Cristina Prina In “Tracce di me” continua la tradizione dei vinti del romanzo verista di Verga e, andando più lontano nel tempo, delle Troiane di Seneca.

 

In questa mia seconda recensione direi che anche chi scrive è un vinto. Soprattutto nella disperata ricerca di paragoni letterari che non sono assolutamente inadeguati per l’autrice che merita questi pindarici accostamenti. Nel libro di Cristina, vi è la raffigurazione di tipi umani eccedenti e cioè che possiedono tutti una caratteristica precipua e cioè quella di portare al massimo dell’esasperazione quella voglia di vita oltre ogni limite. Sembra che la loro parte ombra di junghiana memoria, desideri emergere prepotentemente come un sub in cerca di aria. Ma, proprio in questa disperata ricerca di travalicare i limiti che la coscienza sociale ci impone, nello spasimo di dare un “senso” alla propria vita, si impoveriscano vieppiù. Sembra, in un primo momento, come avviene in Verga, nel suo romanzo verista, nel suo famoso ciclo dei vinti, che anche i personaggi di Cristina Prina rimangano schiacciati da questa ricerca del meglio. In Verga era più sentito il miglioramento economico-sociale, in Prina emerge più il desiderio di cambiamento esistenziale. Tutti, infine sono tormentati e travagliati da questa tensione a stare meglio, sia che facciano parte dei ceti sociali più poveri o di quelli più elevati. Sia che siano donne, uomini, eterosessuali oppure omosessuali.

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Cristina Prina

Ci sarebbe da fare un inciso foscoliano, dove il noto poeta italiano fa riferimento alla “condizione peregrinante dell’uomo”. L’uomo, nella sua peregrinazione, è veramente un paradosso perché può raggiungere le vette del sublime ma anche la profondità del male. Soprattutto non è mai contento della propria condizione. I personaggi sia del Verga come quelli di Cristina Prina sono dei vinti ma forse, a mio avviso, fino ad un certo punto. Nell’approfondimento fatto giorni fa e quindi autocitandomi ebbi a dire : “Il racconto “sperimentale” (quello di Cristina Prina) segue quindi dei personaggi particolari e cerca di entrare nella loro testa con il meccanismo dell’empatia per individuare le cause per le quali una persona può diventare così. Prina cerca di far diventare tali meccanismi ubbidienti, cercando una soluzione, una logica che proviene dall’oscurità dei meccanismi inconsci. Personalmente la metterei, senza che Cristina faccia brutta figura, tra i tragici greci : Eschilo, Sofocle ed Euripide. C’è un qualcosa, un destino, un fato che ci trascende e quello che ci accade, è come se fosse stato previsto e profetizzato da una Tuche. Non esiste nessuna colpa da parte di nessuno. È come se l’uomo non potesse scegliere, e qualunque scelta volesse operare, non cambierebbe il suo destino.

I vinti sono sì trascinati dalla “fiumana umana” e la posizione dell’osservatore non coinvolto nella “fiumana” ha anche dei precisi risvolti conoscitivi, in quanto se il progresso e la ricerca del bene materiale come di quello esistenziale ha i suoi risvolti negativi e talora tragici, l’osservatore ha il diritto di interessarsi ai deboli che restano per via, ai fiacchi che si lasciano sorpassare dall’onda per finire più presto, ai vinti che si inabissano verso situazioni estreme. Prina e Verga fanno la stessa cosa. Come si diceva nel precedente articolo il compito di chi narra e di essere un osservatore imparziale che non giudica e fotografa semplicemente il dato di fatto cercando di far riflettere il lettore e di operare una catarsi, come avveniva agli spettatori delle tragedie greche.

Ma, ad un’osservazione più attenta, i vinti non sono poi così vinti. La loro sconfitta o il loro essere sconfitti, interpella il quieto mondo della media borghesia, dei rampanti e dei cosiddetti vincitori. I vinti di Cristina Prina ci rimettono in discussione, ci chiedono se siamo veramente felici a voler sempre rimuovere la sofferenza e la morte mentre loro, se la vanno a cercare per vivere quella eccedenza che a noi, poveri “normali” fa paura. In effetti il vero tabù della civiltà occidentale, dall’antica Roma fino ai nostri giorni, non è quello del sesso ma quello della morte che la protagonista del primo racconto (L’istante) infrange eroicamente come una novella Ifigenia.

E mi piace, a tal proposito, concludere, questa recensione, con questo concetto : la vittoria dei vinti sui vincitori, estrapolandola dalle Troiane di Seneca : “In Seneca, esordisco nel mio articolo, e in questa tragedia particolarmente vi è una concezione della vita per cui tutto è destinato a perire, individui e popoli, esprimendo una  tristezza severa, ma conforme alla legge che domina l’Universo; e a questa bisogna sottomettersi. Vi è nel comportamento di Astianatte e di Polissena, visto che entrambi seppero affrontare la morte, loro inflitta dagli Achei, un non so che di eroico e di impavido. Sacerdoti di una nuova religione per la quale non vi era più la paura della morte ma piuttosto la paura di vivere.  Polissena accoglie addirittura  gioiosamente  la notizia della morte a lei decretata; e giunta sul tumulo di Achille, sul quale deve essere immolata, non indietreggia  e si rivolge al colpo mortale fiera e quasi  in atteggiamento di sfida; tutti sono stupiti dal fatto che la giovinetta non deve essere trascinata a forza alla morte, ma le va incontro liberamente. Astianatte  e Polissena sono martiri cioè testimoni di una nuova religione laica che mette in crisi la potenza e la vittoria dei greci e forse Seneca (inconsapevolmente cristiano come il Virgilio della IV ecloga) allude alla potenza romana che un giorno finirà come tutti i regni di questo mondo perchè con la morte, anche quella individuale finisce un mondo : quello di chi individualmente muore . E, similmente qualsiasi potenza di questo mondo non può nulla di fronte alla mancanza di paura di fronte alla morte e non può più avere nessun potere ricattatorio di fronte alla paura di vivere in questo misero mondo lasciato, in tono di sfida, nella mani di chi si illude di aver vinto.(Esattamente come esprimono i personaggi di Cristina Prina). Si, è vero Troia fumante cade. Un regno millenario scompare con Astianatte che viene precipitato dalla rupe ma non è dissimile la sorte di chi vince che potrebbe precipitare a sua volta se non sa contenere la sua esuberanza. Seneca ci insegna ad anteporre la «ragione», la saggezza, alla passione e proclama le leggi  alle quali si deve adeguare chi detiene il potere. Questo non può essere esercitato validamente da chi non sa esercitarlo su se stesso, e non sa impedire, potendolo, agli altri di prevaricare. Tutti, vincitori e vinti, sono sulla stessa barca; chi oggi esulta per la vittoria conseguita, domani piangerà per la propria sconfitta.

Così Seneca ha saputo rappresentare quella sicurezza di fronte alla morte, quella ferma e serena accettazione del destino, che non è più oscuro perchè si evince, anche dagli scritti precedenti di Seneca (Ep. LXXI,) che la morte è passaggio ad una vita migliore o è ritorno nel tutto, con scomparsa della propria individualità. Tutto ciò  sta a dimostrare l’energia morale dell’uomo, il progresso da lui compiuto nel cammino della virtù. Nella rappresentazione di Polissena, Seneca si attenne al modello euripideo dell’Ecuba, che gli offriva dei tratti ben conformi al suo ideale di comportamento nell’ora estrema: Polissena anche quando sta per spirare, mantiene intatto il  coraggio e sulla tomba di Achille cade in avanti con slancio pieno d’ardore. Chi è allora il vero vincitore?

E così, Cristina Prina, in “Tracce di me” sembra che dica anche lei ai suoi lettori. Chi sono i vinti? I suoi personaggi che sono alla ricerca di un senso ulteriore (anche se talvolta negativamente) o coloro che non si pongono per niente nessun interrogativo esistenziale e credono solo nella religione dell’avere e dell’accumulare?

Carlo Mafera