio unigenito. Esse attestano quella profondità ed intensità, che le parole profetiche sopra riportate aiutano, a loro modo, a capire: non certo fino in fondo (per questo si dovrebbe penetrare il mistero divino-umano del Soggetto), ma almeno a percepire quella differenza (e somiglianza insieme) che si verifica tra ogni possibile sofferenza dell’uomo e quella del Dio-Uomo. Il Getsemani è il luogo, nel quale appunto questa sofferenza, in tutta la verità espressa dal profeta circa il male in essa provato, si è rivelata quasi definitivamente davanti agli occhi dell’anima di Cristo.

Dopo le parole nel Getsemani vengono le parole pronunciate sul Golgota, che testimoniano questa profondità – unica nella storia del mondo – del male della sofferenza che si prova. Quando Cristo dice: « Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato? », le sue parole non sono solo espressione di quell’abbandono che più volte si faceva sentire nell’Antico Testamento, specialmente nei Salmi e, in particolare, in quel Salmo 22 [21], dal quale provengono le parole citate(47). Si può dire che queste parole sull’abbandono nascono sul piano dell’inseparabile unione del Figlio col Padre, e nascono perché il Padre « fece ricadere su di lui l’iniquità di noi tutti » (48) è sulla traccia di ciò che dirà San Paolo: « Colui che non aveva conosciuto peccato, Dio lo trattò da peccato in nostro favore »(49). Insieme con questo orribile peso,misurando « l’intero » male di voltare le spalle a Dio, contenuto nel peccato, Cristo, mediante la divina profondità dell’unione filiale col Padre, percepisce in modo umanamente inesprimibile questa sofferenza che è il distacco, la ripulsadel Padre, la rottura con Dio. Ma proprio mediante tale sofferenza egli compie la Redenzione, e può dire spirando: « Tutto è compiuto »(50).

Si può anche dire che si è adempiuta la Scrittura, che sono state definitivamente attuate nella realtà le parole di detto Carme del Servo sofferente: « Al Signore è piaciuto prostrarlo con dolori »(51). L’umana sofferenza ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore, a quell’amore del quale Cristo parlava a Nicodemo, a quell’amore che crea il bene ricavandolo anche dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio. La Croce di Cristo è diventata una sorgente, dalla quale sgorgano fiumi d’acqua viva(52). In essa dobbiamo anche riproporre l’interrogativo sul senso della sofferenza, e leggervi sino alla fine la risposta a questo interrogativo.

pubbliczione rimovibile a cura di carlo mafera

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