Sant’ Augusto Chapdelaine Martire in Cina – I Gesuiti, Papa Francesco e la Cina

Durante il volo che lo riportava a Roma il 19 febbraio scorso, dopo la Sua visita a Cuba e in Messico, Papa Francesco ha detto: “Mi piacerebbe tanto andare in Cina, amo quel popolo”. E’ una piccola frase dietro la quale si nasconde un mondo, una storia millenaria che parte da Marco Polo e finisce ai giorni nostri passando dalla congregazione Gesuita che possiede fortemente la sua vocazione missionaria. C’è un fil rouge che lega tanti gesuiti che lungo almeno cinque secoli, chi in un modo chi in un altro hanno avuto relazione con la Cina. Citiamo per primo (ma non in ordine cronologico) ma di santità, proprio il santo di domani 29 febbraio che si festeggia ogni 4 anni per il fatto dell’anno bisestile : Sant’Augusto Chapdelaine. 

S. Augusto Chapdelaine nacque il 6 gennaio 1814 in Normandia da famiglia di agricoltori presso la quale rimase fino a 20 anni, quando entrò nel seminario di Coutances dove fu ordinato sacerdote nel 1843.

Sant' Augusto Chapdelaine

Fu destinato come parroco a Boucey ma presto maturò la vocazione missionaria per cui entrò nella Società delle Missioni Estere di Parigi nel 1851 e, dopo breve preparazione, fu inviato nel 1852 alla missione cinese di KuangSi.

Si fermò comunque alla frontiera della Cina per apprendere la lingua prima di affrontare le vere e proprie fatiche apostoliche alle quali si dedicò a partire dal 1855. Quasi subito però fu denunciato alle autorità e, nonostante avesse cercato di trovare rifugio nella casa di un mandarino cristiano, all’inizio del 1856 fu arrestato insieme con alcuni confratelli. Rinchiuso in una gabbia di bambù con la testa fuori dalle sbarre superiori, già morto fu condannato alla decapitazione il 29 febbraio dello stesso anno.

Fu beatificato il 27 maggio 1900 da Papa Leone XIII e canonizzato il primo di ottobre del 2000 da Papa Giovanni Paolo II, insieme ad altri 120 cristiani morti in Cina tra il XVII e XX esimo secolo.

Citiamo per secondo  Padre Matteo Ricci per il quale si fecero cinque anni fa delle celebrazioni in Vaticano a 400 anni dalla morte e che riportiamo fedelmente in quanto lo scrivente ebbe modo di partecipare.

A Roma ci fu  un’interessantissima mostra sulla figura missionaria di Matteo Ricci, evangelizzatore della Cina. Chi è stato pellegrino a Roma durante le vacanze natalizie del 2010 potè usufruire, nel braccio di Carlo Magno in piazza San Pietro, di un percorso espositivo armoniosamente composto che mise in evidenza la delicatissima opera di penetrazione missionaria del gesuita maceratese. Giovanni Paolo II ebbe a dire, a suo tempo, che egli fu il precursore del Concilio Vaticano II indicando già dal XVI secolo lo stile cristiano del missionario. Uno stile appunto improntato al rispetto della cultura del luogo, al dialogo, al confronto. Tutti elementi questi che confluirono nel famoso concetto di “inculturazione” sancito poi dal recente Concilio. La mostra di piazza San Pietro è divisa su due piani : la prima a sfondo azzurro descrive Roma e l’Europa nel XVI e nel XVII secolo. Vi sono messi in bella evidenza i dipinti dei Papi che hanno svolto il loro pontificato durante la vita di Matteo Ricci e hanno sostenuto la sua missione. Ma spicca invece una grande tela raffigurante Sant’Ignazio di Loyola, dipinto da Rubens che vuole significare, a mio avviso, la centralità del fondatore dei Gesuiti per quanto attiene all’impulso missionario che egli seppe dare alla Chiesa Cattolica. Il direttore dei Musei Vaticani, Antonio Paolucci, ha centrato lo stile evangelizzatore di Matteo Ricci dichiarando “Assieme alla buona novella cristiana Li Madou (nome cinese di padre Ricci) portò in Cina la geometria di Euclide, l’astronomia, la meccanica, la cartografia …. Portò dunque la cultura dell’Occidente, significata nella mostra da astrolabi, planetari, mappe geografiche della città e dell’impero. Portò anche, naturalmente, la dottrina cristiana. Ma lo fece usando come apripista la scienza e la tecnica, patrimonio condiviso per l’Occidente come per l’Oriente, e muovendosi in ogni caso con mano leggera, con straordinaria capacità mimetica, con rispetto assoluto e squisito per la cultura e per le tradizioni del paese che aveva deciso di fare suo.” E ha concluso così Paolucci, parafrasando S.Paolo quando l’apostolo delle genti scrisse “Mi sono fatto tutto a tutti”(1 Cor, 9,22) “Si fece cinese fra i cinesi, assunse anche negli abiti l’iconografia del funzionario imperiale, fu cerimonioso e obliquo, iperbolico e burocratico, poetico e pragmatico come costume ed etichetta richiedevano. E ha precisato ancora “Se non si fosse comportato in questo modo non avrebbe avuto gli onori che la Cina moderna gli riconosce e che permette a noi di collocarlo, davvero, ai crinali della storia.” In un periodo come il nostro dove i problemi dell’integrazione sono all’ordine del giorno, padre Matteo Ricci rappresenta un esempio, un campione del dialogo, una stella cometa da seguire. La stella della comprensione e dell’accettazione dell’altro, del mettere il proprio centro non solo in se stessi ma anche in quello dell’altrui punto di vista, dell’altrui cultura con gli usi e costumi connessi, senza averne paura. Matteo Ricci riuscì ben 500 anni fa a stabilire un dialogo molto profondo con i letterati e gli uomini di cultura più illustri della Cina, facendo in modo che questi scambi diventassero libri filosofici propedeutici alla successiva semina del Vangelo. Due sono le principali opere di padre Ricci “Il Vero significato del Signore del Cielo” pubblicato a Pechino nel 1603 e poi i “Dieci Paradossi” del 1607 dove Ricci spiega i grandi temi della vita. Significativo un passaggio dell’ultima didascalia della mostra nella parte in cui il grande Matteo Ricci dice ad un neo battezzato di non rinunciare a nulla dei suoi usi e costumi e a nulla della sua cultura ma di continuare a praticarla. Ciò a testimonianza della sostanziale vicinanza culturale e religiosa dell’oriente nei confronti dell’occidente. I due mondi potrebbero essere paragonati agli occhi dell’uomo e guardare la realtà con entrambi ci permette di avere uno sguardo obiettivo e stereoscopicamente più completo rispetto alla visione fatta con un occhio solo che ci offre una realtà del tutto appiattita. Penso che Cristo è venuto ad aggiungere qualcosa, con la Sua grazia, alla nostra natura umana e non a toglierle niente. Così anche tutte le esperienze culturali e religiose umane , anche quella orientale, aiutano a comprendere e ad amare Cristo.

Come terzo gesuita, in un immaginario fil rouge, citiamo : Jean Pierre De Caussade mistico e gesuita anche lui ma del 1700 si può accomunare a Matteo Ricci perchè, se dovessimo indicare il libro occidentale più affine alla sapienza cinese del Tao tê ching o di Chuangtzu, sarebbe questo di Jean-Pierre de Caussade. Ecco il trait d’union : la Cina. Entrambi vivono l’esperienza cinese, chi dal vivo calpestando il suolo cinese e chi invece lo evoca spiritualmente.  Qui troviamo, in termini naturalmente del tutto diversi, una percezione quanto mai netta di quella corrente nascosta  che circola nel mondo e i Cinesi chiamarono Tao. Per Caussade, tale è la corrente da cui si lascia sommergere chi pratica «l’abbandono alla Provvidenza divina». Jean-Pierre de Caussade fu un oscuro gesuita che negli anni fra il 1730 e il 1740 operò come direttore spirituale di alcune religiose di Nancy. Parte di questa sua opera assumeva forma epistolare. E furono le religiose stesse a compilare, sulla base di queste lettere, il trattatello che qui presentiamo, di cui apparve la prima edizione nel 1861. Da allora, questo testo è diventato un classico della spiritualità cristiana. La sua fisionomia, per molti tratti, è unica. Per i lettori di oggi, il primo elemento che vi spicca è la perspicacia psicologica. E per molti queste pagine potranno essere più utili e vivificanti di ogni altra forma più moderna di «cura dell’anima». Questo infatti è un libro che, come pochi altri, aiuta a vivere. Con estrema dolcezza, Caussade dice cose audacissime. La sua conoscenza dell’anima è stupefacente, come nei grandi moralisti francesi. Ma solo a lui appartiene l’insegnamento che sa guidarci a trovare il «grano di senape» dell’abbandono – questa virtù suprema – in ogni luogo e in ogni momento, poiché «l’azione divina inonda l’universo, penetra tutte le creature, le sommerge».
Come quarto Gesuita estrapoliamo dal sito dei Santi e Beati quanto si dice intorno alla figura di San Francesco Saverio e il suo rapporto con la Cina : “Così, nel 1549 giunse in Giappone. All’inizio vi fu una buona accoglienza, poi, a causa dei bonzi venne introdotta la pena di morte per chi si battezzava. Il Giappone avrebbe comunque lasciato un ottima impressione a Francesco che se ne andò lasciando una comunità di già 1500 fedeli.
Ora gli si prospettava la Cina che in Giappone gli era stata presentata come una terra assai più colta e raffinata. Per Francesco sarebbe stato l’ultimo viaggio, infatti giunto in Cina si ammalò di febbre e morì. Il suo corpo fu trasportato a Goa dove ancora oggi si trova.”
                                                                                                                         Carlo Mafera

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